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Finché morte non ci separi Empty Finché morte non ci separi

Messaggio Da Different Staff Lun Ott 03, 2022 11:38 am

Adolf Eichmann non era particolarmente intelligente.
Orfano di madre ancora bambino, aveva dovuto seguire la famiglia del padre a Linz doveva aveva interrotto il percorso scolastico prima di ottenere il diploma.
Alla mancanza di una cultura solida aveva sopperito sviluppando una ferocia e un odio nei confronti del popolo ebreo che ne fecero uno dei più spietati persecutori all’interno delle SS.
Proprio la sua profonda conoscenza del mondo ebraico, sviluppata con lo studio di libri di approfondimento e con una lunga permanenza in Israele, gli permise di fare carriera nell’organizzazione paramilitare.
Mai interpellato dalle alte sfere in merito a strategie politiche o militari durante la guerra, non entrò a far parte dell’élite nazista anche.

Peter Meltzer aveva preso coscienza della propria omosessualità nel corso della festa per i suoi sedici anni.
Oltre ai suoi amici di sempre, i genitori avevano voluto invitare anche i figli degli amici di famiglia più cari: tra questi c’era Karl.
Alto, muscoloso, folti capelli neri gli incorniciavano un viso perfetto: Peter se ne era innamorato a prima vista e poco aveva importato che Karl avesse flirtato tutta la sera con Katrina.
Peter era uscito molto scosso da quella festa e nelle settimane successive aveva cercato di capire cosa gli fosse successo e cosa volesse realmente.
Aveva ceduto al lungo corteggiamento di una compagna di classe ma erano bastati pochi baci per fargli capire, senza ombra di dubbio, che ciò che aveva provato la sera della festa per Karl non era stato un capriccio adolescenziale.
Era passato quasi un anno dalla festa prima che incontrasse Hans di cui si era innamorato ricambiato, scoprendo finalmente le gioie dell’amore.
Si era alla vigilia dello scoppio del conflitto bellico e Hans aveva solo un piccolo problema: era ebreo.

All’inizio del 1942 i vertici nazisti decisero di procedere alla soluzione finale che prevedeva l’eliminazione totale degli ebrei e, quando due mesi dopo, i deportati cominciarono a confluire verso i campi di concentramento di tutta Europa, Eichmann venne messo a capo del comitato che coordinava la macchina della deportazione, diretto responsabile, nello specifico, dei convogli destinati ad Auschwitz.
Nel contempo aveva uomini che godevano della sua massima fiducia sparsi nei principali centri europei e, tra questi, Theodor Dannecker, vero e proprio braccio destro di Eichmann a Parigi.
Fu proprio Dannecker a partecipare alla riunione che decise il famoso “Rafle du Vel' d'Hiv” tra il sedici e il diciassette di luglio del 1942 a Parigi, all’insaputa di Eichmann che venne informato solo un paio di giorni dopo e non poté fare altro che avallare l’operazione.

Il padre di Peter aveva importanti conoscenze all’interno dell’establishment nazista e, pur non potendolo vantare tra le sue amicizie, frequentava sufficientemente da vicino Eichmann da permettersi di chiedergli di occuparsi del figlio, appena questi avesse raggiunta la maggiore età.
Di certo non aveva mai avuto sospetti sugli amori di Peter ma, visti i tempi che correvano, mettere il figlio sotto l’ala protettrice di personaggi tanto vicini ai vertici politici e militari, rappresentava una sorta di polizza assicurativa: sapeva molto bene che tra gli amici del ragazzo vi erano molti ebrei.

Quando gli fu davanti, Eichmann apostrofò Peter senza tanti preamboli: “Due giorni fa a Parigi c’è stata una retata di ebrei, li hanno portati tutti al Velodromo d’Inverno e fin qui non ci sarebbe niente di male, anzi”.
Prese un attimo di tempo, si passò la lingua sulle labbra in un gesto che da sempre infastidiva Peter e proseguì: “quello che non va bene è che quella nullità di Dannecker ha fatto di testa sua senza prima avvertirmi”.
Non avrebbe dato il suo consenso?” chiese Peter per mostrare di partecipare attivamente alla conversazione che si stava svolgendo in sua presenza e nascondere l’angoscia che lo aveva preso alla notizia.
Hans, annusata l’aria mefitica che ammorbava ormai l’intera Germania, a gennaio del 1942 aveva deciso prudenzialmente di trasferirsi con tutta la famiglia a Parigi presso uno zio della madre.
Certo che lo avrei dato! Il punto non è questo, Peter!” Eichmann pareva spazientito. “Il punto è che sono stato scavalcato da quel fantoccio… le decisioni le devo prendere io!”
Peter era a disagio, pensava a Hans e nello stesso tempo si chiedeva perché fosse stato convocato.
Eichmann lo esaudì subito dopo. “Ho deciso di mandarti a Parigi, domani ti recherai al Velodromo per far capire a Dannecker che chi comanda sono io, gli farai sentire il mio fiato sul collo”.
E cosa dovrei fare, di preciso?” chiese Peter rincuorato da quella inattesa svolta; se Hans fosse stato portato al Velodromo avrebbe potuto vederlo.
Gli porterai il messaggio che ti consegnerò stasera. Per ora puoi andare, preparati e poi torna qui verso le diciannove”.

Il Velodromo era un vero inferno sulla Terra; colmo di persone stipate all’inverosimile, sigillato perché nessuno potesse nemmeno ipotizzare un tentativo di fuga, la temperatura e l’umidità a livelli insopportabili, i bagni fuori uso…
Peter rimase scioccato appena messo piede all’interno, controllò a fatica il conato di vomito che gli prese lo stomaco e si avviò verso Dannecker che in quel momento stava conferendo con un paio di militari della polizia francese.
La grandezza della struttura sommata al numero di persone che superava verosimilmente le diecimila unità, rendeva pressoché impossibile trovare Hans se anche fosse stato tra i presenti; Peter, però, confidava nel fatto che Hans avrebbe potuto facilmente vedere lui nel momento in cui avesse raggiunto nella postazione sopraelevata, il gruppetto di aguzzini.
Non si sbagliava!
Non appena raggiunse Dannecker e gli consegnò il messaggio da parte di Eichmann, Hans lo vide e il cuore gli si colmò di un irrazionale speranza: la divisa che Peter indossava parlava chiaro, anche lui era passato definitivamente dalla parte delle SS.
Pure, qualcosa dentro di lui, gli stava dicendo che non doveva credere all’apparenza, che un tentativo andava fatto.
Senza dare nell’occhio, da una parte continuò a osservare i movimenti del quartetto in divisa e dall’altra cominciò a spostarsi in modo da sistemarsi tra Peter e l’uscita.
Venne a trovarsi dietro a una donna e, d’istinto, la colpì alla schiena con il ginocchio; la donna si mise a urlare per il dolore e la sorpresa e ci fu un attimo di confusione, proprio come Hans aveva sperato.
Dannecker gridò: “che succede laggiù?” e subito dopo rivolto a Peter con il solito tono da capetto “vai a dare un’occhiata”.
Avvicinandosi, Peter riconobbe Hans che si celava dietro a due uomini che, nel frattempo, erano accorsi in aiuto della donna; con un impercettibile segno dello sguardo gli fece capire di averlo riconosciuto, poi gli fece segno di portarsi alla sua sinistra verso la grande porta di ingresso.
Dannecker e i due francesi avevano ripreso a parlare e non badavano più a quanto succedeva sugli spalti.
Peter si avvicinò alla donna e provò a tranquillizzarla con un tono di voce calmo e rassicurante.
La aiutò a rialzarsi e, accertatosi che stesse bene, si avviò verso il punto in cui si trovava Hans; passando gli sussurrò, senza guardarlo, di avvicinarsi il più possibile alla porta, poi tornò da Dannecker.
Tutto a posto” confermò “se non c’è altro io mi congederei”, concluse poi.
Dannecker, quasi infastidito dalla presenza di quell’insetto che gli aveva portato le parole di quel presuntuoso di Eichmann gli fece cenno con la mano di andarsene senza smettere la sua conversazione.
Fu un attimo, Peter aprì la porta, Hans scivolò fuori come un fantasma, quasi nessuno si accorse di quanto accaduto.

Le réseau de caves”, come veniva chiamata in gergo dai parigini, era una serie di cantine e scantinati che nel corso del 1941 gli ebrei della capitale avevano organizzato per cercare di mettere in salvo quante più persone possibili nel caso le cose fossero precipitate anche in Francia.
Si trattava di una serie di locali situati sotto terra e collegati tra loro da stretti cunicoli i cui ingressi erano celati all’esterno prevalentemente da arbusti e cespugli; erano circa duecento e si trovavano alla periferia sud-ovest di Parigi in direzione Versailles.
Fu proprio lì che si diressero Peter e Hans una volta usciti da Parigi; Peter aveva fornito al compagno una divisa militare tedesca e insieme avevano potuto lasciare la città pressoché indisturbati.
Una volta assicuratosi che Hans fosse al sicuro all’interno della cantina, Peter era rapidamente rientrato in città dirigendosi al quartier generale per fare rapporto a Eichmann sulla sua visita al Velodromo.
In attesa di ordini nuovi, nei due giorni successivi aveva trovato il modo di far visita a Hans sempre verso il tardo pomeriggio.
All’interno del locale era stato accolto con naturale diffidenza dai rifugiati anche se Hans aveva rassicurato tutti sul fatto che Peter fosse dalla loro parte.
La cantina non era molto grande, poco meno di cinquanta metri quadri, e ospitava quindici ebrei tra uomini, donne e bambini.
Era stata attrezzata con formaggi, salumi e bottiglie di vino oltre a un’abbondante scorta di acqua potabile con la quale dovevano dissetarsi e lavarsi nel limite del possibile.
Dopo la diffidenza della prima serata, il giorno successivo Peter trovò ad aspettarlo una piccola festicciola organizzata alla buona all’ultimo momento: avevano preso tre casse di vino e ci avevano appoggiato sopra un panno per simulare la tovaglia.
Poi avevano dato libero sfogo alla fantasia creando con pezzi di salumi e di formaggi delle piccole torte; e per rendere ancora più bello il tutto avevano stappato una delle bottiglie più pregiate della loro scorta.
Peter fu commosso da tutto questo e per un attimo accarezzò l’idea di fermarsi lì con loro.
I rischi, però, erano troppo elevati, sicuramente non poteva scomparire così di colpo, lo avrebbero cercato, avrebbero indagato, qualcuno poteva averlo visto.
Così rientrò e per altri due giorni rimase al quartier generale ad aspettare ordini.

Eichmann non aveva digerito la mossa di Dannecker e dopo qualche giorno di riflessione aveva deciso di agire nei suoi confronti, così nel mese di agosto decise di farlo rientrare a Berlino con l’accusa di abuso della sua posizione.
Trovandosi Peter già a Parigi, Eichmann gli ordinò di prendere il posto di Dannecker: il ragazzo non credette possibile un colpo di fortuna simile e così la sera stessa della nomina si recò nella cantina di Hans a dare la buona notizia.
Responsabile in capo di sé stesso, poté abbandonare qualche prudenza e le visite all’amico e compagno divennero molto più frequenti.
Dopo un paio di settimane, però, fu il più anziano tra i rifugiati a sollevare il problema e, nel contempo, a ipotizzare una soluzione: le visite di Peter rischiavano di mettere il ragazzo nei guai e, soprattutto, di rivelare il rifugio all’esterno.
L’isola dei Fagiani!” esclamò, tra lo stupore generale.
Rapidamente spiegò di cosa si trattasse, un’isoletta disabitata in mezzo al fiume Bideosa, a segnare il confine tra Spagna e Francia, il posto ideale dove scomparire…

Il 3 settembre un’esplosione scosse il centro di Parigi, una camionetta delle SS bruciò con tutto ciò che vi si trovava dentro; furono ritrovati resti di ossa e di una divisa militare oltre a documenti quasi integri: appartenevano a Peter Meltzer.

Viaggiando di notte per dare meno nell’occhio, dopo tre giorni dal presunto attentato, Peter e Hans giunsero a Hendaye e lasciarono la camionetta parcheggiata in Rue Richelieu. sulle rive del fiume Bideosa, proprio di fronte all’isolotto.
Non c’era nessuno e nell’attesa che calasse la sera riposarono all’ombra delle frasche che costeggiavano la riva.
Al calare della notte scaricarono il canotto gonfiabile e le casse di viveri e di vino che si erano portati da Parigi e a remi, per non fare rumore, raggiunsero l’Isola.
Nascosti i viveri nel folto della vegetazione, montarono la tenda e poi cominciarono a scavare; andarono aventi così per quasi un mese fino alla fine di settembre, di giorno riposavano nella tenda e di notte scavavano.
Il primo di ottobre il lavoro era completo: avevano ricreato una copia fedele dello scantinato che avevano lasciato solo venticinque giorni prima, lo avevano riempito delle casse di viveri e finalmente si concessero di stappare una bottiglia del vino migliore.

Quella notte per la prima volta fecero l’amore.

Il 24 marzo del 1944 un razzo segnalatore squarciò il cielo notturno di Hendaye; un paio di ragazzi che si erano attardati per le vie del centro lo videro e si precipitarono ad avvertire gli anziani.
Il razzo era partito dall’Isola dei Fagiani, non potevano sbagliarsi eppure… eppure l’Isola era disabitata, da sempre.
Decisero di fare una rapida escursione il giorno dopo.
Si mossero in una quindicina, tutti uomini, armati di bastoni e di un paio di fucili.
Quando giunsero sull’Isola si distribuirono in tre gruppi e si avviarono verso la vegetazione più folta.
In breve tempo trovarono la tenda e non gli ci volle molto per scovare anche l’ingresso dello scantinato.
All’interno due corpi senza vita, abbracciati; entrambi, con una profonda ferita da taglio alla gola, serravano ancora tra le mani due lunghi coltellacci insanguinati.
Non si seppe mai come trascorsero i sei mesi sull’Isola, cosa fecero per passare il tempo, come fecero a tenersi aggiornati su quanto accadeva nel mondo.
Non lasciarono nulla di scritto, nemmeno un biglietto che giustificasse in qualche modo il gesto estremo.
Nel loro piccolo bunker vennero ritrovati viveri con i quali avrebbero potuto tranquillamente sopravvivere per almeno un altro anno.
Negli anni a seguire furono avanzate le più svariate e fantasiose ipotesi sul doppio omicidio suicidio, ma ancora oggi la tesi più gettonata è quella che, a un certo punto, Peter e Hans si fossero resi conto che per il loro amore non ci sarebbe mai stato posto nel mondo reale.



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Messaggio Da Molli Redigano Lun Ott 03, 2022 11:59 pm

A questo racconto serve una sistemata:


"a Linz doveva aveva interrotto"



credo fosse "dove aveva"





Proprio la sua profonda conoscenza del mondo ebraico, sviluppata con lo studio di libri di approfondimento



"profonda" e poco dopo "approfondimento" secondo me sta male. Magari si poteva usare "libri specifici"





"Mai interpellato dalle alte sfere in merito a strategie politiche o militari durante la guerra, non entrò a far parte dell’élite nazista anche."


Qua proprio non ho capito.




"Quando gli fu davanti, Eichmann apostrofò Peter senza tanti preamboli:"



Non credo che apostrofare sia il verbo giusto per il significato della frase in base a ciò che Eichmann dice a Peter. Ci stava bene un semplice "Eichmann disse" secondo me.


"Peter era a disagio, pensava a Hans e nello stesso tempo si chiedeva perché fosse stato convocato."
Eichmann lo esaudì subito dopo."


Anche qui, esaudire non mi sembra corretto perché Peter non manifesta apertamente il suo disagio, il suo dubbio, a Eichmann per cui, con tutto che potrebbe percepire il disagio del suo interlocutore, ce ne passa tra "esaudire un desiderio" per esempio, o "fugare un dubbio". Non so se mi sono spiegato. Se no chiedo scusa all'Autore e ai lettori.
 


"Pure, qualcosa dentro di lui, gli stava dicendo che non doveva credere all’apparenza, che un tentativo andava fatto."


"Eppure"?




"Dannecker gridò: “che succede laggiù?”"


Maiuscola al principio del discorso diretto.




"La aiutò a rialzarsi e, accertatosi che stesse bene,"


"La aiutò" proprio no.




"Poi avevano dato libero sfogo alla fantasia creando con pezzi di salumi e di formaggi delle piccole torte; e per rendere ancora più bello il tutto avevano stappato una delle bottiglie più pregiate della loro scorta."


Ho notato un "abuso" dei ;, non sempre utilizzati correttamente secondo me. Qui sopra l'esempio a mio avviso più emblematico tra "torte" e "e".




"Responsabile in capo di sé stesso,"


Un omaggio a Luca Serianni...




"all’ombra delle frasche che costeggiavano la riva."


Ho dei dubbi su "costeggiavano" in base al significato di "costeggiare"




"andarono aventi così"


Refuso "avanti"




"serravano ancora tra le mani due lunghi coltellacci insanguinati."


Anche qui, dubbi su "serravano", anche se si può tranquillamente intuire che li "tenevano stretti".




Tempi verbali: un po', soprattutto all'inizio, al trapassato prossimo, poi passato remoto. Personalmente, ma è questione di gusto, io avrei utilizzato soltanto il passato remoto. Non credo ci siano errori (qualcuno più esperto di me dirà la sua), tuttavia vedo un problema di "suono", di fluidità in questa alternanza. 


Ripeto, un testo che necessità di una profonda revisione, per cui questa palestra farà certamente del bene all'Autore. 
La storia di per sé non è male, è verosimile, in alcuni passaggi forse un po' forzata. Per esempio sul fatto che Peter si trovi di punto in bianco arruolato nelle SS. Oppure che capiti guarda caso a Parigi dove Hans è fuggito con la famiglia. A tal proposito, ma dentro al Velodromo non c'erano anche i parenti di Hans? E quello se ne va tranquillo dopo aver azzoppato una donna, fregandosene del destino dei parenti? Quantomeno strano. 
Brucia la camionetta con dentro Peter, ma meno male che i suoi documenti scampano al rogo. Ma le ossa, o meglio, i resti, di chi sono? Non so, li hanno rubati in un cimitero?
Infine, con tutti i posti dove potevano andare quei due...all'Isola dei Fagiani! Ci credo che poi si sono suicidati. Ma bisognava rimettere in carreggiata il racconto per la parte "luoghi".
Scherzo eh. Però sono tutte domande che mi sono posto e che devo condividere.


Un consiglio? Riparti da questo racconto.


Grazie


P.S.: "Alto, muscoloso, folti capelli neri gli incorniciavano un viso perfetto:" Cazzo no! Alto e muscoloso va bene. Passi il viso perfetto. Ma 'sto cruccone di Karl coi capelli neri? Mica è un muratore di Bergamo Alta. Biondo lo devi riscrivere!

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Messaggio Da ImaGiraffe Mer Ott 05, 2022 10:47 am

Un racconto che mi lascia perplesso. 
La trama è interessante ma purtroppo non viene supportata da una struttura che la faccia emergere. 
Ci sono troppi errori (che Molli ti ha già fatto notare) e poi la narrazione è molto frammentaria.
È uno di quei casi in cui il racconto sembra il riassunto del racconto.
Un considerazione personale sul finale. 
Ancora oggi sotto molti punti di vista gli omosessuali sentono che non ci sia un posto per loro nel mondo reale ma in un certo senso combattono. Difficilmente si arrendono e se succede (troppo spesso) c'è dietro una motivazione profonda. Ecco nel tuo testo la motivazione profonda non l'ho trovata. Scusa se lo dico, ma alla fine nel loro caso è andata fin troppo bene. Prima il caso lì fa incontrare al velodromo poi rimangono nella cantina a Parigi e poi si costruiscono il loro rifugio sull'isola dei fagiani. Quindi non capisco la motivazione. Così come viene presentata sembra una scorciatoia per non indagare a fondo nelle motivazioni e limitarsi al colpo di scena.
Questo vuole essere uno spunto di riflessione per te, non è un giudizio ma un punto di vista. 
Sono d'accordo con Molli, non lasciare questo testo. Ascolta ogni singolo parere e cerca di trovargli un cuore più pulsante. 
Grazie.

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Un caloroso benvenuto alle persone giunte fino a noi dal futuro. 

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Messaggio Da Danilo Nucci Mer Ott 05, 2022 5:21 pm

La storia c’è, eccome! Così come gli elementi richiesti dallo step: il contesto storico, la cantina, l’Isola dei Fagiani, gli anni ’40, per non parlare del “boia”. Un plauso particolare per la fantasia e per essere riuscito a incastrare molto bene le problematiche di una relazione omosessuale in quei tempi funesti dell’invasione nazista.
Si tratta soltanto di rivedere l’impostazione del brano che appare troppo raccontato. Far emergere i vari elementi con un maggior utilizzo dei dialoghi, potrebbe essere una buona strada. E te lo dico io che non sfrutto mai a sufficienza questo strumento.
Ti faccio notare che il fiume si chiama Bidasoa.
Dovresti anche rivedere alcune espressioni che stonano con lo stile che ci si aspetta da un racconto storico. Un esempio per tutti: “la tesi più gettonata” che proprio stona con il periodo e il contesto.
A parte i suggerimenti di chi mi ha preceduto e che condivido, resta una struttura valida con cui hai saputo ben amalgamare storia e fantasia.   

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Messaggio Da Petunia Mer Ott 05, 2022 6:11 pm

Ciao autor@

Racconto di fantasia ambientato nel periodo storico richiesto dallo step.
La cantina c’è, di boia ce ne sono… Ti dirò che a livello di idea complessiva la storia funziona, ma sulla realizzazione ho più di una perplessità. Se posso, e prendila nello spirito di volerti essere di aiuto, è scritta male. È come se ci fossero tante buone idee ma non si fosse stati in grado di trasferirle adeguatamente sulla carta. 
Manca una pianificazione del racconto che, alla fine appare arruffato e non consente al lettore di entrare nella psicologia dei personaggi e di empatizzare con loro. Anche il finale così drammatico non appare preparato a sufficienza, resta un coupe de théâtre fine a sé stesso.
Chi mi ha preceduta ha fatto anche un lavoro di editing di cui tenere conto. Ma oltre agli errori è proprio la struttura della storia da rivedere a tavolino. Anche la scelta del tipo di narrazione e del pdv da adottare. 
Insomma c’è una bella idea di fondo, una buona gestione dei paletti, la cantina presente ma il tutto necessita di ulteriore lavoro. È un’opera da revisionare, sfoltire e maturare ancora un po’.

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Messaggio Da Arianna 2016 Ven Ott 07, 2022 5:29 pm

La trama della storia è bella e interessante. Il problema è che, essenzialmente, il racconto non è diventato tale ma è appunto rimasto quello che potrebbe essere il riassunto di un romanzo, non per la sintesi delle informazioni, perché la quantità degli elementi sarebbe stata più che sufficiente per ricavarne un racconto; anzi, si sarebbero potuti tranquillamente tagliare moltissimi particolari superflui allo svolgimento dell’azione. È proprio lo stile scelto che rimanda o all’enciclopedia (nella prima parte) o al riassunto/sinossi di un romanzo.
Data l’ampiezza del testo, credo sia proprio una scelta dell’autore e non una necessità legata ai tempi di consegna.
Al tempo stesso, però, ci sono elementi tipici del racconto, ad esempio i dialoghi.
Mi viene da dire che forse l’autore avrebbe dovuto virare in modo più deciso verso la modalità racconto, ma si tratta di un mio gusto personale. 
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Messaggio Da Antonio Borghesi Ven Ott 07, 2022 6:07 pm

E sono a tre. E' senz'altro il mio step di conteggi. Tre son le storie con una buona idea scritta veramente maluccio così anche per te penso che sia stata la fretta di consegnare: una bozza e via! Non si fa si deve leggere e rileggere, sistemare e risistemare. Va bene che sono racconti ma proprio per quello, vista la loro brevità, devono essere ancor più perfetti di un lungo romanzo. Non capisco perchè si son suicidati quando potevano restare sull'isola o andarsene a loro piacimento. Certo l'omosessualità dovevano nasconderla sia ai Nazi che a Franco ma da lì avrebbero potuto andarsene in Great Britain. E poi quel razzo rosso chi l'ha sparato se si sono suicidati contemporaneamente. O forse uno uno ammazza l'altro poi va fuori, spara il razzo torna giù abbraccia l'amico e si suicida? Ti torna? A me no!
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Messaggio Da Fante Scelto Mar Ott 11, 2022 12:08 pm

Idea interessante, ma forma e struttura non mi hanno davvero convinto.
Della forma hanno già detto diversi commentatori: questa impostazione da sinossi, o da cronaca storica, non aiuta a empatizzare con i personaggi o a calarsi appieno nella vicenda.
I diversi refusi o scelte lessicali altrettanto.

Ciò che mi convince meno sono comunque le scelte di trama.
Tanti sono i punti oscuri o quantomeno improbabili sui quali si basa la vicenda.
Ad esempio il fatto che non sia detto per tempo che Peter è diventato una SS a tutti gli effetti: sappiamo solo che viene affidato dal padre ad Eichmann sotto protezione, per tenerlo lontano dai rischi. Quando scopriamo che al Velodromo è in divisa da SS uno ci rimane anche un po' spiazzato.

Il fatto che Hans abbandoni senza remore tutta la sua famiglia nel Velodromo per fuggire con il protagonista: improbabile, anche se sembra più una dimenticanza dell'autore che una cosa voluta.

L'idea di Peter di simulare la propria morte per rendersi introvabile: non so quanto sia una buona idea, visto che essere il plenipotenziario di Eichmann a Parigi dovrebbe garantirti una certa autonomia e dunque ampie possibilità di proteggere i tuoi cari.
Sicuramente più che far detonare i privilegi di una uniforme da SS graduata e trasformarsi in un fuggiasco senza nome, perdipiù ebreo.

Il finto attentato alla camionetta: che ossa sono finite bruciate? Non è fondamentale saperlo, ma rafforza un po' l'impressione di una storia non pensata o non esposta con attenzione.

La fuga all'Isola dei Fagiani: al di là della scelta "forzata" del luogo, io avevo capito che tutti i rifugiati nello scantinato di Parigi si fossero trasferiti là, invece il finale ci lascia intuire che solo Peter e Hans sono fuggiti.
E in due hanno scavato uno scantinato paragonabile a quello di Parigi. Scavare uno scantinato, senza l'ausilio di mattoni, cemento o che so io, lo trovo un'impresa un pochino titanica. Già per una decina di persone, figurarsi due e presumibilmente prive di nozioni d'edilizia.

Poi il suicidio finale: come notava Tony, non riesco a ricostruire la dinamica di come sia andata, di chi ha tirato il razzo, del perché sia stato necessario tirarlo (potevano restare eternamente abbracciati invece di finire in una qualche fossa comune anonima), e in fin dei conti del perché i due abbiano ritenuto il suicidio una via preferibile alla quieta sopravvivenza, con perdipiù viveri per un anno.
Al proposito, scorte per un anno (più i sei mesi che hanno vissuto lì) occupano un discreto volume in termini di peso e spazio: hanno davvero portato tutto da Parigi in due?

Insomma, per farla breve, troppe cose non mi hanno convinto in questa trama, di cui pure ho apprezzato l'ambientazione e l'idea di fondo, che poteva essere interessante.
Una rielaborazione profonda dello scritto potrebbe trasformarlo in qualcosa di molto più accattivante, almeno per il mio gusto.
Grazie comunque della lettura.
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Messaggio Da tommybe Mar Ott 11, 2022 3:03 pm

Sarà perché abbiamo scelto lo stesso periodo storico, sarà perché trovo il tuo racconto vitale, perfino commovente, ma mi è piaciuto.
Ti dico subito che il mio racconto non c'è, e che  ho passato un pomeriggio a dormire sul divano, io che non dormo nemmeno la notte, per come ero depresso, quindi non sarà possibile confrontarli.
Il tuo è più bello, lo hai reso dolce e umano con la sua storia d'amore. Io non ci sono riuscito.
Un bell'abbraccio.
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Messaggio Da paluca66 Mer Ott 12, 2022 10:20 pm

Errori / refusi, tanti anche in questo racconto.
Cerco di sintetizzare:
 - la famiglia del padre a Linz doveva aveva interrotto: dove
 - Proprio la sua profonda conoscenza del mondo ebraico, sviluppata con lo studio di libri di approfondimento: ripetizione
 - non entrò a far parte dell'élite nazista anche: non si capisce se la frase sia interrotta
 - Dannecker gridò: "che succede laggiù?": Che
 - Peter riconobbe Hans che si celava dietro a due uomini che, nel frattempo: sarebbe stato meglio "i quali" per evitare la ripetizione
 - dalla presenza di quell'insetto che gli aveva portato le parole di quel presuntuoso: attenzione all'uso eccessivo di quel, quello, quelli...
 - con pezzi di salumi e di formaggi delle piccole torte; e per rendere ancora più bello: o il punto e virgola o la "e" successiva
 - Bideosa: Bidasoa
 - parcheggiata in Rue Richelieu. sulle rive; è scappato un punto al posto di una virgola.
Come minimo è mancata un'attenta revisione anche perché nel complesso la scrittura non mi è sembrata insufficiente.
Paletti presenti e ben inseriti nella trama anche se sicuramente l'Isola dei Fagiani ha richiesto al lettore che la sospensione dell'incredulità fosse ad una soglia piuttosto alta.
L'idea di partenza mi è piaciuta, l'esecuzione è decisamente perfettibile, in particolare sembra mancare al racconto una sorta di legame tra i vari paragrafi che appaiono quasi come tante piccole storie a sé.

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Messaggio Da SCM Gio Ott 13, 2022 4:57 pm

Ciao Autore/trice,
un po' di refusi e imprecisioni qua e là.
A parte questi, già segnalati ho fatto fatica a capire il messaggio che volevi trasmettere. 
La morte/suicidio di Hans e Peter significa che essi si sono arresi? E' il loro pensiero o quello di chi racconta? In fondo non ce lo hai svelato lasciando tutto sospeso. Forse una presa di posizione più netta avrebbe dato un significato più profondo al tutto.

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Messaggio Da FedericoChiesa Gio Ott 13, 2022 6:18 pm

Non mi dilungo sugli errori e i commenti "tecnici" che altri hanno già fatto e su cui concordo.
La trama sarebbe anche interessante, se non fosse che in troppi punti risulta poco credibile. Sembra che gli ebrei accettino la relazione tra omosessuali, negli anni '40: ne dubito alquanto.
Nelle cantine, dopo anni di guerra, c'è un bengodi di vini, prosciutti e formaggi: ne dubito ancora.
Si portano in macchina un gommone, viveri sempre del paese del bengodi, e presumo pale e picconi per fare una cantina di 50 m2 in meno di un mese, a mano: poco credibile.
Alla prossima.
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Messaggio Da M. Mark o'Knee Ven Ott 14, 2022 4:52 pm

Storia piuttosto sconclusionata di un amore omosessuale negli anni '40, composta di paragrafi non sempre ben assemblati per dar vita a un racconto omogeneo.
Ci sono numerose imprecisioni nella costruzione delle frasi e nell'uso della punteggiatura e soprattutto diverse inconguenze che pesano sul dipanarsi della trama.
Ne cito alcune, a mo' di esempio.
- Peter inscena un incidente/attentato per fingersi morto e poter fuggire con Hans. Sul luogo, viene ritrovato un cadavere carbonizzato ma i suoi documenti sono in perfetto stato: strana coincidenza. E il cadavere stesso non si sa da dove provenga. Hanno saccheggiato un obitorio? Un cimitero?
- Tutta la scena all'interno del Velodromo ha un che di artefatto. Il fatto che i due ragazzi riescano a trovarsi nonostante la gran folla accalcata; l'espediente di Hans per attirare l'attenzione ("la colpì alla schiena con il ginocchio": cos'è, la donna era carponi?); Hans si trasferisce a Parigi "con tutta la famiglia", ma fugge da solo dal Velodromo: e i suoi familiari? Li abbandona lì? Va bene l'amore...
- Le varie cantine (compresa quella sull'isola, scavata in due in una ventina di giorni) sono piene di ogni ben d'Iddio, nonostante le gravi ristrettezze dovute alla guerra.
Ma l'incongruenza più grande mi sembra proprio la decisione finale del doppio suicidio (o omicidio/suicidio). In primo luogo, il razzo segnalatore. Chi è che lo lancia, se i due sono morti? Oppure uno uccide l'altro, spara il razzo e poi si suicida? Macchinoso e non molto verosimile. E poi, ognuno di loro ha un coltello in mano. E ancora, perché vogliono farsi trovare? A quel punto, non era meglio se sparivano così, l'uno nelle braccia dell'altro?
Non appare chiara neppure la ragione stessa del doppio suicidio, visto che "Nel loro piccolo bunker vennero ritrovati viveri con i quali avrebbero potuto tranquillamente sopravvivere per almeno un altro anno". Molto stiracchiata "la tesi più gettonata" (espressione davvero stonata nel contesto) formulata nella frase finale, "che, a un certo punto, Peter e Hans si fossero resi conto che per il loro amore non ci sarebbe mai stato posto nel mondo reale". Un epilogo che stride con tutto quello che hanno passato e rischiato pur di riuscire a stare insieme.
Una bella idea di partenza, con un'esecuzione non all'altezza,
M.
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Messaggio Da Byron.RN Dom Ott 16, 2022 9:42 pm

La storia di una relazione omosessuale in tempo di guerra tra un ebreo e un rappresentante delle SS è davvero interessante e poteva avere un potenziale enorme.
La stesura del racconto però non è perfetta.
Per prima cosa, come ho già detto anche per altre storie dello step, è tutto troppo raccontato e il lettore non riesce a immedesimarsi con i tuoi personaggi. Una scrittura del genere, tutta raccontata, non riesce a farceli vivere appieno in tutte le loro sfaccettature.
Poi ci sono alcune scelte che mi lasciano perplesso.
Prima fra tutte l'inserimento dell'isola dei Fagiani, distante più di 800 km da Parigi e suggerita da uno dei rifugiati delle cantine parigine. Non so, nell'economia del racconto non mi convince pienamente, mi sembra forzata.
Anche il finto incidente della camionetta delle SS viene liquidato troppo in fretta, senza spiegare alcune cose, senza dare notizie utili sulla sua pianificazione.
In ultimo c'è l'omicidio suicidio dei due amanti, una scelta che rientra tra le opzioni creative dell'autore, ma che inevitabilmente suscita dubbi nel lettore. La domanda è sul perché abbiano deciso di gettare la spugna così presto.
Come dici tu nel finale, avevano viveri disponibili per un altro anno, eppure hanno deciso di farla finita in virtù della problematicità della loro storia d'amore. Questa è una possibilità, ma l'essere umano tende a resistere, ad andare avanti finché non si trova con le spalle al muro e perde tutte le speranze. Insomma, l'esperienza umana suggerisce che i tuoi protagonisti avrebbero potuto andare avanti ancora un pò, resistere, e magari portare avanti la loro storia, magari non alla luce del sole, ma avrebbero potuto superare la guerra e viverla con più serenità.
Insomma, concludendo, idea fortissima ma esecuzione da risistemare.
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Messaggio Da Susanna Dom Ott 16, 2022 11:49 pm

Il titolo: molto adatto alla storia, ma già preannuncia quello che sarà il finale quando si palesa il rapporto tra Peter e Hans.
La trama racchiude per bene tutti i paletti e racconta una storia che non si può considerare improponibile: in ogni epoca e/o contesto sociale ci sono stati e ci sono amori impossibili per le più svariate ragioni.
Lo sviluppo è lineare: una sequenza di eventi reali di cui i personaggi di fantasia fanno parte, ognuno col suo bravo copione.
Il racconto però non mi ha emozionato come mi sarei aspettato dato l’avvio: la storia d’amore dei ragazzi si prestava molto per raccontare le emozioni del loro vivere pericolosamente un rapporto amoroso “proibito” - e per ben due ragioni -, così come l’accettazione dell’omosessualità, in anni in cui il conflitto e le sue atrocità hanno preso il sopravvento sulla componente umana verso ogni tipo di diversità. Penso che il genere “storico” avrebbe retto ugualmente, anzi con una marcia in più proprio per aver affrontato un tema oltremodo delicato.
Buona la ricostruzione storica degli eventi, i personaggi sono delineati discretamente, ma mi manca di loro la componente emotiva. Hans ad esempio non esita a lasciare i genitori per Peter, ma non ne parla mai più, anzi sembra superare come niente un momento così drammaticamente tragico.
Qualche perplessità collegata al fatto che nella trama sono inseriti eventi storici di cui conosciamo le dinamiche e pertanto questa parte del racconto deve essere il più realistico possibile.
Trovo molto forzato che un nazista venga accettato con tanta facilità da un gruppo di persone che dai nazisti si sta nascondendo:
spie, delatori e gente disposta a venderli era sempre in agguato e anche le rassicurazioni di Hans (che abbandona la sua famiglia al Velodromo quindi un po’ sospetto) non so quanto in realtà sarebbero state accettate così a cuor leggero.
Così come mi pare inverosimile che persone rifugiatesi alla meglio in cantina, col rischio di non poter ricevere regolari rifornimenti, organizzino una festa, per un nazista poi: forse avrebbero condiviso qualcosa, questo sì, ma il cibo era oro in quelle situazioni.
Quanto alla costruzione della cantina sull’Isola sarebbe stato necessario un minimo di legname per renderla più sicura: alla fine è una galleria scavata nella terra, non nella roccia.
Ultima cosa: come hanno trovati i ragazzi. Ormai da C.S.I a Balthazar siamo tutti investigatori e anatomopatologi. Se si fossero avvelenati il trovarli abbracciati ci sta, ma già tagliarsi la gola a vicenda comporta un certo movimento, e le ferite non penso avrebbero lasciato loro il tempo di abbracciarsi.
Ma poi cara Penna, se non avevano lasciato biglietti e nessuno dei conoscenti sapeva della loro storia, come si giustifica la tesi finale? Perché se è tesi significa che nessuno degli ebrei della cantina abbia mai raccontato la verità.
Un racconto da riprendere, non si abbandona mai una bella idea, magari alleggerendo alcune parti troppo raccontate e sistemando la punteggiatura.
 
Le mie note:
La punteggiatura merita una capillare rivisitazione: in alcune frasi mancano virgole, in altre ce ne sono più di quante servano. Anche l’uso del ; non sempre aiuta la lettura, e andrebbe sostituito con dei due punti, virgole o punti. Ho ripreso alcuni di questi punti, ma non tutti.
Linz doveva - dove
far parte dell’élite nazista anche. - frase interrotta?
con lo studio di libri di approfondimento - toglierei questo inciso, sottinteso, anche per la ridondanza con profonda conoscenza
Era passato quasi un anno…le gioie dell’amore. Questa frase non gira molto bene
Ho provato così: Un anno dopo quella festa incontrò Hans e se ne innamorò perdutamente, scoprendo finalmente il significato di amore.
braccio destro di Eichmann a Parigi. - non serve specificarlo parlando proprio di Eichmann
che si stava svolgendo in sua presenza - la sua presenza è ovvia
…Peter indossava parlava chiaro,: anche lui era passato…., eppure qualcosa.… - metterei i due punti per enfatizzare il pensiero di Peter collegato alla speranza che fosse solo apparenza e la virgola per collegare il tutto
presenza di quell’insetto-- di quel sottoposto
Fu un attimo,: Peter aprì
…volta usciti da Parigi;. Peter aveva fornito al -- meglio suddividere la frase.
dentro; .furono ritrovati -- anche qui
stata attrezzata con rifornita di formaggi--- i viveri non sono

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Messaggio Da Mac Lun Ott 17, 2022 10:18 am

Questo è il secondo racconto che leggo e la seconda storia interessante.
Bella idea davvero. La guerra, l'omosessualità, l'amore, l'amicizia sono argomenti importanti e di impatto.
Peccato però che la scrittura non la supporti.
Ci sono parecchi errori, troppi per un contest, arrivata a questo punto trovo inutile ripeterteli, te li hanno segnalati quasi tutti.
L'altro difetto che prevale è il racconto di una storia complessa in troppo poche battute.
E' un racconto che manca di diversi collegamenti e di qualche spiegazione. Risulta frettoloso ed è un peccato perché la storia invece regge nel suo insieme.
I riferimenti storici ci sono, quello che non è emerso è la parte intima. E' vero che si tratta di un romanzo storico, ma richiede comunque uno sviluppo maggiore dei personaggi.
La parte della fuga dal Velodromo non è molto verosimile, non in quel contesto davanti a migliaia di persone e chissà a quante guardie, uscire indisturbati , attraversare Parigi, con una divisa che non si sa come e dove abbia trovato in così poco tempo. C'è da sistemarla un po'.
I paletti sono presenti e inseriti bene.
L'incipit non attrae, io avrei iniziato con la storia di Peter inserendo poi l'elemento Eichmann e quindi il contesto storico.
Il finale non mi ha convinto, probabilmente perché non ho avuto la possibilità di conoscere meglio i protagonisti.
Anche a te dico di non abbandonarlo, riprendilo e sviluppalo con calma perché la storia c'è.
Questo però è un concorso di scrittura e gli errori penalilzzano.
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Messaggio Da Resdei Mar Ott 18, 2022 5:51 pm

Ciao.
Racconto coraggioso.
Fra atrocità e scene apocalittiche, un amore riesce a farsi strada.
Ancora più coraggioso, per quel periodo così buio, perché omosessuale
e come tale condannato a non avere storia.
L’epilogo è tragico ma, allo stesso tempo, eleva i due amanti al di sopra di tutto.
La storia mi è piaciuta ma, se devo essere sincera, è un po' confusionaria la stesura.
Altri, meglio di me, ti hanno segnalato le varie imperfezioni.
Personalmente, il termine che stona di più è all’interno di questa frase: ...ma ancora oggi la tesi più "gettonata" è…
Gusti personali.
A rileggerci   
 

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Messaggio Da CharAznable Ven Ott 21, 2022 1:04 pm

Un altro racconto che parte da un'idea molto interessante senza riuscire però ad esprimerla al meglio. Anche qui, provo a indovinare, per mancanza di tempo. Il racconto sembra quasi una sequenza di appunti da sviluppare successivamente. Anche i diversi refusi mi fanno pensare alla mancanza di una rilettura perché troppo prossimi alla scadenza.
Considrralo come punto di partenza e non abbandonare l'idea.
Grazie.

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Messaggio Da caipiroska Dom Ott 23, 2022 6:30 pm

Ciao Autore,
questo racconto purtroppo soffre di molti problemi, ci sono troppi errori e refusi e la struttura del testo non è solida e spesso appare addirittura ingiustificata.
Gli amici che mi hanno preceduta hanno già sottolineato alcuni passaggi poco convincenti. Te ne segnalo altri in modo che tu possa avere una visione d'insieme di quanti dubbi e perplessità generi un testo poco pensato.
Fu un attimo, Peter aprì la porta, Hans scivolò fuori come un fantasma, quasi nessuno si accorse di quanto accaduto. Non credo ti sia soffermato abbastanza su quanto quel quasi complichi la situazione. Un conto era se nessuno li avesse visti uscire, ma quel quasi ci dice che non è andata così. Chi li ha visti? Se fossero state le SS penso che avrebbero fatto di tutto per riprendere Hans, se fossero stati i detenuti avrebbero fatto di tutto per fuggire a loro volta. Risultato? Se li avesse visti qualcuno, da entrambi gli schieramenti, ci sarebbe stata tanta agitazione e senz'altro si sarebbero messi subito sulle loro tracce.
Questa frase invece è tutta sbagliata, sintatticamente e come concetto:
Non appena raggiunse Dannecker e gli consegnò il messaggio da parte di Eichmann, Hans lo vide e il cuore gli si colmò di un irrazionale speranza: la divisa che Peter indossava parlava chiaro, anche lui era passato definitivamente dalla parte delle SS.
Il pov in questa frase è su Peter, ovvero colui che consegna il messaggio (soggetto sottinteso), quindi è a Peter che il cuore si riempie d'irrazionale speranza... La punteggiatura usata male ha stravolto questo passaggio.
Poi non capisco che tipo di speranza si accenda nel ragazzo dal momento che conoscere qualcuno che faceva parte delle SS non era un fatto molto positivo.
Mi sembra che la carriera di Peter sia troppo veloce: da nessuno a responsabile in capo nel giro di pochi giorni.
Mi sembra anche strano che nei sei mesi vissuti su quel fazzoletto di terra i due ragazzi non siano mai stati visti da nessuno.
Un testo da rivedere e colmare nelle lacune che lascia dietro di sè.
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Messaggio Da tommybe Dom Ott 23, 2022 9:34 pm

Riletto un po' per nostalgia delle sensazioni della prima lettura e un po' per confrontarmi con le mancanze citate dagli altri commentatori.
Il mio giudizio resta positivo e addirittura mi sono ricordato di quel capolavoro di Ulhman: 'L'amico ritrovato' .
Quando un racconto ha questa capacità mi giunge normale perdonargli qualche sbaglio e qualche sbadiglio.
Un abbraccio.
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Messaggio Da Asbottino Lun Ott 24, 2022 9:17 am

Difficile aggiungere qualcosa ai commenti degli altri, ma ci provo.
Quello che ho trovato davvero faticoso all'inizio è che il racconto è troppo compresso. Troppe informazioni, troppi nomi nel giro di poche righe. Non c'è un vero protagonista, qualcuno da seguire più vicino degli altri. Forse Peter. Ma il lettore viene sballottato da uno all'altro e la sensazione è quella che l'autore volesse costruire un impianto storico forse troppo esteso e ambizioso per una storia che poi alla fine è più piccola di quel che le prime righe sembrano suggerire. Da quella ripartirei.
Non c'è nemmeno un vero boia, se vogliamo. Il ruolo è più suggerito che realmente rappresentato.
Così come non c'è una vera cantina. Nasce come luogo in cui nascondersi poi diventa una specie di idillio. Curioso, al di là che sia verosimile, il fatto di ricrearla sull'isola, dove infondo non c'era bisogno di nascondersi allo stesso modo. L'utopia diventa tragedia. Insomma la stanza cambia continuamente aspetto e significato e ogni metamorfosi è appena accennata
I paletti sono così più sfiorati che realmente affrontati e alla fine credo che il vero protagonista del racconto sia l'amore impossibile. Talmente impossibile che persino l'autore sembra crederci poco.
Ma è comunque uno spunto e come detto da li ripartirei, con più respiro e meno occhio alle battute, con più libertà, ma soprattutto con le idee più chiare su quale sia la vera storia che vuoi raccontare.

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Messaggio Da Akimizu Lun Ott 24, 2022 9:52 am

Ciao autore, è di questi giorni la notizia tremenda del suicidio in Armenia di due ragazzi. Si sono lasciati cadere da un ponte, insieme. In Armenia l'omosessualità non è un reato, ma per dare un dato che non dice nulla ma racconta tutto l'87% degli armeni non mangerebbe con una posata toccata da un omosessuale. Ti dico questo perché devo dire che il finale del tuo racconto mi ha toccato. Più del dovuto, lo ammetto, per via di questo fatto atroce. Sulla forma (a parer mio hai scritto col cellulare, perché ci sono molti refusi, non veri e propri errori) e sullo stile scelto, che in effetti sembra una bozza più che un racconto fatto e finito, sulle incongruenze, ti hanno già detto, non ripeto cose che comunque condivido. Mi voglio soffermare sul finale, sul fatto che dovresti fare di questa "svolta" il cuore del racconto e anche il cervello. Nel senso, tutto il testo, parole, emozioni, dovrebbero muovere e lavorare per rendere granitico e concreto quel finale, che pur nella sua drammaticità rimane appeso a un filo e che viene anticipato solo dal titolo. Insomma, nel racconto non c'è nessun sentore che vada a finire così, nessun indizio, nulla che faccia precipitare gli eventi, anzi, sembra quasi che le cose si siano risolte.
Ecco, le basi ci sono, secondo me devi lavorarci bene, focalizzandoti su un obiettivo preciso, sul messaggio. A rileggerci!
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Messaggio Da ceo Mar Ott 25, 2022 12:31 pm

L'idea era buona ma la narrazione è troppo frammentaria e disordinata. Secondo me l'autore/trice deve lavorare di più sull'armonia del racconto, sulla fluidità, magari facendo dei tagli: in uno spazio così ridotto ci sono troppe informazioni, troppi nomi, troppi passaggi, e la leggibilità ne risente. Probabilmente è anche un problema di spazio, e non si può infilare un quadro così grande in una cornice cosi piccola. Per concludere, il finale non è molto logico: perché hanno dovuto compiere il gesto estremo? Bastava stare nascosti e aspettare, per poi fuggire altrove. Mi dispiace, ma non ho un giudizio positivo. Non ti scoraggiare! Le basi buone ci sono e devi lavorare sull'organizzazione del testo. È sempre una questione di pratica e sei nel posto giusto.

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Messaggio Da Midgardsormr Mar Ott 25, 2022 5:32 pm

Ciao autore.

Partendo dal titolo, avevo come l'impressione di trovarmi dentro un racconto che mi avrebbe lasciato qualcosa. In effetti, così è successo. Quel finale è stato un bel diretto, è il resto che non ho ben compreso.

Soffri anche tu, come me e altri colleghi letti, la.pochezza di spazio e il dono della sintesi. Tanto e troppo in poco tempo e spazio. Come altri prima di me, ti consiglio di riprenderlo e rivederlo, oltre il concorso, e poi magari metterlo nella sezione apposita qui sul forum, sono fermamente convinto che con un po' di lavoro, otterrai un pregevole risultato.

I paletti ci sono e non ci sono, quasi un contorno a questa storia d'amore impossibile, che rende tutto ovattato e nebbioso. Il boia diventa un'idea, non una persona.
Ti dirò, mi è piaciuto.
I refusi te li hanno segnalati e non mi dilungo oltre.

Grazie e a rileggerci.

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Tutti devono morire. Tutti devono servire.
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Messaggio Da Achillu Mar Ott 25, 2022 10:42 pm

Ciao Aut-

Segnalo "lunga permanenza in Israele"; si tratta in realtà della Palestina in quanto lo stato di Israele ancora non esisteva.
All'inizio il punto di vista viaggia tra Eichmann e Peter, per poi assestarsi su Peter a parte qualche punto in cui si sposta per esempio su Dannecker ma comunque con Peter presente.
Molte delle informazioni riportate su Eichmann sono inutili per la trama e si possono trovare sui libri di storia, nel caso si volesse approfondire il personaggio. Sarebbero da sfoltire.
Ti posso assicurare che non è possibile scavare un rifugio in un'isola fluviale di tipo sedimentale a pochi passi dall'oceano. Aggiungo che il modo scelto per includere l'Isola dei Fagiani nel racconto rende marginale l'uso del paletto.
Nel finale mi resta il dubbio su chi sia stato a sparare il razzo. Il fatto di aver ricostruito la cantina-rifugio identica a quella di Parigi mi aveva fatto pensare che tutte e quindici le persone si fossero rifugiate li, poi però vengono ritrovati solo i corpi di Hans e Peter. Quindi resto confuso.
Il genere è storico nel senso che piace a me. Il boia non è nominato ma penso che sia Eichmann. Ci sono gli anni 1940. L'Isola dei Fagiani è marginale.

Grazie e alla prossima.


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