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Messaggio Da Giglio Pacini Mar Giu 18, 2024 11:00 pm

L’orologio segnava ancora le due di pomeriggio. Lo guardava impaziente. Sembrava che il tempo si era fermato. Aveva diciotto anni appena compiuti. Desiderava essere altrove anziché stare lì, seduto al tavolo della cucina, a guardare gli appunti per l’ultima interrogazione dell’anno, scarabocchiati, sulle pagine anonime di un libro di storia di seconda mano. Sbuffò. Prese l’album da disegno. Alcuni schizzi che aveva disegnato la sera prima. Una faccia paffuta, dal naso pronunciato e due folti baffi, sul capo una corona. Accanto un viso magro, dolce dagli occhi grandi, quello di una donna che doveva somigliare ad una principessa. Si immaginava un castello circondato da grandi prati verdi e soldati, dalle divise rosse e gialle che lo proteggevano insieme a fate e gnomi. Era sempre stato bravo a disegnare, lo rilassava, e quando lo faceva entrava in un mondo tutto suo. Come tanti ragazzi della sua età, aveva un sogno nel cassetto: quello di diventare un fumettista. 
Un tuono. Una breve scossa di pioggia. Intensa e calda. Il passaggio delle macchine sembrava più forte in confronto a quando la strada era asciutta. Erano le due e mezzo. Era un caldo giovedì di maggio del 1998. Si alzò all’improvviso. Indossò una giacca e uscì di casa senza prendere le chiavi, aveva intenzione di tornare a breve. Era sicuro che l’avrebbe trovata al solito posto. Seduta sullo stesso muretto.
Aveva smesso di piovere ma il cielo aveva mantenuto il suo cupo grigiore. I vagoni dei treni merci, muti e stanchi martoriati da chilometri in chissà quale direzione, disegnati da annoiati e sconsolati graffitari alle prime armi rimanevano immobili per mesi. Arianna era seduta sul solito scalino dove passava la maggior parte del tempo delle sue giornate. Sapeva che in quel posto dimenticato da Dio era molto difficile trovarla. Si era sistemata dentro un vecchio casottino in muratura dalle pareti scalcinate, le finestre polverose e una porta, precaria e cigolante le permetteva di ripararsi dai freddi inverni. Mangiava delle merendine che aveva appena rubato in un supermercato. Era troppo giovane Arianna, e forse cresciuta troppo in fretta. Un disegno sopra un vagone destinato in Svizzera la colpiva in modo particolare. Era una scritta. Sembrava senza senso. Reputava che i colori molto accesi la mettevano di buon umore. Era firmato Felix. Prese una sigaretta da un vecchio pacchetto, nascosto nel suo zaino. Sentì dei passi lenti sulla ghiaia. 
≪Ciao.≫
Sentì una voce dolce e pacata, giovanile e liscia. Felice si era seduto accanto a lei. Prese dallo zaino un sacchetto con dei ricambi puliti e due birre ≪le ho fregate dal magazzino del bar dei miei.≫ Le stappò con un coltellino svizzero e brindarono. Lei sorrise. Finalmente la giornata le aveva regalato un attimo di sollievo. 
≪Ho trovato un posto simpatico da visitare≫ interruppe lei, parlava con lo sguardo fisso su quel vagone colorato ≪un magazzino abbandonato vicino al ponte dell’autostrada. Dicono che i manichini si muovono.≫ La faccia di Felice paonazza e lo sguardo dubitativo.
≪Non mi rompere i coglioni con le tue cazzate dell’orrore≫ irruppe lui. ≪Ma dai! Ti caghi sotto?≫ ≪Non mi cago sotto. Voglio solo aspettare che passa il vigilante di turno e completare la mia opera sul quel vagone, prima che parta per la Svizzera.≫
≪Ma la tua opera è già bellissima così. E poi, ogni tanto ci vuole di vedere cose nuove. Dai solo una sbirciatina e torniamo prima del buio.≫ Lo sguardo di lui valeva più di mille conferme. Tirarono giù la birra in un sorso e partirono. Lui aveva parcheggiato il motorino oltre il cancello. 
Non era molto lontano. Un paio di semafori rossi e una rotonda. Un vialone a due corsie per senso di marcia, un bar e un grande albergo. Una fila di macchine ferme incolonnate in direzione del casello. Zig zag nel traffico, ponte. Lei lo stringeva da dietro. Non aveva mai provato un’emozione del genere. Appoggiò la guancia sulla sua schiena calda e magra. Era finalmente felice. 
Un grande magazzino costruito negli anni ’70. Un tempo vendeva vestiti e qualche corredo per la casa. Una saracinesca a rete chiusa. ≪Seguimi≫ disse lei prendendolo per mano. Una porticina sul retro si aprì con troppa facilità. Era sospetto. Ma non decisero di fuggire. L’adrenalina era troppa.
L’eco dei loro passi rimbombava tra scaffali vuoti e vecchi aggeggi buttati allo sbaraglio, abbandonati e lasciati al caso. La mano di lei era sudaticcia, lui guardò i suoi capelli lisci fino alle spalle, neri come i suoi vestiti e come il cielo che diventava sempre più scuro. 
Un arco segnava il passaggio in un altro ambiente dalla moquette logora e gli scaffali, sistemati allo sbaraglio, davano l’impressione di entrare in un labirinto. Un tuono. Una forte scarica di pioggia copriva i loro respiri, accentuati e leggiadri. Lei lo baciò. All’improvviso. Senza dire nulla. Lui si perse nella profondità dei suoi occhi neri. 
Un rumore metallico dietro uno scaffale. ≪Dai! andiamocene.≫ ripetè lui due volte sottovoce. Lei accostò l’indice al naso. Camminarono oltre la prima fila di scaffali.
La luce soffusa entrava dalle feritoie sul tetto. La pioggia battente insisteva, sembrava perseguitarli. Davanti a loro un manichino vestito con abiti da donna e una parrucca bionda. Aveva le braccia abbassate lungo l’esile corpo. Andarono avanti. Lei era divorata dalla curiosità. Dentro di lui qualcosa gli diceva di fermarsi. Non fece caso all’istinto e si lasciò guidare dalle esili e sudaticce mani di Arianna. Oltre un’altra fila di scaffali ce ne erano altri due. Sembravano maschio e femmina. Una giacca blu, logora e polverosa e l’altro una sciarpa gialla e una parrucca. Un’altra fila di scaffali sistemati ad angolo retto. Un uomo indossava una maschera bianca dove spuntavano delle ciocche di capelli crespi. Era grosso. Forse il triplo di loro. Tra le sue grandi mani impugnava un’ascia. Aveva il respiro affannato. Dalla sua bocca uscivano grugniti di rabbia mista ad ansia. Le urla di spavento dei due ragazzi lo fecero sorridere. Aveva deciso che erano suoi. Loro indietreggiarono, prima lentamente poi sempre più veloce. Il gomito di Felice contro uno scaffale. Un colpo forte che in un’altra circostanza avrebbe pianto dal dolore. Pensò che era meglio risparmiare le lacrime per dopo. 
Davanti a loro di nuovo i soliti due manichini. Erano più vicini di prima, sembravano tenersi per mano.
Erano nel panico. Arianna non riusciva a parlare. La gola, carica di pianto e qualcosa sembrava pesare sul suo petto. Era difficile trovare la via per uscire, eppure, quella strada l’avevano fatta pochi minuti prima. L’uomo li seguiva. Erano sicuri e sentivano i grugniti rimbombare nell’eco di quello stanzone immenso. Erano sempre più forti. Lui era sempre più vicino. 
Di corsa verso un altro corridoio. Chiuso. Il fiatone. I cuori sembravano sfondare i loro petti. Tornarono indietro. Destra e poi sinistra. Chiuso. Ancora indietro e sinistra. Un corridoio. Il solito di prima. Finalmente la luce del portone. Un angolo del grande salone all’ingresso. Si tenevano per mano. Sempre più forte. Non si erano mai stretti così. Felice cercava di tenersela più vicino ma lei si allontanava sempre di più. La vide sparire, piano piano. Qualcosa la stava inghiottendo. Quel grugnito, abominevole, rauco e rozzo. Una spinta. Felice cascò per terra. Le gambe di Arianna non sfuggirono ai suoi occhi terrorizzati, che piano piano la vedevano tornare dentro quell’orrendo labirinto. Dei lamenti, lancinanti. Un pianto, acuto e isterico rimbombava nell’eco di quel grande stanzone buio.

Nessuno aveva più avuto notizie di Arianna. Suo padre era sparito, forse lo avevano arrestato di nuovo. Sua madre si era allontanata, in tutto il quartiere nessuno sapeva che fine aveva fatto. Felice era seduto sul divano sfondato della casa di Arianna. Era stato facile entrare, la porta non era nemmeno chiusa a chiave. Fuori i rumori del traffico. Le sirene della polizia e delle urla. Era il mondo dove era cresciuta Arianna. Nascosto sotto il materasso della sua stanza il diario, un libro strappato e una foto. Arianna era seduta nel parco, sorrideva mentre si dondolava sopra un’altalena. La data sul retro era di due anni prima.
L’area ferroviaria sembrava vuota senza di lei. Quel casottino, il suo sacco a pelo vuoto, lo zaino e la bottiglia della sua ultima birra. Gli occhi di Felice versarono una lacrima. Pianse. Agitò una bomboletta di colore spray davanti uno dei tanti vagoni merci. La sua opera era destinata ad Arianna. 
Fuori dal casello autostradale, alcuni alberi circondavano un parcheggio. Dei camion in sosta. Alcune macchine. Accanto alla carcassa di un motorino una vecchia automobile nera. Per terra mozziconi di sigarette a basso costo e un uomo seduto al posto di guida. Era grosso. Aveva la pelle lattata e i capelli crespi.
FINE
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Giglio Pacini
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