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Prima era prima... dopo

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1Prima era prima... dopo Empty Prima era prima... dopo Ven Mar 19, 2021 9:56 pm

Susanna

Susanna
Padawan
Padawan




Prima era prima
 
Londra, Docks St Katharine – maggio 1965
L’uomo imboccò Morley Street con circospezione: la strada era in realtà un budello tra due edifici ormai abbandonati, tanto stretta che il sole non arrivava ad illuminarla. Trovarla era stata un’impresa: non risultava nelle mappe, eppure le indicazioni erano precise.
Alla fine, dopo due ore di giri a vuoto tra vie semideserte e magazzini in disuso, per la modica cifra di due sterline, un barbone gli indicò quello che sembrava l’imbocco ad un cortile interno.
«Sicuro di voler andare lì? Bah, faccia come vuole, tanto lei l’anima a Dio se la raccomanda tutte le mattine! Saluti al superiore.»
Il prete lo ringraziò, lo benedì, tirò un bel sospiro e si avviò: non poteva maledire nessuno per aver accettato l’appuntamento, sarebbe stato poco professione, quindi…
Sollevando la tonaca per evitare la sporcizia, Monsignor Grady, dopo aver per l’ennesima volta consultato un foglietto, cercò il numero quattro.
«Tre… cinque… e il quattro? Forse qui.»
Il portoncino passava quasi inosservato: bussò e non ottenendo risposta, spinse il battente e, circospetto, entrò.
L’atrio era illuminato da una lampada fioca e sporca: riuscì ad intravedere una porta su cui spiccava un’insegna. “Portineria. Bussare.”
Bussò e non aveva ancora ritirato la mano che la porta si aprì di colpo e sulla soglia comparve una donna… vistosa. Alta, un po’ mascolina, abiti così aderenti che le forme sinuose sembravano voler sfuggire dalle cuciture, trucco pesante e volgare, capelli di un rosso improbabile e sigaretta penzolante. Calze a rete e pantofole con piume.
«Seeee?» Mani sui fianchi.
«Buon giorno, signora. Lei è la portinaia?» chiese il prelato, intimidito.
«Le sembro una portinaia, io?»
«No, non proprio…»
«Appunto, ha occhio lei. Non sono la portinaia, anche perché in un palazzo come questo…E cosa le sembro eh? Dica.» A cinque centimetri dal naso del prelato.
«Beh, non vorrei offenderla, non se ne abbia a male… insomma ognuno si concia… si agghinda come vuole, ma lei ricorda un po’, ma solo un po’, una pr… una signorina…servizievole, ecco.» La professione gli impediva di mentire.
«Ah, io sarei una prostituta!» L’uomo fece un passo indietro perché il successivo, di passo, se lo sentiva, sarebbe stato uno schiaffo da parte della donna.
«Ehmm… potrei parlare con la portinaia, cortesemente?» glissò.
«Dica pure, sono io la portinaia.»
«Ma lei prima ha detto …»
«Prima era prima.»
Il monsignore cercò di assumere un tono autoritario:
«Voglio parlare con mio fratello, dovrebbe essere qui già a quest’ora. Abbiamo un appuntamento.»
«Qui non c’è nessun fratello. E poi, precisi se è fratello di tonaca, perché a meno che non sia reduce da una festa in maschera, lei dovrebbe essere prete o frate, non sono molto pratica, o se è fratello carnale.»
«Fratello carnale, si chiama Eston e…»
«Non conosco nessuno con questo nome, neppure se è suo fratello.»
«… ha frequentato spesso questo… posto.»
«Lei dice posto ma intende bordello. Le sembra un bordello questo? È una casa rispettabile. Questa.»
La donna invitò l’uomo ad entrare, anzi lo spinse nella stanza e lo fece accomodare su uno scomodo divano, con aria minacciosa. Gli mise in mano una tazza di tè.
«Assolutamente no! Cioè, sì è rispet…ima» ansimò lui.
«Come fa a saperlo? È un frequentatore di bordelli, lei? Certo non di questi, con la puzza sotto il naso che ha! Si vergogni? Ma è un bordello serio, sa! E si beva quel tè!»
«Ma prima ha detto che…» Bevve.
«Prima era prima. Allora, questo fratello che non è qui, perché dovrebbe essere qui?»
«Beh, mi ha detto che ha perso qui una cosa giorni fa, e voleva che lo aiutassi a cercarla.»
«Eston, è un nome troppo brutto, Ernest gli si addice di più. Comunque, non lo conosco.» lo interruppe la donna.
«Ma se ha detto prima che…»
«Prima era prima. E poi chi mi dice che lei è il fratello del fratello che non è qui?»
«Glielo dico io, saprò bene se ho un fratello, e ce l’ho.»
«Se lo dice lei, perché chi viene qui, in questa rispettabile casa, di solito è figlio unico, o figlia unica, magari ha una sorella suora o badessa, ma qui non c’è mai stata. Quindi…»
L’uomo ormai era decisamente confuso da quella conversazione surreale e cominciava a sudare, indeciso sul da farsi.
Cercando un appiglio, si guardò attorno: non che frequentasse portinerie o bordelli, ma la stanza gli pareva strana, sembrava arredata con mobili raccolti qua e là, senza criterio. Un divano, una poltrona dalla fodera lisa, una lampada, un tavolino su cui giusto una teiera e una tazza ci potevano stare, e dietro ad un paravento, forse una cucinetta: si sentiva profumo di caffè. Appena dentro, un tappeto, troppo grande per quella stanzetta e che sembrava spazzolato da poco, morbido. Che strano, gli sarebbe piaciuto sdraiarcisi sopra.
«Insomma, signora, mio fratello, che adesso non è qui, ma che è stato qui, dovrebbe aver lasciato un diario o un’agenda, di cui adesso ha bisogno. Mi ha detto che ci stava scrivendo, qui, proprio la sera in cui lo ha perso di vista.»
«Se si mettesse gli occhiali, suo fratello, non perderebbe di vista le cose. E poi non scriveva nessun diario, quando non era qui.»
«Ma se ha detto… va bene, prima era prima.»
Il prelato, ormai stufo di questa situazione, si avviò verso la porta ma la donna, che si era accomodata sulla poltrona con aria da donna fatale, soffiò il fumo della sigaretta e gli disse:
«Se ne va già? Non le piace il tè? Eppure è buono. Non lo ha scritto, suo fratello, sul diario che non si trova?»
«Basta, vorrà dire che andrò alla Po… poli...» farfugliò.
«Magari un altro giorno, monsignore.»
 
Il tappeto era davvero morbido, quasi come il letto di casa sua, dove si svegliò qualche ora dopo.
Non ricordava come ci era arrivato, ma forse era meglio non chiederselo.
Il giorno dopo tornò in Morley Street, in abito borghese: al collarino bianco e a una piccola croce dorata sul bavero della giacca non rinunciò.
Al posto della palazzina un mucchio di ceneri fumanti.
Una bombola del gas – gli disse un pompiere – forse portata da qualche hippie. Sotto un lenzuolo, il corpo di una ragazza dai capelli rossi. Accanto una borsa bruciacchiata da cui spuntavano le ciocche di una parrucca rossa.
«Sì, padre, può darle una benedizione, per quel che serve. Ma è meglio che non sollevi il lenzuolo, si fidi.»
Nessuno si chiese cosa ci facesse lì un prete, ben lontano anche dalla chiesa più vicina.
Nessuno si accorse che da uno degli obitori della città era sparito il corpo di una ragazza ripescato all’alba nel Tamigi.
 
 
 
 
 
Settembre 1970 – da qualche parte a Londra
Cinque anni dopo un bell’uomo, distinto, brizzolato, pantaloni blu con piega perfetta, giacca di velluto verde oliva con le toppe di pelle ai gomiti e camicia scozzese, bussò alla porta di una casa, una delle tante di una lunga e tranquilla via di un anonimo quartiere di Londra. Sul bavero era appuntata una piccola croce dorata.
Portineria. Bussare.
«Siii?»
«Salve. È lei la portinaia?»
«Le sembro un portinaia, io?»
«No, direi più una segretaria fatta e finita.»
Ad aprire la porta era stata una bella ragazza, alta, un po’ sofisticata: indossava un abito semplice, alla moda, con un filo di perle forse non adatto alla sua età, ma perfetto per una segretaria autorevole.
«Si accomodi, l’aspettavo. Ma stamattina lei si è vestito al buio? Inguardabile.»
Si avviarono verso una delle stanze che si aprivano su un corridoio in penombra.
«Mi perdoni, lei è davvero un monsignore? Quel monsignore? La ricordavo un po’ diverso. E poi non è un po’ giovane per essere un monsignore?» Sorniona.
«Monsignor Conrad Grady in persona, e sì, quel monsignore. Decisamente sui generis come religioso, ma tant’è. Quanto all’età…»
«Non dica niente, mi faccia indovinare. Famiglia nobile, ricchissima, potente e voilà, un bel monsignore fin dalla culla. Eh, un monsignore fa sempre comodo, apre tutte le porte meglio di un grimaldello.
Ridendo si accomodarono in una bella stanza, accogliente come le stanze in cui devono scorrere giornate in paziente attesa di qualcosa o di qualcuno: tanti libri, poltrone comode, tende leggere e piante rigogliose. Un tavolino, teiera e tazze.
«Le posso offrire una tazza di tè, padre? Posso chiamarla padre? Fa meno snob.»
«Vada per il padre e anche per il tè, purché non sia corretto come l’ultima volta: mi pare di sentire ancora quel terribile mal di testa. Per sua conoscenza, l’altro tizio cui ha offerto il tè, quel giorno, si è svegliato due giorni dopo. Si regoli, in futuro.»
L’uomo aveva un messaggio da consegnare.
«Ora lei è libera, è tutto finito, può anche decidere di iniziare un’altra vita, lontano da qui.»
La fissava apertamente, con un vago sorriso divertito.
«Non faccia il finto tonto, ho già detto di no a chi di dovere, ieri, e lei lo sa. Quindi ritengo sia ora che mi siano spiegati gli antefatti. Sa, all’epoca mi consigliarono di non fare domande, anche se qualcosa è trapelato, poca roba, tranquillo, ma se è tutto finito…» Anche lei lo fissava, apertamente divertita e curiosa.
«Potrebbe essere una cosa lunga. Sicura di non avere impegni?»
«Nessun impegno, però non cominci da Enrico VIII, che la storia mi ha sempre fatto dormire.»
La ragazza si accoccolò sulla poltrona, tirando a sé un plaid.
«Sarò breve, alle diciannove devo dire messa. Ma un minimo di storia serve.» Erano solo le dieci del mattino.
«Correrò il rischio. Tenga presente che russo.»
«Bene. Nasco bambino, normale e senza titoli, cresco ragazzino terribile, divento studente universitario intelligente, eclettico, colto, stratega nato e col teatro nel sangue. Recalcitrante alla disciplina. Era il 1942 e i servizi segreti furono entusiasti della nuova recluta, entusiasti.»
«Soprattutto modesto.»
«Partiamo dal Vallo di Adriano? Mi arruolarono e spedirono in Francia. Subito disperso.»
«La fortuna del principiante.» Zitta mai.
 «In realtà raccoglievo e distribuivo informazioni, cibo e tenevo i collegamenti con altri agenti stranieri. conobbi gente di ogni nazionalità. Molti perirono. Io sopravvissi. Le mie capacità interpretative, modestamente, mi salvarono la vita più di una volta. Un pretuncolo alla ricerca della sua parrocchia perduta, pensi l’ironia. Che giorni!»
«Me la immagino, con la tonaca svolazzate e in bicicletta, pedalare in discesa.» Ma neanche imbavagliata taceva.
Al ritorno Conrad decise di farsi prete: la guerra aveva colpito duro. La famiglia lo avrebbe voluto rampante capitano d’industria, di ruoli ne avevano a iosa nelle varie compagnie, ma lui non cedette alle lusinghe ed entrò in seminario.
Non rinunciò però a fare l’agente segreto: troppo intrigante e, dati gli scenari, necessario.
«Doppia personalità: di giorno officiante, di notte spia. Più o meno.»
«Ah, l’insonnia! Come la capisco! Ma alla famiglia un pretuncolo non andava bene, dico bene o dico sciocco? Troppo poco. Quindi…»
Conrad colse dell’animosità in quella domanda, ma ci era abituato.
«Quindi si presentarono a chi di dovere in Vaticano e la mia carriera decollò. Non ne fui entusiasta, cercai di restare nell’ombra per quanto possibile. Ma la copertura era ottima e fu anche grazie alla diplomazia vaticana e ai fondi che generosamente mi venivano elargiti che riuscii a riprendere i contatti con persone rimaste, loro malgrado, oltre cortina, ma insofferenti al nuovo regime. Professori, operai, impiegati e persino un paio di militari. Amici.»
«Chierichetti oltre il muro. Finché…» Gli mise fretta la ragazza.
«Finché non scoppiò l’affare Profumo e i servizi andarono in fibrillazione. Indagini capillari e si scoprì una mela marcia. Mr. Wickox. In gamba, scaltro e pericoloso. Doppiogiochista. Passava informazioni ai russi. Non grandi cose, ma prima o poi i russi avrebbero alzato l’asticella.»
«Il mio cliente! Quello che patriotticamente voleva incastrare una talpa con delle foto osé con una prostituta. Se penso che gli ho creduto!»
«Di patriottico aveva poco Wilckox, giusto il colore delle sterline con cui i russi gli pagavano le informazioni che passava loro. Venne predisposto un piano per smascherarlo e non solo, vedrà. Servivano però agganci a Mosca, che io avevo, ma in cambio volevo essere della partita. I miei amici rischiavano là, era giusto che io rischiassi qua. Affinammo il piano…»
«Affinò il piano. E non faccia il modesto che non le si confà.» Proprio non resisteva.
Conrad non replicò e si protese verso di lei.
«Ora mi ascolti con attenzione, non si distragga. La consideri una lezione, e niente plaid.»
Conrad le spiegò che, sfruttando abilmente Wilckox, potevano individuare la controparte russa e, col giochetto congegnato, l’avrebbero costretta a fare il doppio gioco a favore di Sua Maestà.
«Gli fu fatto conoscere Eston Gray, mio sedicente fratello, tanto sedicente che dovemmo crearlo dal nulla. Un fratello rimasto per anni in India, ad occuparsi di affari per la Compagnia, e rientrato a Londra per occupare il posto che monsignor Grady non voleva occupare. Eston diciamo che spazia tra le varie branche, ma non è molto attento nel rispettare la riservatezza che sarebbe necessaria. Insomma, non sarebbe proprio all’altezza degli incarichi che gli assegnano, ma di qualcosa deve pur occuparsi.»
«Eston, il fratello che doveva venire in portineria, ma che non esisteva.»
«Ci andammo cauti: Wilckox era per natura sospettoso. Ci vollero due anni, due anni con una spada di Damocle sulla testa grande come il Big Ben. Ancora mi tremano i polsi. Lo foraggiammo con materiale a prova di controllo, vennero spesi segreti sacrificabili, inventati progetti segreti che forse in futuro saranno realtà. Ma il tutto era plausibile, visto il momento storico.» Il plaid cominciò a dispiegarsi.
La rete di chierichetti oltre cortina confermava che Igor – nome in codice del contatto di Wilckox - aveva abboccato, per lui il materiale era oro colato e iniziava a godere di sempre maggior considerazione.
Conrad continuava nel frattempo a fare il monsignore: Vaticano confermava gli impegni, nebulosi e di natura molto riservata.
I Gray ovviamente collaborano: Eston prende sempre più corpo, merito anche di governanti che ricordano con affetto il piccolo di casa.
«Nel frattempo, Eston confida a Wilckox di come siano difficili i rapporti con il fratello monsignore. Non erano mai andati molto d’accordo però… erano fratelli, da anni si vedevano molto raramente, sempre così impegnati. Il fratello poi viaggiava spesso nei paesi dell’est, con incarichi diplomatici… delicatissimi. Lo sapeva perché era amico del segretario di monsignore, molto amico.»
«Lei sempre nell’ombra suppongo.»
Padre Grey si versò una tazza di tè, la ragazza si accoccolò meglio sulla poltrona.
«Dipende dai punti di vista: si può essere in ombra anche in pieno sole, non crede?»
«Guardi che noi ragazze il cervello lo usiamo: lei era Eston all’occorrenza, un po’ qui, ogni tanto là.»
Conrad alzò le spalle, senza aggiungere altro.
«Sa che comincio a preoccuparmi? Penso che non mi fiderò più neanche del commesso del droghiere.»
«Conosce la storia scozzese? Ricchissima. Dunque Eston…»
«Eston, chissà che tipo era. Ma se non esiste davvero, rimarrò con la curiosità. Pazienza.» La sfida era partita.
Conrad si alzò con un gesto fluido e cominciò a passeggiare avanti e indietro, con gesti teatrali, un po’ affettati, una voce impostata e nasale. Sembrava persino più alto.
«Eston Conrad, per servirla! Per inciso, Conrad di secondo nome fa Eston. Le piace il mio vestito? Savile Row. So cosa dice mio fratello di me: indolente, sfaccendato, ficcanaso e chiacchierone. Distratto. Ma che colpa ne ho se mi scordavo documenti importanti qua e là? Si vede che in India ero stato punto da insetti smemoriferi! Chiacchierone, chiacchierone… mica si può parlare sempre del tempo. Insomma, uno fa quel che può. È stato complicatissimo, signorina cara, tenere i piedi in quattro scarpe. Mi creda, un gran mal di piedi!»
«Lei è un vero camaleonte, non l’avrei mai riconosciuta! Oh, santo cielo» riuscì a dire la ragazza appena ripresasi da un attacco di risa convulse.
«Arrivò il momento del grande azzardo, la vera grande incognita. Eston disse a Wilckox che correva voce che lui frequentasse agenti comunisti, che era preoccupato per le confidenze fattigli e quindi preferiva troncare il loro rapporto. Wilckox partì all’attacco, per fortuna non aveva cambiato strategie. Prima minacciò Eston di denunciare lui come comunista, ma non funzionò, ovviamente. Si organizzò allora per coinvolgere il fratello monsignore: l’avrebbe attirato in quella palazzina ormai in disuso ai docks, qualche foto compromettente e Eston, per il buon nome della famiglia, si sarebbe arreso.»
«No, comunista no! La famiglia… no… pensa a mio fratello monsignore… ti prego!» Conrad tornò Eston.
Conrad e la ragazza di presero una pausa per uno spuntino, poi tornarono nella portineria.
«Prima però, padre, mi consenta di farle i complimenti: la sua interpretazione del monsignore bacchettone, bigotto e imbarazzato è stata fenomenale. E le mutande rattoppate! Era anche più basso, o sbaglio?»
«Una faticata, mi creda, ma dovevo essere convincente. Anche lei però non scherzava. Mai visto meretrice…»
«Ma proprio non smette di essere prete? Ma che meretrice e meretrice, provi a dire pro-sti-tu-ta, suona meglio. Se proprio putt… beh, se quella parola la disturba. Forse ho enfatizzato molto, ma insomma, all’epoca arrotondavo lo stipendio da segretaria, non ero una squillo di lusso ma neanche battevo i marciapiedi, quindi ho curiosato dalle parti di Soho, e voilà.»
«Le confesso che c’è stato un momento, quando l’ho vista conciata com’era, che mi sono detto che non ce l’avremmo fatta, invece è stata bravissima, anche se ha rischiato di mandare tutto a…»
 «Puttane, si sbilanci pure. Scattate le foto, avrei avuto i miei soldi. Ma sono ingenua, non stupida. Probabile che quello, i soldi, se li sarebbe tenuti e io sarei finita nel Tamigi. Quindi diedi una bella dose di sonniferi ad entrambi, mi presi i soldi e decisi di fare le valigie. Le confesso che mi ero divertita molto ma che della vostra sorte non mi importava granché. Il denaro non era poi tanto, ma per iniziare da qualche altra parte sarebbe bastato. A casa trovai invece qualcuno che mi convinse a interpretare la parte di una ragazza muta!»
«E lei l’ha fatto!»
«Certo, ma chiesi di aggregarmi al circo e mi accontentarono. Ma continui, la prego.»
La recita proseguì per circa un anno: il monsignore si prese un anno sabbatico e si ritirò dalle cerimonie religiose e non di ogni tipo. Eston tornò a più miti consigli e continuò a fornire informazioni. Dal suo rifugio sabbatico Conrad non perdeva una mossa.
Finchè…
«Nei panni di Eston convinsi Wilckox di aver trafugato documenti molto più importanti dei precedenti, ma che a Igor li voleva consegnare il monsignore di persona, anche per tentare di recuperare le foto. Wilckox mi schernì, ma poi deve aver pensato che poteva avere una ulteriore leva per continuare il gioco: un monsignore, per di più depravato, che consegna documenti al KGB era troppo allettante. L’avidità dei due era cresciuta a dismisura. Accettò e organizzò un incontro a tre a Vienna.»
«Sommetto che vi ubriacaste fino a gattonare fuori da un pub, quando capiste che la grande trappola aveva funzionato. Ah, vi immagino proprio, lei poi, impacciato dalla tonaca che arranca a quattro zampe!»
«Non c’era tempo per… beh più che altro per riprendersi. Partimmo di lì a due giorni: Wilckox viaggiò per conto suo, io e Eston assieme. Ovviamente.»
«E certo, il monsignore aveva bisogno di conforto, poverino. Scommetto che vi siete incontrati in un elegante ristorante, tutto specchi e cristalli.» Sorrisetto strano.
«Nella portineria di un vecchio palazzo di uffici, in centro.» scimmiottò Conrad.
«Ma non mi dica!»
«Le dico, le dico, ma se mi interrompe ancora, torno alla prima guerra mondiale. Ovviamente Eston era in ritardo. Le assicuro che quello che successe sarebbe tutto da ridere se non fosse che non era scontato che tutto  andasse per il verso giusto.»
Conrad si alzò e cominciò a passeggiare per la stanza:
«Lei avrebbe dovuto vedere la faccia di quei due quando al posto di un monsignore grassoccio e balbettante si son trovati davanti…»
«… un marcantonio come lei! Divino!»
«… che, sbottonandosi lentamente la tonaca, e meno male che i bottoni erano tanti, … »
«… anche lo spogliarello! Dovevo esserci, dovevo!» Quasi batteva le mani per l’eccitazione.
«Sarebbe stato pericoloso: con la linguaccia, scusi la parlantina, che si ritrova e la mania di interrompere, di sicuro le avrebbero sparato subito.»
«Ma si figuri! E dove lo avreste nascosto il cadavere, sotto la tonaca?»
«Guerre puniche? Spiegai a Igor che non solo non aveva nulla con cui ricattare il monsignore, mica ero io quello della foto, ma che se al KGB avessero saputo come si era fatto, mi perdoni il termine, infinocchiare, che non aveva controllato niente, fidandosi come nessuna spia che si rispetti si sarebbe fidata, la sua credibilità e la sua carriera sarebbero state pari a niente. Probabilmente sarebbe diventato concime per le piante.»
«Beh, anche veder crescere le margherite dalla parte delle radici può essere interessante.»
«Forse, ma Igor preferì vederle crescere dalla parte dei petali. Implorò pateticamente che fosse messo tutto a tacere, si offrì volontario per quello che noi pensavamo di dovergli estorcere. Future e preziose informazioni per la Regina, please. Le nostre foto, vere. Quando arrivai all’ultimo bottone, da sotto la tonaca spuntò un Eston che tolse a Wilckox ogni velleità per un futuro che non fosse di basso profilo.»
«E la portinaia? C’era una portinaia? Com’era, mi dica. Così per sapere, potrebbe servirmi in futuro.»
«Una donnetta scialba, goffa, pasticciona e classe pari a zero. A metà mattina insisteva per offrirci salcicce e birra. Zoppicava pure, rischiando continuamente di inciampare.»
«Ma non mi dica.» occhietti furbi.
«Nooo, era lei? La Frau qualcosa era lei?» Un monsignore incredulo val bene una mezza giornata di storia.
«Ma certo! Vede, grazie a “quel giorno” ho potuto studiare, parlo quattro lingue, la storia continua a non piacermi, ma con i travestimenti e la recitazione… la batto, caro il mio genio. Ci siamo incrociati diverse volte e lei non mi ha mai riconosciuto.» Braccia conserte e mento il aria.
Si concessero ancora una tazza di tè: ormai era pomeriggio ed era ora che il monsignore si congedasse. Forse qualcuno lo aspettava in confessionale.
«Perché ha detto che è tutto finito?»
«Mr. Wilckox e Igor hanno fatto il grande salto di qualità.»
«Margherite?»
«Parigi. Sono saliti sulla Torre Eiffel e si sono buttati. Dicono mano nella mano.»
«Quanta fatica, tutte quelle scale per niente. Se ci fosse stata la portineria, una tazza di tè e voilà, il gioco è fatto.»
«Certo: voilà e noi qua!»
«Monsignore, sia serio. Questa comunque me la segno. Un’ultima cosa, padre, magari poi passo a confessarmi se necessario. Se avessi saputo che c’era lei sotto quella tonaca, cinque anni fa, l’avrei sedotta per davvero, prima di addormentarla. Nonostante le mutande rattoppate, aveva un certo non so che.»
«Prima era prima, ora non più. Cogli l’attimo, ragazza, cogli l’attimo.»



Ultima modifica di Susanna il Sab Mar 20, 2021 4:02 pm - modificato 1 volta.


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Prima era prima... dopo 16157211

2Prima era prima... dopo Empty Re: Prima era prima... dopo Ven Mar 19, 2021 11:19 pm

Achillu

Achillu
Padawan
Padawan
Beh, direi che adesso il finale si capisce di più. Resta l'effetto riassunto, perché è un riassunto, sia pure vivacizzato dal fatto che c'è uno scambio di battute. Diciamo che hai trovato un modo per rendere gradevole la sinossi di quello che potrebbe essere un romanzo.
L'effetto è quello di aver creato un'impalcatura eccessiva per reggere la prima parte, che continuo a preferire. Questo a gusto mio, ovviamente.

3Prima era prima... dopo Empty Re: Prima era prima... dopo Ven Mar 19, 2021 11:37 pm

Susanna

Susanna
Padawan
Padawan
@Achillu ha scritto:Beh, direi che adesso il finale si capisce di più. Resta l'effetto riassunto, perché è un riassunto, sia pure vivacizzato dal fatto che c'è uno scambio di battute. Diciamo che hai trovato un modo per rendere gradevole la sinossi di quello che potrebbe essere un romanzo.
L'effetto è quello di aver creato un'impalcatura eccessiva per reggere la prima parte, che continuo a preferire. Questo a gusto mio, ovviamente.
Ho voluto partire dal racconto per il concorso, da quel preciso momento e sviluppare il seguito più o meno nello stesso stile, ma senza arrivare ad un racconto molto più lungo. In quel caso avrei dovuto proprio stravolgere il tutto, renderlo più romanzo e quindi parecchio più corposo, partendo anche da momenti precedenti la scena della portineria. Quella scena mi si era presentata quando ho visto i paletti dello step e non c'è stato verso di trovare altro appiglio. Quindi adesso metto in racconto in stand by e quando avrò tempo, lo inserirò in una trama più articolata. Grazie dei consigli


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Prima era prima... dopo 16157211

4Prima era prima... dopo Empty Re: Prima era prima... dopo Sab Mar 20, 2021 12:35 am

Arianna 2016

Arianna 2016
Padawan
Padawan
Spiegato così, si capisce tutto. Certo che sarebbe stato veramente impossibile comprimere tutta questa roba in 12.000 battute!
A questo punto, la parte iniziale, che in pratica aveva costituito il corpo del racconto per il contest, finisce per essere quasi solo un antefatto. Il resto è già praticamente un romanzo: hai tutto, trama, personaggi, intrecci. Così com'è, infatti, soffre ancora un po' dell'effetto "compressione": direi che il romanzo è lo spazio di cui ha bisogno la tua storia.
Hai una scrittura bella, accattivante, vivace, divertente.
Secondo me, un brio di questo genere si può esprimere bene in testi teatrali, brillanti, oppure umoristici, anche satirici, qualcosa dove il dialogo la faccia da padrone, perché lo domini bene.
Ti segnalo alcune cose: non hai corretto "sarebbe stato poco professione" (professionale), il protagonista viene chiamato una volta Grady, poi Gray, infine Grey, mancano un punto fermo e dei caporali di chiusura alla fine di un dialogo, non "Vaticano", ma "il Vaticano".
Ho notato questa frase "Sollevando la tonaca per evitare la sporcizia": non ricordo se fossi stata tu a segnalarla nel racconto di Martin, in cui invece non c'era; l'hai inserita dopo, nel tuo, o c'era già prima? Perché allora forse è per questo che l'hai vista nell'altro racconto.

5Prima era prima... dopo Empty Re: Prima era prima... dopo Sab Mar 20, 2021 7:19 am

Petunia

Petunia
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
Ciao Susanna. Concordo con quanto ti hanno già segnalato Achillu e Arianna. 
Il testo è brillante e la prima parte sembra proprio scritto per una pièce teatrale. Nella seconda faccio ancora fatica. Tutto diventa troppo spiegato e compresso. 
Poi ho notato che a un certo punto hai introdotto il narratore esterno (oppure è Conrad che parla di se stesso in terza persona?)  e questo mi ha fatto inciampare leggendo. Questo è il punto:

Al ritorno Conrad decise di farsi prete: la guerra aveva colpito duro. La famiglia lo avrebbe voluto rampante capitano d’industria, di ruoli ne avevano a iosa nelle varie compagnie, ma lui non cedette alle lusinghe ed entrò in seminario.
Non rinunciò però a fare l’agente segreto: troppo intrigante e, dati gli scenari, necessario.
«Doppia personalità: di giorno officiante, di notte spia. Più o meno.» 
«Ah, l’insonnia! Come la capisco! Ma alla famiglia un pretuncolo non andava bene, dico bene o dico sciocco? Troppo poco. Quindi…»
Conrad colse dell’animosità in quella domanda, ma ci era abituato. 
Complessivamente tutte queste idee mi pare abbiano necessità di uno spazio maggiore. Un racconto ha bisogno di una trama meno articolata. Comunque ti faccio i complimenti per la capacità di scrivere in modo così brillante da riuscire a strappare qualche risata. Far commuovere, secondo me, è molto più semplice che far sorridere. Ci leggiamo!🌺


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Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
D.Buzzati 

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