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LA FAGLIA (Ovvero: E se la Sicilia si staccasse dall’Italia?)

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mirella


Younglings
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LA FAGLIA
Quando la notizia apparve su una rivista specializzata e sui social, quasi nessuno vi fece caso. Ma poi che novità, certo che c’era una faglia, sennò come si spiegavano i terremoti?
Gli isolani ci convivevano da sempre con l’idea del terremoto; al centro culturale di Misterbianco, ex storica sezione dell’ex partito comunista, il terremoto era come la rivoluzione. Si sapeva che sarebbe avvenuta: ora no, l’anno venturo forse, ma da qui a cent’anni di sicuro. E perciò, visto che il tempo era lungo, tanto valeva non pensarci.
Ma ora la notizia di studi recenti sul sistema di faglie, diffuso non lontano dalle coste ioniche, non solo spiegava il progressivo allontanarsi della Sicilia dalla penisola e dava ragione del rischio sismico ma, cosa più importante, poteva essere sorvegliato!
«Capirai, che vantaggio!» commentò il ragionier Scogliandro, rivolgendosi all’amico Lucio Muccola, titolare del bar “Latte Di Mandorla” situato al centro della piazza.
«Io non lo sapevo» disse il buon Lucio, «che la Sicilia si allontanava, allora per questo vogliono fare il ponte, per trattenerla alla Calabria?»
«Ma quanto sei ignorante, Lucio, semmai questa è una ragione in più per non farlo affatto quel ponte!»
«Oh, oh, solo perché hai un diploma credi di poter dare dell’ignorante a tutti. Vuol dire che faranno un ponte a soffietto, ragioniere!»
«E perché no, oppure un ponte tibetano. Ma va’ va’!»

Nel bel mezzo di quest’amena discussione accaddero fatti strani. S’udirono minacciosi boati mentre la superficie del mare sobbolliva, come se avesse accolto nelle sue viscere il mostro di Lochness in preda al mal di pancia e la terra sembrava tremare. Qualcuno gridò: «Il terremoto!»
Ma non era il terremoto: era peggio.
Lucio Muccola si sentiva male; fin da bambino aveva sofferto il mal di mare e questo proprio gli stava accadendo, come se si fosse trovato su una zattera alla deriva tra i flutti.
«Ohi, ohi, ho il mal di mare!»
«Ma che dici, come puoi avere il mal di mare se siamo sulla terraferma?» disse Scogliandro.
«A te pare, ma stiamo navigando. Non te ne accorgi?»
Ancora non se n’erano accorti, ma il buon Lucio aveva ragione. Nelle ore successive fu il panico. Qualcuno che si era rivolto ai carabinieri, ai vigili del fuoco o alla protezione civile, alla concitata richiesta di soccorso: “Aiuto, fate qualcosa, la Sicilia si sta spostando verso l’Africa!” Si era sentito rispondere: ”Ma lei ha già voglia di scherzare alle otto del mattino? Guardi che qui stiamo lavorando!”
Però dopo un’ora e mezzo la tv annunciò che si stava provvedendo a evacuare Lampedusa e Linosa, trasportando la popolazione sulla penisola, perché la bella Trinacria sembrava proprio dirigersi verso sud, rischiando di travolgere le isole minori.
«E menomale che avevano detto : “la Sicilia non si sposta più di 20 cm ogni 2000 anni,” come è vero che gli scienziati hanno le idee un po’ confuse! C'è chi sostiene 1 cm per anno e chi 5/10 cm per anno, ma quando mai!» disse il ragionier Scogliandro.
A questo punto intervenne il farmacista Aristide Sòditutto: «Previsto. Era previsto. Tutto il mondo scientifico era d'accordo nel sostenere che un rilascio improvviso di energie accumulate nel sottosuolo avrebbe potuto repentinamente spostare l'isola di 30-40cm in un colpo solo…»
«Ari’», intervenne ancora Scogliandro «ma qui stiamo andando avanti tutta, altro che trenta centimetri!»
«Ma no, ora si ferma.» Replicò il farmacista.
Sopra la testa dei malcapitati un via vai incessante di elicotteri della protezione civile aggiungeva il rombo dei motori al frastuono dei boati che si mescolava alle urla di terrore della gente scesa in strada.
«E se non si ferma? Lucio, che fai con quel quaderno?» Domandò Scogliandro.
«Si accettano scommesse, forza.» Rispose l’interpellato.
«Ma ti pare il momento? T’è passato il mal di mare?»
«Mi sto abituando. E che vuoi fare? Almeno passiamo tempo. Tanto quel che deve succedere, succede.»
Il bar era affollato; a stare insieme un po’ ci si confortava. Nessuno voleva drammatizzare, ma di fronte a un evento così eccezionale tutti erano in preda allo sgomento. Però darlo a vedere no, mai. Ognuno pensava: “e se andiamo a schiantarci contro la costa africana?”
«Accendiamo la tv!» propose il consigliere comunale Filadelfo Rosicatù.
L’accesero.
Stavano trasmettendo un’intervista a una ricercatrice del CNR. che diceva:«l’Arco Calabro, il sistema di subduzione tra Africa ed Europa nel Mar Ionio, ha un importante primato: è l’unica regione al mondo in cui sia stato descritto materiale del mantello in risalita dalla placca in subduzione”.
«Visto, abbiamo un primato!» Disse Rosicatù
«E che siamo contenti!» Commentò Scogliandro.
“Le faglie lungo le quali risale il braccio oceanico Tetide – spiegava ancora la coordinatrice della ricerca – controllano anche la formazione del monte Etna, dimostrando che si tratta di strutture in grado di innescare processi vulcanici e causare terremoti. Queste faglie, infatti, sono profonde e lunghe decine di chilometri, e separano blocchi di crosta terrestre in movimento reciproco… ”
«Hai capito, Lucio?» Domandò Scogliandro.
«Nemmanco una parola. So solo che mi sta tornando il mal di mare! »
«Spegni quel televisore, Lucio. Gli scienziati non capiscono niente» disse Filadelfo, «loro parlano e parlano: studi multidisciplinari, immagini acustiche del sottosuolo, la scoperta di anomalie geochimiche… ma lo capiscono che stiamo andando a sbattere contro l’Africa e di questo che dicono? Niente. Ci sarà l’urto, il botto o magari ci fermiamo lì vicino. Queste cose dovrebbero dirci. Ma a proposito, se ci avviciniamo all’Africa restiamo sempre una regione a statuto speciale o no?»
«Ma tu guarda, che va a pensare ‘sta testa d’assessore!» commentò ancora Scogliandro e si mise a parlottare fitto fitto col farmacista. I due, persone di buon senso, ritenevano positiva la reazione della gente che continuava a fare le solite cose come se nulla fosse accaduto; sarebbe stato peggio se fosse durato il fuggi fuggi generale dei primi momenti di panico. A scatenare il pandemonio però erano stati i turisti che sembravano impazziti e cercavano di abbandonare l’isola con ogni mezzo.
Le automobili lasciate in strada causarono ingorghi paurosi, specie in prossimità degli aeroporti, i computer dei terminal vacillarono sovraccarichi fino al blocco totale. Allora i turisti si diressero ai porti. Dopo tutto anche da quelli si poteva fuggire. Francia, Inghilterra, Germania e altri paesi europei istituirono ponti aerei per il trasporto in massa dei loro cittadini, ma anche dopo questo provvedimento, marinai e pescatori misero in mare i pescherecci e fecero una sacco di soldi, perché l’Europa era sempre più lontana e le richieste per il viaggio si fecero di minuto in minuto più esose. Qualcuno si lamentava: «Ma in fondo ci siamo spostati di poco, questione di qualche metro in più, per raggiungere la Calabria… » e i pescatori beffardi: «E andateci a nuoto!»
Il governo mandava in tv comunicati tranquillizzanti, garantendo che la situazione non giustificava eccessive preoccupazioni (sic!) e assicurando che tutti i mezzi erano stati messi in atto per salvaguardare persone e cose. Le forze navali pattugliavano le coste e bla,bla,bla.
Comunque nel tardo pomeriggio, dopo il massiccio esodo dei turisti, la situazione sembrava avviarsi verso una certa normalità, anche se alberghi e luoghi di ritrovo sembravano svuotati e nelle strade dell’interno il traffico era scarso, ma nelle case le luci s’erano accese e s’udivano voci quiete. Chi giura sulla imperturbabilità degli Inglesi non ha fatto i conti con l’indifferenza dei Siculi. Sono fatti così: li lanciano in mare e quelli non fanno una piega, continuando a comportarsi come sulla terraferma. A un tratto, però venne a mancare la luce, l’isola rimase al buio. Un buio pesto, totale e fu di nuovo panico. Per fortuna la cosa non durò a lungo perché presero a funzionare i gruppi elettrogeni, almeno nei locali che ne erano forniti e il bar “Latte di Mandorla” si popolò dei clienti più affezionati.
«Che è successo?» Si chiedevano tutti. «Calma, calma, che al buio ci sono le stesse cose che si vedono con la luce» disse Lucio che, a modo suo, era un po’ filosofo.
Era accaduto che con uno strattone più forte i cavi elettrici s’erano rotti perché la terra s’era separata, però in tv dissero che le comunicazioni via terra tra l’isola e la penisola erano “al momento” interrotte, ma che le autorità seguivano con attenzione l’evolversi della situazione ed erano mantenuti i collegamenti aerei e gli aeroporti aperti e in piena attività.
Certo che l’isola continuava a muoversi.
«Ma poi, magari si ferma» stava dicendo il farmacista con un occhio alla tv che aggiornava sulla zatterona vagante, «non bagniamoci prima della pioggia.»
«Ari’, cu è vagnatu a st’ura, nun s’asciuga cchiù e bagnati già ci siamo. Bagnatissimi, fradici.» Replicava Scogliandro. Il pessimismo del ragioniere era motivato da quel che sentiva in tv, perché si parlava della Sicilia come di una nuova entità geografica, anche il nome le avevano cambiato. La chiamavano Trinacria; quindi non si pensava a una emergenza o a un evento cui porre riparo o comunque da gestire, ma a una situazione di fatto che pareva irreversibile. La penisola sembrava voler abbandonare Trinacria al suo destino.
«Ci lasciano andare alla deriva» diceva sottovoce il farmacista, «e l’Europa, farà pure qualcosa, siamo in Europa dopo tutto!»
«Lo eravamo», replicò Scoliandro sempre più desolato, «ma ora dove siamo e dove stiamo andando?»
L’Unione Europea rese pubblica una solenne dichiarazione della Commissione istituita per monitorare la situazione, in cui si conveniva che lo spostamento della Trinacria non avrebbe messo in crisi gli accordi vigenti, tanto più che si trattava di uno spostamento minimo di non più d’una quindicina di metri. Questo il risultato di un acceso dibattito nel corso del quale i paesi membri dell’Est arrivarono a dimostrare un certo disinteresse, al punto di dichiarare che se la Trinacria aveva deciso di uscire dalla UE, tanto valeva lasciarla andare.
Fu allora, dopo aver ascoltato l’ultimo telegiornale, che Filadelfo Sòditutto prese il suo bicchiere di latte di mandorla e andò a sedersi al tavolo dove il farmacista e il ragioniere stavano sorseggiando le loro bibite ed esordì: «Signori miei, vi siete accorti che siamo fermi?»
«Fermi. Ci siamo fermati?» domandò Scoliandro.
«Fermi, sì», confermò Lucio che aveva il suo modo personale per attestarlo: «niente mal di mare.»
«E non lo dicevo io?» ripeté il farmacista «Subito l’ho detto. Del resto, dove potevamo andare? Da Gibilterra non ci passiamo. L’Atlantico è escluso e anche verso est 27000 chilometri quadrati di superficie non passano da nessuna parte; l’unica direzione possibile è a sud, ma ci sarà stato un intoppo e ci siamo fermati. Meglio così, no?»
«Ma dove siamo? Siamo prossimi alle coste libiche, Tunisine o che altro?» domandò ancora Scoliandro.
Al terzetto si unì il vecchio maresciallo in pensione Barbaro Diolosà, ormai ultranovantenne che era stato un indipendentista della prima ora nel ’45 e tale era rimasto: «Meglio così. Certo» commentò, «la terra questo ha voluto dirci, che un’isola è un’isola e così deve restare. Senza ponti né di qua né di là!»
Il poveretto ignorava che una nave italiana con a bordo decine di tecnici, ingegneri giapponesi e geologi era già in navigazione verso Tunisi, dove imprenditori internazionali ipotizzavano di finanziare quella che sarebbe passata alla storia come l’impresa più grande di tutte le epoche: il TT Bridge, che avrebbe congiunto Trinacria e Tunisi. In gran segreto a bordo c’era anche un grande uomo, grande non di statura ma per potere, soldi e apparentamento con famiglie facoltosissime, politiche e non, nonché con lobby d’affari d’ogni genere. Il grande uomo sul ponte della nave seguiva gli spostamenti di Trinacria, avvalendosi di un potente cannocchiale più grande di lui e impallidì di colpo quando s’avvide che Trinacria si stava muovendo di nuovo, ma in altra direzione.
Gli era accanto il più famoso ingegnere giapponese del momento, Jong Ku Kaz Sii, che in inglese gli domandò: «Ma dove sta andando l’isola?» e quello gli rispose in inglese che non lo sapeva, ma cambiava poco perché il TT Bridge si poteva fare lo stesso da un’altra parte. L’importante era farlo. Ma siccome la parlata in inglese del granduomo non era un granché, Ku Kaz Sii non capì nulla e si ritirò deluso nella sua cabina pensando che sì, il TT Bridge si sarebbe fatto certamente, non ora e nemmeno l’anno venturo, ma da lì a cent’anni di sicuro.
Intanto Trinacria, coperta di città, villaggi, borghi, con la sua gente e i suoi animali si muoveva sempre più veloce come una barcone che lasciava il porto puntando verso il mare incontro a una terra nuova, fino a scomparire dalla vista degli uomini e dai loro cannocchiali.
Ma il botto, che Filadelfo Diolosà si aspettava, non ci fu.
Ci fu un Plofff.

All’inabissamento della Trinacria, sfuggirono soltanto due isolani che, aggrappati a un tronco d’albero, raggiunsero un isolotto al largo dell’isola di Cipro. A stento ricordavano i loro nomi perché lo choc, da cui mai si ripresero, era stato forte e si esprimevano in versi che nessuno comprendeva; parlavano di un mondo nuovo che era loro apparso come una montagna bruna in mezzo al mare. Un professore di lingua e letteratura italiana di Nicosia sosteneva che si trattava di versi dell’opera di un certo Alighieri che suonavano presso a poco così:
“Noi ci allegrammo e tosto tornò in pianto Che dalla nuova terra un turbo nacque Tre volte il fé girar con tutte l'acque; a la quarta levar la poppa in suso; e la prora ire in giù, com'altrui piacque, infin che 'l mar fu sovra noi richiuso".

commento: "In fuga dalla setta (con Stefy) Da Achillu

ImaGiraffe

ImaGiraffe
Younglings
Younglings
Che dire... adoro!
mi è piaciuto tantissimo, ma proprio tanto tanto. 

Ma due cose voglio farti notare. La prima sono "sic" "bla,bla,bla" e "ploff" il testo secondo me funzionerebbe meglio se non ci fossero. non so rendono tutto troppo infantile. come anche il nome del ingegnere giapponese ahahah fa ridere ma non è necessario, perché il testo è già assurdo e ironico di suo.

un altra cosa ma questa è più personale. forse non l'avrei fatta sprofondare. perché mi sarebbe piaciuto di più immaginare cosa sarebbe potuto capitare dopo.

detto questo... ho amato immensamente. Brava.

Petunia

Petunia
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
Mirella, ci stai regalando dei racconti meravigliosi.
Questo è scritto splendidamente e mi ha fatto fare delle risate (amare) ma di gusto.
Che dire... Kum kaz fai... 
Brava, bravissima.


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Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
D.Buzzati 

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