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Messaggio Da Different Staff Sab Mar 02, 2024 12:13 am

Margaret si distese lunga sul divano; aveva solo tredici anni ma lo occupava già tutto. Sistemò i lunghi capelli biondi con un gesto della mano e accese l’iPad.
Elisabeth inforcò gli occhiali da quarantenne e si mise al Mac. Niente ricerche per lavoro! Si era presa l’aspettativa per seguire la figlia, che da un giorno all’altro aveva smesso di parlare.
La ragazzina sgambettava, guardando assorta un documentario sulla foresta pluviale.
La donna l’aveva portata nelle migliori cliniche di Victoria Island, solo per sentirsi dire che non c’erano impedimenti fisici o mentali e che avrebbe ricominciato a parlare.
Margaret riguardava le immagini senza sonoro; faceva avanti veloce e poi tornava indietro per scoprire se ci fosse qualcosa di inaspettato tra le ombre.
L’interruzione nel livello di benessere della figlia era un macigno nel petto di Elisabeth. La scienza non le aveva dato risposte e le rimaneva solo la fede, ma non era facile trovare un esorcista anglicano e bianco tra gli innumerevoli guaritori neri delle chiese evangeliche di Lagos.

George rientrò a casa con lo sguardo rabbuiato, salutando la famiglia con un filo di voce.
Elisabeth sollevò lo sguardo oltre il monitor. «Che succede, tesoro?»
L’uomo si liberò della cravatta. «Cose di lavoro, purtroppo. Dovrò andare a Benin City di persona, altrimenti il progetto resterà in stallo.»
«Oh! Starai via per molto?» In quel momento sullo schermo si attivò un banner pubblicitario: “Felix Ogbonna, Parrocchia di San Giuda, Diocesi di Benin City, Comunione Anglicana.” Non era bianco, non era a Lagos, ma la donna, sensibile alla coincidenza, si fidò del proprio sesto senso e cliccò sul link.
George sospirò. «Giusto il tempo di ottenere i permessi. In fondo si tratta solo di quattro alberi, non vogliamo mica radere al suolo l’intera foresta pluviale!»
Margaret si mise a singhiozzare; scese dal divano e abbracciò il padre stringendolo forte e piangendo a dirotto. Lui provò a consolarla, accarezzandola e sussurrandole parole d’affetto.
Elisabeth continuava a spostare lo sguardo dal parroco di San Giuda a suo marito. «E se andassimo tutti a Benin City? Approfittando delle vacanze di Pasqua.»
George scosse la testa. «Beh, è una città molto pericolosa…»
La ragazzina sembrava inconsolabile ed Elisabeth colse l’attimo. «Ma un cambiamento d’aria potrebbe far bene a Margaret, no?»
L’uomo cercò il viso di sua figlia. «Ehi: vuoi davvero che stiamo insieme per le vacanze?»
Margaret tirò su con il naso e si asciugò gli occhi con il dorso della mano. Poi annuì.
George mostrò un’espressione più accomodante. «Va bene, allora. La scorta per una persona o per tre in fondo non cambia. Promettetemi che starete attente e non farete di testa vostra.»
Margaret si baciò gli indici e si segnò il petto.
Elisabeth disse: «Promesso!» Ma teneva le dita incrociate come faceva da bambina quando nascondeva una bugia.
Lo schermo dell’iPad abbandonato sul divano si accese e rivelò il fermo immagine di alcuni bulldozer intenti a sradicare alberi al limite della foresta pluviale.

L’hotel Blue Nights a Benin City era l’unico palazzo a perdita d’occhio. Dalla terrazza dell’attico Elisabeth vedeva un panorama molto diverso da quello di Victoria Island: solo baracche e case a uno o due piani, quasi tutte con il tetto in lamiera; preoccupata, si chiedeva se avesse preso la decisione giusta.
Margaret guardava dalla parte opposta: la foresta pluviale sembrava così vicina, quasi da poterla toccare. A separarle, solo le ultime case della metropoli e una spianata polverosa, forse il cantiere che tanto preoccupava il padre. Poco distante, tra gli alberi spuntò un pick-up che rivelò l’esistenza di una strada in terra battuta; nel cassone c’era della gente. La ragazzina seguì con curiosità il mezzo che, dopo aver affrontato un’ampia curva, si avvicinava sempre più in direzione del sole che stava tramontando. Si fermò proprio nella via su cui si affacciava l’albergo e scoprì che le persone trasportate erano ragazzini e ragazzine come lei.
Cenarono al lume di candela. I black-out erano comuni a Benin City e quella sera non fece eccezione. Elisabeth si lamentò perché aveva l’iPhone da ricaricare. George era rassegnato perché conosceva la situazione.
Margaret, attraverso il silenzio degli oggetti tecnologici, percepì qualcosa che le riempì con delicatezza il cuore per poi riversarsi in tutto il corpo, un’energia che sembrava provenire da una direzione precisa: la foresta pluviale.

Al mattino fecero colazione presto. Il grande cancello dell’hotel era aperto per i fornitori e Margaret si lasciò incantare da ciò che succedeva fuori dalla recinzione. Alcuni ragazzini giocavano a rincorrersi nel cortile dall’altra parte della strada; i maschi indossavano solo dei calzoncini, le femmine avevano anche una fascia per coprire il petto. Quei semplici top erano colorati con fantasie vivaci, così diversi dagli indumenti in tinta unita che usava lei e che le sembrarono all’improvviso anonimi. Prima che il cancello si richiudesse, arrivò il pick-up che aveva visto la sera precedente e caricò tutti i ragazzini nel cassone. Immaginò che ripartisse in direzione della foresta pluviale e sorrise.
Elisabeth aveva detto a George che sarebbero andate in centro a fare le turiste e di non preoccuparsi; invece all’autista diede un indirizzo preciso, ma non sapeva dove fosse in realtà.
Margaret ascoltò sorridendo il suono delle parole pronunciate al telefono dal giovane nella lingua locale, senza capire che stava chiedendo informazioni a qualche suo amico su dove si trovasse la loro destinazione.
Elisabeth era nervosa; più si avvicinava alla parrocchia di San Giuda e più le saliva il dubbio di avere sbagliato a fidarsi del suo sesto senso.
Il sorriso di Margaret si spense quando raggiunsero il quartiere, dove non era rimasta nemmeno più una palma ma solo spiazzi polverosi.
La donna si spaventò quando le uniche strade che percorrevano erano in terra battuta e le abitazioni erano baracche scrostate. «Dove ci stai portando?»
L’autista si guardò intorno in cerca dei pochi riferimenti conosciuti. «Ci siamo quasi.»
La gente del posto osservava con curiosità e sorpresa la grossa auto con la carrozzeria lucida e i vetri oscurati. Sebbene non fossero visibili alle persone, Elisabeth e soprattutto Margaret si sentivano addosso decine di occhi indagatori. La ragazzina si strinse alla madre. Lei l’abbracciò e ripeté all’autista: «Dove ci stai portando?»
Il giovane svoltò in uno spiazzo. «Eccoci. È sicura dell’indirizzo, signora? Qui c’è solo una chiesa.»
La ragazzina vide un cartello di lamiera un po’ arrugginito che recitava: “Parrocchia di San Giuda, tempio anglicano” e in calce seguivano gli orari delle celebrazioni.
La donna guardò la costruzione in muratura, del tutto identica alle altre intorno a parte la riverniciatura di fresco e la croce in evidenza. «Va bene. È il posto giusto.»
L’autista si fermò il più vicino possibile all’ingresso.
Elisabeth scese, cercando di non incrociare lo sguardo con coloro che iniziavano ad affollare lo spiazzo. Margaret la seguì, standole appiccicata addosso.
L’autista urlò qualcosa nella lingua locale, ottenendo l’effetto voluto di disperdere la folla.
Due giovani donne si affrettarono ad accogliere con riverenza le visitatrici, prima che mettessero piede nel tempio. Una indicò il cesto all’ingresso: «Un’offerta per la Grazia di Dio!»
Elisabeth lasciò cadere un generoso mazzo di banconote, subito preso in custodia dall’altra giovane.
Richiamato in fretta dalla clamorosa visita, Felix Ogbonna, il parroco di San Giuda, entrò di corsa invocando la Trinità e alcune benedizioni sulle visitatrici. Assomigliava abbastanza a una versione più anziana della foto nel banner pubblicitario. «Cosa posso fare, umile servitore di Cristo, per queste anime del suo gregge?»
Margaret tremava aggrappata al braccio della madre.
Elisabeth ne percepiva la paura; per un attimo pensò a una possessione e che il demonio avesse terrore dell’esorcista. Scacciò il pensiero e parlò con voce risoluta. «Chiedo una benedizione per mia figlia.»
Ogbonna sorrise. «Che bellezza. Ma è già sbocciato questo fiorellino? Ha troppi pensieri impuri per la testa?» Avvicinò la mano e l’accarezzò.
Margaret socchiuse gli occhi ma non si ritrasse, nonostante la repulsione per il gesto.
Elisabeth si riscosse. Il suo sesto senso questa volta aveva sbagliato di brutto. Amareggiata e in colpa per aver trascinato la figlia in quel posto indecente, si congedò senza indugio, lodando Gesù Cristo e facendo il segno della croce, subito imitata dalla figlia.
Le visitatrici uscirono a passo veloce dal tempio. Ogbonna non tentò nemmeno di fermarle. Chiese: «Quanto hanno offerto?»
«Duecentomila naira,» rispose la giovane custode.
Il parroco sollevò le spalle mezzo soddisfatto e fece un rapido segno di benedizione verso l’ingresso ormai sgombro.
Risalita in macchina con la figlia, Elisabeth ordinò all’autista: «Andiamo via!»
Il giovane mise in moto, impassibile. «Dove la porto, signora?»
La donna, esausta, aveva urgente bisogno di conforto. «C’è una cattedrale in questa città?»
L’autista annuì. «Sì, signora; c’è San Matteo in centro.»
Margaret sentì la madre confermare la destinazione; poi ricominciò a sorridere appena rivide la prima palma.

«Margaret!»
Era come un sospiro dentro la testa, alimentato dall’energia che sentiva fluire attraverso il cuore e che poi si spandeva in tutto il corpo.
«Margaret!»
Aprì gli occhi. Era sorpresa, quasi spaventata ma nello stesso momento rassicurata dalla dolcezza del sussurro. Un brivido percorse ogni centimetro della sua pelle. Percepiva una sensazione di benessere e di vitalità; provò a non alzarsi ma era impossibile rimanere a letto.
Dalla finestra del bagno filtravano le prime luci dell’alba. Alcuni venditori ambulanti spingevano i loro carretti per la strada, diretti ai mercati vicini. Nel cortile di fronte all’hotel non c’era ancora nessuno, ma presto si sarebbe riempito di voci giocose.
Margaret si lavò con cura, cercando di fare poco rumore. Un sacchetto di tela attirava la sua attenzione: di fronte a San Matteo c’era una bancarella di abiti da ragazzina e aveva tanto insistito con sua madre che alla fine l’aveva accontentata, comprandole un top a fascia e dei calzoncini abbinati con fantasie intrecciate di arancio e marrone. Li indossò soddisfatta e uscì dalla suite in silenzio.
Fece una rapida colazione in piedi e poi attraversò il cancello aperto; guardò a destra e sinistra più volte prima di passare la strada, infine si fece coraggio e raggiunse il cortile dove si stavano raccogliendo i ragazzini.
I primi ad arrivare furono due maschi, che dissero qualcosa e ridacchiarono.
«Ehi, voi! Parlate educato.» La guardia del corpo aveva la consegna di non interferire con le faccende dei bianchi, ma vigilare su di loro senza farsi troppo notare. Si era rivolto ai ragazzini in pidgin, perché capisse anche Margaret, e si defilò di nuovo.
Il cuore della ragazzina batteva forte per l’emozione, ma la paura si trasformò presto in felicità quando fu coinvolta nei loro giochi. Rideva spensierata come non le capitava di fare da tanto tempo.
«Per il Sangue di Cristo, Margaret!» Elisabeth era scesa in vestaglia, convinta di trovare la figlia nella hall intenta a guardare qualche video sull’iPad. Invece si era trovata di fronte a una scena inaspettata e non aveva esitato ad attraversare la strada di corsa.
«Come ti è saltato in mente di venire qui mezza nuda in mezzo a…» Selvaggi. Stava per pronunciare la parola ma per la prima volta si sentì in colpa anche solo per averlo pensato. «… sconosciuti?»
I ragazzini si davano delle gomitate, sorridendo e scambiandosi delle battute sottovoce. Margaret iniziò a sbattere gli occhi per ricacciare le lacrime.
Arrivò il pick-up e tutti scavalcarono le sponde per salire nel cassone.
Margaret indicò il veicolo.
Elisabeth fu categorica. «Non se ne parla nemmeno!»
Si sentì un coro di «Ciao!» mentre il pick-up ripartiva per raggiungere la foresta pluviale. Margaret ricambiò agitando la mano, mentre le lacrime iniziarono a rigarle le guance.

George si era preparato per incontrare qualche personalità e aveva fatto colazione nella suite. Per tutto il tempo aveva sentito la figlia chiusa in camera a singhiozzare. «Cos’ha Margaret?»
«Cose che passano.» Elisabeth era ambigua di proposito quando non voleva spiegare gli sbalzi d’umore della figlia. L’effetto di quella risposta era l’immediato disinteresse alla questione da parte del marito.
«Oggi incontrerò la persona giusta per ottenere il via libera alla spianata, augurami buona fortuna!» George protese le labbra per ricevere un bacio dalla moglie, che puntualmente arrivò. «Pranzerò fuori di sicuro e spero di tornare con buone notizie.»
Margaret fece scattare la maniglia e, con gli occhi congestionati, si avvicinò al padre con le mani giunte e scuotendo la testa.
George la guardò dispiaciuto, poi tornò a parlare con la moglie.
Resasi conto di non essere considerata, la ragazzina si inginocchiò.
L’uomo si abbassò al livello degli occhi della figlia. «Ehi! Sta’ tranquilla che andrà tutto bene, ok? Tornerò stasera.»
Ci fu un black-out e il silenzio riempì la suite. Il cuore di Margaret era sconfortato, ma un alito di vento le accarezzò il petto, rassicurandola.
George si alzò, salutò la famiglia e uscì.
Margaret tornò a chiudersi in camera.
Elisabeth si ritrovò da sola con sé stessa e i suoi sensi di colpa. Aprì la porta della suite e chiese alla guardia del corpo: «Dove andavano quei ragazzini?»
Il giovane rispose sicuro: «Nel villaggio, a lavorare nelle piantagioni della foresta pluviale, signora.»
La donna fu presa da un senso di compassione. «Ma sono così piccoli, non è giusto!»
La guardia alzò le spalle. «Tante cose non sono giuste, signora.»
La corrente tornò e il televisore si riaccese all’improvviso sul notiziario in inglese. Elisabeth fu scossa da un brivido. Rientrò per recuperare il telecomando e spegnere.
«Al diavolo!» disse tra sé. Lei e la figlia avevano tutta la giornata davanti da passare insieme ed era decisa a sfruttarla fino in fondo. Si affacciò di nuovo. «Quant’è lontano il villaggio?»
Il giovane la guardò stupito. «Ci sono tanti villaggi nella foresta pluviale, signora.»
Ordinò risoluta: «Allora portaci al più vicino in quella direzione.»
Margaret uscì di corsa dalla camera e abbracciò forte la madre.

Una volta accertato che il giovane era solo di scorta e non c’erano altri uomini tra i visitatori, Elisabeth e Margaret furono affidate dall’anziano capo villaggio alle cure della sacerdotessa.
Amadin era una donna di settant’anni ma lo stesso parlava fluentemente il pidgin. La ragazzina le consegnò sorridendo il pollo che avevano portato come regalo, su consiglio della giovane guardia del corpo.
«Grazie, piccola donna.»
Margaret chinò la testa. La madre disse: «Prego» al posto suo.
Amadin si sedette e protese le braccia verso la ragazzina. «Non parli, piccola donna?»
Margaret scosse lentamente la testa. Si avvicinò alla sacerdotessa e si lasciò prendere le mani.
Amadin le strinse tra le proprie. «Tu hai ricevuto dal tempo una nuova voce, piccola donna. Accetta questo dono come parte di te. Non puoi impedire a un fiore di sbocciare se gli dai luce e acqua.»
Il battito del cuore accelerò e la ragazzina si sentì arrossire. Scosse di nuovo la testa, più nervosamente.
La sacerdotessa le lasciò le mani e Margaret uscì di corsa dalla capanna. Sentì un alito di vento andare verso sud-ovest e lo inseguì, inoltrandosi poco più di una ventina di metri nella foresta pluviale. La brezza pungente le pizzicava la pelle della schiena.
Elisabeth la chiamò nel momento in cui si era già fermata da sola. La vide accovacciarsi e appoggiare la testa a una palma.
Amadin piano piano raggiunse la donna. «Tua figlia è legata alla foresta pluviale.»
Elisabeth osservava la scena da poco lontano. «Penso di sì. Non perde un documentario e guarda anche tutti i film; però non mi aspettavo questo.»
Margaret cinse il tronco con un braccio, come se fosse un vecchio amico.
La sacerdotessa iniziò a danzare con passi tagliati, cantando invocazioni agli spiriti della foresta nella lingua locale.
Margaret non capiva le parole ma fu raggiunta da tutta la loro energia, che entrava dal cuore e si spandeva in tutto il corpo. Si sentì scavare dentro, alla ricerca di qualcosa che le vibrava nel profondo, un desiderio nascosto che era più grande di lei. Chiuse gli occhi, inspirò profondamente ed espirò con un gemito. Sentì come una bolla di calore uscire dalla bocca e muoversi nella direzione del vento secco che le accarezzava la schiena. Qualunque cosa avesse trattenuto dentro di sé per tutto quel tempo adesso era finalmente libera.
Elisabeth la raggiunse di corsa e trasalì: l’eco del desiderio della figlia, pure se non espresso a parole, riverberava ancora tra le palme come se fosse stato urlato.
Margaret tremava. Guardò negli occhi la madre e tirò fuori la nuova voce da ragazza. «Non… non dirlo a papà!»
Elisabeth era felicemente incredula e si lasciò uscire un «Oh, Dio!» Poi, rendendo grazie solo tra sé, abbracciò la figlia e aggiunse: «Tranquilla, resterà tra noi due.»

George rientrò alla suite piuttosto contrariato e salutò la famiglia con un filo di voce.
Elisabeth aveva già intuito. «Un altro buco nell’acqua?»
L’uomo si liberò dalla cravatta. «No, questa volta era la persona giusta. Ma mi ha detto che l’aria a Benin City è cambiata e il progetto non si farà più.»
Margaret sorrise senza farsi notare. Gli alberi erano salvi e non sarebbe stata la sua famiglia a ferire la foresta pluviale.
La donna disse, incrociando le dita di nascosto: «Quindi torniamo a Lagos?»
George scosse la testa. «No. Domani faccio un sopralluogo all’area e vedo se si può realizzare qualcosa più in piccolo. Spero che non ti dispiaccia.»
Elisabeth sollevò le spalle. «A posto così, ci piace molto fare le turiste. Ah, domani andremo a visitare una piantagione, faremo colazione presto.»
Margaret, felice, fece l’occhiolino alla madre; non vedeva l’ora di rivedere i suoi nuovi amici e di stare con loro in mezzo alla foresta pluviale.

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Messaggio Da Molli Redigano Dom Mar 03, 2024 12:59 am

Posso dire che il finale m'ha un po' deluso? Deluso nella misura in cui penso - ma ovviamente è soltanto la mia impressione - che il riacquisto della parola da parte di Margaret dovesse essere il passaggio finale. O meglio, doveva essere il legame definitivo tra la giovane e la foresta pluviale. Insomma, forse Elisabeth e George ci sarebbero tornati a Lagos, ma Margaret no. Forse è così anche se l'Autore non ce lo dice.

Il racconto è scritto benissimo, testo curato nei minimi dettagli. 

Anche la trama è ben costruita e coerente con l'ambiente descritto (sono solo al primo racconto ma ho la sensazione che a 'sto giro molti Autori hanno giocato d'immaginazione per rientrare nei temi proposti). Tra i personaggi, sono sincero, ho preferito George ed Elisabeth: lui il classico top manager (?) senza scrupoli che pensa alla famiglia solo come ripiego quando purtroppo non lavora (ho percepito chiaramente il suo dissenso quando Elisabeth gli ha proposto le "vacanze" tutti insieme a Benin City); Elisabeth la classica madre in ansia perenne e moglie asservita al marito. Margaret è di fatto la protagonista ma secondo me è stato detto poco di lei, soprattuto a livello emotivo, meritava più spazio. 

Un passaggio a mio avviso poco chiaro l'ho trovato all'inizio, quando il narratore ci dice che Elisabeth le ha provate tutte con la scienza per risolvere il problema della figlia e che quindi le è rimasta solo la fede. Parla di un esorcista, quindi una possessione demoniaca, il che sarebbe stato anche interessante come sviluppo del malessere di Margaret, ma tutto viene poi abbandonato tra la parrocchia di San Giuda (io mai mi sarei fidato per via del nome) e la cattedrale dove l'Autore non ci ha portato in quel di Benin City. Peccato, perché secondo me era una buona idea che avrebbe dato più spessore al racconto come resa finale.

Comunque, direi che ho cominciato molto bene.

Grazie

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Messaggio Da Albemasia Dom Mar 03, 2024 3:53 pm

Mi piace l'incipit costruito in medias res. Cattura subito l'attenzione del lettore e lo cala dentro la storia.
I personaggi sono ben caratterizzati, anche se Margaret  risulta un po' "sfuggente" ad una prima inquadratura e probabilmente il suo mutismo selettivo - su cui si fonda un po' tutto il brano - non aiuta a darle una personalità di spicco. Almeno questa è stata la mia percezione.
La scelta dell'ambientazione è originale e si percepisce l'Africa nelle descrizioni.
Il testo è scritto molto bene, lo stile e la forma sono accurati, i dialoghi sono molto credibili e questo è sicuramente un valore aggiunto.
Forse il finale non è all'altezza del resto del brano, che personalmente mi è piaciuto molto per l'originalità della storia e la scorrevolezza della lettura. Complimenti.
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Messaggio Da Petunia Mar Mar 05, 2024 7:45 am

Racconto che ha il grande pregio di una scrittura pulitissima. La narrazione è demandata correttamente al narratore onnisciente come richiesto ed è impreziosita da dialoghi molto freschi.
Le descrizioni dei luoghi e degli abitanti sono vivide e si percepisce l’Africa molto bene.
A livello di storia ci sono altri racconti che mi hanno soddisfatta di più. Non appaiono sufficientemente indagate le motivazioni della perdita della voce di Margaret, non ho capito quale sia il profondo legame con la foresta pluviale. Manca qualcosa che faccia vibrare il personaggio.
Molto meglio gestita la figura del padre. Non mi è piaciuta, anzi l’ho trovata sgradevole e gratuita, la parte della visita al sacerdote.
Avrei speso quelle battute per dare più respiro alla parte conclusiva che mi ha lasciata un po’ così… La storia ha un potenziale che non appare espresso fino in fondo. 
Comunque si tratta di un buon lavoro, intendiamoci.
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Messaggio Da Susanna Mar Mar 05, 2024 11:05 pm

Sono molto perplessa su questo racconto: emozionalmente non mi è arrivato nulla, non ho trovato una "storia" che fungesse da filo conduttore e la parte finale è squilibrata rispetto al resto. Alla fine mi sono chiesta quale messaggio si intendesse veicolare, se c’era una morale che non ho colto. C’è una ragazzina che adora la foresta pluviale, ma il narratore onnisciente non ne spiega - come gli sarebbe concesso senza essere bacchettato – le ragioni, cosa della foresta la attrae, mentre ci sono tanti particolari che al lettore non servono (la colazione in piedi, i black out che non hanno poi un peso nel racconto) e distraggono da quella che dovrebbe essere la trama; e il finale, la scena della ragazza che abbraccia l’albero, finisce per non avere il giusto peso. A mio personale parere il racconto andrebbe alleggerito per lasciar spazio al sentire della ragazzina, alle perplessità della madre, a spiegare meglio cosa significa questa ossessione per la foresta. Insomma c’è confusione, un sacco di carne al fuoco, di dettagli che alla fine proprio non servono, distraggono e basta. Poco gradevole la figura del sacerdote.
Le mie note:
Foresta pluviale: quel pluviale ripetuto ogni volta non serve a dare maggior spessore alla trama, e il paletto “foresta” è già centrato di suo. E perché la foresta pluviale e non un altro tipo di foresta? Penso non sarebbe cambiato molto, mancando una spiegazione iniziale.
Ehi: vuoi: qui ci vuole la virgola
Ripeti sempre i nomi delle protagoniste: qualche volta potrebbero essere sostituite da “figlia” e “madre”, senza poter essere confuse con altre protagoniste
Sì, signora; c’è San  - anche qui il ; andrebbe sostituito con una virgola
ci sono molti ; che andrebbero sostituiti con una virgola o con una e

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Messaggio Da Arunachala Ven Mar 08, 2024 5:09 pm

anche questa è una bella storia, per altro scritta molto bene, senza errori.
ottimo il messaggio che porta, questo è innegabile.
ci sono però alcune fasi del racconto che mi lasciano un poco perplesso.
una di queste è il finale, davvero troppo scontato e praticamente superfluo.
un'altra, come già segnalato, è la visita al sacerdote, piuttosto fastidiosa.
ovvio che si tratta di opinioni personali, quindi...
nel complesso è un bel lavoro, comunque.

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Messaggio Da ImaGiraffe Ven Mar 08, 2024 5:46 pm

Voglio essere onesto, per gran parte del racconto mi sono annoiato.
Poi quando la trama si è fatta interessante (quando la ragazza e la madre vanno dalla sacerdotessa) e la mia attenzione è stata catturata del tutto, il racconto è finito.
Ho notato uno squilibrio nella trama, con un inizio troppo prolisso e un finale un po' affrettato. 
Certo, è scritto in modo impeccabile, ma penso che il limite di battute abbia limitato la profondità del racconto. Se ci fossero state più parole a disposizione, il racconto avrebbe potuto esplorare meglio molti aspetti della storia.
Per quanto riguarda la "pancia", il racconto non mi ha trascinato nell'atmosfera africana come mi aspettavo. In realtà, sembrava più una storia urbana e, senza l'indicazione del luogo, avrei pensato potesse accadere ovunque.
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Messaggio Da Resdei Sab Mar 09, 2024 5:03 pm

Mi trovo in difficoltà a commentare, perché non mi vanno giù alcune cose. 
Il racconto è scritto bene, catturi il lettore, ma un paio di cose mi lasciano perplessa. La prima è la religiosità posticcia della madre, che pagando un sacerdote, crede di poter guarire la figlia. Elisabeth mi sembra una figura superficiale e un pò troppo ingenua.
Ancora, non mi ha entusiasmato che nasconda al marito la guarigione della figlia. Sembra non sia la prima volta, quindi ha degli atteggiamenti ambigui. Se l’avesse informato forse lui avrebbe potuto evitare il disastro o non esserne uno dei principali fautori.
Queste sono osservazioni del tutto personali, secondo il mio gusto. 
Ciò non diminuisce il valore del racconto e la sua godibilità.
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Messaggio Da tommybe Sab Mar 09, 2024 9:48 pm

In effetti quel "pluviale" ripetuto a dismisura sembra un'incertezza dell'autore che chiede conferma a se stesso delle origini della foresta. 
Il racconto scorre bene comunque e mi sento pure di giustificare la segretezza della donna sulla guarigione della ragazza, avrà i suoi motivi e le sue convinzioni.
Mi sono piaciuti molto i dialoghi e la figura di Margaret con tutti i suoi problemi molto umani.
Il finale non poteva che essere positivo, lo garantisce l'occhiolino della ragazza alla madre.
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Messaggio Da Gimbo Mar Mar 12, 2024 4:56 pm

Apprezzo la scrittura pulita e accurata, così come la trama ben costruita e l'ambientazione originale in Africa. Tuttavia, la caratterizzazione dei personaggi mi lascia perplesso, in particolare di Margaret, e alcuni dettagli della trama mi appaiono poco chiari o poco approfonditi. C'è uno squilibrio nella narrazione, con un inizio prolisso e un finale affrettato, e alcune scelte narrative non mi convincono completamente, come la figura del sacerdote e la segretezza della madre sulla guarigione della figlia. Ciononostante, riconosco il valore del racconto e la sua capacità di coinvolgermi.
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Messaggio Da gipoviani Mar Mar 12, 2024 5:53 pm

Trovo uno strano contrasto fra la pulizia e l'eleganza di una scrittura adulta e il contenuto troppo semplicistico e quasi infantile.
Il risultato è che la storia risulta algida, fredda, incapace di creare emozioni e empatia.
Si corre un po' il rischio di banalizzare troppo un argomento drammatico come la deforestazione.

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Messaggio Da FedericoChiesa Mer Mar 13, 2024 12:54 am

Il racconto non mi ha coinvolto nè nella scrittura, nè nella trama.
Ci sono dei buchi, a mio avviso.
La visita alla Parrocchia di San Giuda sembra debba essere il centro del racconto; ci si aspetta qualche figura carismatica e finisce nel nulla, il che, viste le premesse dell'incontro, è stato anche meglio.
Penso che andrà meglio alla Cattedrale, ma si perde anche questa.
Vanno al villaggio e così, all'improvviso, spunta una sacerdotessa.
Neanche il finale mi ha convinto.
A rileggerci.
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Messaggio Da Arianna 2016 Mer Mar 13, 2024 1:15 am

Davvero non male.
Il maggior pregio di questo racconto è un’atmosfera sospesa, quasi surreale, un senso di attesa che trova significato nel finale. Il finale però ha qualcosa di non riuscito completamente, anche se non saprei dire esattamente cosa.
La scrittura è complessivamente pulita e corretta.
“quando le uniche strade”: meglio “quando vide che, si accorse che le uniche strade…”
Elisabeth, per essere una donna devota, impreca con molta facilità. Stona un po’.
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Messaggio Da M. Mark o'Knee Mer Mar 13, 2024 4:04 pm

Il racconto è scritto piuttosto bene - il testo è curato e non ci sono errori o imprecisioni lessicali - ma l'impressione è che storia e scrittura facciano a pugni. Oppure che l'accuratezza e la pulizia dello scrivere tentino di fare da schermo al vuoto di una trama che non riesce a decollare.
I personaggi appaiono privi di spessore, specialmente Margaret che dovrebbe essere il fulcro di tutta la vicenda; padre e madre restano a livello di stereotipi e le varie "spalle" (il parroco lascivo, la sacerdotessa piazzata lì come deus ex machina ecc.) vanno poco oltre la comparsata. Unica eccezione, l'autista-guardia del corpo che è invece ben caratterizzato.
Anche il testo risulta sbilanciato, appesantito da svolte narrative che non portano da nessuna parte. Per esempio, la visita alla chiesa di San Giuda e l'incontro con il parroco, che si rivelano errori madornali e forse anche pericolosi; o la digressione sulla cattedrale di San Matteo, della quale si perdono subito le tracce e che solo più avanti si saprà essere servita unicamente per acquistare, al mercatino adiacente, calzoncini e top colorato alla ragazza.
Togliere questi "fronzoli" penso avrebbe lasciato spazio, caratteri ed energia per qualche approfondimento in più e magari per far capire meglio al lettore il legame fra Margaret e la "foresta pluviale", un legame che sembra essere proprio alla base del suo improvviso mutismo. E, a proposito di "foresta pluviale", va bene che repetita iuvant, ma nominarla una quindicina di volte sembra un po' eccessivo.
Insomma, un racconto non molto convincente e che non mi ha coinvolto più di tanto.
Grazie
M.

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Messaggio Da mirella Gio Mar 14, 2024 9:08 am

L’incipit introduce i protagonisti della storia, mostrandoli attraverso i gesti della quotidianità familiare: Margaret  si distende sul divano, si sistema i capelli, accende l’I Pad. Elisabeth inforca gli occhiali, Margaret riguarda le immagini. George rientra a casa, si libera della cravatta.
Il Narratore onnisciente adotta lo show don’t tell in quasi tutte le sequenze narrative, riducendo il tell al minimo. Va bene mostrare ma - direi - con parsimonia, altrimenti viene meno il crescendo narrativo; è difficile trasmettere emozioni se non si fa che mostrare una sequela di azioni.
Inoltre per la maggior parte del racconto le scene si svolgono in casa, a Benin city, in hotel, in chiesa. 
 Fin qui la foresta è apparsa solo sullo schermo dell’I’Pad  di Margaret. Oppure se ne parla, ma molto brevemente, in relazione al lavoro di George.
Alla  scena  finale - secondo me la migliore - che si svolge nel villaggio più vicino alla foresta, viene riservato poco spazio.
Il racconto comunque rispetta il tema del concorso e la forma è esente da refusi ed errori, nondimeno ho fatto fatica a leggerlo e non mi ha coinvolto per alcune incongruenze della trama, già da altri segnalate. In particolare mi ha annoiato una certa monotonia dello stile.

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Messaggio Da caipiroska Gio Mar 14, 2024 12:08 pm

Credo che a questo racconto manchi una cosa fondamentale: la spiritualità.
Si percepisce che la ragazzina abbia qualcosa che la lega alla foresta e agli alberi in particolare, che soffra per la loro assenza. Già, ma perchè?
Il testo è scritto benissimo, senza errori e refusi, eppure questa accuratezza lo rende in un certo senso ingessato, quasi che la troppa cura alle regole grammaticali abbia preso tutta l'attenzione, lasciando poco spazio alla parte emozionale della storia.
Non si partecipa così al travaglio interiore di Margaret, non arriva il perchè del suo blocco nel parlare: sarebbe stato davvero toccante conoscere l'immensità della sua  sensibilità, così imbrigliata nelle emozioni da toglierle il fiato e la parola e poi magari la svolta finale, la consapevolezza di possedere una sorta di dono (e spiegare a cosa possa servire...) che la mette in comunione con la natura circostante.
Invece il testo scorre senza inciampi verso la sua conclusione e a fine lettura sono rimasta un pò delusa da quello che non ho trovato e che invece avrebbe fatto un gran bene anche all'anima del lettore: una sorta di messaggio/consiglio/esortazione sull'ascoltare ciò che ci circonda, ciò che va tutelato e difeso per il nostro benessere o ancora qualcos'altro di più sottile che l'autore poteva nascondere tra le parole per rendere il testo più intimo e profondo e regalargli quel guizzo che purtroppo manca.
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Messaggio Da Giammy Gio Mar 14, 2024 2:49 pm

Concordo con chi ha evidenziato il "buon incipit", però subito dopo leggo "Elisabeth inforcò gli occhiali da quarantenne", che è una informazione strana e secondo me inutile ed equivoca. Ho ricordato un pregio e un difetto per comunicare la mia sofferenza per un racconto interessante ma a cui manca qualcosa. Purtroppo, anche il messaggio finale non è chiaro, sembra riflettere la personalità di Elisabeth.
Per concludere il mio commento, credo sia un discreto lavoro ma non convincente.
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Messaggio Da vivonic Sab Mar 16, 2024 12:50 pm

Ciao, Autore.
Io mi fido molto di chi scrive, finché ha una coerenza, e quindi non mi metto a discutere sulle informazioni che decidi di darmi e su quelle che decidi di non darmi; soprattutto, ripeto, finché resti coerente e tutto può essere funzionale.
Veniamo a san Giuda e alla cattedrale: non è proprio possibile che tu abbia deciso di rifilarci questi passaggi senza uno scopo preciso.
Ti confesso che, a prima lettura, mi sono chiesto perché cavolo mai non avessi dato più spazio alle scene (anche perché avevi l'occasione di caratterizzare alla grande i personaggi), ma nel giro di queste settimane credo di aver capito perché. Bisogna anche seguire il ritmo che l'autore ci offre, mentre leggiamo.
Una scrittura perfetta, poi, è un'ottima alleata per godere appieno della trama, con un messaggio anche molto forte.
Credo che la maggior complicità che tu richiedi ai tuoi lettori con questo testo sia spirituale, e spesso non abbiamo il tempo o la predisposizione per concederla. Io ci ho provato e devo dirti che mi hai ripagato bene, perché è uno dei racconti che mi è rimasto più impresso e che mi ha fatto veramente vedere i posti.
Non ti sei soffermato su san Giuda perché quello è lo spazio che merita nel racconto e quello è il ritmo con cui io lettore devo entrarci e uscire; stessa cosa per la cattedrale, per la sacerdotessa, per il finale e per qualsiasi parte del tuo racconto.
Se ci si fida di te, il tuo racconto piace davvero tanto.
Se penso a come lo avrei scritto io o come avrei voluto leggerlo, il tuo racconto sa di occasione sprecata.
Io mi fido di te e dico che rientra sicuramente nella parte alta della mia classifica.
Grazie di avermi portato con te in giro per un po', Autore.

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Un giorno tornerò, e avrò le idee più chiare.
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Messaggio Da CARLA EBLI Dom Mar 17, 2024 8:13 am

Un racconto che non mi entusiasma molto, soprattutto per il finale che sembra, oltre ad essere scontato, un atto frettoloso di mettere il punto finale.
Alcuni parti si potevano anche non scrivere in modo da dare più spazio per approfondirne delle altre.
Un bel racconto, ma troppo pacato.

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Messaggio Da Claudio Bezzi Dom Mar 17, 2024 11:56 am

Favola lineare e politicamente corretta che appare un po’ esile con finale frettoloso. La scrittura è buona ma l’eccessiva periodizzazione (sintassi sfranta), in certi punti in particolare, diventa un pochino pesante. Alcuni inserti aiutano a dare spessore a personaggi e trama, come il prete anglicano, ma forse occorreva indugiare un pochino di più sui personaggi, rendendoli meno stereotipati. Una domanda: cosa sono i “Passi tagliati”? Ho cercato anche su Google senza successo.

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Messaggio Da paluca66 Dom Mar 17, 2024 9:57 pm

Cominciamo dalla scrittura, davvero ottima sotto tutti i punti di vista, senza refusi e scorrettezze di nessun genere: lo apprezzo molto!
Il racconto sembra abbastanza semplice, scorre via senza grossi sussulti, arrivando a un lieto fine forse prevedibile ma non per questo non apprezzabile; ho dato un’occhiata ai caratteri, 17.938 e questo spiega, credo, il perché il finale stesso mi sia apparso un po’ troppo affrettato.
Avevo pensato non avessi più molto da dire e invece avevi semplicemente terminato i caratteri a disposizione.
Il racconto, in definitiva, pur con qualche difetto e qualche particolare sistemabile e migliorabile, mi è piaciuto e credo meriti una revisione fuori dal contest per dargli una maggiore struttura e una forza comunicativa con più spessore.
All’interno del contest, anche grazie alla forza della scrittura, lo candido a entrare nella mia cinquina.
A proposito, stavo dimenticando, Margaret è un personaggio bellissimo!

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Messaggio Da Achillu Mar Mar 19, 2024 6:41 pm

Ciao, Penna.

Questo racconto mi prende personalmente per diversi motivi che non c'entrano nulla con la storia né con il modo in cui l'hai raccontata, e questo mi rende difficile trovarne i difetti che pure ci sono. Per esempio, io avrei calcato di più la mano sul razzismo interiorizzato di Elisabeth e anche la foresta pluviale forse non è presente a sufficienza.
A proposito, ti ringrazio per aver ripetuto "foresta pluviale" senza mai lasciare la foresta da sola senza pluviale. Il tutto l'hai messo in un contesto molto variegato, con molto "show" che mi ha permesso di essere sempre lì sulla scena, hai mostrato diverse anime di Benin City e della Nigeria. Ecco, nella storia mi è mancata un po' Lagos, ma tutto sommato è un bel racconto di formazione in cui ci sono almeno due personaggi che evolvono, forse anche tre (ci metto anche George).

Grazie e alla prossima.

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Messaggio Da SuperGric Sab Mar 23, 2024 2:10 pm

Un racconto interessante, pieno di dettagli anche non utili all’avanzamento della narrazione ma che lasciano intendere l’articolata psicologia dei protagonisti. Sicuramente la più complessa e interessante è Elisabeth, distante dal marito al punto da tenergli nascoste le sue intenzioni e a cui non racconta nulla della figlia e delle vicende accadute nella foresta, con una religiosità contorta che la spinge a cercare in qualche improbabile predicatore e nella cattedrale la soluzione per i problemi di Margaret.
George, padre distante e tutto preso dal suo business anche se a suo modo amorevole, che però un po’ se ne frega dei problemi della figlia.
E poi Margaret che ha perso la voce, così si intuisce, per la distruzione della foresta che suo padre sta cercando di portare avanti. Bello il legame tra madre e figlia. 
Si intuisce la sottotraccia razzista dei due adulti, che invece Margaret rifiuta cercando il gioco e i colori dei ragazzini locali. Poi la magia della foresta le fa ritrovare la voce, fa avvicinare Elisabeth alla gente del posto e impedisce a George di distruggere parte della foresta pluviale. Almeno, così ho letto io il racconto. 
L’incipit mi è piaciuto poco, troppo spiattellato lì il problema di mutismo di Margaret. Meglio il finale a mio giudizio.
Una nota: ho sempre sentito dire che Lagos è forse la città più pericolosa al mondo, mi ha fatto impressione sentire considerazioni sulla pericolosità ancora maggiore di Benin City.
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Messaggio Da Byron.RN Dom Mar 24, 2024 12:07 am

Mi dispiace essere così netto, però il racconto non mi ha proprio preso.
Tutto scorre senza catturarmi e senza sorprendermi, tanto da avvertire quasi la mancanza di una trama, anche se in realtà è evidente che ci sia.
Forse è perché non sono riuscito ad affezionarmi ai personaggi, troppo persi in loro stessi e nelle proprie preoccupazioni.
L'unica che riesce a distinguersi un pò è Margaret, ma non basta a risollevare le sorti di un racconto che fa fatica a decollare.
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Messaggio Da Fante Scelto Mer Mar 27, 2024 1:42 pm

Il racconto mi aveva generato grandi aspettative dalle battute iniziali, nonostante le difficoltà a capire dove fossimo veramente (su questo ci torno tra poco). Poi, lo svolgimento mi ha lasciato un po' deluso.
Intendiamoci, l'idea c'è, l'ambientazione africana anche, è ben resa, ma è ben resa, mi permetto, da un occhio che Benin City non l'ha mai visitata, perché si "sente". Magari non è così e in Nigeria ci sei stato/a, però l'Africa come l'ho conosciuta io mi ha dato altre sensazioni, altre immagini, tutto un diverso quadro sensoriale che in questa storia e nelle sue "fotografie" non ho trovato. 
Ma non sono mai stato a Benin City e quindi vabbé.

A parte questo, il racconto riesce tutto sommato a dare la sensazione di trovarsi altrove. Non so dove, ma altrove.

Le difficoltà che ho riscontrato sono tutte sulla profondità del testo, come già altri hanno evidenziato. Manca qualcosa in termini di spessore dei personaggi e solidità della trama.
Margaret soffre, poi, della stessa sindrome già vista in altri protagonisti di questo step: l'amore per un pezzo di natura che non è radicato o motivato in maniera solida, ma va preso così com'è, come un'infatuazione improvvisa, che qui addirittura toglie la voce alla ragazza e diventa motivo per una sottile, muta ribellione a due genitori presi dalle rispettive quest personali.
Un tema forte che merita una resa più concreta per non giungere labile.
Ecco quindi che subentra, qui solo accennato, l'elemento "magico", la sacerdotessa tribale, il fantomatico legame forte con la foresta pluviale che, di nuovo, va preso per buono ma del quale non vediamo nulla, a parte la silenziosa infatuazione di Margaret.
Un legame che sfocia in questa benedizione da parte dei nativi, immancabile nel genere, e il lieto fine che si verifica perché sì, senza (apparentemente) un tocco di soprannaturalità. Che avrebbe guastato solo, secondo me.

Al proposito, mi ha fatto sorridere la frase "Non perde un documentario e guarda anche tutti i film." 
Perché mi sono chiesto quanti film possano esistere a tema foresta pluviale , e mi sono venuti in mente più che altro cose come "L'ultima alba" e "Anaconda". Ovviamente non ce la vedo Margaret a guardarsi sparatorie infuocate con Bruce Willis protagonista né serpenti giganti che fagocitano persone, ma tant'è. Lo dico per sdrammatizzare, autore.
Mi rimane il dubbio iniziale.

Mi ha fatto riflettere il commento di Vivonic sulla parte dedicata alla parrocchia. In effetti quel filone occupa una parte notevole del risicato spazio disponibile, senza peraltro avere chissà che peso nella narrazione. Non lo trovo un errore perché sono un fervido avversatore del dogma secondo il quale ogni cosa, in una storia narrativa, deve avere una sua funzione precisa nella trama. Sostengo da sempre che l'autore può benissimo scegliere di mostrare cose che vuol mostrare, specie in un'ambientazione diversa, strana, inusuale, senza che questo debba per forza tornare poi in seguito o avere uno scopo preciso.
Poi questa cosa la si può fare bene o male, ma è tutto un altro discorso.
In effetti mi resta la curiosità di capire se tutto il filone dedicato alla parrocchia ha o aveva uno scopo preciso o è solo un voler mostrare anche il lato negativo della spiritualità. In questo caso, religiosità cristiana negativa in confronto a quella indigena positiva. Un po' banale, nel caso, se posso.

Sullo stile di scrittura non ho molto da dire. E' un po' secco in certi passaggi, molto telegrafico in altri, ma complessivamente si legge bene e non ci sono grandi errori di forma.

Ti segnalo infine un paio di incongruenze di poca entità.
La prima è quella cui accennavo all'inizio. Esordisci parlando di Victoria Island, quindi mi immagino che la scena sia collocata lì, poi invece viene citata la ricerca di un esorcista a Lagos. Questo può creare un po' di confusione, in apertura di racconto, quando personaggi e scena non sono ancora ben delineati nel lettore.
La confusione aumenta solo quando, poco dopo, viene di nuovo menzionata Lagos. Ormai si capisce che siamo lì ma di nuovo il dubbio viene quando, ormai a Benin City, risalta fuori il paragone, parlando di paesaggio, con Victoria Island.
E' fuorviante, anche perché Elizabeth ha già ben visto il panorama di Lagos e di sicuro già percepito la differenza con la sua isola natale. Non è intuitivo che rifaccia lo stesso con Benin City, semmai ci avrei visto un paragone con Lagos. Volendo.

La seconda è quando l'autista le porta alla parrocchia e, arrivati, dice loro "signora, è sicura che l'indirizzo sia questo? Qui c'è solo una chiesa."
Non è logico, anche perché l'indirizzo è riportato paro paro quando Elizabeth legge il volantino online e lei non può aver omesso all'autista che si tratta di una parrocchia, foss'anche solo per aiutarlo a capire dove andare.

Tutto qua.
A rileggerci.
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