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Messaggio Da Different Staff Lun Mag 13, 2024 9:38 pm

Ti confesso che mai e poi mai avrei pensato di raccontare questa storia. È sempre viva nei miei ricordi, anche perché l’ho vissuta da giovane. E la giovinezza non si dimentica e si rimpiange sempre. Perché allora ho deciso di resuscitarla proprio oggi? Non mi guardare così, ho una risposta, chiara e limpida. Ti chiedo di aspettare, un passo alla volta.
Quando i soldati sbarcavano dagli aerei, il loro pallore rifletteva la luce e poteva accecarti. Erano come branchi di ermellini capitati chissà dove, spaesati, senza bussola naturale. Bardati com’erano, tra giacche a vento, anfibi imbottiti e guanti ci mettevano più di qualche minuto a capire che avevano sbagliato destinazione. Gli ufficiali in pastrano, turbati nel loro candore, con una mano sul calcio della pistola e l’altra al fianco si guardavano intorno spaesati; sui loro visi tesi espressioni a metà tra lo stupore e la meraviglia. Più d’uno tra quei soldati imbacuccati deve essersi sentito preso in giro. Mi devi credere: per loro, in nome di una segretezza esasperata, quella è stata veramente una presa in giro.
In ogni caso, né io, né nessuno di quegli uomini infilati nelle divise invernali eravamo abituati a farci troppe domande. Se c’era qualcosa che non quadrava, non avevamo motivo di preoccuparci poiché sapevamo che prima o poi sarebbe andata a posto. Tutto previsto. Non ci si stancava mai di ripetere che tutto era previsto. Tutto aveva un senso, sempre.
A costo di ripetermi, vorrei condividere una sensazione che avevo nei confronti dei soldati appena sbarcati: mi facevano pena perché iniziavano presto a sudare. E nessuno dava loro l’ordine di togliersi quelle uniformi pesanti. D’altronde, anche chi doveva dare ordini non sapeva che fare. E sudava, arso dall’aria calda tropicale, sotto il sole cocente.
Non ce l’avevano fatta quei bastardi yankee a prendere l’isola. Noi ce la siamo presa senza sparare un colpo. Ti prego di non mi guardarmi così. Nessuno pensava che Castro avrebbe accettato la nostra occupazione, ma aveva il dente avvelenato con quei fottuti yankee. La possibilità concreta di averli sotto tiro o quantomeno di scongiurare un loro nuovo tentativo di invasione dell’isola, lo faceva per un verso godere e per l’altro tranquillizzare.
Insomma, penso tu abbia capito di cosa sto parlando. Si stava bene a Cuba. C’erano un sacco di belle ragazze, sigari pregiati, il rhum scorreva a fiumi e la sera si tirava tardi tra balli e scorpacciate di aragoste arrostite. I soldati, che pensavano di essere partiti per qualche esercitazione in Siberia facendo un tragitto più lungo del solito, si erano ritrovati catapultati in un paradiso terrestre. Seppur consci di essere stati ingannati, facevano spallucce ammirando le curve sinuose e in movimento delle giovani mulatte che ballavano seminude sotto i loro occhi. Il rhum faceva tutto il resto.
Sai qual era il bello? Che tutti la pensavamo allo stesso modo. Tutti odiavamo gli yankee e tutti speravamo che prima o poi il gallo avrebbe cantato all’alba di un nuovo giorno. Li avevamo li, a un tiro di schioppo. Facile, facilissimo. Una posizione privilegiata, molto meglio della loro in Turchia o in Italia. Quando ci ricapitava una situazione del genere? Come due giocatori di scacchi seduti uno di fronte all’altro, chi avrebbe fatto la prima mossa? Una gara di sudore e tensione. Eravamo convinti che la prima mossa l’avremmo fatta noi.
Confesso che ci sono rimasto male quando ho appreso dal mio diretto superiore che per il momento la nostra presenza a Cuba doveva essere soltanto un deterrente. Ma come? Abbiamo smosso mari e monti soltanto per deterrenza? Gli ordini sono ordini e non si discutono, però l’amaro in bocca ti rimaneva. Allora buttavi giù rhum per evitare di farti troppe domande scomode. Tutto previsto. A onor del vero, io sapevo. O meglio, sapevo più di altri.
Era già ottobre inoltrato eppure si stava così bene. A volte pensavo se mai ci sarei tornato a casa, magari proprio in ottobre, quando le temperature nella tundra erano già sottozero e la notte polare cullava i miei innocenti sogni di bambino.
Ti dico questo perché i miei sogni, da piccolo, mai mi avevano raccontato o anche soltanto accennato al luogo dove mi trovavo. No sapevo se fosse un bene o un male ma mi stavo affezionando a quella terra tropicale. Qualche volta, nelle notti più tormentate, pensavo addirittura di rimanerci. Perché una volta sconfitti gli yankee, sistemato il mondo e imposto il nuovo ordine, avrei potuto godermi il mio buen retiro all’ombra di quelle palme.
Un giorno iniziò a circolare la voce che quegli sporchi yankee avessero capito tutto. Del resto che ci voleva? Non si saranno certo sorpresi del fatto che Castro avesse dato ospitalità a funzionari russi in missione agricola. Hai ragione, fa ridere. E infatti non c’era niente da ridere perché adesso che gli raccontavamo a quel belloccio di Kennedy? Pare che avesse uno stuolo di persone incazzate e allarmate davanti a lui: capi militari, vertici dei servizi segreti, consiglieri impazienti. Incazzati. O impauriti. Pare inoltre che il presidente guardasse perplesso le foto disposte in ordine sul tavolo dello studio ovale. I suoi aerei spia avevano immortalato, piuttosto chiaramente, le postazioni missilistiche in fase di costruzione sull’isola di Cuba. Insomma, lui aveva un fucile puntato alla testa e noi il culo su una polveriera. Una polveriera nucleare.
In fretta e furia sono stati costruiti una serie di prefabbricati, non troppo lontano dalle rampe di lancio. Gironzolavo tutto il giorno intorno ai soldati del genio che si sbattevano a destra e a manca per ultimare al più presto tutto il corredo necessario a quelle cabine. Viste come possibile obiettivo nel mirino di qualche caccia yankee, potevano tranquillamente sembrare abitazioni comuni. Tuttavia, con un po’ di fantasia, potevano sembrare latrine colme di liquami putrescenti, che in realtà celavano rampe di lancio di missili con testata nucleare. La fantasia è soltanto mia perché i missili c’erano e giacevano sotto gli occhi di tutti, all’ombra delle palme.
In realtà quelle casette di legno sarebbero diventate il centro operativo dal quale comandare le rampe dislocate a distanza nel raggio di qualche centinaio di metri. Ti chiederai, perché me lo chiesi anch’io a suo tempo: allora hanno veramente intenzione di usarli, i missili. Tutto vero, quell’eventualità mi faceva eccitare. In realtà dopo essere stati scoperti dagli aerei spia, la preoccupazione era che anzitutto dovevamo essere in grado di lanciarli, quei missili.
La mia posizione all’interno del KGB non era così altolocata da consentirmi di sapere proprio tutte le informazioni. Per esempio, una volta completato il rustico centro di comando, non ho più visto cosa ci fosse all’interno di ciascuna cabina. Erano tutte uguali, a guardarle da lontano sembravano bruciare sotto il sole.
Mi puoi credere sulla parola, ma un mattino, dopo aver fatto una passeggiata in spiaggia e aver respirato una rigenerante aria marina, mi sono recato alla mia postazione nei pressi del centro di comando. Mi è saltata subito all’occhio e giuro su mia madre che il giorno prima non c’era. Una porta rossa. Proprio così. La porta di una delle cabine era stata verniciata di rosso.
Era evidente che dietro quella porta si celava qualcosa di veramente molto importante, segreto e inaccessibile più del contenuto di tutte le altre baracche messe assieme. Insomma, era inevitabile farsi delle domande. Io come tutti e anche tu lo stai facendo, ne sono certo. Ho chiesto dunque al mio superiore se sapesse cosa ci fosse dietro la porta rossa. Senza mezzi termini mi minacciò di rispedirmi a Mosca in nave. Lo vedevo strano, non era da lui, sembrava aver perso la sua proverbiale calma. Io non risposi alla provocazione, tanto da abbassare addirittura lo sguardo. Accortosi di aver esagerato, m’ha dato una pacca sulla spalla e mi ha promesso che non appena avesse saputo avrebbe informato me e tutti gli altri compagni. Era in buona fede, non ho dubbi.
Come posso dirti, non erano né tempi né momenti facili, soprattutto dopo che i porci americani ci avevano scoperto. Non ti ho detto che in quei momenti nel mio cervello si è innescata un’associazione di idee alquanto stramba ma molto verosimile: missili a Cuba – attacco all’isola – escalation – III guerra mondiale – armi nucleari – distruzione della terra. Niente di tutto questo. Quei maledetti a stelle e strisce si sono limitati a un anonimo blocco navale nel mar dei Caraibi, che non ci ha creato più di tanti problemi a quel punto. Non erano soltanto bastardi gli yankee, ma anche stupidi.
Iniziava a venirmi un po’ di nostalgia di casa. Questo sentimento, con la tensione che premeva addosso a tutti noi, mi aveva fatto dimenticare tutti i bei momenti trascorsi a Cuba prima che il mondo venisse a conoscenza della nostra presenza. Presenza gradita per quel che posso dire, ma che nulla c’entrava con la coltivazione della canna da zucchero.
Il mio lavoro, per essere svolto al meglio, aveva bisogno di completezza delle informazioni. Lo capirebbe anche un bambino. Ancora non sapevo nulla su cosa significasse quella maledetta porta rossa. Un tormento. Volevo soltanto tornare a casa. Al diavolo il rhum, le donne, il sole. Meglio la vodka, le bionde, il freddo.
C’erano dei momenti invece, nei quali avrei voluto spaccare tutto. Pensavo, anzi, mi auguravo, che gli yankee attaccassero al più presto e che il blocco navale fosse in realtà soltanto un diversivo. Che aspettate? Mi chiedevo. Ancora: Cuba – attacco all’isola – escalation – III guerra mondiale – armi nucleari – distruzione della terra. Ma almeno tutto avrebbe avuto più senso. La mia morte, perché ero certo di morire, avrebbe avuto un senso compiuto e definitivo poiché avrei combattuto per una giusta causa, ovvero reagire a un’aggressione.
Quanta fatica. Lo so cosa stai pensando o cosa stai iniziando a pensare. Sono un agente del KGB un po’ anomalo. Non ti preoccupare, non tornerò mai sui miei passi, ma quando sei fuori dai giochi il tuo campo visivo si allarga e quando guardi la tv ridi per non piangere. Fremo, scusa per la digressione, ma non è ancora il momento di dirti perché ti sto raccontando tutto questo.
Ricordo questo giorno perché il cielo era nuvoloso, quindi gli aerei spia americani erano praticamente al buio. Il mio superiore, al briefing mattutino, aveva assegnato alcuni di noi alla scorta di un generale che veniva direttamente da Mosca per visitare l’installazione. Ce lo disse chiaro: la visita aveva lo scopo di accertare che il sito fosse operativo nell’eventualità di un attacco. Il capo ha più volte ribadito in caso di un attacco offensivo.
Abbiamo accolto il generale con picchetto d’onore, tutti i comandanti dei reparti di stanza nel sito gli hanno dato il benvenuto. In pratica non ha considerato né il picchetto né i comandanti, ai quali ha stretto la mano con estremo distacco. Era prevista una colazione di lavoro ma è saltata poiché il generale ha voluto recarsi subito al centro di comando. Ma dove andrà? Mi chiedevo. La risposta non ha tardato ad arrivare: proprio oltre quella porta rossa.
La puerta roja, come direbbero qui, era potenzialmente il varco per l’inferno. Nella stanza c’era una scrivania sgombra, senza nemmeno una sedia. Al centro, un lampeggiante rosso, posto davanti a un piccolo cilindro argentato. Il generale, seguito dai suoi più stretti collaboratori, si è fermato davanti alla scrivania. Sapeva benissimo cosa fare. Ha tirato fuori dalla tasca qualcosa di molto simile a una chiave e l’ha infilata nel cilindro, girandola verso destra. Il lampeggiante si è subito illuminato.
Mi sono chiesto cosa stesse facendo e ho subito guardato il mio superiore che ha incrociato il mio sguardo e ha subito annuito con vari cenni del capo. Nessuno me l’ha mai detto, ma dietro la porta rossa, c’era la stanza più importante del centro di comando della base missilistica. Da quel tugurio umido e infestato di mosche si armavano le testate nucleari. La fine del mondo o qualcosa di molto vicino, se non è chiaro.
Indovina un po’? Il generale non se n’è più andato da Cuba. Era lui ad avere in mano le chiavi per l’inferno, per l’apocalisse nucleare. Inutile raccontare favole, chi avesse usato per primo un’arma nucleare sarebbe stato il colpevole della distruzione del genere umano.
Insomma, come puoi intuire, il mio logoramento era alle stelle. Fisicamente non eravamo in trincea ma era come se lo fossimo, vittime di una guerra di nervi tra superpotenze nucleari. Puoi dirlo forte, desideravo sempre di più una guerra vera.
C’è un altro giorno che ricordo, ed è stato decisivo. Non soltanto per il salvataggio della terra e del genere umano, ma anche a livello personale. L’ordine era chiaro: sbaraccare tutto. Via i missili, via i soldati, via le baracche, compresa quella con la porta rossa. Hai capito bene, tutti a casa. Gli zar s’erano messi d’accordo.
Facile immaginare il mio stato d’animo, intuibile il morale dei soldati, che si sentivano nuovamente presi in giro. Come me del resto. Convinzioni, oneri e onori cancellati con quattro parole dattilografate. Per noi è stato così, un finale repentino. Gli zar non ci avranno dormito per nottate intere. Forse.




Col senno di poi credo che la fine della crisi di Cuba abbia salvato il mondo, inteso come luogo e come umanità. Torniamo al principio, comunque: perché ti ho raccontato tutto questo. Perché i tempi sono cambiati e gli zar anche. Io credo di essere rimasto indietro. Conservo gelosamente, nel mio intimo, le idee che avevo a suo tempo. Non le rinnego, nonostante mi sentissi tradito. Allora avvertivo un pericolo reale, ma giustificato da una serie di motivazioni legate a quel particolare momento storico. Attualmente avverto parimenti un pericolo, che però è ingiustificato oltre che incosciente.
Il mondo ha virato verso una deriva dagli esiti incalcolabili. La concezione della realtà è completamente distorta poiché non esiste più differenza tra propaganda e informazione. In questo modo sono le idee genuine e originali ad averne fatto le spese, poiché frutto di un’evidenza manipolata. Ecco allora che ci troviamo a vivere in un perenne stato di crisi, dove minacce ripetute incombono sull’umanità, ad ogni latitudine della Terra. Non vedo male il ricostituirsi degli schieramenti, aspetto che considero fisiologico, sono gli attori ad essere scarsi sotto ogni punto di vista. Tutto questo dimostra che non abbiamo imparato dal passato, nonostante si continui a tirarlo in ballo.
Ti ringrazio per aver letto questo mio sfogo non richiesto. Sarà l’età, saranno i ricordi, ma ho sentito il bisogno di raccontarlo. Forse ti sarai annoiato, ma a me importa poco e niente. La mia sincerità non è un segreto. Ah, vuoi sapere dove sono? In spiaggia. Stasera aragosta arrostita e rhum.
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Messaggio Da Molli Redigano Mar Mag 14, 2024 12:32 am

Intanto, ci sono due refusi:

"Ti prego di non mi guardarmi così[...]" Un "mi di troppo...

"No sapevo se fosse un bene" Manca una "n" a "No".


Racconto effetto "muro di parole" dato che non c'è spazio tra i paragrafi e nessun dialogo.

Lo sapete tutti che ho un debole per i racconti storici e qui penso di poter collocare il testo dentro questo genere. Una crisi che personamente non ho vissuto, ma della quale ho letto qualche cronaca a tempo perso. Molto difficile paragonare quell'epoca a quella attuale. Detto ciò, come il narratore stesso ammette, il racconto è uno sfogo scaturito da una situazione di tensione vissuta nel passato che è parzialmente adattabile a quella attuale. Dentro al "parzialmente" c'è la tecnolgia che negli anni '60 non c'era, per esempio.

Anche qui, il narratore si rivolge al lettore, direttamente, ma il destinatario del messaggio non è chiaro né siamo sicuri che lo stia ascoltando. Io lo faccio presente perché ritengo sia giusto, certo che se è in gara, dubbi non ce ne sono.

Aragoste sì, rhum anche no. 

Grazie.

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Messaggio Da AurelianoLaLeggera Mar Mag 14, 2024 8:58 am

Bello! L'idea è buona, hai trovato un momento in cui davvero siamo stati in bilico tra salvataggio e distruzione. Scritto bene, si rivolge al lettore, insomma: tema centrato e paletto rispettato!

Segnalo piccole cose:

"nelle notti più tormentate, pensavo addirittura di rimanerci"  Nelle notti più tormentate io avrei più desiderato tornare a casa. 

"Hai ragione, fa ridere. E infatti non c’era niente da ridere"  Forse: Hai ragione, NON fa ridere. E infatti...  altrimenti sembra una contraddizione.

"missili a Cuba – attacco all’isola – escalation – III guerra mondiale – armi nucleari – distruzione della terra. Niente di tutto questo. Quei maledetti a stelle e strisce si sono limitati a un anonimo blocco navale"      è la cosa che mi convince di meno: capisco la tensione del momento ma qui sembra quasi che gli dispiaccia che il mondo non venga distrutto.

"Facile immaginare il mio stato d’animo, intuibile il morale dei soldati, che si sentivano nuovamente presi in giro. Come me del resto." Vedi sopra. Almeno per me non è facile immaginare: "Ma come, potevamo distruggere il mondo e invece tutti a casa come niente fosse? Allora ci prendete in giro?" Io avrei provato più sollievo, forse. Ma questa è una mia considerazione.  

"Perché allora ho deciso di resuscitarla proprio oggi? Non mi guardare così, ho una risposta, chiara e limpida."
"Ti ringrazio per aver letto questo mio sfogo non richiesto."     La prima frase mi ha creato una aspettativa che alla fine è stata un po' delusa. Sembra che ci sia un motivo ben preciso per raccontarla proprio oggi, invece è solo uno sfogo non richiesto



Ovviamente queste sono solo mie considerazioni, il giudizio complessivo è molto positivo.
Grazie

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Messaggio Da Giammy Mar Mag 14, 2024 10:08 am

Bravo autore, l'idea di attingere alla storia per affrontare il tema è particolare e merita un plauso. 
Nel complesso il racconto è scritto bene, a parte qualche fisiologico refuso.
L'assenza di dialoghi non sempre è compensata dal pathos della narrazione. In questo senso un maggiore ritmo avrebbe aiutato. Del resto ci troviamo a Cuba, forse la scrittura riflette lo stile di vita tipico dei suo abitanti.
Grazie autore per questo tuo contributo. Non sono mai stato a Cuba, hai stimolato in me una certa curiosità...
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Messaggio Da Flash Gordon Mar Mag 14, 2024 11:34 am

La situazione iniziale del racconto parte con un flashback mentale.
E l’esordio narrativo nell’incipit inserisce il carattere di alcune reminiscenze di vita trascorsa.
L’autore ci preannuncia che arriveremo alla fine della narrazione attraverso le “peripezie”.
Tutte le unità narrative presentano senza alcun dubbio sequenze narrative e descrittive.
Le riflessioni sono insite in esse e non si riscontrano elementi dialogici.
Il primo segmento narrativo si occupa del tema dello smarrimento: tanto i soldati quanto gli ufficiali sembrano non avere “cognizione”. Il racconto presenta in tutto il suo intreccio una focalizzazione zero, cioè l’autore è onnisciente sa ogni cosa e la spiega al lettore diretto.
In questa situazione l’autore fa un balzo e narra se stesso ponendosi comunque in modo onnisciente nei confronti della fabula che ha una sua ben precisa logica temporale ben delineata e la tecnica usata è l’analessi come detto in principio.
Il tempo della storia o spazio è individuabile dalla fabula è indica senza alcun dubbio avvenimenti intorno al 16 ottobre 1962: “la crisi dei missili a Cuba”.
Il lettore riesce a ricavare spontaneamente , attraverso gli elementi raccolti, il quadro politico e d’esso se ne fa una ben precisa ricostruzione.
Nessuna cima elevata nel modus in cui vengono affrontati gli argomenti, il tutto appare proprio come sottolinea l’autore: un rigurgito di memoria con un singulto che non lascia intendere pentimento ma una morale.
Infatti la struttura narrativa sembra dar velo a quella di una fiaba con insita la sua morale finale.
Alcuni elementi potrebbero stridere e sembrare quasi degli ossimori narrativi tra la prima parte del racconto e la seconda. Si direbbe una specifica tecnica dell’autore per poter inserire la morale stessa dell’intreccio con cui si sviluppa il racconto.
La narrazione fila spedita con un uso di proposizioni non troppo articolate.
Un racconto che vuol dare uno spunto di riflessione anche in luce moderna e avvalorato dalla canuta età che vuol dire saggezza.
Ecco il tema della saggezza è il vero volano di tutto, non le parti contrapposte o gli ideali, ciò che ci trasmette quest’opera è la risoluta saggezza nella saggezza.
Infatti l’autore nel finale gode della saggezza che forse allunga un po’ nel brodo intimo il più ampio concetto di valori universalmente votati al bene dell’umanità.
Birra e salsicce forse son meglio della guerra e allora che sia così al caldo d’un isola…
Un buon lavoro ma dalla curva emozionale abbastanza piatta.

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Messaggio Da Achillu Gio Mag 16, 2024 11:50 am

Ciao, Penna.

Ho notato qualche refuso, ho sbirciato le altre risposte e te li hanno già fatti notare. A parte questo, non ho molto altro da suggerire come "correzioni".
Il personaggio del vecchio soldato narratore mi è piaciuto molto. Ho notato l'evoluzione da "freddo" a "caldo", è vero che fa molto stereotipo però ci sta ed è giustificato dalla narrazione. La scelta di fare un monologo storico secondo me in questo caso è stata ben condotta, di sicuro non mi sarei divertito nello stesso modo se avessi letto gli eventi della crisi dei missili di Cuba su un libro di testo. Mi è piaciuta molto anche la narrazione della mentalità del soldato anni 1960 (ma credo anche di oggi), che tutto sommato non vede la guerra come qualcosa da evitare in modo assoluto ma come un'opportunità. Anche il titolo e l'accento sulla porta rossa aiutano a mantenere alta l'attenzione durante tutta la lettura.

Grazie e alla prossima.

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Messaggio Da Arunachala Ven Mag 17, 2024 11:42 am

un racconto che si discosta dagli altri: è storico e parla del passato, a differenza di quelli letti finora.
pertanto applaudo l'idea.
un po' meno lo svolgimento, sebbene la storia risulti abbastanza coinvolgente.
ho notato pure io alcuni refusi e delle contraddizioni ma, nel complesso, il mio giudizio è positivo.
forse è un po' lungo, ma non stanca.

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Messaggio Da Petunia Sab Mag 18, 2024 7:39 am

Un bel racconto di uno degli episodi più famosi in cui gli uomini hanno rischiato davvero di distruggere il pianeta. Mi è piaciuta tanto l’atmosfera pacata del racconto in contraltare alla tensione che di sicuro l’anziano protagonista deve aver provato all’epoca dei fatti. Rende l’idea dell’azione erosiva del tempo. Restano ricordi ma sono relazionati quasi con distacco. Per contro, considerata la tematica, poteva essere più adrenalinica la scelta di far vivere al lettore le emozioni del giovane soldato e non il diario scritto da una spiaggia assolata e con la pancia piena. È bella la parte descrittiva della vita dei soldati e dell’ambiente visto con gli occhi di chi non è abituato a vivere in un’isola. 
Il fatto che il taglio del racconto sia quello dello “scampato pericolo” toglie un po’ di pathos. È come leggere una storia già spoilerata per cui ci si gode il fatto di averla fatta franca, ma poco resta della sensazione di pericolo. Qui entra in scena la scelta dell’autore che rispetto perché il lavoro è comunque ottimo.
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Messaggio Da FedericoChiesa Sab Mag 18, 2024 1:19 pm

Un buon racconto, che si destreggia bene nella realtà storica ed emerge tra i tanti racconti di apocalissi.
Si viene introdotti con i tempi giusti nel periodo storico.
È scritto bene, forse troppo denso.
L'unico appunto è che lascia alcune aspettative non risolte: perché proprio oggi? Perché si sentono presi in giro?
Complimenti,  un buon lavoro.
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Messaggio Da FedericoChiesa Sab Mag 18, 2024 1:20 pm

Un buon racconto, che si destreggia bene nella realtà storica ed emerge tra i tanti racconti di apocalissi.
Si viene introdotti con i tempi giusti nel periodo storico.
È scritto bene, forse troppo denso.
L'unico appunto è che lascia alcune aspettative non risolte: perché proprio oggi? Perché si sentono presi in giro?
Complimenti,  un buon lavoro.
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Messaggio Da Albemasia Sab Mag 18, 2024 4:32 pm

Il racconto mi è piaciuto per una serie di motivi: la descrizione della psicologia dei soldati, l'atmosfera e l'ambientazione che hanno mantenuto viva la percezione della situazione di Cuba all'epoca dei fatti, la pacatezza della narrazione, nonostante i temi trattati fossero in linea con la tematica della potenziale distruzione dell'umanità, come più volte ribadito nel testo.
Invece il rallentamento della narrazione - soprattutto nella parte centrale - al fine, credo, di creare delle aspettative rimaste poi irrisolte è l'aspetto del racconto che mi è piaciuta di meno.
Resta comunque un buon racconto.
Complimenti.
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Messaggio Da mirella Ieri alle 6:08 am

Uno dei momenti più  critici  della “guerra fredda” è raccontato dal punto di vista di un funzionario del KGB inviato a Cuba al seguito dei soldati impegnati in una missione agricola.
L’installazione  dei missili sovietici a Cuba, mascherata da operazione  agricola, venne attuata con la massima segretezza, le truppe inviate, ignare della vera natura della missione, furono equipaggiate con attrezzature invernali come se fossero state dirette in paesi freddi.
Da qui la sorpresa di trovarsi in un’isola da paradiso terrestre e vedersi impacciati nel muoversi con scarponi e indumenti pesanti.
 
I “soldati appena sbarcati: mi facevano pena perché iniziavano presto a sudare. E nessuno dava loro l’ordine di togliersi quelle uniformi pesanti. D’altronde, anche chi doveva dare ordini non sapeva che fare. E sudava, arso dall’aria calda tropicale, sotto il sole cocente”
 
Il dettaglio mostra come il narratore  ricordi quell’avventura col distacco della distanza, decenni sono trascorsi e molte cose sono venute alla luce dopo la soluzione della crisi, ma chi scrive non vuole approfondire gli aspetti propriamente storici della vicenda, quanto trasmetterci come l’ha vissuta e come ricorda quei giorni.
 
Confesso che ci sono rimasto male quando ho appreso dal mio diretto superiore che per il momento la nostra presenza a Cuba doveva essere soltanto un deterrente. Ma come? “ 
“A onor del vero, io sapevo. O meglio, sapevo più di altri.”
 
 Per forza, venendo dal KGB, qualcosa gli era arrivata pur non essendo un funzionario altolocato, comunque si sparse la voce che gli americani avessero capito. 
Kennedy era allarmato:“I suoi aerei spia avevano immortalato, piuttosto chiaramente, le postazioni missilistiche in fase di costruzione sull’isola di Cuba. Insomma, lui aveva un fucile puntato alla testa e noi il culo su una polveriera. Una polveriera nucleare.”
 
Mi piace molto questa scrittura disinvolta che delinea i momenti cruciali  dell’avventura, coinvolgendo il lettore che, passo dopo passo, apprende della  costruzione dei prefabbricati, dell’arrivo del generale da Mosca,  della puerta roja.
 
“Nessuno me l’ha mai detto, ma dietro la porta rossa, c’era la stanza più importante del centro di comando della base missilistica. Da quel tugurio umido e infestato di mosche si armavano le testate nucleari. La fine del mondo o qualcosa di molto vicino, se non è chiaro.”
 
Già. La guerra di nervi diventa un vero tormento: logoramento tra potenze, ma anche stress personale insostenibile al punto di preferire una guerra vera e propria. Poi arriva l’ordine di sbaraccare tutto.
Un finale inaspettato e improvviso che, al momento paradossalmente, viene percepito dai soldati come una presa in giro.
Piaciuto molto.

mirella
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