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Messaggio Da Different Staff Lun Ott 03, 2022 11:59 am



Macabro ritrovamento nel residence per dipendenti
e pensionati di un’industria chimica
Alexandria (VA), 11 maggio. Dal nostro corrispondente.
Nella serata dell’8 maggio, la polizia è intervenuta nel residence della BlueChem, allertata da inquilini che avevano sentito sparare in un appartamento.
All’interno del 164, gli agenti hanno rinvenuto il cadavere di un anziano ex dirigente dell’azienda, freddato con un unico colpo alla testa, in quella che aveva tutta l’aria di un’esecuzione.
L’uomo stringeva in pugno una vecchia Luger in perfette condizioni, che aveva esploso – inutilmente – almeno due colpi, poi ritrovati conficcati in una parete e nel soffitto.
La natura dell’omicidio e l’arma particolare, nonché la coincidenza con il quarantennale della resa dei tedeschi che mise fine alla Seconda Guerra Mondiale (8 maggio 1945 – 8 maggio 1985) hanno spinto gli inquirenti a indagare fra i cosiddetti “cacciatori di nazisti”, senza però, al momento, alcun riscontro.
Svelata invece la vera identità dell’ucciso: Jürgen Starklich, un nazista tristemente noto come il Boia per l’impressionante numero di persone uccise ad Auschwitz e Buchenwald.
Una rivelazione che, oltre a rafforzare l’ipotesi investigativa, apre scenari e domande inquietanti sull’arrivo e la permanenza nel nostro Paese di un tale criminale, del quale si erano perse le tracce fin dal 1948.


Il breve articolo, apparso giorni fa sul Fairview Telegraph, mi ha spinto a cercare di rispondere, per quello che posso, alle domande che si pone il giornalista. Ma mi sono ben presto reso conto che non era un compito affatto facile e che il problema più grosso era da dove iniziare a raccontare.
Potevo partire dalla cantina, dato che è lì che tutto è cominciato: dal ritrovamento di documenti che… Ma c’erano troppe informazioni che avrei dovuto dare per scontate. Esattamente come se avessi cominciato parlando del Boia e tralasciato a spiegazioni successive il come e il perché mi fossi trovato a contatto con quel criminale.
Mi parevano entrambi percorsi spicci e tortuosi.
Non mi restava che affrontare il racconto partendo da me stesso, fino ad arrivare ai fatti che dettero una scossa alla mia breve e, fino a quel momento, sonnacchiosa permanenza a Salta, in Argentina, alla fine degli anni Quaranta.
Chiamatemi Jason, dunque, nato a Fairview, in Virginia. All’epoca, avevo da poco compiuto ventisei anni.
Una leggera zoppia alla gamba sinistra e le mie spiccate doti linguistiche (a diciott’anni parlavo fluentemente tedesco e spagnolo) avevano fatto sì che passassi gli anni del conflitto mondiale lontano dai combattimenti, impiegato prima come ufficiale di collegamento e poi assegnato a operazioni di intelligence e interpretariato in varie città europee.
Avevo dunque maturato una buona esperienza, sia rappresentativa che investigativa, e, nell’immediato dopoguerra, il Dipartimento di Stato mi inviò all’ambasciata americana di Buenos Aires come attaché, in vista di un eventuale futuro incarico diplomatico.
Arrivai a Buenos Aires nel novembre del 1947, accolto con grande e comprensibile entusiasmo. Sbrigate le formalità, mi misi infatti subito al lavoro con i colleghi, ben felici di poter contare anche su di me per ridurre la mole di pratiche che ingombrava le scrivanie. Le relazioni a vari livelli che il presidente Perón cercava di allacciare, soprattutto con gli Stati Uniti, creavano pile di documenti da smaltire al più presto.
Un’accoglienza più fredda e formale mi venne invece riservata dagli agenti dell’intelligence. Il capo in particolare, un paranoico, nazionalista fino al midollo, nonostante sapesse bene quale fosse il mio incarico, non mi dimostrò mai spirito collaborativo, pretendendo anzi di controllare i miei resoconti – parte integrante dell’apprendistato – pensando di trovarci chissà quali messaggi cifrati.
Credo che proprio a seguito delle sue pressioni finii per ritrovarmi quasi esiliato, allontanato dalla Capitale e spedito in un consolato di provincia con la banale scusa di “farmi le ossa”. Nel darmi la comunicazione, l’ambasciatore mi sembrò dispiaciuto e a disagio, ma, a quanto pareva, c’erano ordini superiori ai quali anche lui doveva sottostare. Sul momento pensai a un qualche conflitto di potere all’interno del Dipartimento, e solo più tardi compresi il reale obiettivo di quella manovra diversiva, nella quale non dovevo mettere il naso.
Così, a poco più di un mese dal mio arrivo in Argentina, mi ritrovai a Salta, nel nord-ovest del Paese, ai piedi delle Ande nel pieno dell’estate subtropicale.
Il lavoro languiva e passavo le giornate rintanato nei locali del consolato o nell’annesso appartamento. Era una lotta quotidiana contro noia e caldo, appena mitigato dalle pale appese al soffitto e da sporadiche piogge che, almeno per un paio d’ore, facevano calare di qualche grado la temperatura.
Finché, un pomeriggio, un sonoro bussare alla porta del mio ufficio venne a risvegliarmi dal torpore. Il segretario introdusse un ufficiale della polizia cittadina che era venuto a chiedere di potermi parlare. Il tenente Castillo (così si presentò) mi pregò di accompagnarlo sul luogo – peraltro molto vicino – di un ritrovamento “muy singular”.
Pur non essendo entusiasta di affrontare la calura esterna, presi giacca e cappello e mi avviai verso l’uscita. Notando il mio modo di incedere claudicante, Castillo assunse un’espressione imbarazzata, quasi fosse dispiaciuto di costringermi a camminare.
Oh, non si preoccupi tenente, – mi affrettai a rassicurarlo, – è una cosa che mi perseguita dalla nascita. Ormai non ci faccio più caso.
Al che sorrise e mi seguì all’esterno.
È successo qualcosa a un mio concittadino? –, gli chiesi mentre avanzavamo lungo la via assolata.
No, signore. Niente del genere. Siamo stati chiamati dal señor Sosa per alcuni documenti che ha trovato nella cantina del suo nuovo negozio.
Ah, bene. Ma ancora non mi è chiaro il perché del mio intervento.
Be’, non è facile da spiegare. Comunque, siamo arrivati e potrà rendersene conto con i suoi occhi.
E mi indicò una costruzione d’angolo con delle grandi vetrine polverose e una vecchia insegna sulla quale si leggeva a malapena la scritta Antigüedades.
La polvere regnava dappertutto e si sollevava dal pavimento in nuvolette dense a ogni passo. Diverse serie di orme, alcune vecchie, altre più recenti, rivelavano un assiduo andirivieni fra ingresso e porta della cantina, nonostante il negozio fosse ormai chiuso da mesi.
Con il fazzoletto a coprire naso e bocca, attraversammo piano il locale, ancora ingombro di tavoli e scaffali vuoti, che immaginavo a suo tempo fossero stati colmi di cianfrusaglie di dubbio valore.
Arrivati a poco più di metà della stretta scala che portava in cantina, fummo assaliti da una sensazione di fresco che, appena messo piede nella stanzetta, si fece così piacevole da farmi desiderare di abbandonare il mio comodo ufficio e trasferirmi in pianta stabile fra quelle quattro pareti spoglie.
La cantina era un unico vano dal soffitto basso e le pareti intonacate a gesso, appena illuminato da una lampadina nuda piazzata sopra l’ingresso. Il signor Sosa e un altro poliziotto ci stavano aspettando in piedi, vicino a quello che restava di uno scaffale malconcio, dietro il quale, tentando di spostarlo, si era palesato un vano scavato nel muro e rivestito di metallo. Al suo interno, una cartellina contenente alcuni fogli scritti in tedesco e un paio di foto, e su ciascuno spiccava, impressa in inchiostro rosso, la scritta ODESSA.
Sei paia di occhi squadravano la mia faccia, che non riesco a immaginare quanto, in quel momento, fosse trasfigurata dallo stupore. Già conoscevo quell’organizzazione, nata dalle ceneri del nazismo con lo scopo di portare in salvo, fuori dalla Germania, il maggior numero possibile di SS in vista dell’imminente sconfitta. E trovarne traccia in Argentina sembrava avvalorare le peggiori paranoie del capo dell’intelligence all’ambasciata.
Chiusi di scatto la cartellina e chiesi ai due poliziotti se potevano fare una veloce inchiesta presso i vicini – non più di una mezza dozzina di persone – riguardo ai possibili movimenti dentro e fuori dal negozio. Nel frattempo, il signor Sosa mi riassunse brevemente quanto sapeva dei passaggi di proprietà del fondo e dell’annessa cantina.
Rimettendo insieme le informazioni racimolate dagli agenti e i particolari raccontati dal Sosa, mi fu chiaro che il negozio, ormai dismesso, era stato teatro di una serie di incontri fra il gestore, un certo Mr Doe, e altri strani personaggi, chiaramente stranieri. Incontri che erano cessati all’improvviso, in coincidenza con la vendita del fondo, proprio nel momento in cui il proprietario aveva ripreso le chiavi per consegnarle a Sosa. E Mr Doe, andandosene in fretta, non era stato in grado di ripulire a fondo la cantina. In effetti, nessuno lo aveva più rivisto in giro. Se n’erano ormai perse le tracce e i documenti abbandonati risultavano a quel punto di ben poca utilità.
Decisi comunque di tenerli. Rilasciai agli agenti una ricevuta per la cartellina e il suo contenuto, ringraziai tutti per la collaborazione e abbandonai a malincuore il fresco della cantina per tornare al consolato.
Sparsi sul tavolo il contenuto nella cartellina. Erano delle semplici schede anagrafiche di due alti ufficiali delle SS: Jürgen “Scharfrichter” Starklich e Richard “Löwe” Kindloss. Le due qualifiche (Scharfrichter significa “boia”, “esecutore”, e Löwe vuol dire “leone”) riecheggiavano l’antica tradizione tedesca che oggi potremmo definire “il boia e lo sbirro”, due figure tristemente famose nei villaggi medievali per le loro esecuzioni capitali cruente e spietate. Non erano certo necessari altri attributi per definire i due personaggi.
Eppure, le loro facce, tolti berretto e orpelli militari, apparivano normali, fin troppo comuni, tristi ritratti di ciò che una quindicina di anni dopo sarebbe stata descritta come “la banalità del male”.
Prima di archiviarli, trasmisi gli incartamenti per telefoto all’ambasciata, con il resoconto dettagliato di come ne ero entrato in possesso e le mie considerazioni riguardo ai due. Ora, le uniche possibilità di intercettarli in Argentina erano tutte nelle loro mani, mentre a me non restava altro che ripiombare nella solita monotonia.
Che, giusto un paio di giorni dopo, venne interrotta di nuovo dai tre colpi secchi delle nocche del segretario sulla porta.
Mi consegnò un plico con l’intestazione Ferrocarriles Argentinos. Vi trovai un invito, per il prossimo 2 febbraio, per l’inaugurazione della nuova tratta ferroviaria d’alta quota che andava a collegare Salta al porto di Antofagasta, in Cile.
Era accompagnato da un elenco di istruzioni per il viaggio – inclusi consigli d’abbigliamento – per poter affrontare gli sbalzi di temperatura e pressione che avremmo incontrato lungo il percorso, che, in alcuni punti, sarebbe arrivato a oltre quattromila metri di altitudine.
E, ancora per ovviare al mal de altura, c’era una bottiglietta col tappo a contagocce etichettata Aceite esencial de coca: dos gotas en caso de mareos.
Un’auto delle Ferrovie sarebbe passata a prendermi alle sette del mattino per portarmi alla corriera con la quale, insieme alle varie autorità, saremmo saliti alla stazione di Salta per iniziare il viaggio.
Naturalmente, risposi che accettavo.
Una banda musicale, il classico taglio del nastro e finalmente partimmo, arrancando in salita alla velocità di circa trentacinque chilometri orari: un passo lento, ci spiegarono, dovuto alla pendenza del tragitto, ma anche per favorire un adattamento progressivo dell’organismo alla differenza di pressione.
E, pensai, pure alle scarse performance della vecchia locomotiva a vapore, i cui sbuffi prolungati parevano attaccarsi ai vagoni come nuvole dense di pioggia.
Pensai anche, dopo paesaggi all’inizio incantevoli ma sempre più brulli e monotoni al passare delle ore, di aver scambiato noia con noia; almeno finché non raggiungemmo il viadotto de La Polvorilla, il punto più alto del tragitto a circa quattromiladuecento metri sul livello del mare.
Il viadotto era un’opera di ingegneria spettacolare, una struttura metallica di oltre sessanta metri nel punto di massima distanza dal suolo. Copriva una distanza di quasi duecentocinquanta metri sopra un canyon, compiendo una leggera curva fra le due estremità.
Al termine del ponte ci fermammo su un terrapieno, dove un gruppo di andini gestiva un mercatino di prodotti artigianali. Detti un’occhiata superficiale, incuriosito più dal come fossero arrivati lì che dalle loro merci. E mi accorsi che lungo la parete del canyon era stata ricavata una scalinata a zig zag che terminava sullo spiazzo.
A circa metà del percorso vidi due figure che salivano in fretta: sembravano escursionisti, ansiosi però di proseguire il loro viaggio in treno. Appena giunti in cima, raggiunsero uno dei passeggeri che pareva li stesse aspettando. Quasi senza parlare, il tizio li accompagnò all’ultimo vagone, consegnò loro un pacchetto, ricevendone in cambio uno da entrambi e si allontanò lungo la scala.
Ha visto quell’uomo?
Al suono improvviso della voce alle mie spalle, mi voltai.
Oh, tenente Castillo. Anche lei qua?
Sì, signor console, ai suoi ordini. Sono al comando della sicurezza.
È un piacere saperlo, tenente. Ma che cosa mi stava dicendo?
Che ho riconosciuto quell’uomo, in fuga sulle scale: è il gestore del negozio.
Intende quel negozio? Quella cantina?
Già. Purtroppo ora non posso allontanarmi, ma alla prossima fermata segnalerò il fatto ai miei colleghi.
Ripensando allo scambio intercorso, feci un cenno al tenente.
Venga con me – dissi, avviandomi verso l’ultimo vagone.
Salimmo a bordo e gli indicai i due individui che nel frattempo si erano liberati degli zaini e si erano accomodati sulle panche, uno di fronte all’altro. Ci concentrammo un attimo sul volto dell’uomo rivolto verso di noi e subito ci guardammo negli occhi: sì, entrambi lo avevamo già visto, impresso su una delle foto allegata ai documenti della cantina.
Kindloss.
E dunque l’altro non poteva essere che Starklich, il Boia.
Una scossa ci avvertì che il treno era ripartito.
Castillo fece per voltarsi e andare a chiamare rinforzi, ma un giovane si precipitò lungo il corridoio, travolgendoci e gridando qualcosa in tedesco che suonava come
Kindloss, io sono la tua Nemesi!
Nella sua mano apparve una pistola. Sparò due volte e colpì il nazista, che si accasciò sul sedile. Nel vagone si scatenò il caos: passeggeri che gridavano e si gettavano a terra; altri che aprivano i finestrini in cerca di una impossibile via di fuga.
Spinto dalla foga del ragazzo, ero rimasto seduto a terra, fra due panche e, incapace di muovermi a causa della mia gamba, assistevo alla scena come fosse al rallentatore.
Vidi che, arma ancora in pugno, si era avvicinato all’altro nazista, impietrito e rannicchiato contro la spalliera.
Vidi Castillo estrarre la pistola e intimare al giovane di fermarsi.
Vidi quello voltarsi, pistola puntata e un ghigno di rabbia a deformargli il volto, e, all’improvviso, volare indietro, colpito al petto dal tenente.
E vidi infine un’altra figura sfrecciare lungo il corridoio, abbattere Castillo con una spallata da football, afferrare il boia come fosse una pagliuzza e sparire entrambi oltre la porta del vagone.
Silenzio.
Poi rotto da gemiti, pianti, grida, provenienti da sotto i sedili.
Aggrappandomi a una spalliera, riuscii finalmente ad alzarmi e ad aiutare Castillo, ancora frastornato per la botta ricevuta.
Attraverso la porta aperta del vagone, la sera sembrava colare all’interno come un liquido scuro, mentre il sangue del ragazzo faceva il percorso inverso, incanalato in due rivoli paralleli lungo le assi del pavimento.
La nostra carrozza era l’ultima.
Quando il tenente e io ci affacciammo sul terrazzino, ci accolse solo la scia d’acciaio dei binari che si allontanavano.
Dov’erano finiti quei due?
Il mistero ci seguì per il resto del viaggio. Fino a quando, arrivati ad Antofagasta, decisi di imbarcarmi per gli Stati Uniti, per non affrontare il ritorno in treno e fare il mio rapporto di persona.
Salutato Castillo, ero già sul ponte della nave, quando mi parve di riconoscere due figure in mezzo ai passeggeri ancora sulla scaletta. Mi precipitai in plancia, per avvisare il capitano di chi sospettavo stesse salendo a bordo, ma quando mi voltai i due erano spariti, come era già successo sul treno.
Durante la traversata, scandagliavo i visi dei passeggeri e dei membri dell’equipaggio in cerca di un volto. E non potevo fare a meno di pensare che quella fuga rocambolesca fosse una sorta di “piano B” messo in atto da un agente (CIA? FBI?), piazzato sul treno a sorvegliare e facilitare il transito dei due nazisti. Che, attraverso Argentina e Cile, dovevano poi evidentemente raggiungere gli Stati Uniti.
Proprio come tanti altri, si scoprì in seguito, avevano fatto: sia noi americani che gli inglesi (e, in parte, anche gli argentini) eravamo in gara con i sovietici per accaparrarci i migliori cervelli del Reich.
In quella particolare occasione, una sorta di bounty killer, un “cacciatore di nazisti”, aveva quasi mandato a monte il piano e solo uno dei fuggiaschi era riuscito a mettere piede sul suolo americano.
L’agenzia, qualunque fosse, aveva fatto comunque un buon lavoro, se per quasi quarant’anni il Boia aveva vissuto tranquillamente ad Alexandria. A me, che lo conoscevo, non era capitato mai di incontrarlo, nonostante la vicinanza fra Alexandria e Fairview e i numerosi viaggi che avevo fatto da quelle parti.
Non che, francamente, lo avessi mai cercato. Direi anzi che lo avevo archiviato, almeno fino alla lettura dell’articolo, in un angolo remoto della mia mente, insieme all’avventura vissuta su el tren mas alto del mundo.
Ma ci sono persone che non archiviano mai; che non si scordano tutto il male patito.
E una Nemesi, seppure dopo tanti anni, è arrivata anche per lo Scharfrichter.
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Messaggio Da Petunia Mar Ott 04, 2022 10:13 pm

Proprio come tanti altri, si scoprì in seguito, avevano fatto: sia noi americani che gli inglesi (e, in parte, anche gli argentini) eravamo in gara con i sovietici per accaparrarci i migliori cervelli del Reich.


In questa frase manca qualcosa, forse un “come”


Ciao autor@
 
Proprio un bel racconto. Scritto molto bene. Il contenuto, per effetto dei paletti, non è particolarmente originale ma la qualità della scrittura lo rende di sicuro molto apprezzabile.
Quello che non mi convince è il fatto che la storia sia scritta ai giorni nostri. Sinceramente avrei preferito che il racconto fosse totalmente ambientato negli anni 40. Non ho neppure capito (ma può essere per ignoranza e non me ne stupirei) la scelta di un personaggio nato in Virginia. Questo mi piacerebbe di capirlo a fine contest a meno che qualcuno non colga il riferimento. 

In definitiva lo reputo un ottimo lavoro che denota una preparazione accurata prima e durante la sua scrittura. 
L’ho letto molto volentieri. Ripeto incipit e chiusa non mi hanno convinta. Potevi restare nel periodo richiesto per tutto il racconto.

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Messaggio Da ImaGiraffe Mer Ott 05, 2022 3:25 pm

Un racconto che mi lascia diviso.
Mi è piaciuto? Si
Mi ha colpito? No
Il testo parte (tralasciando l’incipit) come una specie di biografia biografia. Abbastanza lunga e non molto coinvolgente.
Poi quando si arriva sul treno parte l’azione, magari poteva essere un punto di svolta importante e invece sul finale torna a essere troppo didascalico.
Apprezzo tantissimo la trama. Ma mi sarebbe piaciuto fosse più centrale e resa più dinamica.
Io non so se tu volevi scrivere un racconto storico, d’azione o un Unione dei due. Fatto sta che non riesco a incasellarlo in nessun genere.
Per i miei gusti se avessi reso tutto più snello e dinamico il tutto avresti avuto un risultato migliore.
Grazie.

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Un caloroso benvenuto alle persone giunte fino a noi dal futuro. 

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Messaggio Da M. Mark o'Knee Mer Ott 05, 2022 5:09 pm

Il racconto si legge molto bene, grazie a una scrittura scorrevole e corretta, praticamente senza errori o refusi.
Solo in alcuni passaggi si notano degli scarti, quasi dei salti, dovuti probabilmente ai tagli operati qua e là per rientrare nel numero di caratteri richiesto.
La trama si snoda comunque in modo lineare e cattura l'attenzione fino alla fine. E mi sembra premiante anche la scelta di narrare in prima persona.
Manca forse un maggior approfondimento del protagonista, che, un po' diplomatico, un po' investigatore, lascia parte di sé dietro le quinte.
Quasi nulle le imprecisioni: ho notato solo un "Sei paia di occhi", mentre nella cantina ci sono solo tre persone (Castillo, Sosa e l'altro agente) che guardano il protagonista; e un utilizzo ripetuto e ravvicinato dei termini "fondo" e "distanza".
Ben condotta la scena della sparatoria sul treno e giusta la decisione di lasciare avvolta da un alone di mistero la doppia scomparsa (prima sul treno e poi sulla nave) del Boia e della spia.
In definitiva, un buonissimo lavoro, sostenuto - mi sembra - anche da un'attenta e approfondita ricerca.
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Messaggio Da Arianna 2016 Gio Ott 06, 2022 12:06 am

Un buon racconto storico, scritto in modo corretto e piano, che si legge bene dall’inizio alla fine.
Il tutto sembra più una cronaca, che un racconto, ma credo che l’effetto sia voluto. Non suscita tanto il coinvolgimento del lettore quanto il suo interesse razionale, che però non viene mai meno fino alla fine.
 
Alcuni suggerimenti per una futura revisione:
- “in quella che aveva tutta l’aria di un’esecuzione”= toglierei questa frase, perché sembra un ammiccamento dello scrittore, che toglie la parola al giornalista.
- “tralasciato a spiegazioni”= lasciato a
- “sei paia di occhi”= quindi 12 occhi? Sei persone? Le persone però erano tre: il tenente, il signor Sosa e l’altro poliziotto.
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Messaggio Da Antonio Borghesi Gio Ott 06, 2022 6:19 pm

La cosa che non mi convince per niente è quella degli americani che sono interessati al "Boia" e al "Leone". Mica sono cervelli da proteggere: sono assassini e vanno uccisi. Questa è la mia quarta storia sui nazi in fuga in Argentina e visto come stanno le cose son sicuro che ne leggerò altre. La tua è buona e scritta molto bene però c'è quello che ti ho detto all'inizio che me la fa andare di traverso.
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Messaggio Da Molli Redigano Ven Ott 07, 2022 3:10 pm

Io ho trovato soltanto questo refuso:

"Prima di archiviarli, trasmisi gli incartamenti per telefoto all’ambasciata,"

Che poi non ho capito se è "telefono" o "telegrafo". Penso che per quel periodo entrambi fossero utilizzabili per la trasmissione in sicurezza di dati "sensibili".

Provo a rispondere al dubbio di  @Petunia circa il personaggio nato in Virginia, dubbio che attanaglia anche me. Cercando nel web, ho trovato Virginia Hall, che fu una spia durante la seconda guerra mondiale. Non so se c'entri qualcosa anche perché il collegamento è tutt'altro che immediato.

Bel racconto anche se lo stile cronachistico mina un po' il pathos. Io ci credo (e non mi sorprendo di questa ipotesi paventata nel racconto) che gli stessi stati che hanno combattuto il nazismo e continuano ancora oggi a indignarsi, a suo tempo abbiano aiutato gli stessi criminali nazisti a salvarsi il culo. 
Il personaggio di Jason mi è piaciuto moltissimo, straordinariamente verosimile e immaginabile sia psicologicamente che fisicamente, molto azzeccato. Meno verosimile forse, ma pur sempre funzionale al racconto, il gran trambusto sul treno delle nuvole. 

L'incipit, l'articolo iniziale, porta la storia fuori dal periodo temporale degli anni quaranta, però è, a mio avviso, il giusto punto di partenza per il racconto che si legge dopo.

Grazie

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Messaggio Da paluca66 Ven Ott 07, 2022 10:20 pm

Errori / refusi quasi inesistenti.
Segnalo soltanto:
L’uomo stringeva in pugno una vecchia Luger in perfette condizioni, che aveva esploso – inutilmente – almeno due colpi
io non avrei messo la virgola dopo "condizioni"
come se avessi cominciato parlando del Boia e tralasciato a spiegazioni successive
Non mi convince "tralasciato": rimandato? rinviato?
Sei paia di occhi squadravano la mia faccia
A meno che non abbiano tutti gli occhiali, tre persone hanno tre paia di occhi.
A parte queste piccolezze, la scrittura è di alto livello e supporta magnificamente il testo.
Paletti: ben presenti e inseriti nel testo senza forzature, con naturalezza.
Il testo ben scritto non è, purtroppo, stato tale da coinvolgermi sufficientemente; sicuramente l'effetto giornalistico è voluto, probabilmente per dare quel tono "storico" al racconto come era richiesto; peraltro hai aggiunto anche una spruzzata di azione sul treno che, a mio parere, finisce con lo stonare un po' con il resto.
Complessivamente un ottimo lavoro che ha il solo torto di non essere riuscito a conquistarmi come avrebbe potuto.

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Messaggio Da Danilo Nucci Lun Ott 10, 2022 2:44 pm

Lettura più che piacevole. Anche in questo caso una caccia al nazista sul treno andino e non solo. Del resto, i paletti erano talmente particolari che vari autori si sono rifugiati in una trama che prevede una caccia al criminale che si svolge in qualche modo sul treno o sull’isola. Solo pochi coraggiosi hanno accettato la sfida del quarto millennio.
I vincoli dello step sono ben rispettati: cantina, genere (un misto fra azione e storico), il treno andino, due boia, gli anni ’40 che tuttavia sono utilizzati marginalmente. Il risultato mi è parso veramente apprezzabile.
Faccio solo poche osservazioni, sperando che possano servirti in un eventuale assemblaggio del testo.
“… non restava altro che ripiombare nella solita monotonia.
Che, giusto un paio di giorni dopo, venne interrotta di nuovo dai tre colpi secchi delle nocche del segretario sulla porta
”.
“… piazzato sul treno a sorvegliare e facilitare il transito dei due nazisti. Che, attraverso Argentina e Cile, dovevano poi evidentemente raggiungere gli Stati Uniti.”
Non trovo corretto, e non so quanto lo sia grammaticalmente, l’inizio del periodo con un “che” relativo. O continui il discorso precedente senza l’interruzione del punto, oppure inizi un nuovo periodo esprimendo il concetto senza utilizzare il “che”.

“… travolgendoci e gridando qualcosa in tedesco che suonava come – Kindloss, io sono la tua Nemesi!” Nella descrizione di questa azione ho sentito qualcosa di stonato. Fra sentir gridare qualcosa in tedesco e percepire quella frase così particolare, ce ne passa. Oltre tutto quelle parole mi sono sembrate poco spontanee per uno che si appresta, in preda all’odio e alla rabbia, a uccidere un altro uomo.
Proprio come tanti altri, si scoprì in seguito, avevano fatto”  Espressione un po’ contorta, con l’inciso “si scoprì in seguito”. Proverei a metterla in altra forma.
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Messaggio Da Susanna Lun Ott 10, 2022 11:06 pm

Il titolo è in linea col racconto, in cui sono stati centrati il genere – con anche un momento di commistione dei due generi - il periodo e il personaggio “boia”.
La cantina è presente, importante ma avrebbe potuto essere anche un ripostiglio o un vano di servizio del negozio.
Un racconto scritto davvero molto bene, con padronanza di stile e lessico, senza sbavature: ci siamo detti tante volte che
un racconto declinato in prima persona presenta sempre dei rischi, ma qui sono stati abilmente evitati.
Ho trovato un paio di refusi e nulla più.
Anche la vicenda è strutturata con sicurezza: non c’è niente di superfluo e non mancano le basi per comprendere il contesto storico in cui viene sviluppata e le sue dinamiche, con un ritmo che tiene fino alla fine.
Le info sul luogo prescelto sono state inserite con equilibrio nel testo, senza essere troppo enciclopediche ma neanche troppo soft, quasi si trattasse di un resoconto di viaggio, che si legge agevolmente.
Un pezzo di bravura quindi, complimenti Penna.
Però il racconto non mi ha emozionato: l’ho letto due volte, come faccio sempre, ed entrambe le volte mi sono trovata alle prese con un io narrante che ha gestito con “freddezza” il raccontare la vicenda che lo vede suo malgrado protagonista, senza cercare di “raccontarsi”: condivide con un ipotetico lettore i ricordi di un episodio, ma non le emozioni che può aver provato. Anche lo sconcerto nell’apprendere che pure il suo Paese, che tanto aveva dato per sconfiggerli, ora accoglie dei nazisti ricercati per crimini di guerra, favorendone anche la fuga, oppure le motivazioni che hanno portato il ragazzo a cercare e uccidere il boia… sono liquidate come qualcosa di “ordinario”, con frasi che non hanno spessore.
È come se il protagonista volesse lasciarsi scivolare addosso quanto gli capita, che forse con il distacco difende il suo essere solo, perché questo mi è arrivato di lui.
Scritto in terza persona, potrebbe essere un buon pezzo di taglio giornalistico o anche lo stralcio di una biografia.
Potrebbe anche essere un’impostazione voluta e in questo caso, obiettivo raggiunto.
 
Le mie note:
… chiesi ai due poliziotti se potevano fare una veloce inchiesta presso i vicini… mi sono chiesta quale autorità avesse per poter avanzare tale richiesta. È un console, ma di altro paese.
monotoni al col passare delle ore…

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Messaggio Da Fante Scelto Mer Ott 12, 2022 3:18 pm

Di questo racconto mi è piaciuto principalmente lo stile. Non che sia molto nelle mie corde; in fondo, come hanno scritto altri, è molto impersonale: nel senso che racconta tutto senza cambi di passione, di intonazione, che stia parlando della noia del viaggio o della concitazione della sparatoria.
Ha però il merito di essere scorrevole e, appunto, prestarsi bene alla lettura.

E' solo un pochino troppo didascalico in certi passaggi, dove spiegare tutto lo appesantisce e distoglie dal flusso narrativo.

La vicenda, al contrario, non colpisce più di tanto. La causa sta nell'utilizzo molto pedissequo dei paletti: da un lato un pregio, dall'altro un limite.
Per cui si può facilmente intuire che tipo di rivelazione il poliziotto ha da fare, chi ci sarà sul fatidico treno e così via.

Mi è piaciuta la parte in cui il protagonista si rende conto che il suo Paese sta proteggendo degli ex nazisti che fanno comodo, anche se non sappiamo perché, ma non traspare alcuna delusione da parte della voce narrante, come se tutto fosse normale o non avesse alcun valore per lui.

In definitiva è un buon racconto ma che non è riuscito a strapparmi un voto sopra la media.

EDIT - ho passato le prime battute del racconto a chiedermi se davvero esistesse una Alexandria in provincia di Varese.
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Messaggio Da ceo Gio Ott 13, 2022 7:29 am

Il racconto è indubbiamente scritto bene e ci sono tutti gli elementi richiesti, ma è poco coinvolgente. È quasi un rapporto, un verbale, in cui il protagonista pare molto distaccato dalla storia: sembra che racconti una cosa che ha visto in tv. Secondo me vanno quindi inseriti maggiori sfumature "emozionali", in modo che il lettore possa sentirsi più immedesimato nella vicenda.

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Messaggio Da SCM Gio Ott 13, 2022 4:45 pm

Ciao autore/trice,
nemmeno io sono rimasta molto coinvolta dalla storia. Concordo con altri che hanno scritto che il racconto assomigli di più a un verbale che a una narrazione.
Condivido il concetto che ci sono persone che non scordano il male subito.
Per quanto riguarda il resto della storia credo sia un po' un deja vù.

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Messaggio Da Byron.RN Ven Ott 14, 2022 2:37 pm

Anche io ho avuto la sensazione di chi mi ha preceduto.
Il racconto è ben scritto, si legge con fluidità, però lascia il lettore distante.
Ciò è dovuto all'impostazione che hai dato alla tua storia: c'è chi la paragona a una fredda cronaca di giornale, chi a un verbale, ma il risultato di base è che lo scritto informa ma non cattura.
L'inizio poi mi aveva paracadutato mentalmente nel genere poliziesco, facendomi ricordare i romanzi hard boiled, dove l'investigatore privato di turno parla in prima persona e si presenta al lettore.
Un altro piccolo difetto che ho trovato nel racconto è la casualità.
Voglio dire, il tuo protagonista prima incontra i due nazisti sul treno e, subito dopo, il sopravvissuto sulla nave che lo riporta negli States. 
Comunque un racconto ben scritto.
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Messaggio Da FedericoChiesa Sab Ott 15, 2022 9:07 am

Un racconto piacevole, storico-poliziesco, con anche un parte d'azione.
Il racconto in prima persona non mi è dispiaciuto affatto.
La scrittura pulita e il personaggio principale ben caratterizzato. 
L'unica nota, sul paletto del treno, la descrizione è eccessivamente lunga, presa integralmente da siti internet sull'argomento.
Complimenti.
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Messaggio Da tommybe Mar Ott 18, 2022 11:46 am

Chiamatemi Jason...
Che bella la tua presentazione, te la rubo di sicuro se continuerò a scrivere qualcosa. E quell'immagine della cantina con la lampadina nuda e tante altre ancora che non sto a elencare. Fai parte degli autori che con semplicità ti avvicinano alle loro opere e ti meravigliano così tanto che non riesci più ad abbandonare la lettura e se lo fai è controvoglia.
Bene, io ho esaurito il mio podio se voterò e se non lo farò hai comunque tutta la mia ammirazione, autore.
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Messaggio Da Mac Mar Ott 18, 2022 3:07 pm

Come era prevedibile i racconti a tema nazismo sono stati molteplici in questo contest. Vero é che non era facile uscirne con i paletti gentilmente offerti dagli admin.

Detto questo, finora il tuo è quello che ho apprezzato maggiormente.
A differenza di altri che hanno commentato prima di me, a me l'incipit è piaciuto, così come il taglio che hai dato alla narrazione.
La prima persona rende tutto molto più avvicinabile, hai inserito molti dettagli storici ben posizionati, e anche i dialoghi presenti sono risultati fluidi.
I paletti ci sono, sono rispettati e ben inseriti anche se non riguardano il protagonista principale della storia. 
L'unica piccola critica che ti muovo è sul genere: siamo in un racconto storico o di azione? Questo è un po' dubbio.
Resta il fatto che ti ho letto volentieri, la tua scrittura è veloce e pulita, non ho trovato grandi refusi a parte qualche inezia che non mi sono nemmeno segnata. 
E' stata una bella lettura
grazie
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Messaggio Da Resdei Mer Ott 19, 2022 12:15 pm

ciao.
gran bel racconto. 
la scrittura è di livello molto alto, più narrata che emotivamente vissuta, ma comunque perfetta e senza sbavature.
mi piace il tuo modo di descrivere le situazioni e come proponi i personaggi.
bello l'incipit. piaciuta la narrazione in prima persona.

a conti fatti, la vendetta prevale sulla giustizia.

insomma gran bel racconto da tenere assolutamente in considerazione.
complimenti
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Messaggio Da CharAznable Gio Ott 20, 2022 2:17 pm

Il racconto è interessante, ricercato, ben scritto. I paletti sono centrati (più o meno pienamente). Però il tutto ha un non so che di ovattato, di filmino in bianco e nero con tonalità seppia. Sembra di leggere una lettera. Non so se riesco a spiegarmi (come al solito), ma manca qualcosa. Un po' di colore che esca dalla narrazione, seppur buona e coretta.
Il lavoro riusulta comunque molto buono e si legge volentieri.
Complimenti.
Grazie

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Messaggio Da Midgardsormr Gio Ott 20, 2022 3:27 pm

Ciao autore.

Il tuo testo è uno dei più ricercati e ben strutturati a mio avviso. Credo che anche tu, come molti, faccia ricerche approfondite prima di scrivere su un argomento e, alle volte, questo rischia di trasformare un racconto in un trattato, o nel caso specifico, quasi come se fosse un racconto di una storia in terza persona, di qualcuno che l'ha vista e la riporta, senza lasciare trasparire emozioni ne da una parte me dall'altra.
Nonostante tutto, lo scritto si legge con tranquillità, molto fluido.
Jason a mio parere è la ciliegina rossa in questo bianco nero ( cito CharAznable, perdonami).
Il titolo mi piace parecchio, credo sia funzionale al testo.

Nel complesso una buona prova.
Grazie e a rileggerci.

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Messaggio Da caipiroska Ven Ott 21, 2022 12:19 am

Ciao Autore,
sono rimasta molto soddisfatta da come hai strutturato questo racconto: mi piace l'idea della narrazione circolare, quando la storia parte da una scena precisa per poi fare un giro tondo e tornare proprio lì per il finale. Molto credibile e convincente anche il tuo protagonista e come lo hai caratterizzato.
Quello che mi convince meno, purtroppo, è come hai raccontato questa storia. Trovo interessante e originale la trama ma, anche se la scrittura è matura e corretta, ho percepito un certo distacco emotivo, una strana mollezza d'intenti, una voce che narra la storia in maniera svogliata e poco accattivante.
Non so nemmeno bene cosa consigliarti: si sente che la penna è ben consapevole di ciò che scrive (anche se in certi punti le informazioni sono abbondanti e poco giustificate...) e capace di riprodurre la fervida immaginazione in buone scene e convincenti situazioni, però...
Ecco, è questo però che mi manda un po' in crisi: probabilmente questo stile di scrittura, secco ed emotivamente distaccato, fa parte di te ed è il tuo modo di esprimerti. Racconti la storia senza avvolgerli in qualcosa di caldo, che rimanga dentro il lettore (nel bene e nel male).
Sembra un testo scritto solo per narrare dei fatti, senza l'esigenza di raggiungere il lettore: leggendo mi sono sentita spettatrice distante e a fine lettura mi sono sentita ai margini di qualcosa.
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Messaggio Da Asbottino Ven Ott 21, 2022 12:19 pm

Non so se volesse essere un racconto storico o di azione. Forse entrambi. La scena del treno ambisce sicuramente all'azione, seppur raccontata da un personaggio con difficoltà a muoversi, costretto a osservare gli eventi scorrergli davanti al rallentatore. La sua natura storica emerge attraverso un stile narrativo da cronaca, che più che tenere lontano il lettore, risulta poco dinamico. Pochi dialoghi, troppo pochi. Un resoconto molto lucido, ma che proseguendo nella lettura diventa un po' pesante, ho trovato, al di là dell'esser scritto molto bene, in modo estremamente chiaro.
Il nazista sul treno è uno dei tanti di questo step, un altro boia in una serie di racconti che usano il personaggio per quello che era piuttosto che per quello che è. Quello che voglio dire è che sono boia di nome ma non di fatto. Lo erano. Ora sono soltanto uomini in fuga. Forse è un limite del personaggio, forse le necessità dei paletti hanno portato a questo tipo di soluzione narrativa. Non so. Però al momento è una costante.
Cantina forse meno in risalto rispetto ad altri, meno viva.
In generale è un racconto molto ben orchestrato, una delle possibili soluzioni per raccontare una storia che ha molteplici possibilità narrative. Forse non la più efficace, ma comunque una buona.

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Messaggio Da Achillu Mar Ott 25, 2022 6:31 am

Ciao Aut-

L'inizio mi lascia un po' perplesso. L'articolo di giornale ci sta, ma tutto quel "potrei partire da"? Non capisco a chi si sta rivolgendo il narratore e perché debba raccontare qualcosa, facendo pure un parziale spoiler che – a mio gusto personale – non serve alla narrazione.
Lo stile sembra un vecchio poliziesco, mi ricorda Nick Carter di Bonvi o Tom & Jerry investigatori, per esempio. Con la differenza che questo è un racconto drammatico. Per questo motivo il genere resta indefinito: è storico in senso lato (i personaggi citati non sembrano realmente esistiti) ma lo stile narrativo suggerisce azione.
Molto bene la descrizione del treno "a nuvole".
La trama integra bene i paletti, mi stona solo il momento in cui Jason decide di imbarcarsi a Antofagasta, così. Serve alla trama ma non è coerente (a mio avviso) con il ruolo di console del narratore.
In realtà (per lo stesso motivo) non ho gradito nemmeno il momento in cui le autorità di Salta decidono di coinvolgere il console di un paese straniero anziché allertare i servizi segreti locali.
Apprezzata molto invece l'integrazione del boia (con tanto di leone) e del treno a nuvole. Bene gli anni 1940.

Grazie e alla prossima.


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Messaggio Da Akimizu Mar Ott 25, 2022 3:33 pm

Ciao autore, ma te lo posso dire in tutta franchezza che scrivi benissimo? Pulito, liscio come l'olio, non mi sono inceppato una volta. Complimenti sinceri! Lo stile non è certo moderno, per quello che vuol dire cioè nulla, ma è quel che io chiamo "antico tirato a lucido", una rivisitazione dei grandi del passato, come se scrivessero ora. Bravo ancora. Sono così entusiasta che sono passati in secondo piano i vari elementi che poco mi hanno convinto, come il molto raccontato o la strana decisione di partire per gli USA o ancora la catena di coincidenze che porta il "boia" sempre tra i piedi del nostro protagonista. Ciliegina sulla torta, anche se io non amo molto le citazioni spudorate, è quel "chiamatemi Jason", sarà che Moby Dick è tra i miei romanzi classici preferiti, ma ci stava proprio bene. Complimenti quindi e a rileggerci!
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Messaggio Da Marcog Sab Ott 29, 2022 2:36 pm

Mi associo ai molti apprezzamenti che hai ricevuto per il tuo modo di scrivere, la lettura scivola senza intoppi e senza errori di rilievo. Ben abbozzati i personaggi, soprattutto il protagonista. Forse manca un pò di colore, ma più che un difetto è una considerazione. Grazie e complimenti.
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