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IL DONO (RIEDITATO, TROVATE LA PRIMA STESURA AL LINK)

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Mac

Mac
Padawan
Padawan

https://www.differentales.org/t1266-il-dono#14054

Salgo le scale del condominio. Anche se sono stanca evito di prendere l’ascensore. E’ un impegno che ho preso con me stessa quando, guardandomi allo specchio con più attenzione, ho notato che il mio fisico si sta ammorbidendo. Non sono mai stata fissata con diete, integratori e palestre, ma ho sempre cercato di mangiare sano e di fare qualche camminata quando il lavoro me lo consente. Nell’ultimo periodo però non ne ho avuto il tempo, o forse, ad essere sinceri, mi è mancata la voglia.
Quindi eccomi qui, nonostante tutto, ligia al dovere come sempre.
 
Mi chiamo Eleonora, faccio l’infermiera e da quasi un anno sono stata trasferita nel reparto di patologia neonatale. Ho accettato con entusiasmo il nuovo incarico, come sempre, non avrei mai immaginato la fatica a cui sarei andata incontro. Non solo fisica, a quella sono abituata, è quella che prende cuore e anima che mi sta devastando.
Questo mondo, racchiuso da vetri come un variegato acquario, dovrebbe essere un inno alla vita, non una fucina dove spesso prevale il dolore e la disperazione.
In questi mesi ho visto troppi bambini lasciare genitori dilaniati dal dolore. Mi sono chiesta più volte come fosse possibile che queste creature rimaste sulla terra per pochi giorni, a volte poche ore, lasciassero vuoti così devastanti.
Nella mia testa, io che figli non ne ho, immaginavo fosse più difficile lasciare persone con cui si era vissuto una vita intera che non piccoli vissuti il tempo di un battito d’ali.
 
All’inizio guardavo con stupore queste mamme lacerate, eppure così risolute a tenere con sé bambini che molto probabilmente non avrebbero dato loro in cambio né parole, né abbracci, ma solo tanto impegno, sofferenza e tristezza. Non le capivo, a volte ne ero addirittura infastidita, io che avevo visto figli lasciare andare genitori, mogli salutare compagni di una vita, sempre composti nella loro dignità. Queste madri invece lottavano con tutte le loro forze contro ogni avversità e contro ogni logica per trattenere vicino i loro figli, a qualsiasi condizione. A volte mi infastidiva questo egoismo, questo attaccarsi a tutti i costi, pronte ad una vita di sofferenza pur di non affrontare il distacco. 
Poco alla volta però, contravvenendo alle regole che mi avevano insegnato ad infermieristica, iniziai ad affezionarmi ai bimbi, piccole pagnottelle a volte uscite non proprio perfette ma capaci di una forza esplosiva, pur invasi da cannule, respiratori, PEG. Il loro mondo racchiuso dentro quelle asettiche scatole che li aiutavano a sopravvivere, circondati da bippanti macchinari e rumorosi stantuffi.
 
Poi un giorno arrivò Stella. 
Era una delle più piccole entrate in reparto, persa in un pannolino troppo grande per lei e un buffo capellino rosa con delle strane orecchie gialle che le cadevano sempre su quegli occhietti gonfi e neri. Insieme a lei arrivò Angela la sua mamma. Anche lei aveva vestiti troppo larghi a coprire un corpo ancora adolescente. I capelli annodati in uno strano e scompigliato nodo, gli occhi azzurri sempre velati di lacrime che non scendevano più.
Era sola Angela, nessun compagno, nessun genitore o amico a supportarla.
I medici faticavano a parlarle, qualsiasi cosa le dicessero lei sorrideva, un sorriso malinconico e gentile. Non parlava molto, rispondeva a monosillabi, ma ogni mattina arrivava puntuale alle otto e aspettava pazientemente, seduta sulle scomode sedie malconce dell’ingresso del reparto, osservando i disegni che qualche volontario aveva fatto sui muri grigi per rallegrare le interminabili attese. A volte rimaneva lì per ore senza muoversi, immobile e determinata, in attesa di poter entrare. Ogni giorno portava piccoli doni a Stella: una sorpresa trovata in un ovetto Kinder, un nastrino colorato che appendeva all’incubatrice, un paio di buffi calzini dai mille colori fatti a mano da lei.
Se avessi dovuto usare un aggettivo per descriverla sarebbe stato resiliente. 
Iniziai ad affezionarmi a quelle due strane creature che sembravano uscite da uno di quei dipinti di Bansky, riprodotti sulle cartoline, così eteree e leggere, pronte a spiccare il volo per l'isola che non c’è. 
 
Contro ogni aspettativa, Stella cresceva, vincendo tutti i pronostici negativi fatti su di lei, superava ogni difficoltà e insieme a lei, Angela rifioriva. Gli occhi fissi puntati sulla sua bambina, le dita che la sfioravano leggermente per calmarla e per farle sapere che lei c’era, che nonostante tutto loro erano insieme. Erano connesse così prepotentemente, madre e figlia, che sembravano fondersi, divise da quel muro di plastica asettico, unite da una forza invisibile agli occhi, ma tangibile con il cuore.
 
Quel pomeriggio a fine turno incrociai Angela sulle scale e, infrangendo ogni mio dogma, la invitai a bere un caffè. Era stata una boutade, uscita così, più per educazione che per altro, eppure con mio grande stupore la mammina, come l’avevamo soprannominata in reparto, accettò e così ci dirigemmo verso il bar a piano terra, quello vicino all’uscita. Ci mettemmo in fila alla cassa, poi in silenzio ci dirigemmo entrambe verso il giardino esterno. Era una bella giornata di aprile, il sole scaldava e l’aria frizzantina rigenerava i corpi stanchi di chi, per lavoro o per malattia, era costretto a transitare di lì.
Sedute su una panchina lo sorseggiammo con molta calma, in totale silenzio.
D’un tratto, senza nessun preavviso, Angela iniziò a parlare e un torrente di parole straripò, come avesse atteso il momento giusto per liberarsi.
E aveva scelto me.
 
“Non ho mai posseduto nulla, non ho una famiglia, non ho amici, non ho mai avuto una casa mia dove tornare. Figlia di nessuno, come in tanti mi hanno chiamata, ho vissuto per molto tempo in una casa famiglia. Non ricordo nemmeno il numero dei genitori affidatari che si sono avvicendati nella mia vita, non ricordo i loro nomi e nemmeno i loro volti. Solo nonna Rosy è rimasta nel mio cuore. L’unica che mi abbia guardato dentro, l’unica che sapeva quando avevo bisogno di un abbraccio. Purtroppo anche lei se ne è andata e da allora nessuno ha più cercato di sentirmi.”
Fece una pausa, ero ipnotizzata da quel lavorio continuo delle sue mani da bambina che sembravano annaspare per non cadere giù, nel buio.
“Quando ti dico che non ho mai posseduto nulla intendo in senso totale. Non erano miei i vestiti che indossavo, i libri che leggevo, il letto in cui dormivo. Non ho mai ricevuto regali se non qualche dolcetto o qualche caramella allungata da chi in quel momento si sentiva generoso.
Anche Stella all'inizio non era interamente mia. Suo padre” e nel pronunciare quella parola, la voce le uscì rotta, mentre si cingeva forte con le sue esili braccia di bambina “era uno dei miei genitori affidatari”.
Io rimanevo seduta composta, la gamba sinistra che picchiettava leggermente il terreno su cui era poggiata, lo sforzo immane per non piangere, i ricordi frammentati che uscivano da quel posto segreto in fondo al cuore dove li avevo rinchiusi tanti anni fa.
“Non mi importava molto, anzi all’inizio mi faceva anche piacere. Lui mi diceva che ero sua, solo sua e mi accarezzava i capelli, il collo, poi i seni. Quando arrivava più giù, qualcosa in lui cambiava. Non erano più lievi carezze, ma dure sferzate, date con la mano aperta, erano morsi, erano capelli tirati con forza, erano pesanti insulti. Io sopportavo perché per la prima volta sentivo di appartenere a qualcuno.” Si fermò di nuovo, sembrava dovesse scegliere le parole giuste per continuare quel racconto che così doloroso “La moglie non diceva nulla, non so se per comodità o perché non le importasse proprio, e tutto filava più o meno bene. Fino a quando rimasi incinta. Avevo diciassette anni per poco ancora, ma ero comunque una minorenne.”
A quel punto cominciai ad annaspare, ero in debito di ossigeno, mi sembrava di ripercorrere la mia vita passo dopo passo. Non potevo farmi prendere dal panico, non ora. “Perché non hai chiesto aiuto?” domanda più a me stessa che alla giovane guerriera che mi sedeva in fianco. L’altra alzò le spalle, come me, anche lei non aveva una risposta.
“Loro volevano che abortissi, avevano paura di essere denunciati, e cominciarono a farmi pressioni molto forti, fino ad arrivare a picchiarmi. Io mi riparavo e cercavo di proteggere il più possibile l’unica cosa che possedevo. Le avevo giurato che avrei lottato contro tutto e contro tutti ed ero determinata a farlo. Insieme nella vita o nella morte” Sembrava più adulta dei suoi diciotto anni, in quel momento non era più la bambina che sorrideva malinconica, ora era una donna fiera e consapevole.
“Contavo i giorni che mi separavano dal mio diciottesimo compleanno, diventata maggiorenne avrei potuto andarmene e rifarmi una vita. Mi ero informata, presso la mia città c’era una associazione che accoglieva mamme e bambini che non avevano un posto dove stare. Avevo anche racimolato un po’ di soldi con qualche lavoretto saltuario fatto nei ritagli di tempo.” Si alzò per gettare il bicchiere di carta, avevamo bisogno entrambe di una pausa.
“Il giorno prima del mio compleanno Michelangelo si rese conto che non avrei ceduto e preso da un attacco di rabbia, possesso, prepotenza e non so cos’altro, iniziò a picchiarmi così forte che pensai non sarei riuscita a sopravvivere. Quando mi convinsi di essere arrivata alla fine Stella mi diede il suo primo calcio. Sembrava dicesse ehi cagasotto sono viva, combatti, fallo per me. Mi ripresi e riuscii a schivare un colpo, poi un altro, giravo intorno alla stanza cercando di non farmi colpire finché non lo vidi. Era un pugnale Jambiya, Michelangelo mi aveva raccontato molte volte la sua storia. Lo aveva comprato nello Yemen dove era andato a lavorare per un periodo, ne andava orgoglioso, lo teneva pulito e affilato.” Gesticolava, ripetendo gesti che probabilmente aveva rivissuto mille volte.
“Vidi nei suoi occhi il terrore quando capì le mie intenzioni. Rivedo la scena al rallentatore io, lui, il pugnale.” Mi guardò dritta negli occhi “Sono arrivata prima di lui.” “Ero minorenne, ero stata riempita di botte, la moglie non voleva grane, anzi credo di averle fatto un piacere. Per la prima volta nella mia vita ho reagito. Non dimenticherò la sua espressione quando la lama gli si conficcò nel collo. Il sangue imbrattava i miei vestiti e i suoi.  Non cedetti, tenni la mano ferma sul coltello e lui le sue mani artigliate alle mie come per aggrapparsi. Lo rifarei ancora. Stella è la mia vita senza di lei io non ho senso”.
L’avevo osservata trasformarsi sotto i miei occhi, ora davanti a me lei risplendeva. 
Dopo quel racconto così doloroso e intimo, senza aggiungere una parola, Angela mi aveva sorriso e si era diretta verso le scale per raggiungere il reparto dove la sua bambina l’aspettava.
Io ero rimasta lì, incapace di pensieri coerenti, fino a quando la stanchezza si era fatta sentire. Solo allora mi ero alzata per ritornare lentamente a casa.
Non avevo avuto il coraggio di dire a quella ragazza così coraggiosa che la capivo, che sapevo di cosa parlava. Non le avevo parlato della mia esperienza così simile alla sua. Solo che io non avevo avuto la sua forza, non mi ero ribellata. Avevo lasciato che altri scegliessero per me, lasciandomi un vuoto dentro che niente e nessuno era mai riuscito a colmare. 
Ero diventata infermiera per sentirmi parte di qualcosa, per sentirmi utile per qualcuno. Mi ero costruita una vita da sola con grande sacrificio, ed ero arrivata ad un punto in cui pensavo di essermi liberata di quei ricordi che mi avevano ossessionata per anni. Dopo tanti anni pensavo di essermi liberata di quei ricordi, mi ero illusa di essere ritornata alla normalità. Invece era bastato un racconto, buttato lì su una panchina dell’Ospedale, per riportarmi indietro nel tempo e farli riaffiorare con prepotenza.
Sono stanca, non solo per le scale fatte, sono sopraffatta dalla storia di Angela che si intreccia alla mia storia, voglio solo buttarmi sul divano e darmi un po’ di tregua.
Chissà cosa ha spinto Angela a scegliere proprio me, io che avevo il cuore chiuso con una serratura a doppia mandata.
Io che volevo solo dimenticare.
Lei mi aveva fatto un dono prezioso, riconoscendomi dietro a tutte le facciate che avevo costruito negli anni per nascondermi. Aveva visto nei miei occhi le lacrime versate e la tristezza per quella vita che mi avevano strappato dal corpo, ma che come per gli arti amputati, continuava a farmi male.
Una ragazza, poco più di una bambina, mi aveva accolto nella sua vita e mi aveva scelta e io non potevo che ringraziarla.

Grazie a tutti per i consigli, ne ho fatto tesoro e ho cercato di sitemare meglio il racconto, se avete tempo fatemi sapere cosa ne pensate.
gra

Susanna

Susanna
Maestro Jedi
Maestro Jedi

Grazie a te per aver accettato i nostri contributi, per me altrettanto appagante che una lettura o un commento.
Ci sarebbe da sistemare questa frase col virgolettato del dialogo

"Suo padre” e nel pronunciare quella parola, la voce le uscì rotta, mentre si cingeva forte con le sue esili braccia di bambina “era uno dei miei genitori affidatari”.

Una sola cosa mi risulta "incompleta" - me l'ero annotata ma la nota era rimasta in fondo al testo preparato in precedenza - : in un racconto breve non sempre c'è spazio proprio per tutto: qui hai scelto magari volutamente di tralasciare di parlare, sia pure magari solo en passant, degli strascichi giudiziari che questa ragazza, nella realtà, vivrebbe e che potrebbe complicare il già complicato momento (non da ultimo il carcere, e dare alla luce un bambino in carcere, dalle esperienze narrate, può essere davvero difficile) per dare più rilievo alla componente emozionale.

Ma il racconto va benissimo così, credimi, anzi regge benissimo non spostando il lettore su altri argomenti.

(sto leggendo una serie di romanzi "legal", sia pure americani, di un autore maniaco della precisione e dei particolari)


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"Quindi sappiatelo, e consideratemi pure presuntuoso, ma io non scrivo per voi. Scrivo per me e, al limite, per un'altra persona che può capire. Spero di conoscerla un giorno… G. Laquaniti"

Mac

Mac
Padawan
Padawan

Non volevo entrare nella parte giudiziaria e ho velatamente fatto trasparire che sia caduto tutto nel vuoto (lei minorenne, lui aveva abusato di lei, la moglie che decide di non fare niente). 
Grazie della tua graditissima collaborazione

A Susanna garba questo messaggio

Susanna

Susanna
Maestro Jedi
Maestro Jedi

Mac ha scritto:Non volevo entrare nella parte giudiziaria e ho velatamente fatto trasparire che sia caduto tutto nel vuoto (lei minorenne, lui aveva abusato di lei, la moglie che decide di non fare niente). 
Grazie della tua graditissima collaborazione
Hai fatto bene: le aule di giustizia non sempre rendono davvero giustizia e purtoppo, lo vediamo ogni giorno, le vittime impegano anni ad ottenerla (se...), anni in cui il male subito viene continuamente riproposto, senza dare loro modo di ricominciare a vivere. Il male subito non passerà mai, ma almento un po' di respiro lo meriterebbero.


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"Quindi sappiatelo, e consideratemi pure presuntuoso, ma io non scrivo per voi. Scrivo per me e, al limite, per un'altra persona che può capire. Spero di conoscerla un giorno… G. Laquaniti"

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