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Come un abete rosso nella Taiga

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Messaggio Da Different Staff Lun Mag 13, 2024 9:33 pm

Mi rivolgo a te che stai per leggere questo breve racconto. Sospendi ogni incredulità perché i fatti narrati sono realmente accaduti.
Ci sono uomini che farebbero di tutto pur di lasciare impronte del loro passaggio terreno e non ci riescono, altri che vivono alla giornata senza farsi troppe domande, altri che, al contrario, vorrebbero restare nell’anonimato, ma si trovano loro malgrado, nelle condizioni di essere ricordati dalla Storia come eroi.
Quando si ha la fortuna di nascere in periodi di pace e benessere non si pensa mai a quanto queste condizioni siano fragili. Ora, non vorrei che tu pensassi “ecco, il solito sermone scritto da chi ha la pancia piena e il culo al caldo”. Per questo ti invito a cercare d’immedesimarti in queste righe. Cosa avresti fatto se ti fossi trovato nella stessa situazione?

Ti trovi seduto nella penombra di una stanza buia, gli occhi incollati ai monitor mentre un suono acuto e intermittente ti trapana il cervello arrivando dritto alla tua anima.
Gocce di sudore ti colano sulle palpebre; pungono come aghi infuocati e, nonostante la vista appannata, senti addosso tutto il peso degli sguardi dei tuoi uomini.
Non puoi permetterti di smarrire la strada proprio adesso, non puoi “abbandonare la nave”, tornare a casa e rifugiarti nell’abbraccio di Raisa: sei Stanilslav Petrov, tenente colonnello dell’esercito sovietico, responsabile del centro rilevamento di attacchi nucleari dell’Unione Sovietica in piena guerra fredda.
È il 26 settembre del 1983; solo una ventina di giorni fa hai festeggiato il tuo quarantaquattresimo compleanno. Ti sei guardato allo specchio e non è stato per farti la barba: ti sei visto diverso, i capelli più radi, una spruzzata di neve sulle tempie e i baffi non riescono a nascondere le rughe d’espressione. Non hai un aspetto felice, quelle pieghe non raccontano dolcezze o sorrisi, ma sono perfette per incutere rispetto. Un volto dai lineamenti con un potenziale dolce ma indurito dal mestiere. Certo hai fatto una bella carriera militare, non c’è alcun dubbio. Se solo ripensi a quando avevi dieci anni non puoi credere che lo specchio rifletta proprio la tua immagine; a quell’età non avresti mai pensato che la tua vita prendesse una direzione simile.
Sei stato un bambino tranquillo. Ti piacevano i fiori e la neve, facevi finta di pescare per poter stare accanto a tuo padre qualche ora. Avevi sempre le guance arrossate, il naso che grondava e le mani così intirizzite dal freddo che non riuscivi a stendere le dita per sistemare la lenza. Una volta cresciuto le hai stese per premere il grilletto di non sai più quante armi.
Non eri come tuo fratello: forte, maschio. Lui si arrampicava sugli alberi con l’agilità di un gatto, faceva la lotta coi suoi compagni e, ogni volta che rientrava a casa con qualche livido in più, tua madre lo riempiva di baci e di complimenti.
Quante volte ne avresti voluto uno anche tu di quei baci, ma più lo desideravi e più restavi deluso, ma non è per questo che sei entrato nell’esercito. Non volevi guadagnare così l’affetto di tua madre. È stato tuo padre a scegliere per te e non hai saputo dirgli di no. Hai detto uno dei tanti “sì” della tua vita.
Certo, il sì migliore è stato quello che hai pronunciato a Raisa il giorno del vostro matrimonio. Una creatura così bella, così speciale da non credere che proprio tu potessi meritarti il suo amore.

Al pensiero gli occhi s’inumidiscono e in questo momento non te lo puoi permettere. Serri stretto le palpebre. Lei trova sempre il modo di toglierti dai guai, d’indicarti la strada. Forse anche adesso riesce a percepire il tuo tormento. Non puoi chiamarla, non puoi raccontarle ciò che hai visto, non puoi farle ascoltare il suono insistente dell’allarme.
Forse per la prima volta capisci davvero il senso della parola solitudine, quel momento in cui puoi contare solo su te stesso e sulla buona sorte, ammesso che esista.
Come colonnello Petrov sperare nella fortuna vorrebbe dire allargare le braccia e offrire il petto alla morte, ma, come Stanislav, significherebbe avere una possibilità. E dentro di te lo sai che vale la pena di rischiare anche per una sola opportunità di vittoria.
Pur amando la pace, hai dovuto allenarti a odiare il nemico, a odiare l’America e tutto ciò che la rappresenta. Hai giurato di difendere la Patria fosse pure a costo della distruzione del pianeta.
È stato il sì più amaro che hai pronunciato. Se ci ripensi senti ancora il suo gusto acido salire dallo stomaco e darti la nausea.
Non sei un militare qualsiasi, i tuoi genitori dovrebbero essere almeno un po’ orgogliosi del ruolo che ti hanno assegnato, ma non tua madre. È inutile pensare che sia solo una sciocca fantasia, quando, nei tuoi silenzi, riesci a dialogare con la parte più intima di te, non puoi negare di sentirti deluso dalla sua indifferenza. Sei un uomo sensibile, in fondo. Forse saresti diventato un fottuto poeta se fossi stato capace di dire: “No”. Invece sai essere di ghiaccio quando occorre, hai imparato bene ad adattarti. Come un abete rosso nella Taiga.
Il computer insiste: c’è un missile probabilmente dotato di testata nucleare che sta viaggiando a ventiquattromila chilometri all’ora verso la capitale. Ti chiedi se davvero gli americani abbiano deciso di attaccare con soltanto un’arma. Li hai sempre considerati arroganti, gente che pensa di vincere le guerre e comprarsi la benevolenza degli altri popoli con il denaro. Possibile che non si rendano conto di provocare un disastro che coinvolge tutta la Terra? Non possono essere così pazzi. Più continui a pensarci e più ti convinci che avrebbero ben altre possibilità di “mostrare i loro muscoli”. Deve esserci un’errore.
Ecco cosa farai: chiamerai la base militare Serpukov-15, lì c’è il centro di controllo del sistema Oko, potranno fare delle verifiche. Oko, “l’Occhio”, la costellazione di satelliti spia che hai contribuito a sviluppare… è improbabile che ci sia un malfunzionamento. Ma potrebbe essere possibile… una possibilità per cui vale la pena di spendere qualche minuto. Anche se di minuti non ne hai molti.
A quella velocità, se fosse vero, i missili raggiungerebbero l’obiettivo in meno di mezz’ora e sono già trascorsi più di dieci minuti dalla rilevazione. Dovresti osservare il protocollo e attivare la linea diretta con i comandanti superiori. Certo, ci sarebbe una risposta immediata, missili nucleari verrebbero lanciati senza indugio verso il nemico provocando un’escalation nucleare che porterebbe alla distruzione di tutta l’umanità. Se fosse vero… ma se si trattasse di un errore?
Il sistema sembra funzionare bene, ma per un solo missile nemico non vale la pena provocare una guerra di tale proporzione.
Dirai di non procedere. Tutti devono stare calmi, devono avere fiducia in te o anche se non si fidassero ti devono obbedienza, cazzo.
Hai appena comunicato la tua decisione, che la sirena riprende a diffondere il suo lugubre lamento.
Un altro missile appare sui monitor, seguendo la traccia del precedente. Hai la gola secca, senti le tempie pulsare, ti corrono davanti agli occhi le immagini di Raisa, della bellezza del mare al tramonto, senti il fruscio delle cime degli alberi accarezzati dal vento, lo sciabordio dell’acqua del fiume sui sassi pieni di limo sui quali scivolavi ogni volta. E la mano di tuo padre che si tendeva per evitare di farti trascinare via dalla corrente.
Poi un fischio e un altro missile sul monitor, tre possibili testate nucleari che avanzano per distruggere la tua Patria. Neppure il tempo di pensare che eccone un altro e un altro ancora…
Coraggio, colonnello Petrov, alza quel maledetto telefono e avvisa il Comando Superiore. Non puoi attendere oltre, non puoi davvero permettere che gli americani distruggano il tuo Paese. Hai fatto un giuramento…
I missili continuano la loro folle corsa, mancano pochi minuti all’obiettivo.
Ti avvicini al monitor. Uno, due, tre, quattro, cinque… Solo cinque. Conti mentalmente i danni. La Russia distrutta, e, poco dopo, anche buona parte dell’Asia e dell’Europa. Tu sei morto comunque. Sei un uomo morto che deve prendere una decisione su quanti uomini, donne, bambini, animali, piante, portare con te all’inferno. Se il sistema funziona bene, entro pochi minuti tutto sarà compiuto.
E se, al contrario, darai al tuo governo la possibilità di rispondere all’attacco?
Sarà una questione di giorni, ma tutta l’umanità rischia di essere distrutta da una guerra nucleare totale. Le radiazioni contamineranno tutto il pianeta, presto l’umanità non avrà né acqua né cibo. Veleno, solo veleno per una lenta e dolorosa eutanasia. Fino all’estinzione.
Tu sei già un uomo morto. Se anche riuscissi a salvarti, i tuoi comandanti ti condannerebbero per la decisione presa in ritardo. Puoi ancora evitare che i missili raggiungano l’obiettivo. Hai le dita intirizzite e rigide come quando eri bambino, ma il gelo non è fuori. Il gelo è dentro di te.
Solo cinque missili. L’America non potrebbe mai attaccare con così poche armi.
Dev’esserci un errore. Potrebbe essere un malfunzionamento del sistema non ancora rilevato. Un’opportunità.
I tuoi uomini ti guardano allarmati. Possibile che abbiano per comandante un uomo incapace di prendere una decisione? Li vedi scambiarsi occhiate sospettose. Forse qualcuno di loro pensa già di potersi sostituire a te. Forse farà lui la chiamata prima che sia troppo tardi… magari prenderà il tuo posto e anche un encomio per aver salvato la Patria. Tu, al contrario, finirai i tuoi giorni nel disonore e ti spediranno in qualche angolo sperduto, magari dopo averti torchiato a dovere. Ma la tortura peggiore sarà non rivedere Raisa. Chiudi gli occhi, puoi quasi sentire il calore del suo corpo che ti abbraccia forte. “Coraggio”, sembra sussurrarti, “tu sai cosa fare. Mi fido di te. Ti amo.”
NO!” senti la tua voce uscire dalla profondità del petto con un suono energico, una forza mai sentita prima.
Fermate subito le procedure”, dici ai tuoi uomini. “Non mi fido del sistema, potrebbe esserci un malfunzionamento dei satelliti, li conosco bene. Siamo nei giorni dell’equinozio d’autunno, le radiazioni solari potrebbero aver confuso i segnali e provocato un falso allarme”.
Respiri, le braccia ti cadono lunghe sul corpo. Devi sederti, bere qualcosa. Magari ci fosse qualcosa di forte da stordirti. La lotta è finita, l’allarme continua a fendere l’aria. Pochi minuti ancora e saprai la verità. Se tu credessi in qualche dio potresti pregare, ma ora vuoi solo guardare i tuoi uomini sbigottiti dritto negli occhi.
Le luci intermittenti si placano. Un chiarore tenue e confortante invade il bunker. La sirena cessa il suo lamento, le tracce dei missili spariscono dai monitor. Per qualche istante si ode solo il ronzio benevolo dei generatori.
Il trillo del telefono ti fa trasalire. Alzi la cornetta pronto ad ascoltare la sentenza. È il comandate della base Serpukov-15.
Un falso allarme, tutto risolto. Nessun missile americano in arrivo.
Scoppia fragoroso e potente l’applauso dei tuoi uomini, una lacrima ti riga il volto.
Il tuo primo “no” al Sistema, ha salvato il mondo dalla terza guerra mondiale, ma non ti senti un eroe. Forse hai soltanto dato un’altra chance all’umanità. E per questa opportunità è valsa la pena rischiare anche se sei sicuro di aver fatto incazzare i tuoi comandanti. Non saranno teneri con te. Ma tu sei come un abete rosso nella Taiga. Ti saprai adattare.

Ora che hai letto questa storia, ti ripropongo la domanda iniziale. Cosa avresti fatto? Avresti avuto il coraggio di dire quel “NO”?
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Messaggio Da ceo Mar Mag 14, 2024 4:07 pm

Conoscevo già la vera storia di Petrov, che mi ha sempre molto affascinato, e sono contento che qualcuno ne abbia realizzato un racconto in questa sede. Mi piace lo stile che hai usato, che fa calare il lettore in quello che deve essere stato un momento a dir poco terrorizzante. La narrazione è incalzante e ricca di sfumature, implicazioni morali e pure sentimentali.  Devo dire di non avere nessun appunto da fare. Il racconto ha i tempi giusti, accompagna il lettore alla scelta del protagonista, in un momento in cui “capisci davvero il senso della parola solitudine”. È proprio così, perché ci ho riflettuto molto quando l’ho sentita per la prima volta.
Una curiosità: Petrov quel giorno ha sostituito un collega malato. Questa è la quintessenza, credo, del destino. Bravo/a.

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Messaggio Da Albemasia Mar Mag 14, 2024 7:42 pm

Ottima resa di una storia che ha dell'incredibile. Della serie: davvero la realtà può superare la fantasia!
Tu comunque di fantasia ce ne hai messa, perché una cosa è narrare la storia come è conosciuta e un'altra è calarsi nei panni del personaggio e rendere il pathos che si può immaginare abbia vissuto quest'uomo in una circostanza così singolare e - si spera - unica. 
La suspance si muove in un climax ascendente e culmina nell'applauso potente e fragoroso dei subordinati, mentre lui, eroe suo malgrado, si concede una lacrima che gli riga il volto.
D'impatto anche la domanda finale che coinvolge il lettore fino all'ultima riga.
Bello. Complimenti.
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Messaggio Da AurelianoLaLeggera Gio Mag 16, 2024 8:34 am

Non conoscevo questa storia e se non avessi letto i primi commenti l'avrei giudicata poco verosimile. 
L'attacco mi sembrava un'ammissione di colpa, lo avevo interpretato come: "lo so che è impossibile ma fate finta che sia vera".
Il racconto poi mi ha coinvolto e il giudizio sarebbe stato comunque positivo. 
Scoprire che si tratta di un fatto realmente accaduto non ha fatto che aumentare l'apprezzamento. 

L'unico appunto potrei farlo sulla parte in cui si ricostruisce la sua vita, mi sembra sia la parte un po' più debole.
Per il resto ottimo.
Grazie

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Messaggio Da Arunachala Gio Mag 16, 2024 1:09 pm

bello, piciuto tanto.
non conoscevo questa storia, quindi mi hai dato un input micidiale, davvero.
scritto benissimo, con le emozioni che arrivano dritte come missili nucleari.
non posso fare altro che complimentarmi.

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Messaggio Da Achillu Ven Mag 17, 2024 6:51 pm

Ciao, Penna.

Non ricordo di aver trovato refusi o altri difetti formali durante la lettura.
L'unica cosa che toglierei/cambierei è il primo paragrafo (Mi rivolgo a te che stai per leggere questo breve racconto. Sospendi ogni incredulità perché i fatti narrati sono realmente accaduti). Secondo me il racconto funzionerebbe lo stesso e il paletto del narratore che si rivolge al lettore resta rispettato.
Ricordavo, anche se non nei dettagli, questa storia. L'hai inquadrata bene anche nella parte di fantasia. Soprattutto, hai trovato un modo originale e anche funzionale per rispettare il paletto del narratore. Hai mantenuto la narrazione in seconda persona in modo che non ci fosse uno stacco tra il racconto e la domanda finale. Quindi per quanto mi riguarda è uno dei pochi racconti dello step in cui il paletto del narratore è pienamente armonizzato con il contesto narrativo.

Grazie e alla prossima.

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Messaggio Da M. Mark o'Knee Ven Mag 17, 2024 7:52 pm

Una storia che prende spunto da un reale e terribile fatto di cronaca, ma pur sempre un fatto di cronaca, e lo fa diventare un racconto affascinante, coinvolgente e narrato benissimo, con un uso della seconda persona che non sgarra di un centimetro.
Il protagonista è delineato in modo perfetto, soprattutto dal lato psicologico, e l'accento che viene posto su quel "no" finale, dopo tutti i "sì" che hanno costellato la sua vita, lo rende particolarmente umano.
"Forse saresti diventato un fottuto poeta se fossi stato capace di dire: “No”". E chi, se non un "fottuto poeta", potrà davvero salvare il mondo?
Volendo fare i pignoli, c'è solo una frase che stona un po' ed è proprio la frase iniziale ("Mi rivolgo a te che stai per leggere questo breve racconto. Sospendi ogni incredulità perché i fatti narrati sono realmente accaduti"). Si sente che è stata messa lì per ossequio al paletto, ma penso che non sia affatto necessaria. La domanda inserita all'inizio e alla fine e il tono stesso di tutta la narrazione sono più che sufficienti per rispettare l'appello al lettore.
A parte questa piccolezza, davvero un ottimo lavoro.
Complimenti.
M.

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Messaggio Da mirella Sab Mag 18, 2024 11:59 am

Mi piacciono i racconti realistici e questo è pienamente nelle mie corde, infatti racconta un fatto vero, cosa che apprezzo particolarmente in uno step dove prevale la fantascienza.
Inoltre, mi piace il modo confidenziale con cui il narratore si rivolge al lettore, invitandolo a immedesimarsi nel racconto, chiedendogli “E tu che avresti fatto?”
Il tenente colonnello Petrov dell’esercito sovietico,  responsabile del centro rilevamenti di attacchi nucleari,  é un militare, ma non ha scelto di esserlo.
Personaggio umanissimo, costretto sempre a dire “sì”, vuoi per guadagnare l’affetto della madre, vuoi per acconsentire alla scelta paterna.  Abituato a obbedire, ha giurato di difendere la patria a qualunque costo, anche a prezzo di causare una catastrofe nucleare.
Ma quando si trova a dover difendere la  patria dall’attacco di cinque missili USA è tormentato: deve scegliere tra il sì del dovere e il no della coscienza. Gli attimi che precedono la decisione registrano il crescendo di tensione della lotta interiore, ma per una volta Petrov dice: No.
Educato ad abbassare la testa, ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità di disobbedire. Ce ne fossero di Petrov nella storia umana!
A lui andò bene  perché si trattava di un falso allarme, ma cosa gli sarebbe successo in caso contrario?
Mi è piaciuto molto questo racconto  ricco di spunti di riflessione.

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Messaggio Da paluca66 Sab Mag 18, 2024 10:21 pm

Ecco, credo che questo sia quel "rivolgersi al lettore" richiesto dal paletto centrato al 100%.
Bellissima quella domanda finale, terribile nella sua semplicità: un uomo solo con addosso la responsabilità del mondo intero!
Una storia vera quella che ci hai raccontato, romanzandola quel tanto che basta da renderla interessante: se commentassi così non renderei giustizia allo splendido lavoro di scavo dentro l'uomo Petrov, alle emozioni, alle paure e alla solitudine che lo riempiono in quei momenti decisivi.
E il pensiero che corre continuamente all'amata Raisa.
Mi è piaciuto moltissimo il paragone delle dita gelate di quando, bambino, andava a pesca con il padre e il momento in cui deve prendere la decisione definitiva: il gelo, in questo caso, però, è dentro di lui.
Ottima la scrittura che accompagna il lettore in un crescendo di tensione ben gestita (se come me solo alla fine del racconto è andato a documentarsi su Petrov, naturalmente) coinvolgendolo, allo stesso tempo, proprio grazie a quella seconda persona singolare che gli permette di trovarsi costantemente davanti a quel monitor.
Ti segnalo solo un errore che sembra quasi uno scherzo: hai scritto un'errore con l'apostrofo!
Sono ancora all'inizio delle letture ma entri nel ballottaggio per la cinquina finale.

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Messaggio Da Petunia Ieri alle 7:49 am

Non ricordavo questo episodio, autor.  Nel 1983 avevo vent’anni e se non fosse stato detto quel “no” oggi non sarei qui a leggere e scrivere. 
Mi hai fatto davvero pensare che il caso e il coraggio di un uomo hanno evitato una catastrofe, ma la storia è fatta di corsi e ricorsi e tutto è in bilico, tutto è estremamente fragile e l’uomo è imperfetto e non può che produrre cose imperfette. Anche AI imperfette. Lo aveva ben descritto 2001 odissea nello spazio. Il computer impara dall’uomo il suo difetto d’ingannare e inganna a sua volta… l’abbiamo scampata quella volta, ma per quanto?
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Messaggio Da tommybe Ieri alle 10:00 am

Sono stato sempre contrario al lavoro di ricerca di alcuni autori, penso che intacchi la loro creatività descrivere fatti conosciuti. Ma tu sei talmente bravo nello sfruttare questa opportunità e, almeno per quanto mi riguarda, hai scritto il racconto più bello, anche se hai messo le mani in qualcosa di accaduto.
Complimenti.
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