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Quintus il Pompeiano (tra ascesa e declino)

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Nella Taverna dell’Abbondanza tre avventori giocano a dadi, parlando del più e del meno. In disparte Licinius li osserva distratto, mentre consuma un pasto frugale.
L’argomento del giorno è la sfida che ci sarà domani all’anfiteatro. Non sarà la solita lotta fra i gladiatori della scuola di Capua. Stavolta ci sarà una sfida diversa, all’ultimo sangue, fra valorosi combattenti romani e i gladiatori. L’attesa è spasmodica e la città si sta riempiendo di gente proveniente da luoghi lontani, desiderosa di assistere allo spettacolo.         
«Vieni, Licinius. Unisciti a noi!»  
Licinius non li degna di uno sguardo.      
«Lascialo stare. Lo sai come sono fatti gli artisti! Hanno sempre la testa occupata dalle loro opere!»
«Già! E le opere di Licinius sono “molto” ingombranti!»        
Tutti scoppiano in una fragorosa risata!  
«Ci credo. Ha usato Quintus, come modello!» Di nuovo scoppiano a ridere.
Licinius alza gli occhi dalla ciotola: «Se avessi usato te, Liburnius, come modello, avrei fatto assai presto e la mie opere sarebbero state molto “meno” ingombranti.» Tutti ridono, eccetto Liburnius.

Ogni artista ha una predilezione per soggetti particolari o un tipo di tecnica in cui si è specializzato. Licinius non fa eccezione. Nessuno è più bravo di lui nella raffigurazione fallica. Non c’è artista in Pompei o nelle zone limitrofe che abbia dipinto più falli priapeschi di lui. Li ha dipinti ovunque: nelle camere da letto, sulle mura dei lupanare, nelle decorazioni delle taverne, alle terme. Non cerca nemmeno più di resistere alla tentazione di inserirli ovunque, seminascosti da altri disegni, da altre raffigurazioni: sono ormai una specie di firma, di attestato di originalità.      

Anni addietro, Licinius aveva conosciuto alle terme il pretoriano Quintus Aurelius Vitellius, quando ancora era nel pieno della sua energia e godeva di ottima salute ed era rimasto turbato nel vedere la dovizia di attributi di cui era dotato. Si era reso conto che il legittimo interessato stesso ne era imbarazzato. Non doveva essere facile portarsi appresso un simile fardello. 
Fino a quel momento aveva creduto che le rappresentazioni di Priapus che aveva visto fossero una pura esagerazione degli artisti per esaltare il dio della fecondità e invece si era trovato di fronte a un’immagine vera, in carne e ossa… (sì, insomma, non so se si dice proprio così… lo dico per farmi capire).         
Da allora quello era diventato il soggetto pittorico preferito. Lo aveva rappresentato nelle pose e nelle funzioni più varie, ma la sua preferenza andava per quella in cui Priapus esponeva la sua mercanzia sulla bilancia, un gesto che gli ricordava quello antico di Brenno nella pesa dell’oro. Se all’epoca ci fosse stato Quintus a controbilanciare, con il suo attributo, la spada di Brenno, non si sa come sarebbe finita la storia…      

Quintus Aurelius Vitellius osservava con gli occhi sgranati tutto l’andirivieni di persone che si agitavano nella sua camera da letto che era diventata da anni il suo rifugio. Non si era più mosso da quella stanza, dopo il grave accidente che gli era incorso durante la campagna militare in Giudea. La coppia di cavalli imbizzarriti che trainavano la sua biga, lo avevano trascinato per una viottola scoscesa. Un’enorme pietra aveva causato il ribaltamento della biga e Quintus Aurelius Vitellius (da ora in poi lo chiamerò semplicemente Quintus per non annoiare), ne era rimasto schiacciato contro il terreno.
Le conseguenze sul fisico erano state insieme tragiche e curiose. Da quel momento non era stato più in grado di muovere un solo arto. Poteva parlare, vedere, muovere leggermente la testa, ma tutte (o quasi tutte) le altre parti del corpo si potevano considerare completamente morte.
I riconoscimenti e gli onori di un eroe di guerra e le ricchezze di famiglia gli avevano consentito di potersi ritirare nella bella villa che sovrastava, in posizione panoramica, la città di Pompei, dominando perfino il grande anfiteatro. Non mancava in casa una nutrita schiera di servi e ancelle che lo accudivano per tutte quelle funzioni di ogni genere che non era più in grado di svolgere.
Se il momento dell’evacuazione mattutina non era certo piacevole per chi doveva provvedere alla pulizia, altrettanto problematica era la funzione urinaria che, imprevedibile come certi temporali estivi, si manifestava ogni volta e più volte al giorno, come una pioggia improvvisa e torrenziale, un getto di fontana incontrollabile che investiva, senza alcun segno premonitore, tutti i presenti.         
Per i servi che lo dovevano accudire era quello il momento più temuto, perché non si trattava propriamente di nettare degli dei. Essi usavano tenere a portata di mano dei teli cerati anche se raramente riuscivano a coprirsi in tempo, tanto era improvvisa e inaspettata quella sorta di esplosione vulcanica. Tutto questo era uno degli effetti collaterali all’incidente di cui: degli altri, dirò in seguito.
   
L’incontro si era ripetuto anni dopo, proprio alla villa di Quintus, dopo il grave accidente avvenuto. Licinius era stato chiamato per abbellire le mura interne che delimitavano il lussureggiante giardino della casa.     
Licinius lo aveva riconosciuto alla prima occhiata, non tanto per i tratti somatici, ma perché aveva intravisto, nella penombra della camera da letto, un corpo supino e, nel bel mezzo del letto, aveva visto ergersi imponente una protuberanza coperta da un telo di cotone che lo aveva subito fatto pensare ai contorni minacciosi del Vesuvio, sotto al quale covavano le fiamme. Si sa, un artista è tale anche per questo!          
Proprio in occasione di quei primi incontri era venuto a conoscenza di alcuni dettagli dell’incidente, di cui aveva solo sentito vociferare in città. A seguito del fatto accaduto in Giudea, per uno strano fenomeno, tutta l’energia che si era dissolta dalle membra ormai inerti di Quintus, si era concentrata in quella particolare parte del corpo che da quel momento non aveva più conosciuto la posizione di riposo. Le stesse dimensioni, già considerevoli, ne erano risultate accresciute a dismisura. Ciò che, per altri, avrebbe potuto essere considerata una fortuna, non era per Quintus che un ulteriore accanimento del fato.   
Inizialmente si era pensato a un fenomeno transitorio, passeggero, ma il perdurare (mi si perdoni il verbo che non è allusivo) nel tempo, aveva costretto i familiari a fare disperati tentativi per rimediare all’inconveniente.   
Si era provato con bagni alternati di acqua calda e fredda, ma niente. Nemmeno le percosse e la fustigazione del membro avevano sortito alcun effetto. La moglie Domiziana aveva fatto qualche timido tentativo di fiaccarlo, ma si era arresa ben presto perché qualunque pratica era comunque impegnativa, sfibrante e priva di effetti concreti.
Si pensò allora di ricorrere alle abituali frequentatrici dei lupanare, la cui esperienza era innegabile, ma la maggior parte di esse si erano ritirate di fronte alla vista di un simile monumento, rinunciando a tutti i lauti compensi che erano stati loro offerti.        
Quella camera da letto aveva assistito, più recentemente, perfino a un dotto consulto di esperti in arti divinatorie e propiziatorie, guidato dal prestigioso Brusaferrus. I saggi avevano affermato che altro non fosse se non una vendetta da parte del divino Priapus che, irritato per la minaccia al suo primato, aveva deciso di punire il povero Quintus.           
Dopo molti tentativi, fatti da pozioni magiche, preghiere al divino e altri riti sinistri, si erano dovuti arrendere alla loro impotenza: dopo complicati calcoli pitagorici, avevano sentenziato che niente era possibile fare se non auspicare che un certo valore, che chiamavano Rt (Rigor transeat) scendesse al di sotto del numero I. Con tutta evidenza, niente però era sceso. 
Gli esperti lo avevano comunque incoraggiato assicurandogli che, dai calcoli e dalle interrogazioni alle divinità, prevedevano che nel giro di qualche mese le sue pene (forse sarebbe meglio dire “sofferenze”) sarebbero comunque terminate.    
               
 
Licinius aveva iniziato il lavoro per cui era stato chiamato. Le mura da adornare circondavano tre lati del giardino, mentre il quarto era quello più panoramico: una sorta di terrazzo che si affacciava sulla città e sull’anfiteatro. L’artista aveva deciso che quelle mura avrebbero dovuto essere una continuazione del giardino. Era riuscito con grande maestria, a far sì che le sue rappresentazioni costituissero un unico armonico con le piante rigogliose e i fiori dai mille colori che già abbellivano il giardino. Chi si trovava seduto al centro di quello spazio aperto poteva avere la sensazione che questo si estendesse all’infinito, tanta era la somiglianza con il reale delle opere dell’artista.        
Un osservatore attento avrebbe tuttavia distinto fra i rami nodosi degli alberi dipinti, alcune rappresentazioni falliche di enormi proporzioni che Licinius aveva dedicato al suo illustre committente.

Nella lunga frequentazione della casa, Licinius, si era reso conto che quella camera in cui il fato aveva condannato Quintus a trascorrere gli ultimi anni di vita, sarebbe stata per lui una vera a propria prigione.           
Facendo ricorso all’ingegno e alle sue doti che non erano solo pittoriche, aveva avuto l’idea di progettare una camera mobile che consentisse al padrone di casa di trasferirsi abbastanza agevolmente in giardino e nello stesso tempo, soddisfare un’altra sua grande passione.    
L’unico forte desiderio che era rimasto a Quintus in quella vita meschina, era poter assistere ai giochi che si svolgevano nell’anfiteatro. Quando le condizioni fisiche ancora glielo permettevano e quando non era lontano per ragioni di servizio, non aveva mai perso una delle lotte dei gladiatori che venivano organizzate periodicamente a Pompei.     
Licinius aveva capito, parlando con il povero Quintus, che l’unico suo desiderio rimasto era proprio quello: assistere alle sfide dei gladiatori che per lui erano da sempre l’unica vera passione. Avrebbe potuto farsi portare direttamente all’anfiteatro, ma sapeva che ormai la notizia della sua “disgrazia” si era diffusa in città e non avrebbe potuto sopportare l’onta dello scherno.                  
Licinius aveva pensato allora di unire con assi di legno due bighe leggere che si fronteggiavano dai lati aperti. Aveva così creato un letto dotato di ruote che, all’occorrenza, potesse essere trasferito con una certa facilità in fondo al giardino, dove c’era quella vista stupenda, nel punto in cui si poteva assistere, in zona ombreggiata e da posizione privilegiata, agli spettacoli che si svolgevano nel sottostante anfiteatro. Era una specie di tribuna d’onore.

Alla prima prova all’aperto del suo nuovo giaciglio, Quintus si era subito reso conto che quella presenza che svettava dal basso ventre gli impediva ogni vista del campo d’azione. Così Licinius aveva dovuto costruire un marchingegno basato su leve che sollevavano il letto dalla parte della testa, fino al punto che lo sguardo potesse travalicare l’ostacolo, senza altri impicci. Quindi si era ritrovato così in posizione quasi eretta. La mancanza di resistenza muscolare al peso del corpo sulle gambe veniva ovviata imbracando Quintus al letto con robuste cinghie di cuoio.
 
 
A.D. V ID. QVINT. DCCCXXXII  A.U.C.  (*) 

È proprio in quella condizione che Quintus, dal limitare del giardino si accinge ad assistere allo spettacolo del secolo, affiancato dai familiari e dal fedele Licinius, diventato ormai di famiglia,
Sì, perché quella è una sfida che non si è mai vista prima. Da un lato undici combattenti scelti dopo una lunga selezione fra tutte le legioni romane, dall’altra undici schiavi provenienti dalla provincia germanica, allenati per i duelli a morte presso la scuola di Capua.
Quintus ha conosciuto durante la sua vita militare molti dei valorosi che hanno accettato di sfidare i gladiatori. Ci sono Paulus Ruber, Claudius Gratiosus, Scirejus, Altobellus, Antonius Cabrinus, Fulvius Collovatus, Marcus Tardellus e altri eroi. Nella schiera opposta, quella degli schiavi germanici, i più noti sono Stielikus, Rummeniggus, Brieghelus, Schumacherus, imbattibile quest’ultimo con la rete, oltre agli altri, tutti di grande valore.        
Negli occhi di Quintus brilla una strana luce che non si vede da anni. L’attesa di quella sfida sembra averlo riconciliato con la vita.
Gli incontri sono previsti a coppie, secondo un sorteggio con i dadi. Le coppie iniziano ad affrontarsi con un certo equilibrio.      
Il dramma viene sfiorato quando Cabrinus sta per trafiggere con il suo gladio Schumacherus che ormai giace a terra e pare ormai vinto. Quintus, con gli occhi sbarrati, aspetta il colpo decisivo, pronto a esplodere in un grido liberatorio. Tutti trattengono il fiato, così come gli spettatori nell’anfiteatro.           
Improvvisamente avviene l’imprevedibile: Schumacherus, con un colpo d’astuzia, riesce ad avvolgere nella sua rete il povero Cabrinus e lo fa cadere al suolo. Schumacherus si avventa su di lui, trafiggendolo con il tridente.          
Un mormorio di delusione pervade l’anfiteatro. Nemmeno un suono esce dalla bocca di Quintus, ma la sua delusione si esprime nell’unico altro modo possibile. Dopo anni di impertinente tracotanza, quel suo curioso accessorio mostra per la prima volta, un segno di cedimento e, per alcuni minuti, l’altura che faceva “pendant” (mi si perdoni il francesismo, ma mi è sembrato un termine insostituibile per la situazione) con il Vesuvio che si staglia all’orizzonte, si acquatta docile e mansueto come un cagnolino ai piedi del padrone.
L’effetto tuttavia è temporaneo perché, subito dopo, Paulus Ruber, abbatte senza pietà Schumacherus e le successive vittorie, sugli ultimi germanici rimasti, da parte di Tardellus e di Altobellus, riportano lo scomodo compagno di Quintus alla sua abituale irreversibile imponenza.
A nulla vale la vittoria temporanea di Breitnerus, l’ultimo rimasto della compagine avversaria.
La folla è entusiasta, così come Quintus e tutti gli altri che assistono insieme a lui in giardino. Anche Licinius, preso dall’entusiasmo per la vittoria, afferra un labaro con le insegne di Roma e lo lega all’unica asta disponibile nei pressi, quella sorta di obelisco egizio che è un tutt’uno con il suo mecenate. Il vessillo con la lupa, i gemelli e la scritta S.P.Q.R. si dispiega al vento nell’ovazione generale del pubblico dell’anfiteatro. Anche il Vesuvio sembra partecipare alla festa, con un piccolo sbuffo di fumo.
 
“Superquark” 11 luglio 2025 h.21.30
“Pompei ci regala sempre nuove sorprese. Durante gli scavi nella zona ancora inesplorata è stata fatta una scoperta straordinaria. Sono stati ritrovati i resti di un letto di foggia inusuale, munito di ruote e finemente decorato con motivi fallici. Fu realizzato con la congiunzione di due bighe. A quello che ci risulta sembra il primo esempio nella storia, di letto mobile. Gli esperti ritengono che sia stato utilizzato l’ultima volta per trasportare un infermo intrasportabile, durante l’eruzione del 79 d.C., con l’intento di metterlo in salvo.
La cosa più sconcertante è stata però la scoperta del corpo di un uomo nelle immediate prossimità del letto. Il calco in gesso ha mostrato l’esistenza di una protuberanza, si… insomma… un’appendice al basso ventre di notevoli dimensioni, che è stata attribuita a un troncone di un “pilum”, una sorta di lancia in uso nelle armate di Roma, con cui presumibilmente l’uomo era stato trafitto a morte. L’anatomo-patologo che fa parte dell’equipe di esperti non è convinto di questa interpretazione. Sono in corso esami più approfonditi.”     

    
(*) 11 Luglio 79 d.C.

Akimizu

Akimizu
Padawan
Padawan
Ahahah, certo, l'umorismo fallico ha sempre il suo perché. Mi sono divertito molto, ti ringrazio autore. Qualche cosa più riuscita, qualcosa meno, nel complesso una prova convincente. Parrebbe umorismo facile, ma non scadere nella volgarità è difficile. Non mi soffermo sulla trama, mi perdonerai penso, sulla costruzione del racconto ti potrei consigliare di tagliare un po' i primi paragrafi, perché hanno una funzione solo introduttiva e li ho trovati troppo ingombranti. Paletti rispettati alla perfezione. Ci sono però diverse imprecisioni, soprattutto di punteggiatura, ho notato anche soggetto e predicato divisi da una virgola. C'è anche qualche refuso, niente di grave. Usi "Taverna dell'abbondanza", peccato veniale, i nomi dei locali a Pompei sono stati imposti dagli archeologi moderni. Altro peccatuccio, l'infodump iniziale di quando introduci la sfida tra romani e gladiatori, avresti potuto usare duecento modi alternativi per parlare con il lettore. A proposito, un elogio al tuo parlare direttamente col lettore, perché anche se l'ho sempre trovato un espediente narrativo non elegantissimo, tu sei riuscito a non renderlo stucchevole.
In definitiva una prova molto divertente, che se fosse stata curata di più dal punto di vista formale sarebbe stata perfetta

Antonio Borghesi

Antonio Borghesi
Padawan
Padawan
Difficilissimo cimentarsi con un umorismo così a volte fallace (l'ho fatto pure io in un racconto che vinse un premio virtuale: La minestra erotica) e quindi se ti lodo m'imbrodo e mi loderò ancor più avendo inventato (cit dal mio "Justae Nuptiae") la lettiga inclinabile per restare sempre dritta anche in salita. Quindi siamo fratelli e come tale ho apprezzato moltissimo il tuo umore. Mi ha fatto sorridere quel Brusaferrus e poi anche la descrizione della partita. Tutto veramente ottimo. Non facile quindi bravo.

Petunia

Petunia
Moderatore
Moderatore
Bel racconto umoristico. Qui non ci sono dubbi.
Un umorismo “garbato” che pur servendosi di uno dei più classici escamotage per far scaturire la risata, lo fa con eleganza senza scadere nel “pecoreccio”.
Mi sono divertita a leggere, quindi penso che anche l’autore si sia divertito da matti a scrivere, dunque la missione è riuscita.
Ho trovato grande fantasia nell’incastrare alla perfezione tutti i paletti richiesti dallo step. La parte che mi ha convinta un po’ meno è la “latinizzazione” dei nomi dei combattenti però, considerato il tipo di genere, ci può stare. Diciamo che hai messo un ulteriore carico a una situazione che era già carica.
Comunque a livello di testi umoristici, per me questo è uno dei più riusciti. Complimenti autor@


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Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due. (George Orwell)

Fante Scelto

Fante Scelto
Padawan
Padawan
Molto simpatico e con un tipo di umorismo che, pur andando sul tema sessuale, lo fa con discrezione e senza finire nella facile volgarità.
Hai un buono stile per raccontare le cose in maniera user-friendly, per cui lo scritto si lascia leggere bene e senza intoppi.
C'è qualche punto in cui il ritmo rallenta e c'è qualche frase non strutturata bene benissimo, ma ci si può passare sopra.
La prima parte del racconto andrebbe un po' snellita, perché ho impiegato parecchio prima di capire che eravamo nel mondo dell'humour.

Arianna 2016

Arianna 2016
Padawan
Padawan
Ho letto con piacere il tuo racconto, autore. È scritto in modo corretto, scivola bene, è gradevole.
La costruzione, la disposizione della materia è chiara, non crea intoppi narrativi o logici.
Inoltre, sei riuscito a trattare un certo tipo di argomento senza scivolare nella volgarità.
Lasciare tutti i nomi in latino, anche quelli dei non combattenti,  immagino risponda a un’esigenza di coerenza umoristica, dato che i nomi dei gladiatori, nella forma italiana, avrebbero perso la loro forza comica.
La forma è buona e corretta. Ti segnalo:
- “la dovizia di attributi”= significa che Quintus ne ha tanti, mentre invece io immagino che il numero sia regolare, siano invece le dimensioni ad essere notevoli.
“andava per quella”= andava a quella
- “collaterali all’incidente di cui: degli altri”= “di cui” è monco, manca qualcosa per completare l’espressione; al posto dei due punti, occorre il punto e virgola o al massimo il punto fermo.
- penso che il plurale di lupanare sia “lupanari”
 
Paletti: ci sono camera da letto, giardino, pittore, 79 d.C. (anche se, ai fini narrativi, una data diversa non avrebbe cambiato niente).
 
Per quanto riguarda il genere, l’argomento del racconto, di per sé, è umoristico, ma il tono no, o almeno non suona così a me, nei primi tre quarti della narrazione. Invece il tono si sintonizza sul contenuto dall’inizio della partita in poi.
 
Nel complesso, un buon lavoro.

mirella


Padawan
Padawan
Racconto ironico, ben strutturato e gustosissimo. Nonostante l’argomento, mai volgare.
Ti segnalo un relativo superfluo: “di cui degli altri dirò in seguito”
“Lupanare”: sostantivo maschile singolare. Plurale: i lupanari.
La nota finale andrebbe in spoiler. Una prova ben riuscita .

Susanna

Susanna
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
Racconto fresco e simpatico, forse non proprio umoristico ma comico sì, e regala una lettura divertente.
I paletti sono stati rispettati ed è stata una bella trovata quella di trasferire una partita di calcio in uno scontro tra gladiatori: inevitabile dover declinare al latino i nomi dei giocatori, escamotage riuscito senza esagerazioni.
Il comico e anche l’umoristico tal volta spaziano sulle allusioni sessuali ed è un attimo finire sul trash, qui l’aut* è riuscito ad evitarlo, mantenendosi sul formale. Non impossibile gestire un borderline banale ma ci vuole polso per arrivare alla fine di un racconto in cui le allusioni sono numerose.
Forse l’inizio andrebbe sintetizzato (ad es. sulle fasi post incidente, alleggerendo un po’ si porterebbe il lettore a comprendere comunque una situazione oltremodo delicata) per dare il giusto spazio alla parte umoristica.
Lo so, a volte il numero dei caratteri non basterebbe (e sfrondare è doloroso), e quando si rimane sotto si ha sempre il timore di non aver scritto abbastanza, che il corto sminuisca il lavoro fatto (e allungando il brodo, lo stesso perde di sapore)
… e godeva di ottima salute (,) ed era rimasto…  ho provato ad inserire la virgola e la frase si legge meglio
Viottola - di Manzoniana rimembranza (Google le sa tutte, mi ha anche ricordato la data di prima attestazione del lemma in secolo XIV)
l’incontro si era ripetuto…proprio nella villa lo avrei messo alla fine della frase
le frequentatrici dei lupanari mi ricorda molto un passaggio de Il Padrino
le frasi fra parentesi sono simpatiche, non spiegano nulla di particolare ma anche a me pace ogni tanto scambiare una battuta con il lettore o comunque occhieggiare dalle righe: con la dovuta dose in un racconto che vuol divertire non disturba.
In conclusione paletti rispettati e racconto che merita; anche il titolo fa pendant con le allusioni goderecce, geniale.

p.s. ho scoperto Wikipedia in latino! Ma voi lo sapevate già. Potevate dirlo però!


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"Quindi sappiatelo, e consideratemi pure presuntuoso, ma io non scrivo per voi. Scrivo per me e, al limite, per un'altra persona che può capire. Spero di conoscerla un giorno… G. Laquaniti"

Ospite


Ospite
Letto con gusto e divertimento, specialmente la prima parte del racconto. La comicità demenziale non appare subito e per un attimo ho temuto volgarità a catinelle. Ma così non è stato e il garbo dell'autore, che riconoscerei pure a occhi chiusi, mi ha conquistato e fatto sorridere. Ho ancora parecchie sedie libere, siediti, autore.

ImaGiraffe

ImaGiraffe
Padawan
Padawan
Ciao Aut*

Ho rivalutato molto il tuo testo dopo la prima lettura. la prima volta che l'ho letto mi son detto "battute sul fallo? anche no!" Poi però ho iniziato a rifletterci nei giorni seguenti e la situazione è cambiata. 
Non dico si sia capovolta ma quantomeno per me è migliorata. 
Parto con un pregio. Sei innegabilmente innovativo, quasi geniale. la trovata della lettiga reclinata ma sopratutto la chiusura in cui inserisci il riferimento a superquark 2025 è veramente brillante. acquista ancor più valore se unita alla ricostruzione di una partita del mondiale 1982 con dei gladiatori. Tutto dannatamente assurdo.
Però poi purtroppo quelle battute sul fallo rimangono. Sono tante. tanti piccoli ammiccamenti che non mi hanno convolto. 
Io la penso diversamente da i miei compagni commentatori. Nel senso che avrei preferito di gran lunga una battuta sola sul fallo (io non mi scandalizzo e mi sarebbe piaciuta anche se volgarissima) piuttosto che dieci battute edulcorate. 
altro punto i nomi latinizzati, purtroppo non mi sono piaciuti. 
 
Detto questo mi congedo, so che non te la prenderai perché percepisco un animo scanzonato e goliardico quindi spero di leggerti presto.

Molli Redigano

Molli Redigano
Padawan
Padawan
Non dico niente di nuovo: il livello umoristico del racconto è mantenuto in maniera efficace. Un umorismo simpatico, non invadente che, per contro, non scade mai nel volgare. Di invadente ho trovato invece le incursioni dell'aut. Ora, era già chiaro, visto il registro utilizzato, di come l'aut si rivolgesse direttamente al lettore. Per me bastava così, senza le precisazioni che si sono volute dare rendendo esplicito, appunto, l'intervento di chi racconta. Attenzione, non voglio dire che c'è un "disturbo", ma qualcosa di superfluo a mio parere, come per esempio, tra l'altro già segnalato, la prima parte del racconto ricca di informazioni "extra" che l'aut ha voluto dare ma che non cambiano il corso degli eventi.
Mi è piaciuta molto l'idea di far convergere idealmente, attraverso le sfide dei gladiatori, i due momenti storici proposti da questo step. L'ho trovata un'invenzione originale. Se tra i paletti, la "fusione storica" (passatemi il termine), l'ho trovata preponderante, ho trovato meno incisivo, nell'economia del racconto, il disegnatore, personaggio un po' all'ombra di Quintus. Insomma all'ombra del suo...
Stessa cosa per la camera da letto: l'ho trovata meno protagonista rispetto al giardino della villa che affaccia sull'anfiteatro.
Un esempio di ripetizione che ho trovato:
"L’incontro si era ripetuto anni dopo, proprio alla villa di Quintus, dopo il grave accidente avvenuto."

Il mio suggerimento:

"L'incontro si era ripetuto anni dopo il grave incidente, proprio alla villa del guerriero Quintus."

Un esempio di periodo che sistemerei leggermente:

"È proprio in quella condizione che Quintus, dal limitare del giardino si accinge ad assistere allo spettacolo del secolo, affiancato dai familiari e dal fedele Licinius, diventato ormai di famiglia,"


Il mio suggerimento:


"Dal limitare del giardino, è proprio in quella condizione che Quintus si accinge ad assistere allo spettacolo del secolo, affiancato dai familiari e dal fedele Licinius, diventato ormai di famiglia."

Buon lavoro.


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Branzagot senz'onma.

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digitoergosum

digitoergosum
Padawan
Padawan
Ciao aut*. Mi hai fatto sorridere, e in un punto anche ridere di gusto.

Le pulci:

* Pur essendo scritto bene, ci sono alcune frasi avulse e non ben scritte, e ho pensato che siano state aggiunte di fretta prima che scadesse il termine di spedizione dei racconti. 

* il plurale di lupanare (mi hai fatto venire un dubbio e ho guardato i dizionari in internet) è lupanari. 

* Si arriva un po' troppo in la col racconto per capire che è umoristico, o forse comico. Nel merito (umoristico o comico) sono indeciso.

* I paletti non li trovo rispettati pienamente. Nella camera da letto non succede "propriamente" qualcosa, il mero fatto che lui trascorra li tutta la vita da infermo (ma fino a quando non sarà inventata la spassosa doppia biga) non ci racconta veramente un fatto importante avvenuto li dentro. 

Piacevolezza di lettura:

C'è voluto un po' per capire dove volevi andare a parare, e fino a quel po' ero perplesso. Poi il racconto si è aperto e mi sono proprio divertito a leggerlo. La contestualizzazione storica è molto buona. Ho trovato divertenti le intromissioni del narratore. Quando ho cominciato a leggere la formazione "dell'Italia" e dei barbari ho cominciato a ridere di gusto, e nel mentre che te lo sto scrivendo continuo a ridere. Piero e Alberto Angela mi sa che saranno in difficoltà a raccontare la scoperta della statua tra quattro anni. Affari loro. Grazie (e continuo a ridere)

Susanna

Susanna
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
Ho riletto diversi racconti, quelli su cui avevo qualche perplessità da prima/seconda lettura, non tanto per aggiustare il tiro, il giudizio quello rimarrà, ma per vedere quel qualcosa che magari era sfuggito.
Riletto: ho focalizzato maggiormente su quello su cui varrebbe la pena di operare un deciso sfoltimento: le dimensioni del fallo del protagonista. I ripetuti passaggi sull'argomento portano quasi al grottesco. Ne bastavano un paio, i più significativi, il concetto è chiarissimo. Ritendo che se si vuol lavorare sull'umoristico, il lettore lo devi tenere legato, e qui ci sta anche di ridimensionare i riferimenti storici. Io che leggo qualcosa che mi vorrebbe far ridere o sorridere, vorrei continuare la corsa fino alla fine, non imbattermi in informazioni senza dubbio interessnti, ma che mi fanno perdere il filo.


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"Quindi sappiatelo, e consideratemi pure presuntuoso, ma io non scrivo per voi. Scrivo per me e, al limite, per un'altra persona che può capire. Spero di conoscerla un giorno… G. Laquaniti"

Petunia

Petunia
Moderatore
Moderatore
Ciao autor

Considerata la mia (enorme) e peraltro ingiustificata ignoranza, mi sono andata a cercare il significato di di priapesco e confermo che il tuo racconto mi fa “schiantare”
(Come si dice dalle mie parti).


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Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due. (George Orwell)

Danilo Nucci

Danilo Nucci
Padawan
Padawan
Arrivo quasi in fondo alle mie letture e vedo che  già stato scritto quasi tutto da chi mi ha preceduto.
Immagino che ti sia divertito abbastanza a scriverlo.
La lettura mi ha ricordato una mia esperienza infantile. Nella mia prima visita a Pompei, all'età di 10-11 anni con i genitori, l'affresco che rappresentava Priapo era nascosto in una teca sotto chiave che veniva aperta, dietro pagamento di un obolo, alla vista dei soli maggiorenni. Ma eravamo a inizio degli anni '60 e quello era un altro mondo.
Un suggerimento per un'eventuale futura stesura: il protagonista si potrebbe chiamare Quintus Siffredus.

Yoghi69


Viandante
Viandante
Racconto simpatico e divertente che, nonostante il tema, riesce a non essere volgare. La prima parte, come detto da altri, poteva essere snellita e qualche battuta fallica poteva essere evitata. Alcune idee mi son proprio piaciute (lo scontro tra gladiatori). Avrei evitato anche il continuo rivolgersi al lettore. Paletti nel complesso rispettati (anche se l'anno poteva essere esplicitato in qualche modo). Brav* a non cadere in fallo su un argomento così!

SisypheMalheureux

SisypheMalheureux
Padawan
Padawan
Il tuo forse è uno dei pochi racconti nel quale il genere umoristico viene pienamente rispettato.
Del resto, con un argomento come il priapismo, non poteva essere altrimenti. Sei stato molto bravo autore (penso che tu sia un uomo) a non scadere troppo nel volgare o nel grottesco. Geniale l'idea di un immaginario ritrovamento e di Super Quark ma il passaggio che più ho apprezzato è stato questo: "dopo complicati calcoli pitagorici, avevano sentenziato che niente era possibile fare se non auspicare che un certo valore, che chiamavano Rt (Rigor transeat) scendesse al di sotto del numero I." Ecco, qui mi hai fatto proprio ridere di gusto, a dispetto della pandemia.
Non ho trovato neanche particolari refusi o discordanze nei tempi verbali, è un testo ben curato.
Un'ottima prova, complimenti.

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
Bene autore ha realizzato un racconto divertente che con tutti quei quei paletti, non era cosa facile.
Scorre in maniera tra il buffo e il malizioso come alcune commedie antiche, senza mai essere triviale. 
Ottima la rappresentazione dell'epoca pompeiana. I falli erano spesso rappresentati a quel tempo, come la forza indiscussa di un popolo che amava il piacere.   
Piaciuto anche il riferimento alla partita e l'espediente del letto con le ruote, ho trovato dinamismo, creatività. 
Ottimo lavoro .

Byron.RN

Byron.RN
Padawan
Padawan
Anche a me nel complesso il racconto è piaciuto.
L'autore ha dato dimostrazione di avere una buona inventiva, messa al servizio di una storia scritta e costruita bene.
Probabilmente i riferimenti fallici sono troppi, soprattutto quando entra in scena Quintus; ne sarebbero bastati due o tre perché alla lunga la ripetizione tende a far svilire ogni trovata.
Un'altra cosa che non mi ha convinto è il riferimento alla pandemia con Brusaferrus eRT , non tanto perché non sia simpatica, ma perché ha interrotto un pò l'immersione della storia, riportandomi ai giorni nostri. Buona la trovata della "partita" nell'anfiteatro, anche se sei riuscito a essere più convincente con la declinazione dei nomi romani rispetto a quelli germanici.
Un'ultima cosa, pur non essendo il protagonista Quintus riesce a tenere nell'ombra, o meglio, in penombra il tuo protagonista Licinius.
In definitiva una lettura valida, molto gradevole, ma sinceramente mi manca quel qualcosa in più per farmela considerare irresistibile.

paluca66

paluca66
Padawan
Padawan
Comincio con i paletti.
Abbiamo la camera da letto dove il povero Quintus è costretto a vivere; c'è la Pompei del 79 d.c. e ce lo fa chiaramente capire il superquark alla fine; c'è il disegnatore e c'è il giardino; infine c'è decisamente il racconto umoristico.
Provo a smontare anche quelli che sembrano i difetti, come la lunga introduzione che porta al vero lato umoristico: senza quella introduzione il resto del racconto non avrebbe avuto lo stesso senso compiuto.
I riferimenti "fallici" sono ben contenuti, mai volgari e funzionali al racconto ad ogni loro richiamo.
Gli ammiccamenti tra parentesi al lettore sono molto simpatici e accentuano il lato umoristico del racconto.
Ho trovato davvero simpatica l'idea della sfida Italia-Germania trasportata nella Pompei del 79, avrei provato a fare un ulteriore sforzo di fantasia sui nomi latinizzati (Paolo Ruber è fantastico!) che alla fine diventano un po' eccessivi.
Peccato solo per alcune "sviste" nella scrittura che con una rilettura attenta avresti potuto evitare:

 avrei fatto assai presto e la mie opere sarebbero state molto “meno” ingombranti.»
sarebbe stata per lui una vera a propria prigione.
La coppia di cavalli imbizzarriti che trainavano la sua biga, lo avevano trascinato per una viottola scoscesa.
La coppia di cavalli... lo aveva trascinato
ma la maggior parte di esse si erano ritirate di fronte 
la maggior parte di esse si era ritirata

gdiluna

gdiluna
Younglings
Younglings
Ho davvero ammirato la capacità di trattare il tema fallico senza mai essere volgare, il crescendo della valenza umoristica dove le cose forse più notevoli sono gli incisi dello scrittore. Mi aveva fatto sobbalzare l'annuncio, quasi all'inizio, della improbabile sfida tra romani e gladiatori; poi me ne ero dimenticato lungo lo scorrere del testo. Scoprirne il senso nelle formazioni delle squadre mi ha fatto davvero ridere. Credo che si potrebbe migliorare il testo tagliando qualcosa, suggerirei tutta la parte sulle evacuazioni. In complesso una prova davvero apprezzabile e fin qui il testo umoristico che mi è piaciuto di più.

https://parolemiti.net/

vivonic

vivonic
Admin
Admin
Questo racconto ha il pregio di centrare il genere, secondo molti amici che hanno commentato prima di me.
Io non credo, invece. Sarò franco. 
Se dovessi definire questo racconto, lo inquadrerei senza ombra di dubbio nell'alveo dei racconti comici. Ma l'umoristico è un'altra cosa. 
Purtroppo, i generi di questo step sono stati "liberamente reinterpretati" dai nostri utenti, e a una certa abbiamo dovuto sottostare all'evidenza; però, quantomeno in quanto membro del CdL, sento di avere un dovere morale nel premiare quei pochi, pochissimi racconti che il genere lo hanno centrato pienamente (chiaramente, non parliamo di assoluti oggettivi, quindi il mio discutibilissimo modo di interpretare le cose è purtroppo da considerare).
Non voglio farla troppo lunga con la differenza tra comico e umoristico, anche perché ci sono probabilmente cose che ti interessano di più.

Veniamo a noi. C'è qualche errore di punteggiatura, qualche refusetto ogni tanto, ma niente che davvero interrompa la lettura. Il racconto si divora dall'inizio alla fine e soprattutto si ride di gusto, anche grazie all'espediente dei nomi propri.
I paletti dello step sono rispettati (rectius, gli altri paletti), quindi direi che in questo step il racconto fa la sua bellissima figura.
Per mio gusto personale, non ho apprezzato moltissimo la chiusa del 2025. Però ci stava, se a te piaceva.
Sono anche abbastanza d'accordo con  [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link] quando ti chiede se forse non era meglio una sola battuta, anche volgare, piuttosto che dieci battute, come le definisce lui, edulcorate. Sì, credo di pensarla anch'io così.
Nel complesso, comunque, è uno dei racconti meglio confezionati dello step, e credo che con questo testo potresti toglierti diverse soddisfazioni.
I miei complimenti Smile


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Un giorno tornerò, e avrò le idee più chiare.

CharAznable

CharAznable
Padawan
Padawan
Cara Autrice, caro Autore,

mancava giusto la città di Alessandria per toccare tutti i paletti possibili. :-)
Scherzi a parte, il tuo è sicuramente il racconto più comico dell'intero step. Parte effettivamente un po' ingolfato senza capire dove si voglia andare a parare, poi dopo il racconto dell'incidente di Quintus la strada si fa rapidamente in discesa e il tutto si legge con un sorriso stampato sulle labbra. Ho trovato piacevoli le "interferenze" dell'autore, un po' forzate altre idee anche se da altri commenti ho visto che funzionano.
Nel complesso un buon lavoro.
Complimenti
Grazie.


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I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.

Arunachala

Arunachala
Admin
Admin
nel complesso è divertente, questo racconto.
davvero non era semplice non scadere nel volgare, visto l'argomento, ma devo dire che ci sei riuscito benissimo. complimenti per questo.
la storia in sé è forse un po' lunghetta e andrebbe snellita, soprattutto nella prima pate.
ci sono alcuni refusi e la punteggiatura qualche volta lascia a desiderare, ma tutto sommato niente di grave.
rispettati i paletti.


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L'unico modo per non rimpiangere il passato e non pensare al futuro è vivere il presente

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Non si può toccare l'alba se non si sono percorsi i sentieri della notte.

Kahlil Gibran

miichiiiiiiiiiii

miichiiiiiiiiiii
Younglings
Younglings
Vorrei iniziare subito col titolo: sembra il titolo di un capitolo di storia; chi non ama questa materia, non andrebbe a scegliere mai il tuo racconto.
I paletti sono rispettati anche bene, l'umorismo c'è, ma completamente vado fuori quando leggo "i commenti tuoi personali" tra parentesi, saranno problemi miei, ma non sono tanto d'accordo.
Ti faccio comunque i miei complimenti per come è scritto, penso che non ci siano gravi errori e la punteggiatura è usata molto bene.

Ma la prossima volta pensa davvero a un titolo originale ed eclatante! study

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