(Il giovane autore, dopo avere salito le scale, suona al campanello dell’appartamento del Maestro. Si sente qualche debole rumore dall’altra parte, e una vocina femminile che risponde senza aprire la porta) - Sì?
- Buongiorno, sono Bezzi, ho un…
- Parli più forte per favore!
- Sì. (Con voce più alta) Dicevo: sono Bezzi, ho un appuntamento col Maestro.
(La governante apre la porta, taglia dall’alto in basso con lo sguardo il giovane autore, poi) Mmmh, si accomodi. (Lo fa entrare nell’ingresso) Fermo lì. Aspetti. Non tocchi niente (Si gira e si infila in un corridoio buio; poco dopo rientra).
- Mi segua (La governante percorre il corridoio fino allo studio del Maestro, seguita dal giovane autore).
- Ninì (dice rivolta al Maestro), c’è questo giovane per te… Ricorda le gocce. Più tardi ti porto la tisana (La governante esce).
- Buongiorno Maestro…
- Bezi, vero?
- Sì Maestro, con due zeta: Bezzi…
- Abbiamo una mezz’ora, le va bene?
- Sì Maestro.
(Il giovane è esitante, non sa bene come comportarsi).
- Mm-mh. E mi dica Brezzi, starà lì impalato tutto il pomeriggio o prima o poi si metterà seduto?
- Oh, beh… sì certo, qui va bene?
- Se va bene a lei… Allora vediamo… (armeggia col Mac portatile sulla scrivania) lei mi ha scritto diciotto… no: diciannove email nell’arco di tre mesi, facendomi intendere che mi avrebbe asfissiato a morte se non l’avessi ricevuta. Bene; adesso l’ho ricevuta (Il Maestro tace guardando fisso il giovane Autore).
- Oh, io la ringrazio tantissimo…
- M-mh.
- … no no, la ringrazio proprio perché, vede, per uno come me che aspira a produrre qualcosa di significativo in campo artistico…
- Perché?
- … beh, ma perché l’arte è vita, è espressione dell’anima, è… come posso dire…
- Se non lo sa lei!
- … sì, voglio dire, io vivo di poesia, non potrei farne proprio a meno, e credo molto nella funzione del poeta nella nostra società…
- Oh mamma mia! Ma si accorge che parla per cliché? Lei sa cos’è un cliché, vero? No, non risponda (Resta in silenzio qualche istante). Quanti anni ha?
- Io? ventotto.
- E cosa fa nella vita?
- Io? sono dipendente pubblico.
- M-mh. E mi dica: quando è solo in una stanza con un’altra persona, e costui le fa una domanda, lei esordisce sempre con “Io”?
- Io? voglio dire… Maestro mi deve scusare, è che per me l’emozione è veramente forte. Mi rendo conto di fare la figura dello sciocco… Credevo di avere le idee chiare ma adesso, qui davanti a lei…
- M-mh… Va bene, ricominciamo daccapo. Lei ama la poesia e crede nel ruolo sociale di questa forma d’arte. Dico bene?
- Sì Maestro.
- Ed evidentemente non si accorge che dice una fesseria. Lei conosce Montale?
- Montale? Beh, sì, l’ho letto.
- Leggere non significa conoscere. E comunque conoscere non significa capire. Bene, Montale già negli Ossi di seppia, mi pare in “Non chiederci la parola”, ma potrei confondermi, insomma già lui, allora, capiva che questo ruolo sociale del poeta è una fregnaccia. Mi capisce?
- Sì Maestro.
- No, lei non capisce. Lei ascolta, certo, e domani a cena coi suoi amici farà sua questa mia affermazione. Forse rileggerà anche Ossi di seppia, e almeno questa è una cosa buona, ma lei non può veramente capire (Resta in silenzio qualche istante). Vede Bozzi, io ho quasi settant’anni; scrivo poesie che nessuno legge da almeno cinquanta. Oh, all’inizio quanto ci rimanevo male! All’inizio avevo delle spettacolari recensioni da poeti veri, capisce? Io ho conosciuto Montale, e lui parlava bene di me… E il grande Sandro Penna, uomo magnifico nella sua tristezza del mondo, lui ha scritto anche la presentazione a un mio volume…
- Il faro della laguna…
- Il faro nella laguna, non “della”, fu l’opera che mi aprì le porte alla notorietà, quella del poeta… Lei lo sa in cosa consiste la notorietà del poeta?
- Mah…
- Lasci perdere, glie lo dico io: consiste nel fatto che a un certo punto scrivono di te nei supplementi letterari dei quotidiani più importanti, fai qualche lezione in prestigiosi atenei e non devi più pubblicarti i libri a tue spese. Prima eri “un poeta”, poi diventi “il Poeta”, e se perseveri diventi “il Maestro”. E sa cosa cambia? Che guadagni soldi senza vendere una sola poesia; scrivi come recensore letterario, fai traduzioni, fai conferenze, introduci qualche volume altrui…
- Mi è piaciuta molto la sua introduzione al volume del Peschieri…
- “Del Peschieri”? ma come parla… (lo guarda con atteggiamento di pena). Lei sa cosa diceva Flaubert dell’introduzione? “Vocabolo osceno” (ridacchia), capito il vecchio satiro che giochini di parole stupidi faceva? Ma lui era Flaubert! (Aggrotta la fronte pensoso). Ho perso il filo… Cosa stavo dicendo?
- Mi parlava dei suoi esordi, dell’affermazione pubblica del poeta…
- Ah sì. Insomma, a quel punto tu continui a scrivere poesie che nessuno legge, ma intanto tutti sanno che sei bravo, importante, e ti pagano per firmare altre cose, oh certo! sempre in ambito letterario, ci mancherebbe! Ecco, la funzione del poeta oggi è una grandissima baggianata. Non c’è. Punto.
- Ma, scusi Maestro, se posso permettermi… Lei però continua a scrivere le sue poesie…
- Sì ma sono per me. Capisce? Io ho bisogno di scrivere. Scrivo in un certo modo che si chiama ‘poesia’, mi piace. Mi gratifica. Penso di essere molto bravo e mi piaccio. Poi le mando a mezza dozzina di poeti più o meno nelle mie condizioni, cioè che hanno un minimo di significato artistico, che mi rispondono estasiati facendomi mille deliziosi complimenti e allegandomi le loro ultime produzioni poetiche. Io le leggo, mi sembrano schifezze ma scrivo loro che senso di lievità mi hanno prodotto, oppure se sono poesie tragiche che empatico afflato di tragedia, oppure qualche altra corbelleria che li renderà lieti del mio illuminato parere. Intanto gli editori mi pagano per altre cose e io posso permettermi questa casa, la governante, i miei piccoli vizi… (Entra la governante senza bussare) Eccola, nomini il diavolo…
- Ninì, l’hai presa la pillola? Mandala giù con la tisana, te la metto qui. (Esce).
- E qui lei ha appena visto un altro aspetto della vita del Poeta… Famoso e celebrato nelle antologie per le scuole medie, con una governante che lo chiama Ninì… guai a lei se se lo lascia scappare con qualcuno…
- No no, Maestro, ci mancherebbe, e poi…
- E poi cosa? E poi cosa… (per un attimo il suo sguardo sembra perso). Bene. Direi che la conversazione col grande Maestro l’ha avuta, giusto? Adesso possiamo arrivare al sodo perché, ci scommetto, lei intende sottopormi una sua opera. E’ così? O addirittura sono più d’una, mio dio…
- No no, Maestro… Cioè, sì, ne ho una e mi piacerebbe condividerla con lei, avere un suo giudizio ecco, per migliorarmi…
- Già. Allora facciamo così, tanto per giocare un po’ fra noi. Io prima le do il mio giudizio, e poi accetterò che lei mi legga la sua poesia. E’ d’accordo?
- Ma… non capisco… Prima mi dà il giudizio? E su quale base…
- Niente da fare. Le spiegazioni non sono richieste né ammesse. Lei mi ha intasato la posta elettronica di email ruffiane e complimentose per farsi invitare qui. Bene, lei è qui. Voleva parlare con me? Bene, abbiamo parlato. Già questo le basta per gratificarsi i prossimi tre o quattro anni e per dedicargli un capitolo apposito nelle sue future memorie. Adesso siamo alla fine e lei mi vuole leggere la sua poesia, e le ho detto che l’ascolterò se accetta il mio giudizio prima che lei dia fiato alla bocca. Non ci giri tanto attorno e dica semplicemente “sì”, visto che muore dalla voglia.
- Sì sì, Maestro, ma si figuri… va benissimo.
- Bene, allora questo è il mio giudizio. La sua poesia è pessima. È poco più di un tardivo esercizio adolescenziale, pieno di boriosi cliché di cui lei si nutre inconsapevole. Figure retoriche trite, banali, scopiazzate da letture frettolose e superficiali che ritiene facciano di lei un lettore raffinato, mentre sono solo l’ammonticchiata falsa erudizione di un autodidatta, come quello della Nausea di Sartre che lei non conoscerà…
- Ma sì, ho letto La nausea…
- Silenzio! Non mi interrompa! Se ha letto Sartre ha compiuto uno sforzo eccessivo per lei, le consiglio vivamente di non riprovarci. Lei ha scritto email corrette sintatticamente ma tremendamente vuote, prive di calore, prive di passione se non della sua presunzione piccolo borghese, ed è venuto da me, è venuto da me! per leggermi una sua poesia che se non sarà in rima baciata dovrò ritenermi fortunato. Lei mi viene a cianciare del ruolo del poeta nella società moderna; ma cosa ne sa? Cosa mi ha scritto che fa per vivere… (dà un’occhiata veloce al computer) L’impiegato, giusto? (il giovane Autore annuisce, con la testa bassa), e non crede che abbia una maggiore funzione sociale lei, con le scartoffie di cui si occupa, piuttosto che venire qui a lusingare se stesso con l’ambizione poetica? Faccia l’impiegato, anzi: si licenzi e vada a fare il cameriere, che ce n’è più bisogno, o meglio l’idraulico, ecco. Questo penso della sua poesia. E adesso sarò lieto di sentirgliela declamare.
- Ma, Maestro (il giovane autore fatica a parlare), io… a me dispiace che lei mi dica così… insomma… bastava rispondere alle email dicendo che lei non era disponibile… io… lei non mi ha neppure ascoltato…
- La sto ascoltando ora. Smetta di piagnucolare e legga la sua “poesia”, erano questi i patti, no?
- Sì, ma…
- Iniziamo dal titolo. Come si intitola il suo capolavoro?
- Luminosi i mattini erano un tempo…
- (il Maestro lo imita sarcastico ridacchiando) “Luminosi i mattini erano un tempo”, ah ah… bella figura retorica, davvero! Lo sa almeno come si chiama?
- Non capisco…
- Oh dio mio, lei è un po’ tardo, lo sa? La sua poesia si intitola “Luminosi i mattini erano un tempo”, giusto?
- Sì…
- Ebbene lei con sua moglie – perché ce l’avrà una moglie, naturalmente! – non parla mica così. Lei direbbe “Ciao amore, ti ricordi? Un tempo i mattini erano luminosi, come sono diventati bui!”. In italiano si usa soggetto verbo e complemento: i mattini, erano, luminosi. Lei invece mi propone un’inversione di parole: luminosi, i mattini, erano un tempo. Bello! Come si chiama questa figura retorica, lo sa o non lo sa? Si chiama anastrofe, e va usata con cautela. Il mio vecchio amico e maestro Saba le usava, ma lui era Saba… Vada avanti!
- Maestro… Maestro no, non andrò avanti…
- Mmh?
- Ho capito benissimo di aver fatto male a venire. L’ho disturbata certamente…
- Bravo!
- …e non era mia intenzione. Ho capito la lezione che mi ha data…
- Mmh?
- … ma sì, ho capito, ho capito. Forse non conoscevo l’anarofe…
- Anastrofe! A-Na-Stro-Fe!
- L’anastrofe, va bene… Devo studiare di più. Devo presumere di meno…
- Fa progressi…
- Però mi permetta di dirle…
- Ahi ahi, ferma lì, prima di dire cose spiacevoli che poi sarebbe impossibile ritrattare!
- Oh insomma!
- Ma sì, lei è offeso e risentito, lo so. (Il giovane Autore fa come per parlare). No no, mi lasci dire. Lei aveva fatto delle fantasie: lei giovane e sconosciuto autore di grandi opere d’arte viene dal vecchio e celebrato poeta, gli legge la sua bellissima poesia sui mattini luminosi che tanto sarà piaciuta alla mogliettina, il vecchio poeta si commuove e vede in lei l’erede unico della sua musa. Abbandona il grigio impiego pubblico, diventa celeberrimo, ricco, vince il Nobel…
- (Il giovane Autore si alza) Grazie comunque. Io vado.
- Lei se ne va? Ma sì, è meglio. Vada a scrivere qualche altro capolavoro. E mentre esce dica all’Ernestina che la tisana si è freddata, che ne faccia un’altra. E non sbatta la porta!
(Il giovane Autore esce. Il Maestro chiude l’alzata del computer e si aggiusta sulla poltrona. Per qualche minuto si sente solo il sommesso ticchettio di un orologio e, in lontananza, il giovane Autore che saluta la governante, e la porta che si chiude dietro di lui. Passa qualche altro minuto di assoluto silenzio, poi il Maestro sembra destarsi dal groviglio dei suoi pensieri) Ernestina! (grida) Ernestinaa, la tisanaa!
(Intanto il giovane Autore esce dallo studio del Maestro e scende a piedi le scale).
- (Fra sé) Ma che stronzo, che stronzo, chestronzochestronzo. (Grida) STRONZO! (Fra sé) Ma tu guarda che vecchio stronzo e io maestro qui maestro là… maestro un cazzo… (Sibila) stronzo proprio… per ‘ste quattro cazzate che ha scritto ma chi cazzo è poi? Ma dico io… vecchio imbecille stronzo mavaffanculo testa di cazzo maestro dei miei coglioni… Ma come s’apre ‘sto portone del cazzo non c’è un pulsante? (grida) Stronzo! Anche il portone c’hai stronzo! (Piano, trovando il pulsante di apertura) Ah, ecco… (Preme l’interruttore, apre il portone ed esce. Il giovane Autore parla fra sé a bassa voce) Che stronzo… ma poi mi ha chiamato lui (gli fa in verso imitando la voce nasale) “lei ha scritto diciotto email, no sono diciannove e mi stava asfissiando” l’imbecille! Ma vaffanculo non mi rispondi, mi metti nello spam ed è finita lì. Ma che cazzo sa lui di come si banna qualcuno, vecchio bacucco di merda (Grida) Sei una merda! (qualcuno lo guarda, lui continua a bassa voce) un pezzo di merda sei, l’anastrofe del cazzo ma chi se l’è inculata mai l’anastrofe mi vieni a fare l’erudito di merda, deficiente te e chi ha inventato l’anastrofe, ma vaffanculo mica ho fatto il classico io, che cazzo c’entra con la mia poesia? No, dico: se non conosci l’anastronza non puoi scrivere, non puoi avere sentimenti? “Vada a fare il cameriere…”. Ma vacci tu cretino demente rincitrullito, “il mio maestro Saba, Montale mi voleva bene”, e quell’altro chi era… Penna! Ma rivà a rifare in culo (grida) BASTARDO!
(Intanto, nel suo studio, il Maestro è adagiato sulla poltrona, pensoso; entra la governante)
- Hai bisogno di qualcosa Ninì?
- La tisana; questa s’è freddata. Non te l’ha detto il giovanotto?
- No, a me i giovanotti non dicono mai nulla. Escono scuri in volto e scappano via.
- (Ridacchiando) Eh già, eh già già…
- Ma Ninì, non è bello, poverini…
- Poverini? Poverinii? Ernestina, vammi a fare la tisana e non t’impicciare di cose che non capisci! E non chiamarmi Ninì di fronte a estranei. Non chiamarmi Ninì e basta, chiamami Maestro, accidenti!
- (La governante esce lentamente dallo studio) Ma sì, ma sì, una bella tisana calda così ti calmi…
- (Il maestro, sempre sulla sua poltrona; ha un’espressione soddisfatta) Com’era, mannaggia… Ah sì, Luminosi i mattini erano un tempo… hihihi… Luminosi i mattini… (ridacchia sommessamente) ahaha, che imbecille!
(Più tardi il Maestro è nel suo studio; sta rileggendo le Lettere a un giovane poeta di Rilke quando entra la governante introducendo un giovanotto impacciato. La governante esce).
- Buongiorno Maestro…
- Anselmi, vero?
- Sì Maestro.
- Abbiamo una mezz’ora, le va bene?
- Buongiorno, sono Bezzi, ho un…
- Parli più forte per favore!
- Sì. (Con voce più alta) Dicevo: sono Bezzi, ho un appuntamento col Maestro.
(La governante apre la porta, taglia dall’alto in basso con lo sguardo il giovane autore, poi) Mmmh, si accomodi. (Lo fa entrare nell’ingresso) Fermo lì. Aspetti. Non tocchi niente (Si gira e si infila in un corridoio buio; poco dopo rientra).
- Mi segua (La governante percorre il corridoio fino allo studio del Maestro, seguita dal giovane autore).
- Ninì (dice rivolta al Maestro), c’è questo giovane per te… Ricorda le gocce. Più tardi ti porto la tisana (La governante esce).
- Buongiorno Maestro…
- Bezi, vero?
- Sì Maestro, con due zeta: Bezzi…
- Abbiamo una mezz’ora, le va bene?
- Sì Maestro.
(Il giovane è esitante, non sa bene come comportarsi).
- Mm-mh. E mi dica Brezzi, starà lì impalato tutto il pomeriggio o prima o poi si metterà seduto?
- Oh, beh… sì certo, qui va bene?
- Se va bene a lei… Allora vediamo… (armeggia col Mac portatile sulla scrivania) lei mi ha scritto diciotto… no: diciannove email nell’arco di tre mesi, facendomi intendere che mi avrebbe asfissiato a morte se non l’avessi ricevuta. Bene; adesso l’ho ricevuta (Il Maestro tace guardando fisso il giovane Autore).
- Oh, io la ringrazio tantissimo…
- M-mh.
- … no no, la ringrazio proprio perché, vede, per uno come me che aspira a produrre qualcosa di significativo in campo artistico…
- Perché?
- … beh, ma perché l’arte è vita, è espressione dell’anima, è… come posso dire…
- Se non lo sa lei!
- … sì, voglio dire, io vivo di poesia, non potrei farne proprio a meno, e credo molto nella funzione del poeta nella nostra società…
- Oh mamma mia! Ma si accorge che parla per cliché? Lei sa cos’è un cliché, vero? No, non risponda (Resta in silenzio qualche istante). Quanti anni ha?
- Io? ventotto.
- E cosa fa nella vita?
- Io? sono dipendente pubblico.
- M-mh. E mi dica: quando è solo in una stanza con un’altra persona, e costui le fa una domanda, lei esordisce sempre con “Io”?
- Io? voglio dire… Maestro mi deve scusare, è che per me l’emozione è veramente forte. Mi rendo conto di fare la figura dello sciocco… Credevo di avere le idee chiare ma adesso, qui davanti a lei…
- M-mh… Va bene, ricominciamo daccapo. Lei ama la poesia e crede nel ruolo sociale di questa forma d’arte. Dico bene?
- Sì Maestro.
- Ed evidentemente non si accorge che dice una fesseria. Lei conosce Montale?
- Montale? Beh, sì, l’ho letto.
- Leggere non significa conoscere. E comunque conoscere non significa capire. Bene, Montale già negli Ossi di seppia, mi pare in “Non chiederci la parola”, ma potrei confondermi, insomma già lui, allora, capiva che questo ruolo sociale del poeta è una fregnaccia. Mi capisce?
- Sì Maestro.
- No, lei non capisce. Lei ascolta, certo, e domani a cena coi suoi amici farà sua questa mia affermazione. Forse rileggerà anche Ossi di seppia, e almeno questa è una cosa buona, ma lei non può veramente capire (Resta in silenzio qualche istante). Vede Bozzi, io ho quasi settant’anni; scrivo poesie che nessuno legge da almeno cinquanta. Oh, all’inizio quanto ci rimanevo male! All’inizio avevo delle spettacolari recensioni da poeti veri, capisce? Io ho conosciuto Montale, e lui parlava bene di me… E il grande Sandro Penna, uomo magnifico nella sua tristezza del mondo, lui ha scritto anche la presentazione a un mio volume…
- Il faro della laguna…
- Il faro nella laguna, non “della”, fu l’opera che mi aprì le porte alla notorietà, quella del poeta… Lei lo sa in cosa consiste la notorietà del poeta?
- Mah…
- Lasci perdere, glie lo dico io: consiste nel fatto che a un certo punto scrivono di te nei supplementi letterari dei quotidiani più importanti, fai qualche lezione in prestigiosi atenei e non devi più pubblicarti i libri a tue spese. Prima eri “un poeta”, poi diventi “il Poeta”, e se perseveri diventi “il Maestro”. E sa cosa cambia? Che guadagni soldi senza vendere una sola poesia; scrivi come recensore letterario, fai traduzioni, fai conferenze, introduci qualche volume altrui…
- Mi è piaciuta molto la sua introduzione al volume del Peschieri…
- “Del Peschieri”? ma come parla… (lo guarda con atteggiamento di pena). Lei sa cosa diceva Flaubert dell’introduzione? “Vocabolo osceno” (ridacchia), capito il vecchio satiro che giochini di parole stupidi faceva? Ma lui era Flaubert! (Aggrotta la fronte pensoso). Ho perso il filo… Cosa stavo dicendo?
- Mi parlava dei suoi esordi, dell’affermazione pubblica del poeta…
- Ah sì. Insomma, a quel punto tu continui a scrivere poesie che nessuno legge, ma intanto tutti sanno che sei bravo, importante, e ti pagano per firmare altre cose, oh certo! sempre in ambito letterario, ci mancherebbe! Ecco, la funzione del poeta oggi è una grandissima baggianata. Non c’è. Punto.
- Ma, scusi Maestro, se posso permettermi… Lei però continua a scrivere le sue poesie…
- Sì ma sono per me. Capisce? Io ho bisogno di scrivere. Scrivo in un certo modo che si chiama ‘poesia’, mi piace. Mi gratifica. Penso di essere molto bravo e mi piaccio. Poi le mando a mezza dozzina di poeti più o meno nelle mie condizioni, cioè che hanno un minimo di significato artistico, che mi rispondono estasiati facendomi mille deliziosi complimenti e allegandomi le loro ultime produzioni poetiche. Io le leggo, mi sembrano schifezze ma scrivo loro che senso di lievità mi hanno prodotto, oppure se sono poesie tragiche che empatico afflato di tragedia, oppure qualche altra corbelleria che li renderà lieti del mio illuminato parere. Intanto gli editori mi pagano per altre cose e io posso permettermi questa casa, la governante, i miei piccoli vizi… (Entra la governante senza bussare) Eccola, nomini il diavolo…
- Ninì, l’hai presa la pillola? Mandala giù con la tisana, te la metto qui. (Esce).
- E qui lei ha appena visto un altro aspetto della vita del Poeta… Famoso e celebrato nelle antologie per le scuole medie, con una governante che lo chiama Ninì… guai a lei se se lo lascia scappare con qualcuno…
- No no, Maestro, ci mancherebbe, e poi…
- E poi cosa? E poi cosa… (per un attimo il suo sguardo sembra perso). Bene. Direi che la conversazione col grande Maestro l’ha avuta, giusto? Adesso possiamo arrivare al sodo perché, ci scommetto, lei intende sottopormi una sua opera. E’ così? O addirittura sono più d’una, mio dio…
- No no, Maestro… Cioè, sì, ne ho una e mi piacerebbe condividerla con lei, avere un suo giudizio ecco, per migliorarmi…
- Già. Allora facciamo così, tanto per giocare un po’ fra noi. Io prima le do il mio giudizio, e poi accetterò che lei mi legga la sua poesia. E’ d’accordo?
- Ma… non capisco… Prima mi dà il giudizio? E su quale base…
- Niente da fare. Le spiegazioni non sono richieste né ammesse. Lei mi ha intasato la posta elettronica di email ruffiane e complimentose per farsi invitare qui. Bene, lei è qui. Voleva parlare con me? Bene, abbiamo parlato. Già questo le basta per gratificarsi i prossimi tre o quattro anni e per dedicargli un capitolo apposito nelle sue future memorie. Adesso siamo alla fine e lei mi vuole leggere la sua poesia, e le ho detto che l’ascolterò se accetta il mio giudizio prima che lei dia fiato alla bocca. Non ci giri tanto attorno e dica semplicemente “sì”, visto che muore dalla voglia.
- Sì sì, Maestro, ma si figuri… va benissimo.
- Bene, allora questo è il mio giudizio. La sua poesia è pessima. È poco più di un tardivo esercizio adolescenziale, pieno di boriosi cliché di cui lei si nutre inconsapevole. Figure retoriche trite, banali, scopiazzate da letture frettolose e superficiali che ritiene facciano di lei un lettore raffinato, mentre sono solo l’ammonticchiata falsa erudizione di un autodidatta, come quello della Nausea di Sartre che lei non conoscerà…
- Ma sì, ho letto La nausea…
- Silenzio! Non mi interrompa! Se ha letto Sartre ha compiuto uno sforzo eccessivo per lei, le consiglio vivamente di non riprovarci. Lei ha scritto email corrette sintatticamente ma tremendamente vuote, prive di calore, prive di passione se non della sua presunzione piccolo borghese, ed è venuto da me, è venuto da me! per leggermi una sua poesia che se non sarà in rima baciata dovrò ritenermi fortunato. Lei mi viene a cianciare del ruolo del poeta nella società moderna; ma cosa ne sa? Cosa mi ha scritto che fa per vivere… (dà un’occhiata veloce al computer) L’impiegato, giusto? (il giovane Autore annuisce, con la testa bassa), e non crede che abbia una maggiore funzione sociale lei, con le scartoffie di cui si occupa, piuttosto che venire qui a lusingare se stesso con l’ambizione poetica? Faccia l’impiegato, anzi: si licenzi e vada a fare il cameriere, che ce n’è più bisogno, o meglio l’idraulico, ecco. Questo penso della sua poesia. E adesso sarò lieto di sentirgliela declamare.
- Ma, Maestro (il giovane autore fatica a parlare), io… a me dispiace che lei mi dica così… insomma… bastava rispondere alle email dicendo che lei non era disponibile… io… lei non mi ha neppure ascoltato…
- La sto ascoltando ora. Smetta di piagnucolare e legga la sua “poesia”, erano questi i patti, no?
- Sì, ma…
- Iniziamo dal titolo. Come si intitola il suo capolavoro?
- Luminosi i mattini erano un tempo…
- (il Maestro lo imita sarcastico ridacchiando) “Luminosi i mattini erano un tempo”, ah ah… bella figura retorica, davvero! Lo sa almeno come si chiama?
- Non capisco…
- Oh dio mio, lei è un po’ tardo, lo sa? La sua poesia si intitola “Luminosi i mattini erano un tempo”, giusto?
- Sì…
- Ebbene lei con sua moglie – perché ce l’avrà una moglie, naturalmente! – non parla mica così. Lei direbbe “Ciao amore, ti ricordi? Un tempo i mattini erano luminosi, come sono diventati bui!”. In italiano si usa soggetto verbo e complemento: i mattini, erano, luminosi. Lei invece mi propone un’inversione di parole: luminosi, i mattini, erano un tempo. Bello! Come si chiama questa figura retorica, lo sa o non lo sa? Si chiama anastrofe, e va usata con cautela. Il mio vecchio amico e maestro Saba le usava, ma lui era Saba… Vada avanti!
- Maestro… Maestro no, non andrò avanti…
- Mmh?
- Ho capito benissimo di aver fatto male a venire. L’ho disturbata certamente…
- Bravo!
- …e non era mia intenzione. Ho capito la lezione che mi ha data…
- Mmh?
- … ma sì, ho capito, ho capito. Forse non conoscevo l’anarofe…
- Anastrofe! A-Na-Stro-Fe!
- L’anastrofe, va bene… Devo studiare di più. Devo presumere di meno…
- Fa progressi…
- Però mi permetta di dirle…
- Ahi ahi, ferma lì, prima di dire cose spiacevoli che poi sarebbe impossibile ritrattare!
- Oh insomma!
- Ma sì, lei è offeso e risentito, lo so. (Il giovane Autore fa come per parlare). No no, mi lasci dire. Lei aveva fatto delle fantasie: lei giovane e sconosciuto autore di grandi opere d’arte viene dal vecchio e celebrato poeta, gli legge la sua bellissima poesia sui mattini luminosi che tanto sarà piaciuta alla mogliettina, il vecchio poeta si commuove e vede in lei l’erede unico della sua musa. Abbandona il grigio impiego pubblico, diventa celeberrimo, ricco, vince il Nobel…
- (Il giovane Autore si alza) Grazie comunque. Io vado.
- Lei se ne va? Ma sì, è meglio. Vada a scrivere qualche altro capolavoro. E mentre esce dica all’Ernestina che la tisana si è freddata, che ne faccia un’altra. E non sbatta la porta!
(Il giovane Autore esce. Il Maestro chiude l’alzata del computer e si aggiusta sulla poltrona. Per qualche minuto si sente solo il sommesso ticchettio di un orologio e, in lontananza, il giovane Autore che saluta la governante, e la porta che si chiude dietro di lui. Passa qualche altro minuto di assoluto silenzio, poi il Maestro sembra destarsi dal groviglio dei suoi pensieri) Ernestina! (grida) Ernestinaa, la tisanaa!
(Intanto il giovane Autore esce dallo studio del Maestro e scende a piedi le scale).
- (Fra sé) Ma che stronzo, che stronzo, chestronzochestronzo. (Grida) STRONZO! (Fra sé) Ma tu guarda che vecchio stronzo e io maestro qui maestro là… maestro un cazzo… (Sibila) stronzo proprio… per ‘ste quattro cazzate che ha scritto ma chi cazzo è poi? Ma dico io… vecchio imbecille stronzo mavaffanculo testa di cazzo maestro dei miei coglioni… Ma come s’apre ‘sto portone del cazzo non c’è un pulsante? (grida) Stronzo! Anche il portone c’hai stronzo! (Piano, trovando il pulsante di apertura) Ah, ecco… (Preme l’interruttore, apre il portone ed esce. Il giovane Autore parla fra sé a bassa voce) Che stronzo… ma poi mi ha chiamato lui (gli fa in verso imitando la voce nasale) “lei ha scritto diciotto email, no sono diciannove e mi stava asfissiando” l’imbecille! Ma vaffanculo non mi rispondi, mi metti nello spam ed è finita lì. Ma che cazzo sa lui di come si banna qualcuno, vecchio bacucco di merda (Grida) Sei una merda! (qualcuno lo guarda, lui continua a bassa voce) un pezzo di merda sei, l’anastrofe del cazzo ma chi se l’è inculata mai l’anastrofe mi vieni a fare l’erudito di merda, deficiente te e chi ha inventato l’anastrofe, ma vaffanculo mica ho fatto il classico io, che cazzo c’entra con la mia poesia? No, dico: se non conosci l’anastronza non puoi scrivere, non puoi avere sentimenti? “Vada a fare il cameriere…”. Ma vacci tu cretino demente rincitrullito, “il mio maestro Saba, Montale mi voleva bene”, e quell’altro chi era… Penna! Ma rivà a rifare in culo (grida) BASTARDO!
(Intanto, nel suo studio, il Maestro è adagiato sulla poltrona, pensoso; entra la governante)
- Hai bisogno di qualcosa Ninì?
- La tisana; questa s’è freddata. Non te l’ha detto il giovanotto?
- No, a me i giovanotti non dicono mai nulla. Escono scuri in volto e scappano via.
- (Ridacchiando) Eh già, eh già già…
- Ma Ninì, non è bello, poverini…
- Poverini? Poverinii? Ernestina, vammi a fare la tisana e non t’impicciare di cose che non capisci! E non chiamarmi Ninì di fronte a estranei. Non chiamarmi Ninì e basta, chiamami Maestro, accidenti!
- (La governante esce lentamente dallo studio) Ma sì, ma sì, una bella tisana calda così ti calmi…
- (Il maestro, sempre sulla sua poltrona; ha un’espressione soddisfatta) Com’era, mannaggia… Ah sì, Luminosi i mattini erano un tempo… hihihi… Luminosi i mattini… (ridacchia sommessamente) ahaha, che imbecille!
(Più tardi il Maestro è nel suo studio; sta rileggendo le Lettere a un giovane poeta di Rilke quando entra la governante introducendo un giovanotto impacciato. La governante esce).
- Buongiorno Maestro…
- Anselmi, vero?
- Sì Maestro.
- Abbiamo una mezz’ora, le va bene?