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A pesca

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Messaggio Da M. Mark o'Knee Mar Ago 02, 2022 7:37 pm


Seduto sul vecchio sgabello, imbacuccato in un giaccone ormai incolore per difendersi dal freddo umido del mattino, l’uomo stava immobile, con lo sguardo fisso verso l’orizzonte, dove cielo e mare si confondevano in un grigiore uniforme.
Alla coppia di runner che correvano sulla spiaggia, tute azzurre attillate e nuvolette di vapore dal naso, doveva essere apparso come una sagoma scura, una specie di Rodin, con quella schiena un po’ piegata in avanti, il mento appoggiato sui palmi delle mani e i gomiti ben piantati sulle ginocchia.
Fu proprio il suono dei loro passi sulla spiaggia bagnata e compatta a ridestarlo, almeno in parte, dal suo sonno a occhi aperti; a richiamarlo al presente, alla sua partita di pesca per la quale sembrava aver perso ogni interesse ancor prima di cominciare.
Voltando appena la testa, osservò la coppia passargli accanto e poi allontanarsi, rimpicciolirsi fino a due figurine distanti e pian piano svanire alla vista. Non tolse loro gli occhi di dosso per tutto il tempo, ammirandone la perfetta sincronia delle falcate e del moto dei piedi che, a due a due, si staccavano insieme da terra e insieme ricadevano sulla sabbia producendo una sorta di fruscio o una specie di schiaffo quando le suole colpivano l’onda in arrivo. Un andamento quasi ipnotico, accentuato dai perfetti archi brillanti contro il grigio del paesaggio disegnati dalle scarpette di colore verde fosforescente.
Gli venne di guardare le sue, di scarpe.
Già umide per il cammino fatto, a tratti si lasciavano bagnare dalla spuma delle onde leggere che venivano a morire sulla battigia. E ogni chiazza che si formava pareva accentuarne l’aspetto logoro, dimesso. Aspetto che ben si specchiava nei calzoni scoloriti e dall’orlo sfilacciato e nel gilet da pescatore che indossava sotto il giaccone, con più tasche bucate che integre. Un pensiero gli si affacciò alla mente, di passare, uno di questi giorni, dal negozio caccia e pesca del paese…
Ma il pensiero si riacquattò presto dentro chissà quale anfratto del cervello, sospinto ancor più giù dall’improvviso stridio di gabbiani in volo sulla sua testa. Guardò su. Lo stormo gli passò sopra, compiendo un paio di giri a spirale contro il cielo smorto e si diresse deciso verso il largo. Una decina di uccelli si staccò però dal gruppo e andò a posarsi fra le onde basse, a galleggiare nel punto in cui, probabilmente, nuotava un branco di pesci.
Rimase ancora qualche secondo a guardare il loro ondeggiare. Poi, quasi di malavoglia, si decise ad alzarsi dallo sgabello e muovere un paio di passi verso la cassetta in plastica rossa con l’attrezzatura.
Si chinò lì accanto, passandosi un paio di volte i palmi delle mani sul mento e le guance ispide, finché, attraverso il coperchio trasparente, localizzò il contenitore con l’esca in pasta.
Il composto bianchiccio, una volta aperta la confezione, mandava un odore non proprio gradevole. Arricciò il naso e ne staccò un pizzico immergendo le dita in quella consistenza un po’ gommosa. Iniziò a modellarlo fra pollice e indice in una sorta di piccolo cilindro.
Alla sua sinistra, inserita nel supporto conficcato nella sabbia, la canna da pesca disegnava una silhouette sottile e arcuata contro il cielo. Dall’anello finale del vettino pendeva l’estremità del filo, invisibile, se non fosse stato per il nero dei piombini e il giallo flou del galleggiante. Vi si avvicinò, con la sua andatura lenta, quasi apatica, e, tenendo fermo l’amo con le dita, ci applicò con cura e attenzione il cilindretto di pasta.
Dette ancora un’occhiata al gruppo di gabbiani che galleggiavano pigri sull’acqua, come a valutarne la distanza; poi tolse la canna dal supporto.
Liberò l’archetto e, con un unico movimento fluido delle braccia, se la portò alle spalle ben alta sulla testa. Un breve sguardo dietro di sé e scoccò il lancio, seguendo la traiettoria della lenza con un’espressione del viso quasi stupita per la velocità del suo scatto.
L’amo, con il suo codazzo di piombi e galleggiante, andò a terminare il suo volo a pochi centimetri da un gabbiano, che scartò di lato con le ali allargate e il becco aperto. La scena gli strappò un mezzo sorriso della durata di un battito di ciglia.
Fece fare al mulinello qualche giro per tendere la lenza, sistemò di nuovo la canna nel sostegno e si rimise seduto.
Ad aspettare.
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Messaggio Da Petunia Mar Ago 09, 2022 12:30 am

Ciao  @M. Mark o'Knee
Il ritmo lento imposto dalle descrizioni minuziose ben si accompagna alla ritualità e pazienza del pescatore. Mi è piaciuta in particolare la chiusa finale così asciutta ma in grado di dare compiutezza al narrato.
Il narratore fa qualcosa in più che raccontare ciò che vede: entra nel focus dei runner ed entra nel focus del pescatore. 
Ho sentito il fruscio della lenza e il “rullare” del mulinello. Bella l’immagine di Rodin, rende proprio l’idea.
Ti segnalo “giallo flou”

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Messaggio Da Arunachala Mar Ago 09, 2022 7:31 am

bella descrizione di quello che pare un momento fuori dal tempo: preparare l'esca e gettare la lenza.
il tempo vero è l'altro, quello dell'attesa.
storia breve ma davvero ben esposta. ottima e azzeccata l'immagine di Rodin, notevole la descrizione dei due corridori e dei loro movimenti.
piaciuto

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