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SUPERPREDATORI - parte 37

2 partecipanti

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1SUPERPREDATORI - parte 37 Empty SUPERPREDATORI - parte 37 Lun Ago 23, 2021 11:42 pm

Fante Scelto

Fante Scelto
Padawan
Padawan

***


Camminiamo lungo la spiaggia costeggiando il rilievo che, alla nostra destra, s’innalza ripido e scosceso per decine di metri, una barriera naturale tra noi e la piana del forte.
Dietro le spalle non si vede più nulla, né il campo di lavoro né le tende, ora che la curva della costa ha celato del tutto l’insenatura; nessuna sembra averci seguite.
Il mare, a sinistra, ha ripreso i suoi colori consueti: per quanto mi sforzi di adocchiare rifiuti nell’acqua, non sembra più esserci traccia di plastica. Il moto ondoso spazza in ampiezza il bagnasciuga imbiancandolo di spuma.
Davanti a noi la spiaggia va restringendosi, una barriera di scogli diventa sempre più grande laddove una propaggine del massiccio scende direttamente verso il mare.
“O Mercury,” Maki rallenta e si ferma, pretende la mia attenzione, “Qua s’è camminato anche troppo. Ormai siete lontane dalla caletta, non correte pericoli.”
“Lo decido io quando siamo al sicuro. E non lo siamo ancora.”
Lei sorride appena, fa una certa impressione. “Silvia, non è vero?”
Questa cosa che di me sanno tutto la odio dal cuore.
“O Silvia, una parola tu ed io?”
Guardo Rhonda, Taif, le altre. Accenno perché si scostino più in là.
“Quindi?”
Sorride di nuovo. “Vedi là, le rocce? Sono impegnative da superare, c’è da arrampicarsi un po’; niente che cinque palestrate come voi non possano fare, comunque. Dopo la spiaggia s’allarga di nuovo e da lì arrivate alla piana, lontane dal forte. Non correte più rischi, fidati di me.”
“Fidarmi di te è una cosa che non riesco al momento a fare.”
“Ho rispettato i patti, a differenza tua.”
Vero.
“Quando avremo superato gli scogli ti lascerò tornare indietro.”
Maki solleva le mani a mezza altezza, mostra le spesse manette. “Non m’arrampico così. O te me le togli o io devo restare qui.”
“Non te le tolgo. Adesso riprendiamo il cammino, per cortesia.”
“Silvia,” fastidio, il suo sguardo sornione, fastidio, il tono s’abbassa, s’avvicina di un passo, “Voglio farti un’altra proposta.”
“Non m’interessa.”
“Ascoltami.” Poggia le mani sul mio avambraccio, brivido, tensione. “Tornate alla baia con me, tutte.”
“Tu sei fuori di testa.”
“Ascoltami: le Kuduro non vi faranno nulla di male; tornate indietro con me, vi mettete da brave il completino arancione e le catene, fate un po’ di lavoro in acqua. Ti prometto turni meno pesanti delle altre.”
“Basta cazzate,” faccio per scostare il braccio, lei lo trattiene, occhi negli occhi.
“Qualche giorno soltanto, per mostrare la tua buona volontà. Poi parlerò con la Atreja. Ci metterò più che una buona parola, e sono sicura che qualcosa di meglio per te lo troverà.”
“Atreja mi vuole morta.”
“Mercury,” nei suoi occhi verdi c’è la più assoluta e glaciale calma, “Se io parlo con Atreja, tu diventi un’Erinni. Lasci questo scherzo di squadra che hai e passi dalla parte delle vincenti.”
“Cazzate.”
“Mettimi alla prova. Tornate indietro con me e vedrai.”
Silenzio. Guardo le altre e loro guardano me.
Le stavo per vendere per salvarmi la vita, sulle rupi, con Atreja, Bloody Atreja in persona. Le stavo per vendere e lo avrei fatto, perché sono una merda. Una vigliacca.
Stavolta è diverso. Stavolta abbiamo uno scopo, un legame, per quanto debole, abbiamo una via differente che possiamo percorrere.
L’idea di diventare un’Erinni pure mi sfiora, sarebbe la fine di tutti i problemi. Tutti quanti.
“Prendi il fucile,” la sua voce è un sussurro freddo, “Puntalo su di loro, mettile in fila con le mani sopra la testa. Sono carne di seconda scelta: tu sei l’unica che si merita una possibilità diversa.”
La fine di tutti i problemi. L’ipoteca sulla vittoria finale dello show.
Il premio.
Sono l’unica che se lo merita.
Inspiro a fondo e prendo la mia decisione.
“Andate al diavolo, tu e Atreja.”
“Come vuoi,” Maki solleva il mio braccio, lenta, con un sorriso che s’allarga, un sorriso da predatrice, “Ma attenta, da adesso in poi: perché sei un pesce come gli altri, niente più sconti.”
Scatta.
La velocità con cui chiude il morso al mio braccio, appena sopra il polso, è disumana. È un morso senza forza, un morso simbolico, i suoi orribili denti limati chiusi per un attimo sulla mia pelle. Strattono via l’arto con un sussulto e lei lascia la presa, un sorriso malato, infame, sui tratti pure affascinanti.
È il riso di una mente toccata dall’isola nel profondo, molto più di quanto non abbiamo scorto fino a ora. Vorrei e dovrei spararle qui, adesso, ma l’orrore che mi suscita, l’ingiustizia che rappresenta, mi fermano la mano.
I segni rossi, innocui, di denti da squalo decorano il mio avambraccio.
“Psicopatica.”
“Ed è solo l’inizio, Mercury, solo l’inizio.”
La afferro di peso e strattono avanti, irata, tesa, scossa. Rhonda la guarda con viscerale fastidio: vorrebbe colpirla anche lei, come me non trova la forza di vincere l’impasse.
“Vogliamo andare?” Maki sorride insana, le catene mostrate come un trofeo.
“Mi fa schifo,” Rhonda digrigna i denti in un’altra espressione da cinema, “La odio.”
“Lo so. Portate pazienza ancora un po’.”
Accenna al mio braccio, lo massaggio per lenire un dolore che è immaginario. “Tutto okay?”
“Sto bene. Era solo un,” la saliva mandata giù, “Un avvertimento, credo.”
“Glieli faccio saltare quei denti, te lo giuro.”
“Stai tranquilla. È tutto sotto controllo, per ora.”
Faccio segno di riprendere il cammino: marciamo verso gli scogli che tagliano la spiaggia. Lo sguardo beffardo di Maki cerca il mio. Non è la creatura innocua che crede o vuol far credere di essere.
Non lo è affatto.
Ci avviamo verso la scogliera. Pietra scura, frastagliata, che si protende sul mare e crea anfratti, pieghe, protrusioni sull’acqua. Niente di impossibile da valicare.
Non abbiamo iniziato a fare che pochi passi tra la roccia sconnessa che Lucilla l’apripista ferma tutte e indica avanti, alle cose sgargianti che punteggiano le rocce. “Guardate!”
Gli scogli sono pieni di grosse lucertole con ancor più grosse creste sulla schiena. Verdi come kiwi, screziate di bizzarri disegni bianchi e neri, tipo certi pesci tropicali, oziano qua e là, sparse.
“Eh però.”
Siamo di nuovo ferme. Bloccate.
Saranno aggressive? Ci staccheranno le mani a morsi? Avessi qui Sigrid magari saprebbe dircelo.
“Sono edaffy,” Maki taglia corto, “Non vi fanno nulla.”
Edaffy.”
“Edafosauri, asina.” Mi scalcia un sasso sui piedi. “Come avete fatto a sopravvivere finora?”
Quel sasso glielo vorrei tirare sulla testa. Mi devo fidare? Sarà vero? Sarà una trappola?
Guardo le mie compagne d’Ondata, i loro sguardi ebeti mi dicono che siamo tutte asine. È Sigrid quella esperta di bestie.
“Manda lei per prima,” Rhonda accenna alla prigioniera, “Se ha detto cazzate almeno paga.”
“Jade?” Cerco in lei un appiglio di conoscenza.
Lei alza le spalle, storce le labbra. “Non lo so, non ho mai visto queste cose. Non siamo mai passate da qui.”
Maki alza gli occhi al cielo. “Maremma fradicia, vado io per prima, che qua stiamo fino alla fine del programma.”
Fa strada e in qualche modo va bene così.
 
Gli scogli sono più sconnessi di quanto la distanza lasciasse intendere.
Jade è l’unica, sarà che è nana, a muoversi con una certa disinvoltura: saltella e si sposta di roccia in roccia, superando le fratture entro cui scorre l’acqua marina, scegliendo con più rapidità di tutte noi il passaggio sicuro. L’ho mandata in testa alla fila per questo, ad aprire la strada.
Noi seguiamo alla buona, aiutandoci l’un l’altra per i passaggi meno agevoli. La roccia è spesso bagnata, bisogna andarci piano, poggiare un piede alla volta. C’è Maki da tenere d’occhio.
Ci sono gli edafosauri, che stanno lì, a prendere il sole sulle rocce. Sembrano grosse iguane annoiate.
Quelli cui dobbiamo avvicinarci per passare si spostano scazzati; a volte aprono la bocca e soffiano.
Un po’ li invidio: fare niente tutto il giorno, prendere il sole, scazzarsi se qualcuno viene a rompere le palle. Che poi non mi è mai piaciuto granché prendere il sole, star lì sdraiata in spiaggia, la noia, il maschio medio che ti fissa. Quelli che provano a impressionarti facendo cose a un metro da te.
È che non mi conoscono, non sanno con chi hanno a che fare, che con me queste cose non funzionano, anzi mi suscitano il nazismo.
A volte bastava uno sguardo di ghiaccio perché evaporassero. Era il mio superpotere.
Un po’ mi manca.
Nostalgia.
Lucilla si ferma di tanto in tanto, addita cose che vede nell’acqua, pesci strani, granchi, conchiglie; ricorda sempre e comunque una bambina, ma di quelle con problemi. Non c’è gente normale in questa Ondata 9.
Taif non apre bocca. Sembra essersi ripresa dalle sofferenze patite, ma è incerta sulle gambe. La buona altezza non l’aiuta quando c’è da tenere l’equilibrio.
Poi Rhonda.
Né alta né bassa, è una ragazza particolare, una che non passerebbe inosservata neanche dentro uno scafandro, figurarsi in un completo arancione da sexy-detenuta. Ha questo volto scolpito, impeccabile, lievemente squadrato, la bocca sottile dalle labbra sagomate che s’allarga parecchio quando sorride. Gli occhi color nocciola. Le sopracciglia spesse. I capelli castani con lo shatush che si scuotono nella brezza in un perenne effetto da film.
Mi ricorda un’attrice ma non so quale.
E poi quel culo. È il culo più tonico e allenato che abbia mai visto. Devi ucciderti di squat ogni santo giorno della tua vita per avere un culo fatto in quel modo, da copertina di rivista fitness. E pure le gambe: sono forti, allenate, ha due cosce massicce, anche più di quelle già notevoli di Taif.
Ecco, sembra la versione pompata di Natalie-Qualcosa, l’attrice.
Proprio vero che c’è gente che nasce con la camicia. Non mi sono mai lamentata di me stessa, mai avuto problemi con l’autostima, ma una faccia come la sua credo ogni donna vorrebbe averla. È semplicemente uno spettacolo. È quel tipo di faccia che ti fa voltare per la strada, anche se sei donna pure tu, perché pensi che ci vada una fortuna sconfinata per averla. E per non rovinarla.
Vorrei chiederle chi è, perché è qui, cosa l’ha spinta a lasciare una vita dove poteva avere tutto per finire su un’isola selvaggia a spalare plastica, in catene, ma so che la risposta sarebbe solo una delusione; nessuna di noi ha un vero motivo, una ragione degna di questo nome.
Neppure io. Neppure io, che ho perso tutto tranne una madre e una sorella da mantenere.
Nessuno dovrebbe venire qui.
Nessuno.
“Attenzione.” La parete di scogli diventa più ripida, c’è da salire un dislivello.
Ci inerpichiamo una alla volta per i pochi metri ricchi di appigli; Maki ce la fa benissimo anche con le manette ai polsi.
Il mare, alla nostra sinistra, s’arrabbia e spumeggia con maggiore insistenza. Schizzi freddi mi bagnano la schiena mentre salgo il dislivello, Rhonda m’aiuta sull’ultimo tratto, una stretta cameratesca per issarmi oltre il bordo.
Il risucchio delle onde contro la roccia, qualche metro più in basso, innaffia alghe e frutti di mare abbarbicati alle pietre.
Un edafosauro panzuto soffia e si sposta brusco, lo aggiriamo con cautela mentre ci segue con sguardo truce, la cresta sul dorso vibra e stride. Ha un bel colore verde kiwi e nero. Se è un robot è fatto strabene, come tutti gli altri, in fondo.
“Guardate,” Lucilla indica in avanti, verso la spiaggia che riprende poco più avanti, libera e vuota, ed è come vedere i cancelli del paradiso. Se ho fatto bene i calcoli quella è la direzione per tornare verso sud, verso la torre. Per andarcene via da qui.
“Posso tornare indietro?” Maki accenna oltre di sé, “Ormai siete arrivate.”
Scambio un’occhiata con le altre, mentre ce ne stiamo a riprendere fiato su una grande roccia piatta, con un edafosauro obeso a guardarci scoglionato e il sole e la brezza addosso.
Una bella sensazione.
“Oh, lo sapevo,” accenna con le mani incatenate, “Non rispettate i patti.” Guardo involontariamente Jade, lei non coglie e ne sono grata. Maki alza di spalle, mostra i palmi. “Dai, sparami, su.”
Fisso lei, la sua figura atletica, i suoi dannati capelli rasta, le Converse a stivale che ne avranno vendute un solo paio al mondo.
“Oh, mi daranno il Nobel postumo: scrivetelo sulla mia lapide, mi raccomando, Maremma impiccata.”
Ci risiamo: non so che fare.
I patti erano di lasciarla tornare indietro. Patti che abbiamo cambiato già più volte. Che ho cambiato più volte.
Rhonda mi guarda dubbiosa, anche se dubbi, in viso, lei non ne ha.
“Vattene,” scandisco con un cenno, “Torna al tuo adorato gulag.”
“Un giorno forse capirai l’importanza di tutto questo, Mercury,” sorride appena, “Prima che l’isola ti presenti il conto.”
“Sparisci.”
Rhonda mi guarda grave. “Non sarebbe meglio…?”
Sarebbe meglio, sì. Un pericolo in meno. Una minaccia in meno. Una testimone in meno.
È come con le Gang-Bang: sarebbe stato meglio, o forse no.
Scelte che aprono altre scelte.
Come la vita.
La camaleontica rivalsa di Dio.
“Oh se per caso foste così gentili,” offre i polsi e alza un sopracciglio.
Inspiro ed espiro, ci metto tutta la pazienza del mondo. Faccio cenno a Rhonda che la liberi.
Lei ubbidisce, malvolentieri, le toglie le manette e si scosta, nervosa, a disagio. Maki stira le braccia, piega il collo, sorride nel suo modo sornione. Non ha armi né un fisico più forte del mio eppure mi suscita una qualche forma di timore, di paura. Ha gli occhi di chi ha superato indenne l’orrore che è l’isola.
La guardiamo salutare con un gesto beffardo, ravviarsi le treccine che cadono fuori dalla fascia blu. “E leggete i bollettini, asine. Poly-Mer va fermato a qualsiasi costo, incluse le vostre inutili vite. Adiòs.”
Gira sui tacchi e si avvia lungo la scogliera.
Rhonda la scruta per un lungo attimo, un momento interminabile che mio malgrado colgo stonato, poi gonfia i polmoni, increspa lo sguardo. “Comunque,” scandisce a denti stretti, verso di lei, “Non c’è nessun bollettino, pazza demente.”
Silenzio.
Vuoto.
Guardiamo lei e poi Maki che si ferma, si volta con lentezza studiata, come in un film. Questo è un film, una serie tv.
Sbatte le palpebre, ha un mezzo sorriso. “Come?”
Rhonda scuote la testa, un’espressione di disgusto. “Non c’è nessun bollettino. Ci hai fracassato le palle per giorni con queste cazzate, ma non esiste niente. Nulla.”
Il mezzo sorriso rimane un’ombra e null’altro. Maki guarda me e io non ho idea di cosa stiamo parlando.
“Non provarci, sacco di carne,” il suo tono è sceso di una nota.
“Te lo avrei voluto dire cento volte in questi giorni, stupida esaltata. Non esiste niente.”
“O sorella, io scrivo sul blog dello show, i miei articoli li hanno letti anche al Parlamento Europeo.”
“E sei candidata al Nobel: ci credi sul serio? Sei totalmente pazza, pazza e insana.”
Maki mi guarda di nuovo, io guardo Rhonda, lei, livida, non distoglie gli occhi dalla troia che deve averla vessata per giorni, nell’acqua putrida e sotto il sole cocente.
Nella beach-girl in completo blu e le sue marmoree certezze vedo per la prima volta una crepa.
Maki torna sui suoi passi, lenta, truce. Faccio un gesto della mano che vuol essere distensivo, lei non si ferma. “Mi spiegate, cazzo?”
“L’immondizia questa ce l’ha dentro la testa, Mercury. Non c’è niente sul blog, è tutta una farsa.”
“Quale blog?”
“Quello dello show. Non ho mai visto niente sulla plastica e la rada.”
“IO,” il tono di Maki diventa febbrile, feroce, “Sto facendo sapere al mondo che razza di male vive da queste parti!”
“Il mondo non sa niente, idiota! Non c’è nulla di tuo sul blog, nessun articolo!”
“Mi spiegate?!” Mi frappongo tra le due, una mano sul fucile: il modo in cui Maki avanza è quello di chi vuole uccidere a mani nude.
“È una farsa, Mercury. Non c’è niente di ciò che questa pazza dice.”
“Ho scritto,” è livida, truce, “Decine di articoli, fatto centinaia di reportage fotografici. Ho messo tutto sul blog, perché il mondo sappia cosa facciamo qui e a che servono le bastarde fascio-borghesi come te.”
La tengo a distanza con un braccio teso. “E posti questa roba sul blog dello show?”
“Tutto sulla prima pagina, sei milioni di visite ogni giorno. Mi ha scritto più di un parlamentare europeo per…”
Rhonda fa segno di no, grave. “Non c’è niente del genere. Nessuno sa neanche che esiste la rada, non trasmettono quello che succede oltre la Porta.”
Sembra uno stallo alla messicana e io sono esattamente nel mezzo.
“Fidati, cazzo. Ho guardato lo show per settimane, giorno e notte, prima di partire: non esiste una sola prova di quello che c’è oltra la Porta. Non ci sono reportage o articoli su quella spiaggia orribile. Non c’è niente. Vuoi sapere qual è stata l’ultima prima pagina del blog prima che partissimo per Illumina?”
La guardiamo in cinque, attonite.
“C’erano il mio culo mentre faccio gli squat e la sua,” indica me, “Pubblicità degli integratori alimentari.”
Silenzio.
Sbatto le palpebre. “Ma io non ho mai fatto…”
“E però c’era.”
Altro silenzio.
“Ma che pubblicità è, scusa?”
“Aiuto, era… boh, c’eri tu in top sportivo con in mano sto botticino di integratori.”
“Ma io non ho mai…”
“Guarda che partecipando allo show prendono i diritti sulla tua immagine. Possono farti pubblicizzare quello che vogliono.”
Ma Cristo santo.
“Hanno usato una foto decente almeno?”
“Boh, più o meno. Avevi un sorriso un po’ da cretina.”
Ma Cristo santo.
Maki è più sconvolta di me. Fissa avanti, occhi sgranati, la figura rigida.
“Non è una cazzata,” Rhonda ravvia i capelli, torva, “Il mondo non ha idea che la rada esista, tantomeno che è un inferno di plastica.”
“Maki,” deglutisco cercando il tono più conciliante che posso, “Non c’è connessione internet sulle isole. Chi ti ha detto queste cose?”
Il suo silenzio vale più di qualsiasi risposta.
“Atreja…”
“Atreja ti ha riempito la testa di minchiate. Bene così.”
“Lei… lei ha detto che… che stavo smuovendo le coscienze. Che avevo ricevuto una nomina per il Nobel, che mi avevano contattata dei… parlamentari europei.”
Rhonda piega le labbra in un moto di sdegno. “Il mondo,” scandisce tra labbra ritoccate, “Non sa neanche che esisti.”
“Ne sei sicura?” chiedo grave.
“Te lo giuro, Mercury. Ho seguito lo show e il blog per settimane prima di iscrivermi. Non avevo idea che esistesse quella maledetta rada o che Illumina fosse soffocata dalla plastica. Nessuno ne ha mai parlato, non una riga, niente.”
“Non trasmettono quello che succede qui?”
“Niente. È zona off-limit. Quelle che vengono mandate oltre la Porta svaniscono, le loro cam si disattivano, non è più possibile seguirle. I produttori gestiscono tutto, il pubblico vede solo quello che vogliono loro.”
Silenzio.
Guardo Cerbera, Lucilla, i loro sguardi straniti mi dicono che è tutto vero.
Io non ho seguito lo show prima di iscrivermi. Non avevo i soldi per mangiare, a momenti. Non ho letto blog, non ho guardato spiegoni, volevo solo la mia chance di redenzione. Volevo vincere questo reality, a prescindere da tutte le cazzate che potevano essere state dette o scritte al proposito.
Mi hanno detto di venire qui e uccidere le Erinni, ed è quello che ho fatto.
O che ho provato a fare.
Prima di finire torturata, denudata e mandata a morire.
Prima che la storia prendesse una piega diversa.
Una cosa l’ho capita, però, su questo posto, ed è che niente funziona come sembra. Che siamo oggetti da spettacolo.
Oggetti.
Che anche una fanatica assuefatta come Maki è vittima del sistema.
Vittima.
Lo siamo tutte.
Vittime consenzienti.
“Va bene,” tengo la mano aperta verso di lei come potesse tenerla a bada, come una bestia feroce, “Hai scoperto una cosa nuova. Spiacenti di aver distrutto le tue certezze.”
Maki si volta, lenta, confusa; guarda il mare che si stende a perdita d’occhio di fronte a noi con gli occhi dilatati di chi ha appena visto abbattere il proprio monumento alla gloria.
Faccio segno di andarcene, che il nostro tempo qui, con lei, è finito.
Una alla volta ci allontaniamo nella direzione della spiaggia, scendendo le ultime propaggini della scogliera fin quando sotto ai piedi non abbiamo di nuovo la sabbia, il bagnasciuga.
“Dove si va ora?” Rhonda sorride, febbrile, le mani tra i folti capelli: ha in viso tutta la fame di vivere che i giorni in cattività le avevano portato via.
“Abbiamo una specie di… base operativa. Ce ne andremo lì finché le acque non si saranno calmate.”
Sorride, in quel modo smagliante, incredibile, persino per i canoni dello show. “Sei seria?”
“Sì, beh, non è un hotel di lusso, né un forte come quello là.”
“Aiuto, mi va bene anche una grotta a questo punto.”
“Sei sulla buona strada.”
Un flash mi attraversa la mente: cerco nella tasca del gonnellino il telefono, il contatto di Sigrid; le invio la posizione e due righe con l’istruzione di prendere tutto e raggiungerci.
Come facciano questi telefoni a funzionare se sulle isole non c’e una rete telefonica non lo so. Magari sfruttano una rete locale installata dal network. Magari funzionano a onde, come le trasmittenti.
Sento un’irrefrenabile voglia di tornare a casa.
Di lasciare questo posto.
Abbiamo fatto qualcosa di straordinario e adesso voglio riposare, godermi la vittoria; è come quando arrivi prima in una gara, una gara qualsiasi: ti senti la regina del mondo e pensi basta, il mio l’ho fatto. Che se gareggi ancora non vincerai più, per cui meglio ritirarsi.
Come sarà tornare a casa?
Come mi guarderà la gente?
Mi chiederanno un selfie quando andrò al supermercato a fare la spesa? Sarò famosa, almeno per un po’?
Cosa sarà di noi, tutte, quando torneremo? Come ci guarderà la gente?
Cosa
penseranno
di
noi?
Chiudo gli occhi per un momento e realizzo qualcosa che mi era sempre sfuggito fino a questo preciso momento: se torneremo, se torneremo davvero, non saremo più le stesse. In un modo o nell’altro, non lo saremo più.
Vincenti o perdenti non importa, le vite che avevamo non potranno essere uguali a prima.
Noi non saremo uguali a prima.
Tutto quello che abbiamo visto, tutto quello che abbiamo fatto e che ancora faremo, ogni cosa è una pietra che mettiamo sul tumulo delle nostre esistenze prima dell’isola, dello show. Prima di questo viaggio nell’assurdo.
Ho ventotto anni, zero affetti, nessun progetto. Ho perso il lavoro, mia madre s’è giocata i risparmi che avevo messo da parte per anni. Mia sorella mi odia.
Tutto quello che ho è un fucile automatico in spalla e un costume da sexy volpe sporco di sangue e sabbia.
Un pugno di cretine viziate intorno che non sanno cosa voglia dire perdere tutto, o forse adesso sì.
Forse adesso sì.
Camminiamo sulla spiaggia verso una torre diroccata che dista qualche ora, una torre da cui progetteremo la prossima mossa, e di colpo è tutto ciò di cui sento d’aver bisogno.
Una casa.
Uno scopo.
Guardo le altre, intorno.
Degli affetti.
Batto le ciglia per un momento velate.
Degli
affetti.
Mi volto per un attimo, dietro di noi, verso gli scogli: Maki ora siede in lontananza, sulla pietra umida, le gambe penzoloni sopra il mare. Un edafosauro obeso a pochi metri, mezzo addormentato.
Fissano entrambi la linea chiara dell’orizzonte.
Vuoti.
Soli.

***

“Un momento topico dello show?” Max Tambori aggiustò il colletto della camicia con un gesto plateale. “Eccome se possiamo definirlo così.”
I giornalisti lo guardavano come fosse stato il profeta di una nuova religione e lui aprì le braccia per prendersi la gloria.
“È stata una precisa scelta del network, fin dall’inizio. Non abbiamo mai trasmesso nulla di ciò che accadeva dietro la Porta, dal primo momento in cui Atreja vi è entrata fino a oggi; qualsiasi concorrente sia stata trascinata dalle Erinni lì dentro ha cessato di essere ripresa, perché volevamo proprio questo: che la Porta fosse una zona segreta, che ci fosse un alone di mistero su quel luogo, e che qualcuna alla fine la varcasse, qualcuna che non fosse un’Erinni. Oggi, signore e signori, è finalmente successo.”
“Credevate possibile che l’Ondata 9 sarebbe riuscita a raggiungere un simile traguardo?”
“Erano addestrate per questo. Ma ammettiamo di essere molto sorpresi noi stessi, sì. Non ci aspettavamo un risultato del genere in così poco tempo.”
“Certo che se il Tirannosauro non fosse arrivato proprio in quel momento al forte…”
Max alzò una mano con aria polemica, scosse il capo.
“Questo è un errore comune. Grimmone non è un Tirannosauro, è un Tarbosaurus bataar. E Grimmone non è neppure il suo vero nome, come abbiamo spiegato in passato sul blog: lo avevamo battezzato Grim One, il Truce, ma un sacco di gente è digiuna d’inglese, e così…”
“Beh, se il Tarbosauro non fosse arrivato proprio in quel momento…”
Max sorrise, buttò le mani dietro la nuca stirandosi. “Non abbiamo alcun modo di controllare i movimenti di una belva di quelle proporzioni. L’isola fa tutto da sé, e poi Grimmone è sensibile ai rumori forti: lo scoppio lo ha attirato subito, crediamo sia per il discorso della territorialità. Anche voi andate a vedere se sentite un botto in garage, no? Il principio è quello.”
“Chi sono le Kuduro?”
“Abbiamo più volte definito l’isola, anzi le isole, come un sistema. Un sistema di tipo matematico, con svariate equazioni dotate della medesima soluzione. Ecco, immaginate che le Kuduro siano una delle equazioni. O la loro soluzione, come preferite.”
“E perché le Erinni proteggono quella baia e i rifiuti che vi si sono accumulati?”
“Questo dovreste chiederlo ad Atreja. È la donna col più alto grado di comprensione del sistema Illumina.”
“Atreja sa che il suo consenso è in caduta libera sui social?”
“Non lo definirei in caduta libera, c’è ancora un’ampia base di fan irriducibili dalla sua parte. La rete è volubile ma anche partigiana.”
“Atreja è al corrente di quanto sta succedendo al forte?”
“Direi di no, ma lo verrà a sapere di sicuro.”
“Siete consapevoli che aver tenuto il pubblico all’oscuro di quanto accade dietro la Porta comporterà nuove accuse di manipolazione allo show? In questo lasso temporale potreste aver tagliato o modificato qualunque cosa.”
“Un dubbio lecito, ma che respingiamo al mittente. Non abbiamo bisogno di editare nulla, il nostro reality è perfetto così com’è. Il nostro unico obiettivo è la suspence.”
Sorrise nel suo modo euforico, coi pollici alzati e i polmoni pieni.

***

2SUPERPREDATORI - parte 37 Empty Re: SUPERPREDATORI - parte 37 Gio Set 02, 2021 11:21 pm

Petunia

Petunia
Moderatore
Moderatore

Oh poera Maki… Maremma budella e tu me la lasci sola co I’sauro ciccione… e tu mi fa piangere, ‘gnorante!  @Fante Scelto


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Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due. (George Orwell)

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