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SUPERPREDATORI - parte 25

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1SUPERPREDATORI - parte 25 Empty SUPERPREDATORI - parte 25 Gio Lug 15, 2021 12:04 am

Fante Scelto

Fante Scelto
Padawan
Padawan

***


“Siete delle merde.”
Foxx mi guarda, le palpebre socchiuse; singhiozza, in silenzio, il labbro spaccato che le sanguina fin sul collo. Mi guarda e in quella fessura umida che sono i suoi occhi c’è il più sontuoso mix di rabbia, disperazione e paura che abbia mai visto.
“Delle merde.”
Inspiro.
L’idea di ficcarle un cartone come farebbe il cattivo di un film mi sfiora, ma le nocche fanno ancora un discreto male. Poi ce lo meritiamo. Siamo delle merde, non dico di no.
Siamo proprio delle merde.
“Ascolta,” cerco il tono più conciliante possibile mentre le sto seduta davanti, “Non volevamo che accadesse questo, d’accordo? È stato un incidente.”
“Un incidente?!” Uno sputo di sangue e saliva viaggia diretto alla mia faccia, mi volto per evitare il peggio, “Ma crepa, troia maledetta!”
Prurito alla mano. Prurito forte.
Inspiro a fondo e pulisco col polso dove sento umido in faccia. Ha ragione, lo so, siamo noi nel torto.
“Ti sto spiegando come sono andate le cose. Mi dispiace per le tue compagne, dico sul serio, ma non era nelle nostre intenzioni. Se Tania non avesse gettato via quella dannata croce, non sarebbe successo nulla di male.”
Serra i denti in una smorfia cruenta. “Dovete morire. Ci siamo fidate di voi, avevamo un accordo!”
“Ho detto che mi dispiace. Non avreste dovuto bruciare quella polvere, abbiamo perso tutte il controllo.”
“La Lacrimosa?! È un calmante! Un dannato calmante!” Espira, le labbra storte in un assalto di pianto. “Vi odio, dovete morire, dovete morire male.”
La guardo. Se c’è in me dell’empatia umana dev’essersi nascosta bene, perché gli insulti reiterati mi causano più che altro orticaria. Gli auguri di morte ancora di più. Jade, a fianco, osserva amara e in silenzio.
“Mi dispiace che sia andata così. Ora dobbiamo salvare il salvabile, tutte, per evitare che le cose vadano anche peggio.”
“Spero,” deglutisce a fatica, livida, “Che Atreja vi infili un palo nel culo, a tutte e tre, e vi lasci lì a morire come meritate.”
Fastidio profondo. Anche un leggero dolorino al culo: suggestione.
Alzo lo sguardo verso le mie compagne che attendono lì accanto. “Cosa facciamo di loro?”
Portarle via non è semplice. Significa tenerle d’occhio continuamente, che non scappino, che non tentino di farci la festa. Vuol dire essere più lente negli spostamenti, più vulnerabili. Vuol dire tenerle imbavagliate perché non ci facciano scoprire se saremo in pericolo, e potrebbe non bastare.
Se le portiamo alla torre vuol dire trovare un luogo dove rinchiuderle.
“Sai,” Sigrid si accoscia accanto a me, osserva le due Gang-Bang con sguardo ferino, “C’è un premio se uccidi l’ultimo membro di una squadra: un set di armi o un veicolo. Io un pensierino ce lo farei.”
Brivido.
Armi.
Dio, quanto vorrei un fucile automatico.
“Quindi se ammazziamo queste due vinciamo un set di armi?”
“Oh, sì.”
Altro brivido.
“Si potrebbe anche fare.”
Foxx e Jade ci guardano l’una con astio e l’altra sgomento. Nella testa mi si aggirano troppi pensieri assieme perché riesca a essere razionale. Qualcosa di simile all’adrenalina rende tutto una sorta di gratificante allucinazione.
Mi piace l’idea di farle cacare sotto e giocare con la loro paura, meno quella di doverle uccidere a sangue freddo. Così. Indifese.
“Ne parliamo un attimo?”
Sigrid mi guarda perplessa; mi alzo, faccio segno a lei e Lucilla di seguirmi. Ci appartiamo qualche metro più in là, perché non sentano, anche se so che i loro occhi sono fissi e piantati sulle nostre figure.
“Quindi?” Per qualche motivo non mi sento più sicura di saper gestire la situazione. “Cosa facciamo?”
Artemis rinnova un’occhiata perplessa. “Che ti prende?”
“Mi prende che non lo so, okay?”
“Non sai se ucciderle?”
“No che non lo so.”
“Ma ci regalano delle armi, scusa, ti sembra poco?”
“Ci servirebbero eccome delle armi.”
“E allora!”
Esito. C’è quel senso strano che mi prende la mente, forse è uno scrupolo, una paura, una qualche fottuta remora.
“Non mi sembra giusto.”
“Che cosa?”
“Che per avere delle armi dobbiamo ammazzarle così, a sangue freddo.”
“Ma sei fuori? Ma ringrazia che è tutto facile! Pensa se una fosse riuscita a scappare: non avremmo questa possibilità ora.”
“Lo so, lo so che è facile, però mi sento in colpa, d’accordo?”
“Ma per cosa? Perché lei,” accenna a Lucilla che osserva in silenzio, “Ha le sue turbe e ha provocato questo macello? È andata così, non possiamo farci più niente, possiamo solo trarre il massimo vantaggio possibile dalla situazione, per cavarcela, okay?”
Sto di nuovo prendendo lezioni di sopravvivenza da una ventenne cacciatrice di polli.
“Senti,” cerco il tono calmo e conciliante, “Lo so che ti sembra tutto logico e facile, ma loro si fidavano di noi. Le abbiamo colpite a tradimento, per errore, va bene, ma pur sempre a tradimento. Siamo state sleali, anche se non lo abbiamo fatto apposta. Anche io vorrei quelle armi, le vorrei più di ogni altra cosa, ma ucciderle adesso, a sangue freddo, mi sembra… ingiusto, ecco.”
Sigrid rotea gli occhi, allarga le mani. “Io non ti capisco. Stanotte le hai massacrate come niente fosse e ora ti fai tutti questi problemi?”
“Stanotte erano armate e potevano difendersi.”
“E che vuoi fare allora? Quelle stronzate da film, le liberiamo, diamo loro il tempo di provare a fuggire? No, scordatelo, è un rischio enorme.”
“Non intendevo questo!”
“Che vuoi fare allora? Portarle con noi? Col rischio che scappino, ci piantino una lama nella schiena alla prima distrazione? Ma anche no!”
“Io non lo so cosa fare.”
Ho il cuore aperto. Mai stata così sincera in vita mia. Non so cosa fare, è la verità. Mi sembra tutto orribile, comunque la si metta. Non so come uscire dall’impasse.
“Ascolta,” Sigrid ravvia i capelli con un gesto nervoso, “Se non te la senti di decidere mi prendo io la responsabilità. Le sistemo io: un colpo a testa e fine del discorso.”
Brivido. Ha vent’anni e parla di fucilare due ragazze quasi della sua età. Credevo che il coraggio di sparare a Saetta in fuga le venisse dalla Lacrimosa e dall’adrenalina, ora non ne sono più così sicura.
“Non è questione di responsabilità, è una cosa di ragione. Di logica.”
“Pensi che loro si farebbero lo scrupolo al posto nostro?”
“Se lo sono fatte! Potevano consegnarci alle Erinni!”
“Magari volevano farlo comunque, che ne sai.”
“Sì, vabbé.”
“Perdiamo un’occasione importante se non le facciamo fuori ora. Lo sai che poi si pagano cari questi errori se ci si fa prendere dal buonismo.”
“Che c’entra il buonismo?”
“Ci viviamo in un mondo buonista! E se già fa schifo a casa, figuriamoci qui!”
“È che mi sembra ingiusto, capisci?”
“Lo so! Ma qui non siamo a casa nostra, questo è un posto fuori dal mondo. E bisogna seguire regole fuori dal mondo.”
Espiro sconfortata.
Questa cosa mi sta provando, affaticando. Non credevo di avere delle resistenze simili. Ci pensi mille volte quando sei in uno di quei posti fuori dal mondo sul serio, l’Iraq, l’Afghanistan: se uno di quelli, terroristi, assassini, alza le mani, si arrende? Tu che fai? Pensi che avrà messo la bomba su cui è saltato il Lince al checkpoint Cobalto e allora gli devi sparare. Per principio. Che ci va? È un attimo.
Qui è diverso.
Queste si fidavano di noi. Siamo noi le terroriste, le assassine, siamo dal lato sbagliato della barricata e ci rifiutiamo di ammetterlo.
“Facciamo così, la mettiamo ai voti. Siamo tre, vince la maggioranza, d’accordo? Ai voti, democrazia pura.”
Cerco un assenso che non trovo, o trovo solo in un minuscolo cenno dopo secondi interminabili.
Sigrid solleva la mano. “Io voto di giustiziarle.”
Respiro a fondo.
“Non puoi dire giustiziarle, non hanno commesso un crimine, cazzo.”
Mostra il braccio fasciato. “Hanno cercato di uccidere me e pure te.”
“Le abbiamo innescate noi!”
“Sono avversarie ora: le avversarie si giustiziano.”
Dio Santo.
“Okay. Okay, d’accordo.” Sollevo la mano con le nocche che fanno ancora un male porco, anzi forse più di prima. “Io voto per risparmiarle.”
Ci voltiamo entrambe verso Lucilla: è l’ago della bilancia e in tutta onestà non riesco a immaginare cosa voterà.
“Tocca a te.”
Lei ci guarda di rimando, placida, con quegli occhi profondi, da rivista di moda, da foto dell’anno. Una parte di me confida nella sua dannata educazione cristiana perché eviti una barbarie; l’altra metà ha una discreta paura di quel lato estremo che la medesima educazione deve averle inculcato in testa, lo stesso che le ha fatto piantare una spada nella schiena d’una poveraccia ignara.
Non avrei mai creduto di assistere a una scena del genere, neanche in questo posto assurdo e letale.
Lucilla incupisce, inspira ed espira, infastidita.
Ha del sangue addosso, quello di Tania, che nella primissima luce del mattino scorgo per la prima volta.
“Io non voto,” scandisce alzando le spalle.
Silenzio costernato. Sigrid scuote la testa. Mando giù la saliva che la tensione aveva bloccato a metà strada.
“Cazzo vuol dire che non voti?”
“Che non m’interessa la questione.”
“Come fa a non interessarti? Siamo una squadra o no?!”
“Volete ucciderle? Lasciarle andare? Non m’interessa, fate voi.”
“E cosa ti interessa esattamente?”
Mi guarda storto, un astio che, di nuovo, non sono abituata a vedere su quei tratti quasi infantili, marmorei, luminosi. “Ritrovare la mia croce.”
Massaggio le tempie per restare razionale, per non dover sbattere la testa contro un sasso più e più volte. Per non cedere ai nervi. “Va bene. Tutto a posto. Appena farà luce la cercheremo, d’accordo? Ritroveremo la croce.”
“Molto bene.”
“Sì. Ora però ci serve il tuo voto, per favore.”
Lei guarda le prigioniere, poi noi. Stiamo dando spettacolo di pateticità assoluta, non so come evitarlo, vorrei evitarlo, ormai è tardi.
“Ho detto che non voto.”
“Lu, per favore, ti prego, ti supplico, non rendere tutto ancora più complicato.”
“Dio non ha niente da dirmi su questa cosa, quindi mi astengo.”
“Allora Dio…” Mi trattengo. Sopprimo. Respiro a fondo. Mi volto verso Sigrid, alzo di spalle, “Allora è parità, non possiamo decidere, per ora rimane tutto com’è.” Mi scosto, tremante, sto tremando, tensione, sensi di colpa, tutto assieme.
Cerco il conforto di un angolo solitario del campo.
I passi sull’erba, dietro di me, annunciano che la pace è già finita.
“Silvia…”
“Non chiamarmi per nome che mi girano il doppio.”
“Mercury,” Sigrid si accosta lieve, cerca il mio sguardo, “Lo so che sei una tosta, che sei meglio di me o quell’altra, che sei un soldato, che hai fatto la guerra, e so che questa è una scelta difficile.”
“Non ho fatto la guerra, Cristo.”
“Quello che sia. Ma tra poco sarà giorno: non sappiamo nulla del forte, delle Erinni, se verrà qualcuna a controllare il campo, non sappiamo nulla. Se le uccidiamo ora siamo ancora in tempo a nascondere i cadaveri nella grotta e andarcene con le nostre cose. Se aspettiamo… se aspettiamo potrebbe diventare tutto più difficile.”
Deglutisco.
Ha ragione, so che ha ragione, ma non riesco ad accettarlo. Lo sguardo pauroso di Jade, quando le ho poggiato la lama sotto l’occhio, ha smesso di gratificarmi: ora mi suscita ribrezzo, orrore.
Metto le mani ai fianchi e ciondolo la lingua tra i denti per smorzare l’ansia.
“Lo faccio io se vuoi. Voglio aumentare il kill-counter, ci sono dei bonus anche per quello.”
“Tu pensi al counter, maledizione. Sono due ragazze come te.”
“Sono venute qui sapendo a cosa andavano incontro, non stiamo facendo nulla di sbagliato.”
Scuoto la testa, a lungo, amara.
Scorrono secondi infiniti.
Mai sentita così vuota in vita mia.
Così impotente, bloccata, sotto scacco.
Senza uscita.
“Va bene.” Due parole che pesano come macigni ma non ho sgravato nulla dal cuore, da dentro. “Va bene, facciamo come dici tu.”
Sigrid sorride tenue, nel suo modo elegante. “Ci penso io.”
“Ma prima voglio parlarci.”
“Così ti rendi tutto più difficile, lo sai, sì?”
“No, tranquilla.”
“Mercury.” Il suo tono è quello di chi la sa lunga e la cosa mi infastidisce, m’offende, mi fa sentire ancora più inadeguata. “Se ci parli poi cambi idea, sicuro.”
“Non cambio idea.”
Mi volto e avvio a passo spedito verso il falò, verso le due figure abbandonate e sfatte; lei segue da presso, seccata. Lucilla torna a sedere sul masso, occhiate nervose verso quella parte del bosco dove la sua croce è stata gettata, nel buio.
Vado a sedere platealmente di fronte a loro, le mani sulle ginocchia. In viso ho la cupa grinta di chi deve fare qualcosa per non impazzire.
“Vi ammazziamo,” esordisco con un gesto brusco, “Abbiamo deciso così.”
Una lieve accelerazione nei loro respiri marca il confine tra attesa e consapevolezza.
“Ma se mi raccontate qualcosa di interessante, di molto interessante, potrei anche far rifare la votazione.”
Sigrid, in piedi alle mie spalle, alza gli occhi al cielo.
Foxx sorride, beffarda, un rivolo di sangue al lato della bocca. “Vai a prenderlo in culo. E sparami ora, grazie.”
“Guarda che lo faccio.”
“Sparami allora. Non voglio più vedere le vostre facce di merda.”
Artemis toglie il fucile dalla tracolla, un gesto posato alla volta; ha la scioltezza dell’attrice, della poser, come fosse tutto un maledetto film. La fermo con un cenno accorato della mano.
“E tu?” Mi allungo verso Jade, le abbasso il bavaglio; lei respira a fondo, gli occhi umidi di lacrime, umetta le labbra. “Neanche tu vuoi parlare con me?”
La guardo voltarsi verso la compagna; è più debole, si vede, si sente, più impressionabile. Foxx fa segno di no con la testa, “Non starla a sentire. Ci ammazzano comunque.”
“Dipende da voi. Ehi,” schiocco le dita, “Ragazza-procione, guardami. GUARDAMI.” Jade ubbidisce, tremula. “Se parli con me io posso salvarti, e salvare anche la tua amica.”
“Vaffanculo,” la volpe mostra i denti come il canide di cui veste il costume, “Sparaci e falla finita.”
“Francy…” lei esita, alternando gli sguardi tra me e la compagna.
“Almeno ci ritroviamo con Tania e le altre.” Nel dirlo la tempra l’abbandona per un attimo, un singulto la scuote, gli occhi le si inumidiscono. “Ci ritroviamo con loro.”
Qualcosa morde dentro e anche la mia, di tempra, vacilla. M’impongo di restare razionale e presente.
“Le Erinni: vengono qui al campo? Avete contatti con loro?”
“Devi morire e basta.”
Guardo Jade, solo Jade, i suoi occhi scuri vibrano di paura e sofferenza. Impiega alcuni secondi che sembrano eterni poi cede. “Solo a volte. Se hanno bisogno di parlarci o vogliono informazioni.”
“Ma non dir niente!” Foxx si agita per un momento, strattona invano i legami, “Che se Porsha le prende almeno le sventra come meritano.”
“Esce mai dal forte? Porsha, dico.”
Il procione esita ancora, deglutisce, abbassa lo sguardo fino al suolo. “Di solito no. Solo per le cose gravi.”
Cerco febbrile nella testa qualsiasi informazione di cui possa aver bisogno, qualcosa per guadagnare tempo e rimandare il loro destino.
“Perché non le diamo alle Erinni?” Lucilla si alza dalla sua pietra, ammicca nella nostra direzione. “Le barattiamo per due delle nostre.”
Silenzio. L’idea mi passa e ripassa svariate volte, prende forma, ha un senso.
Un dannato senso.
Guardo le due Gang-Bang, a turno. “Lo farebbero?”
Foxx alza di spalle, torva. “Se ci date a loro quelle ci ammazzano. Per punizione e per farsi un set di armi o un veicolo in più. Penso che ci prenderebbero volentieri.”
Magnifico.
Serviva, mi serviva veramente, uno svicolo del genere, uno scarico di responsabilità; se le ammazzano almeno non siamo state noi, poi magari non è vero, magari le chiudono un po’ nella botola, fa schifo comunque ma è meglio che ammazzarle noi. Mi accorgo con un attimo di ritardo dello sguardo costernato di Jade, mi fissa con quello sconforto di chi deve dire qualcosa e non ha il coraggio.
Le punto un indice, truce. “Parla. Cosa devi dire?”
La volpe la guarda, feroce, lei incassa con tutta l’amarezza del mondo, “Io non ce la faccio, Francy, non ce la faccio…” Torna da me con aria grave. “Non scambieranno mai con voi, piuttosto le vostre compagne ve le sgozzano sotto gli occhi. E se mai accettassero uno scambio, state certe che sarà solo per fregarvi. Porsha, Atreja, Flamia, Annakonda, sono tutte dei diavoli, e l’isola le protegge. Ci prenderanno, noi, voi, e ci faranno patire l’inferno. Se,” un singulto le spezza la voce, “Se dovete, ammazzateci voi. Non dateci a Porsha. Ti supplico.”
Adoro essere supplicata ma qui, ora, sento solo un freddo viscerale, infinito.
Guardo le mie compagne; Sigrid occhieggia intorno, nervosa, suggestionata. Che le Erinni siano dei mostri lo sapevamo, ma ogni mano di vernice che viene loro data sopra le rende ancora più orribili.
“Almeno crepavamo tutte,” Foxx appoggia la testa contro la roccia, laconica, “E fine dei giochi.”
“Non voglio, non voglio risentire le urla, Francy, le urla come Miriam, non voglio…”
Sposto lo sguardo sul cappuccio di panda che giace accanto all’entrata della piccola grotta. Che queste due, in mano alle Erinni, possano finire in modo atroce, l’una guardando il supplizio dell’altra, è plausibile visto il forte legame che le univa, come squadra, come donne.
La Gang-Bang del Bosco sono loro due, ormai.
“Cosa vorreste che facessimo?” Lo chiedo d’impeto, di getto, sperando in una via d’uscita dall’impasse.
“Se mi lasci andare per un motivo qualsiasi,” Foxx mi fissa con sprezzo, le labbra umettate, “Io non avrò pace finché non vi avrò tagliato la gola. A te per prima. Quindi fai quello che credi.”
Guardo Jade, lei fissa l’erba tra i suoi piedi. So che pensa la stessa cosa, ma assieme culla qualche pensiero di salvezza che la rende più cauta, più rispettosa; non so se abbiano capito le mie remore, se le conoscano, non so neanche io cosa pensare.
Sigrid, appena dietro di me, freme e lo sento. La paura che arrivi qualcuno, che le Erinni vengano qui a controllare, dopo il casino di stanotte, è una possibilità concreta. Vuole togliersi il pensiero e l’attesa la snerva.
Snerva anche me che questa barbarie vorrei ancora evitarla.
Tutto mi rema contro: se le lascio andare si vendicheranno, sicuro, è un rischio che non posso correre. Se le mollo qui le Erinni faranno il lavoro al posto nostro, ma senza renderlo indolore, e prenderanno un altro set di armi. Oltretutto verranno a sapere che ci siamo, siamo state in questo posto, e addio effetto sorpresa. Se le portiamo con noi avremo tutti i patemi del caso.
Ucciderle è l’unica cosa che abbia un qualche senso.
L’unica cosa.
Mi alzo in piedi, ogni secondo che passa è un pezzo di me che scivola sul terreno.
Guardo Sigrid e le faccio segno che sì, adesso è il suo turno; mi scosto qualche passo più indietro, le braccia conserte. Fisso a terra perché a guardare non credo di farcela.
Lei si mette comoda, davanti a loro, teatrale come di consueto. Aggiusta il berretto, la visiera sulla nuca, e sorride algida. “Prima una lepre, adesso una volpe e un procione.”
Foxx serra di nuovo i denti in un vibrare di collera. “Spero che Porsha ti spelli viva.”
Il fucile si alza, lento, verso la sua fronte.
Anche lei sembra prendersi ogni secondo per allungare l’agonia.
Jade singhiozza in silenzio, la volpe respira pesante, gli occhi fissi in quelli della sua carnefice, un’espressione che in qualche modo nasconde la paura ultima. Non credo di essere riuscita a fare altrettanto quando Atreja mi ha mandata sul ponte d’assi.
Non voglio pensarci.
Vorrei cancellare tutto.
Dimenticare.
La sicura scatta.
Vorrei.
Dimenticare.
Scatto anch’io, come animata da un istinto ancestrale, fulminata da un pensiero che sentivo già prima e che avevo rimosso.
“Aspetta, oh!” Le abbasso delicatamente il fucile, Sigrid mi guarda come ferita, offesa dall’interruzione. “Cazzo, se spari avviserai tutte che sta di nuovo succedendo qualcosa qui!”
“Ma infatti ce ne andiamo subito dopo, no?”
“Non è ancora mattino, vuoi andare in giro col buio?”
“Senti, se hai di nuovo cambiato idea…”
“Non ho cambiato idea. Non l’ho cambiata, okay? Solo non devi usare il fucile.”
“E cosa cazzo dovrei usare?!”
Momento di vuoto. La guardo, lei mi guarda.
Tolgo dal fodero il coltello militare, lo reggo dalla lama, glielo offro. Sigrid sgrana gli occhi, le sue iridi vibrano. “Tu sei fuori di testa.”
“Non sparerai altri due colpi avvisando il forte che siamo qui adesso.”
“È silenziata e il forte non è vicino.”
“Ehi,” sollevo di più il coltello, “Chi è che comanda?”
Un lungo attimo di vuoto, poi la sicura torna in posizione. “Vaffanculo. Col coltello lo fai tu, non sono una macellaia.”
“Non c’è altra soluzione.”
“Allora fallo fare a lei,” indica Lucilla, “Visto che ha causato tutto questo. Tanto è pratica con le lame, no? Fallo fare a lei!”
La suora inclina il capo, tirata in mezzo, alza di spalle. “Io non faccio niente.”
“Tra un po’ sarà mattina, vogliamo metterci ancora qualche ora?”
Mi scoppia la testa.
“Basta, madonna, vi odio, vi odio e non sapete quanto.” Raccolgo la corda avanzata, la taglio in due parti, rinfodero il coltello. “Lo facciamo io e te.”
Sigrid mi guarda tetra, senza capire.
“Molla quel dannato fucile e vieni qui.”
Ci vogliono svariati secondi perché si decida a lasciare l’arma, accostarsi; sono di fronte alle due Gang-Bang che mi fissano con occhi vitrei. La sensazione di paura e orrore diventa più forte, quasi tangibile.
“Le strangoliamo.” Tendo uno stralcio di fune. “Niente suoni, niente sangue.”
Lei deglutisce, ravvia i capelli in un gesto nervoso. “E non puoi farlo tu?”
“No, cara, tu hai voluto questa soluzione quindi anche tu ti sporchi le mani.”
Espira, un modo per placare l’ansia che sta crescendo. La sento anche io.
Ansia e fastidio. Scrupoli.
Paura.
Mi accosto a Foxx, la sposto di forza dal masso, quanto basta perché mi dia la schiena.
“Devi fare così,” mi tremano le mani, da pazzi. Abbasso il cappuccio a forma di testa di volpe perché non interferisca. “Le metti la corda al collo, fai un giro stretto,” gliela avvolgo, lei non si oppone, respira più forte, “Poi le metti un piede sulla schiena, spingi, e con le mani tiri forte.” La voce tremola perché non so neanche più cosa sto dicendo. Ho orrore di me stessa ma non riesco a fermarmi. “Tutto chiaro?”
Le getto il suo pezzo di corda.
Sigrid esita a lungo, poi si muove. Raggiunge Jade, la fa voltare, le abbassa il cappuccio, poi sistema la corda attorno al collo. La ragazza-procione ansima con occhi umidi di lacrime. Vorrei farle coraggio, assicurarle che sono pochi secondi di panico poi finisce tutto: non riesco a far altro che respirare duro per non affogare nella confusione, nel caos dei sensi. Atreja mi aveva detto qualcosa del genere prima del ponte d’assi.
“Ci stanno guardando, sì?” Artemis alza il capo al cielo nero che va screziandosi di luce.
Chiudo gli occhi per un momento. “Vorrei tanto che nessuno vedesse.”
“Mai pensato che avrei dovuto fare una cosa del genere.”
“Neanch’io. Pronta?”
Foxx alza il capo per guardarmi, severa. “Ti auguro il peggio. Se c’è l’aldilà verrò a trovarti tutte le notti.”
“Sta’ zitta,” le calcio i polsi legati, la mia voce ha un tono stridulo.
“E godrò come un animale quando Atreja vi prenderà vive e vi farà strillare come cagne.”
Serro la corda, un attimo, per spezzarle il respiro. “Non farmi pentire di questo atto di pietà o vi lascio veramente alle Erinni. Poi vediamo chi è che strilla.”
Tace, il respiro serrato, le labbra storte a contenere il magone, la paura, la sofferenza.
“Pronta?” Guardo Sigrid e lei annuisce appena.
Appoggiamo quasi all’unisono il piede tra le scapole delle due vittime che ci stanno davanti, impotenti, indifese.
“Al tre.”
“Okay.”
Respiro profondo.
“Uno.”
Ricordo don Firmino, il prete che insegnava Religione al liceo. Non so se fosse un vero prete, comunque, non ne aveva l’aspetto; sembrava più un vecchio nerd alle prese con continui cali di memoria. Non ricordava mai niente di cosa avessimo fatto la lezione prima, o all’inizio dell’ora.
Una volta don Firmino disse una cosa che avrei voluto non sentire.
“Due.”
Disse che violare le regole di Dio non porta solo a una punizione dopo, ma a svariati problemi anche prima.
A peccare d’orgoglio, di supremazia, ci si può rovinare la vita.
Disse così: per un singolo atto di malevolenza si possono aprire svariati percorsi, tutti costellati di conseguenze che non avremmo mai immaginato prima, tutti intrisi della camaleontica rivalsa di Dio.
È l’aforisma di un videogioco, di una serie tv, tanto che non disse mai chi ne fosse l’autore: per questo insisto che quell’uomo non era un vero prete, ma un seguace di Netflix. Un dannato nerd finito chissà come a insegnare Religione nella mia classe, l’unica ora dove stavo coi piedi sul banco.
Eppure quella frase, che sul momento mi fece solo toccare il reggipetto per scaramanzia, m’è rimasta in testa e non se n’è più andata.
Quello che stiamo per fare è un dannato atto di malevolenza, anche se addolcito dalla convinzione che non vi siano alternative.
Malevolenza.
Futuri che si innescano.
Conseguenze.
Conseguenze.
“Aspetta!” Sigrid alza una mano.
Il tre mi muore in gola ma ne sono sollevata. “Cosa?”
La guardo sistemarsi meglio, disfare e rifare il giro di corda attorno al collo di Jade che, a occhi socchiusi, respira veloce e lacrima. Le rimette un piede sulle spalle. “Okay.”
“Allora riconto.”
“Sì.”
“Uno.”
“Aspetta, conto io.”
Annuisco. “Conta tu.”
Lei umetta le labbra, deglutisce, respira di nuovo a fondo. “Uno.”
Un singolo atto di malevolenza.
Mi chiedo perché, con tutti quelli che Atreja ha commesso, non le si siano spalancati dieci inferni sotto ai piedi.
Perché solo le povere criste come me, una Silvia Irace qualsiasi cui tutto gira male, debbano aver paura di Dio e delle conseguenze dei loro atti.
Ho sparato in testa a una donna, a Kandahar, e ho perso tutto. Lavoro, onore, tutto.
“Due.”
Conseguenze.
Camaleontica rivalsa di Dio.
Roba da film, sicuro.
Da intelletto perverso.
Camaleontico.
“Aspetta.”
Stavolta sono io a fermare il countdown. Sono io ad alzare una mano.
Sorrido come una scema, sto sorridendo.
Sorrido e una specie di fuoco, di luce, mi si agita tra cuore e polmoni, da qualche parte a salire.
“Che c’è?”
Lascio la volpe, pervasa da quella consapevolezza che ora cresce e artiglia per uscir fuori, arrivare all’aria aperta.
Rido, quasi rido, mentre m’accoscio davanti a Jade, al suo viso spaventato, da moritura.
“Che c’è?!” Sigrid, allarmata, stringe appena di più la corda, timore di perdere quella forza che ha appena tirato fuori dall’abisso interiore, le mani le tremano.
Afferro Jade per il mento, le alzo il capo, occhi negli occhi. I suoi tremano di paura.
“Ti faccio solo una domanda, tesoro, una soltanto.”
Annuisce.
“Mercury,” Sigrid mi guarda allucinata, “Facciamolo, basta rimandare, facciamolo, cazzo!”
“Solo un attimo, uno solo.”
Stringo di più quel mento che è come un appiglio alla vita. La guardo in quelle iridi scure e tremule, e so che a volte, quando sono carica come adesso, posso far paura. Amo far paura. Alle Elisabetta, le Polly, tutte quelle come loro. Sono una leonessa tallonata dalla sfiga e le brutte abitudini, ma una leonessa.
Camaleontica.
Rivalsa.
Di.
Dio.
“Su queste isole maledette,” recito ispirata, vibrante, luminosa, “C’è un buon modo per tingersi i capelli?”
Jade mi guarda.
Non ha idea se sono seria, se la prendo per il culo, se voglio una risposta o non la voglio davvero. Mi fissa come si fissano i folli, i mostri, gli illuminati. La voce le esce spezzata e ancor più stridula del solito. “I capelli?”
“Sì, i capelli.”
“Io non…”
“Te lo ripeto, visto che sembri stupida: se voglio farmi una tinta decente, posso farlo su questa cazzo di isola?”
Il suo sbattere di palpebre, la paura, l’assenza di logica, tutto la fa sembrare un quadro astratto. “Ci,” balbetta in apprensione, “Ci sono delle terre che si possono usare, sì.”
“Magnifico. E tu me le puoi procurare?”
Altro attimo di vuoto. “Sì.”
“Magnifico.” La ringrazio con un energico buffetto sulla guancia, a ridarle colore. Mi rialzo, le mani sui fianchi; Sigrid è rimasta lì, con un piede tra le scapole di lei e la corda serrata tra le dita: mi guarda attonita. “Che significa?”
Sorrido, fiera, carica come non ero da troppo. “Molla quella fune. Ho appena avuto una cazzo di idea.”
“Un’idea per cosa?”
“Per mettere assieme tutti i pezzi di questo casino maledetto. E mi servono entrambe queste dementi.”
Lei mi fissa attonita. “Stai scherzando, vero?”
“Per niente.” Mi volto verso la suora. “Lu! Le vogliamo tirare fuori dal forte almeno qualcuna delle altre cretine dell’Ondata 9?”
Lei si scuote, perplessa, ravvia i capelli. “Hai trovato il modo?”
“L’ho trovato. È fuori di testa, te lo dico. E mi servi anche tu, se ti va di aiutare.”
Si alza, lenta. “Sì, certo.”
Poverina. Non immagina.
“Dimmi che stai scherzando,” Artemis non s’è mossa da quella postura d’esecuzione che ora mi appare tanto stupida quanto improduttiva.
“Ti fidi di me?”
“Dopo stanotte?!”
“Ti fidi?”
Espira, scuote il capo ma è solo un gesto nervoso. “Che idea è?”
“Vi spiego tutto, tranquille. Solo,” torno da Foxx che mi guarda con iridi sgranate, le tolgo la corda dal collo; la afferro di peso e sbatto di schiena contro il masso, “Mi servono queste due dementi. Vive.”
“Più delle armi che valgono?”
“Per tirare fuori le altre non ci servono quelle armi.”
Lei lascia la corda, porta una mano al capo, fissa in alto e poi in basso, inquieta. “Io non so… non so perché tu…”
“Perché sono la comandante, ovvio.”
Afferro Jade per gli stracci e la risbatto accanto alla sua amica, contro la pietra.
“Una parola,” sposto l’indice dall’una all’altra, “Una parola fuori posto, un augurio di morte, una qualsiasi cosa che non mi piace e stavolta non mi fermo. Chiaro?”
Attendo il loro assenso sofferto.
Ci sono sentieri che si aprono solo dopo un atto di malevolenza: mai niente di più vero. A volte non occorre neanche portarlo a termine, quell’atto, perché la strada si apra da una direzione inaspettata.
Sento un’irrefrenabile voglia di cominciare.
 
***
 
Video 16.
Play.
 
Un piccolo fuoco di rami e bastoni arde, intorno è il buio.
“Sono venuta qui cercando qualcosa che avrei potuto trovare in molti altri luoghi,” la voce è composta, femminile, elegante, “Qualcosa che non ho ancora trovato. Come nei più banali intrecci del caso, quando desideri fortemente una cosa essa ti viene negata in ogni modo.”
Pausa.
“L’isola, Galena, è un luogo di vita ma anche di morte. La morte è un meccanismo costante, irrinunciabile, tenuto in vita tanto dalle creature che abitano l’arcipelago quanto da noi, noi tutte, che in questo sistema ci siamo integrate.”
L’inquadratura oscilla, lei si alza in piedi con un movimento aggraziato.
“Non serve andare lontano per trovarla. È molto più facile dare e ricevere morte che vita, qui come nel mondo al di là del mare.”
Cammina, scosta le frasche degli alberi.
Una silhouette femminile si disegna nella penombra, poco distante, più in alto: il corpo impiccato di una donna pende da un albero al soffio leggero della brezza notturna. Gli abiti, logori e rovinati, sembrano un tutt’uno con il cadavere.
Le gambe ciondolano in brandelli sfatti, l’azione di qualche piccolo predatore che più in alto non è riuscito ad arrivare.
“Morte,” il tono si abbassa a un sussurro malinconico, “Ad ogni angolo dell’isola. Solo morte.”
Le frasche ricadono, lei si volta, ritorna verso il fuoco.
Siede lenta, solenne.
“Verrà anche per me, un giorno. Ma qui, in questo luogo impossibile, essa ha tutto un altro valore e significato. Qui morire è un grande atto. Qui c’è l’essenza del nostro mondo, le origini della nostra specie, il principio di tutte le cose.”
Lo sguardo vaga al cielo stellato.
“Illumina è la culla della vita. Vale la pena morire per essa.”
Due indici s’incrociano contro i riverberi del fuoco.
“Io sono Exilles, e questa è la mia penitenza.”


***

2SUPERPREDATORI - parte 25 Empty Re: SUPERPREDATORI - parte 25 Gio Ago 26, 2021 8:34 pm

Petunia

Petunia
Moderatore
Moderatore

L’idea di ficcarle un cartone come farebbe etc. (Ficcarle un cartone dove? Nello stomaco?)


Questi “pensieri” @Fante Scelto  ci penserei a metterli nero su bianco. Ok sono pensieri di Mercury ma non mi pare una buona idea 
“quei posti fuori dal mondo sul serio, l’Iraq, l’Afghanistan: se uno di quelli, terroristi, assassini, alza le mani, si arrende? “


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Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due. (George Orwell)

3SUPERPREDATORI - parte 25 Empty Re: SUPERPREDATORI - parte 25 Gio Ago 26, 2021 10:48 pm

Fante Scelto

Fante Scelto
Padawan
Padawan

@Petunia ha scritto:Questi “pensieri” @Fante Scelto  ci penserei a metterli nero su bianco. Ok sono pensieri di Mercury ma non mi pare una buona idea 
“quei posti fuori dal mondo sul serio, l’Iraq, l’Afghanistan: se uno di quelli, terroristi, assassini, alza le mani, si arrende? “

Li limerò un po', ma volevo che Mercury fosse in questo realistica.
Nell'ambiente militare queste riflessioni spicce si fanno, anche se spesso sono fini a loro stesse. Ci sono passato.

Il fatto che Mercury possa essere bollata come "fascista" è uno dei leitmotiv della saga, voglio in qualche modo mantenerlo, serve a dare un risvolto caricaturale delle etichette che si possono dare oggidì alle idee.

A Petunia garba questo messaggio

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