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La lettera dimenticata

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1La lettera dimenticata Empty La lettera dimenticata Sab Mar 27, 2021 9:13 pm

digitoergosum

digitoergosum
Younglings
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https:
LA LETTERA DIMENTICATA
Un racconto di Marcello Rizza
 
 Dall’alba dei tempi
Ho camminato a fatica nel fango
Ho dormito nel fango
Irrorato col mio sangue una terra ingrata
Ho faticato
Sotto il sole e la pioggia per costruire un mondo
Un mondo che mi esilia
 
Joseph M. Tala, Ai morti d’Africa
 
Domani saranno 10 anni che il padre Malik piange la figlia Rebecca. Ma sta accadendo qualcosa di nuovo e inaspettato.
Rebecca osserva con infinita dolcezza il papà, chino di fronte alla sua lapide. Non avrebbe mai pensato di parlare di sé stessa, meno che mai dando così importanza a un rocker, alle scogliere della costa inglese o a una lettera dimenticata. La sua sarebbe stata una storia sulla buona sorte: essere una studentessa nera fortunata a poter studiare in Sudafrica, vivere i litigi e le riappacificazioni coi suoi genitori, respirare la serenità delle primavere con i primi amori e i sogni al termine degli studi. Raccontando sé stessa si sarebbe vestita della sua terra, dei colori, gli odori, per formare un bellissimo insieme che, magicamente, avrebbe restituito musica: quella di cui era così appassionata. Non avrebbe voluto parlare della sua prematura scomparsa ad appena diciassette anni. Quella che segue è l'infinitesima parte della sua storia, come forse lei la racconterebbe.
 
------------------
 
Ciao Papà. Non so come consolarti da qui. Vorrei potermi mostrare e dirti che sto bene, tranquillizzarti.  Scherzerei volentieri con te, ascolterei la tua voce sicura e pacata anche nel divertimento, ma come farlo quando non vedo che tristezza nel tuo cuore? So che in quel tuo luogo intimo continua a piovere, e che scorrono lacrime che hanno il sapore del ferro quando fa la ruggine. Ti ho visto ogni anno, per la ricorrenza, tornare qui, all’Avalon Cemetery, il camposanto di noi neri. Ora sei qui con me, siamo ancora riuniti e uniti. Sospiri, o forse stai respirando il vento antartico, lo stesso che smuove i petali degli Iris con cui adorni amorevolmente la mia lapide. Ti duoli pensando a quell’autore camerunense che mi hai fatto conoscere, quello che in una poesia manifestava, con il suo orgoglio africano, di avere la fiera statura di un nero che ritto in piedi lancia la sua sfida insensata agli dei. E tu invece sei qui, davanti a me, con la schiena curva. Perdonati papà. Stai soffrendo per una promessa che non potevi mantenere, non era ancora tempo, ma sta per giungere il tanto atteso attimo. Non sentirti vile, senza orgoglio. Lo so, pensi alla mia statura che si misura in ginocchio, sulla terra scavata della tomba. Sei sollevato da ciò che accadrà domani, pur non potendo dimenticare che io sono morta, e tale resterò. Vorrei che non lo pensassi, la mia statura è alta, credimi. Infine tutto, tutto sta per trovare il giusto posto. Come quel nome che è tornato improvvisamente tra noi: Zephir.
-------------
 Cosa avrei dato in vita per avere una tua dedica sul disco, Zephir. Già lo immagino, le mie amiche come oche incredule e io, raggiante, a farle leggere sulla copertina del vinile “A Rebecca, che porta ai sandali la polvere che ha lasciato indietro Dio”, o qualcosa del genere di quelle che sai scrivere tu. Certo che ce l’hai la fissa con Dio, visto che continui a citarlo e criticarlo nelle tue opere. Sai, io e te potevamo incontrarci quel giorno, quello del tuo concerto a Johannesburg, quantomeno avrei provato ad avvicinarti, avrei spinto, mi sarei fatta largo difendendo il disco e la penna con le unghie. Ero fortunata perché potevo ascoltare la tua musica con un modesto giradischi, non vivevo nel lusso ma nemmeno nella povertà. Soprattutto avevo molta libertà, un padre che mi incoraggiava a scoprire e a conoscere tutto. A me piacciono le tue canzoni, a papà un po’ meno. Lui ascolta musica etnica e classica, anche un po’ di rock, ma le tue composizioni le trova sbagliate.
 – Forse sto diventando vecchio e non capisco questi testi – mi diceva, - ma se a te piacciono parliamone. -
Ecco, questo è mio padre, l’uomo che mi spingeva a indagare ogni cultura a trecentosessanta gradi ma anteponendo il cuore alla ragione, la moderazione alla rabbia.
 
Da quassù, da quel posto che i vivi chiamano “cielo”, dove il passato e il futuro sono un unico disegno, ti osservo e provo tutto ciò che provi. Torno ad allora, quel giorno di tanto tempo fa, qualche istante prima che avesse inizio il tuo celebre concerto rock a Johannesburg.
-------------
Mancano 20 minuti all’inizio. Sento l'eccitazione dei tuoi fans e quel brusio, il chiacchiericcio in attesa che le luci si spengano. Osservi sul palco i tecnici che si attardano a controllare i cavi, gli strumenti musicali, i microfoni, l'amplificazione, le luci. – Prova… uno, due, tre… prova. - Si, è un concerto come un altro, il pubblico aspetterà così come da programma, e quei cinque minuti in più non guastano. Nell'attesa, come ti capita ogni volta prima che inizi uno dei tuoi spettacoli, pensi a come sarebbe scandalizzata tua madre se ti vedesse, se ascoltasse i tuoi testi, se guardasse come ti trucchi!
 
Con la nuova entrata sul palco dello Stadium, nella movenza elegante e trasgressiva provata più volte in camerino, li sorprenderai. Quella che ti ha consigliato il tuo angelo custode, Lizbeth.
 -        Come farei senza di te, Liz? – continui a ripeterle.
Già, come faresti senza di lei? Lizbeth ti segue ovunque, risolve ogni tuo problema facendo di te un viziato, e forse davvero lo sei. Ti annoiano le carte, le pubbliche relazioni, i contatti con le agenzie. Certo! Tu devi comporre e poi cantare, è quello che sai fare bene, non sei per le inezie organizzative.  Gli addetti ai lavori, i discografici, la stampa e i rompiscatole lo sanno che devono rivolgersi direttamente a lei. E poi quella donna è geniale, oltre che bella. Le riviste specializzate chiamano la tua arte Post Romantic Drama, senza neanche accennare che a battezzarla così è stata Lizbeth. Ok, non sei stato il primo, ma i giornalisti non se ne sono accorti. O forse nessuno crea mai qualcosa di veramente nuovo. Sì, hai un po’ scopiazzato il look teatrale di Peter ma le tue maschere di scena, il tuo make up e l’abbigliamento dark tendono più al decadente e al maledetto. La voce impastata di wiskey e tabacco un po’ ti è propria e molto l’hai rubata a Tom. Completa il tutto la tua figura filiforme e la scrittura scapigliata che confonde passione, sesso, religione ed esoterismo. Dulcis in fundo, non ti preoccupi di nominarLo invano. Canti di Lui come se conoscessi i Suoi più reconditi aspetti. D’altronde, per esternare quello che consideri l’ingombro di Dio e raccontare quanto facciano male i ceffoni divini, quanto Lui sia crudele quando spinge l’uomo a brandire la fede come una clava, ti occorre quella voce, quel trucco, quella sfacciataggine. Che poi, io dal cielo vedo e so tutto di te, a me non la fai, so che è tutta aria fritta la tua, nemmeno credi in Dio. I critici di Rockon Magazine, adescati da Lizbeth che crea ad arte il tuo alone di mistero dannato, ne sono certi, dicono che sei un credente ribelle, un bellissimo angelo con disturbo borderline, ripudiato dal paradiso. Danno anche interpretazioni sui testi che nemmeno ti sogni di pensare. Sì, Lo indaghi secondo una tua filosofia atea mentre fumi una canna, con una seconda poi scrivi delle Sue apocalissi, dei Suoi abbandoni, di un culto malato.  Sai, io dovrei essere molto più vicino di te a Dio eppure non l’ho ancora incontrato. Pensa che tra noi anime si chiacchera sottovoce che possa essere donna. E tu ne canti e parli. Ora che ti conosco, capisco un po’ di più papà quando critica i tuoi testi.  
Rientri in camerino, bevi un caffè, ti lavi i denti, bevi un altro caffè, esageri sempre, vero? Senti un calpestio fuori, è la band che sta già avviandosi. Bussa ed è già dentro Lizbeth, ormai la conosci, indaga con quel bel nasino per capire se hai fumato hashish, pronta a tenerti il muso lungo, così deliziosa anche da contrariata. Ti guarda perplessa, qualcosa non va. Prende la eyeliner dalla sua borsetta, ti corregge impercettibilmente il make up della truccatrice per “abbassare l’occhio”.  Ecco, ora sei perfetto, glielo leggi in viso. E poi ti dice:
 -        Tra cinque minuti comincia lo spettacolo - e come da rito consolidato aggiunge - Ora vai, e spacca –
 Fai la faccia preoccupata, pensi di poterla prendere in giro:
 -        Ho un blackout Liz, non ricordo i testi. Forse ho fumato troppo hashish. –
 -        Non fare il cretino! Vai e spacca! –
Sorridi.
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 Forse quel concerto non avresti dovuto tenerlo Zephir. E’ stato un successone, si. Uno dei tuoi spettacoli meglio riusciti.
 -        Hai spaccato, Zeph! Sei un grande! – ti ha detto Lizbeth, finito il concerto, abbracciandoti.
 Si, hai spaccato. Sei stato bravissimo. E sei un gran figo, te lo dico anch’io. Tutti i tuoi fans sono andati in delirio, e quando al bis hai cantato “Fuck You To Heaven” li hai caricati come molle. Io non c’ero a quel concerto da viva ma credimi: sono riuscita a sentirti comunque.
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 E tu, Lizbeth? Quello è stato anche il “tuo” concerto. Vorrei farti una piccola confessione, di quelle che noi donne ci scambiamo ogni tanto: ho sempre sognato di salire su una limousine con le mie amiche, in compagnia di qualche bottiglia di champagne, tutte in minigonna a mostrare, fuori da finestrini, le giovani gambe nere per far ingolosire qualche bianco, di quelli che ci chiamano scimmie ma che se ne dimenticano quando il testosterone sale. Rivedo anche te al concerto, quello con la “C” maiuscola, come se fosse adesso. E’ terminato e le maestranze di colore stanno già smontando il palco. E ora quello spazio che offre la Lincoln Continental del 1961, quell’auto senza tempo, è tutto per noi tre e per l’autista dell’albergo.
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Sei una bella persona Lizbeth, e lui è fortunato. E anche tu sei fortunata, ti invidio. Sei la persona di fiducia, il punto di riferimento di un grande rocker. Puoi stargli vicino, viaggiare per il mondo, colloquiare con persone di diverse culture e lingue, un modo di vivere come quello che sognano molti studenti sudafricani, o forse molti studenti di ogni scuola. Quando ero in vita, nei miei sogni di ragazzina, avrei voluto essere come te.
Lo sai, lo conosci, Zeph ha sonno. Dopo la sbornia del successo, terminata l’adrenalina in circolo, tra poco si addormenterà sui sedili della Limousine. Sapevi che avrebbe dimenticato il regalo per Alison in camerino, l’hai preso, non ci sarebbe il tempo per recuperarlo l’indomani, ci sarà il volo per il prossimo tour. 
-        “Liz, come farei senza di te”?  -
E sai anche l’ovvio. Ci sarebbe un’altra o un altro, è un lavoro troppo bello e vuoi tenertelo stretto. Detto tra noi, se io avessi potuto “farti le scarpe”, prendere il tuo posto, l’avrei fatto. Chissà? Magari studiavo ancora una decina di anni, nel frattempo tu invecchiavi. Poi lo incontravo a un concerto e nasceva una collaborazione. E sarei stata io a viaggiare, anzi: a vivere. Tranquilla, ormai è tardi, non ho potuto terminare gli studi, non andrò mai più a un concerto, semplicemente “non sono più”. E, voglio proprio dirtelo, saremo sempre amiche, mi sei simpaticissima, anzi ti voglio bene e anche se non lo vedi ti sto abbracciando.
E poi, dai, ti piace Zeph, che bella questa storia! Non faresti l’amore con lui, mai mischiare sesso e lavoro, diventeresti una fan come le altre, come ero io che avrei voluto “farmelo”, ma raccontala tutta, dai, qualche fantasia ogni tanto... comunque, un po’ ci giochi con Zeph, a me non la fai. Ti vesti come a lui piace, anche stasera, e poi citi gli aforismi di Oscar Wilde quando vedi quel suo libro che legge in aereo e ancheggi appena sui tacchi quando sai che ti sta guardando da dietro, ammirando le tue forme. Ma è il massimo che ti concedi. Forse sei troppo severa con te stessa, sai? Va bene non confondere le passioni con la professione, ok, ma stiamo parlando di “sexy” Zephir Hale Dillard!
In fondo tu vedi altro in lui, lo conosci bene, e forse proprio questo ti fa restare a distanza di sicurezza. Sai che è un uomo buono travestito, per convenienza, da cinico e che tiene quegli atteggiamenti da “dandy spaccatutto ma con classe” perché gli fa vendere i dischi; è uno che spesso eccede, ma ha la gentilezza nel cuore. E sai che, a dispetto di tutto, ha una sua morale e un luogo intimo dove stanno gli affetti sinceri, dove la figlia, Alison, è in primo piano. Se fosse un po’ meno preso da sé stesso, se si accorgesse che Alison ha bisogno di più attenzioni: troppi “se”. Hai ragione, sai Liz? Papà era diverso con me, mi seguiva con più attenzione, forse perché non era un rocker ma “solo” un insegnante. Non invidio Alison. E neanche sua madre Kimberly è poi un granché. Una depressa, che vive a un oceano di distanza, ci stai alla larga, ma ogni tanto ti tocca sentirla, succede quando devi mandarle l’assegno di mantenimento. Non c’è un poco di gelosia nel tuo pensiero? E comunque Alison non lo segue ai concerti, Zeph sembra ignorare che sua figlia non ne può più di vederlo cantare ed esibire il pacco. Vorresti dirglielo, ma sai che quando affronti l’argomento lui si chiude a riccio e non vuoi comunque intrometterti nelle sue questioni familiari perché sei una professionista. Però c’è qualcosa di urgente, che appartiene a noi donne, quando lo sostituisci nelle piccole attenzioni per salvare il loro rapporto, o forse sei solamente furba a difendere lo stipendio. Ogni tanto ti chiedi se loro due si conoscano veramente.
 
E tu Zeph? Uff! Lizbeth ti piace, lo so, beata lei. E’ molto bella, con quei capelli lunghi e scuri che cadono sempre perfetti su qualsiasi vestito indossi, con quei tratti del volto delicati che rivelano le origini latine, con quel quieto ma determinato carattere. Stasera porta il vestito che in più occasioni hai notato, quello viola del pensiero che la rende sexy, scollato davanti e scoperto dietro a mostrare stupende scapole. Non ha reggiseno, forse perché non ha seno, come piace a te. Se non fosse così professionale… che problema le donne! L’unica volta che ci hai provato ti ha guardato dritto negli occhi senza dirti nulla, pacata, ma con un messaggio ben chiaro e definitivo: che non succeda ancora, non se ne parla proprio. E’ più facile approcciarsi a Dio, vero? Non mi vedi, non puoi, ma come donna, sua complice e sua amica, sto sorridendo.
Siete quasi in hotel, non ti addormenti di sicuro. E ti addormenti.
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Zeph, è appena passato qualche mese e hai già quasi dimenticato il concerto, vero? 
Bella Miami! E’ qui che hai la seconda casa, lontano dalla bolgia di New York, dove ti rifugi per riprenderti dalle fatiche dei concerti e dove componi parole e musica, dove hai lo Steinberg. Sono seduta, si fa per dire, al tuo fianco, in quel bar sul lungo mare, e sto ascoltando quello che vi dite te e Nick. Ti vedo sicuro, con quella autorevolezza che proviene dal successo e che mostri anche solamente bevendo un caffè. E vedo anche il tuo stupore nel scoprire che il tuo amico…
 -        “Nick, cazzo stai a dire? Lo psicologo…!” –
 E tu pensi che lui sia davvero un po’ scemo, che gli psicologi li paghi per sentirti dire ciò che vuoi sentirti dire. Già, contento lui, che ci vada insieme a Edipo e a Medea. Tutte quelle menate sulla responsabilità dei genitori, sulle loro colpe e mancanze, su come queste influiscano su di noi. Tu risolvi con le canne.
 -        “Ciao Zeph, scappo, lo psicologo mi aspetta tra 20 minuti, ci vediamo” e si alza dalla sedia, ti facesse mai finire il caffè in pace.
 -        “Mi racconterai Nick” –
E poi torni a casa, tiri fuori la boccetta e con quell’olio di hashish impregni la tua sigaretta. Avrei voluto provare anche io, alcuni miei compagni di scuola fumavano l’erba, ero curiosa, ma non ne ho avuto il tempo. Pensi un attimo a Nick, allo psicologo, alla canna, ma giusto un attimo. Affari suoi, tua madre non è una Medea come la sua, a tua madre non puoi rimproverarle nulla, tua madre… ok, non sei diventato proprio ciò che sperava, non è vero Zeph? Non sarebbe contenta se ti vedesse allevare Alison, e scoprire che sono già due anni che le fai fumare di tutto assieme a te.  
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Ma qualche mese dopo il destino bussa alla tua porta. Tua figlia Alison si getta da una scogliera. Morire a diciassette anni: lei come me. Capisco cosa provi, è qualcosa di simile a ciò che sente papà, ma la nostra morte è avvenuta per dinamiche diverse.
E ora sei lì dove Alison ha trovato il momento di lanciarsi e quietare per sempre. Senti la nausea per la morte e resti lì in cima, avvolto dal vento pungente e a un passo dal baratro, già dentro il baratro. Vedi la costa francese, è una mattina tersa. Forse è l’ultima cosa che ha visto anche Alison prima di buttarsi. Voleva planare come i gabbiani che abitano le bianche scogliere.  Così lontana da casa.
“Per Natale vado a Londra da mamma, Tu sarai preso con Lizbeth e i dettagli del prossimo tour. Partirò con Demian”. Questo aveva detto. Ma Kimberly non la vide arrivare, e pensò bene di raccontartelo una settimana dopo la sua partenza, tanto da meritare il “maledetta troia” che evitasti di pronunciare apertamente. Lo so, dopo vi muoveste. Provaste a cercarla scoprendo che non avevate la minima idea di chi lei frequentasse a New York e a Londra. Non saprai mai cosa è accaduto in quel lasso di tempo prima che decidesse di confondersi con i gabbiani della scogliera. Piangi, non fai altro da giorni. Perché l’ha fatto?
E anche tu, Lizbeth, sei stata investita da questo dramma in tutta la sua intensità, con il peso ulteriore di doverti confrontare con stampa, fotografi, ispettori di polizia. E impresari insensibili. Lo so amica mia, era più bello, faticoso ma più bello quando giravate il mondo con Zephir.  
-        Voglio parlare con Zeph, Lizbeth. Non può fare così, ho già anticipato i soldi per il tour in Europa e in Australia. Dov’è, maledizione? –
 -        Albert, non so cosa dirti. E’ sparito. Non lo vedo e non lo sento da tre mesi, non ho sue notizie. –
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“Non canterò più Liz”.  Non hai più un lavoro Liz.   
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Non te l’ho detto che ero alta un metro e settantasette? Io sono morta, ma in piedi, con la mia statura. Tu sei a un passo dal fare la mia fine, ma da perdente. Pensa a come sei ridotto. Eccola lì, la brown sugar assieme a una siringa. Devi solo cominciare ad assumerla. Continui a guardare quella polverina bruna, rassicurante, schifosa. E Lizbeth non se ne va, ti parla di qualcosa, ti investe, ti incalza. E ti dice che oggi ha incontrato Albert, che ha provato a coprirti e a prendere tempo, e che Albert ti vuole citare in giudizio, che ti prosciugherà il conto in banca. Ti scuote, ti dice che devi farti la doccia perché puzzi come un cavallo, che devi tagliare la barba incolta, che devi tornare a uscire e a incontrare gente. Vuole che torni a comporre e a cantare. Non canterai più, glielo hai detto, non ti ascolta. La polvere ti guarda. Lizbeth ti guarda. E si alza, perché ha sete e… ops! La scema inciampa sul tavolino e tutta la polvere bruna cade a terra. Ti chiede scusa ma lo sai, così o in qualche altro modo non te la farà iniettare, e per controllarti dormirà sul divano in sala. Non ha capito che non hai più bisogno di lei, che non ha più un lavoro. Ti dice che ha un archivio dove tiene alcune lettere di tuoi fans che ha deciso di non cestinare, come se a te importasse ancora qualcosa. Ti consiglia di leggere una lettera di un qualsiasi uomo, un nero, ma perché mai? E’ determinata, vuole che la leggi, ma tu hai altri dolori, i tuoi, un lutto da elaborare. Ricordi? Non te ne frega un cazzo degli altri! E che fa la scema, che quando la chiami così sei odioso? Mette quella lettera sullo scrittorio, sotto al tuo fermacarte preferito insieme all’accendino d’argento che ti aveva regalato e al biglietto da visita di uno psicologo. Ora mi fai davvero pena, Zephir: ti vedo prendere la lettera e il biglietto da visita e platealmente li metti in fondo a un cassetto salvando solo l’accendino.
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Sono passati dieci anni da allora, Zephir. Non sei più quello che il mondo conosceva. Hai trovato il coraggio di affrontare la verità, di curarti. Perfino di leggere le vecchie lettere. Oggi ti è passata tra le mani proprio quella che avevi gettato in fondo al cassetto una vita fa. Finalmente! Tutto sta per cambiare. L’hai letta e chiusa. Hai le lacrime agli occhi. Decidi all’istante che presto ci incontreremo. Sono tranquilla, doveva accadere dieci anni fa, in occasione del tuo concerto in Sudafrica ma non è stato possibile. Eppure era destino che accadesse. Certo, in vita sarei stata elettrizzata, altro che tranquilla! Forse però, perché ci incontrassimo, da qualche parte era scritto che prima avresti dovuto scalare il tuo Calvario, e io vivere la mia protesta. Che affascinante nome artistico che ti sei dato, quello di un vento, lo zefiro, un vento mite che soffia in primavera. E invece sei stato tempesta, forse facevi bene a mantenere il tuo vero nome. John non era abbastanza attrattivo? Era quello che aveva scelto per te tua madre, non era poi così male. Già: tua madre… 
Prima di leggere la lettera non sapevi nulla di me e papà, di ciò che ci accadde quando venisti dieci anni fa a Johannesburg per cantare. Prima di oggi ancora non sapevi che condividiamo un dolore che ci riunisce in un abbraccio, che abbiamo in comune il peso di essere figli, genitori, persone che sbagliano. Sei un rocker statunitense, il grande Zephir Hale Dillard, cosa può legarti a una famiglia sudafricana, di pelle nera?
Ti vedo a leggere e rileggere quella lettera e sei confuso. Cerchi di capire qualcosa dell’uomo che l’ha scritta, coi pochi indizi a cui poter guardare. La busta è di una tonalità di grigio delicato e il francobollo è stato attaccato perfettamente allineato sui bordi. L’indirizzo è scritto a penna, con quella bella calligrafia che possiedono le persone ordinate e di cultura. La carta da lettere invece stride con la raffinatezza della busta, sono tre volantini pubblicitari, sgualciti. Sono depliants di detersivi, di una concessionaria di auto, di cibo per cani, e dietro a questi, nella parte bianca dei fogli, una fitta scrittura. E poi ti soffermi sul contenuto, c’è scritto tanto, anche di quel tuo concerto, di una busta di plastica e di un fazzoletto. Smettila di leggerla, ormai la conosci a memoria. Si avvicina il tuo momento di incontrarci e rimediare.
 
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-        Tesoro mio, domani sarà un giorno speciale, ci sta per raggiungere un amico, ti piacerà. Domani qui nell’Avalon Cemetery avverrà un miracolo. –
Lo so, papà, da qui in cielo so tutto. Vedo la tua schiena finalmente dritta, e un po’ sorridi così come da anni non ti accadeva più.
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Zephir ascoltami, oggi è un giorno così speciale! Sono trascorsi dieci anni ma in cielo non esiste il tempo, ciò che osservo è un unico e universale disegno di cui conosco la logica. Per te è diverso, lo so. Non eri mai tornato in Sudafrica, e forse non ci sei mai davvero stato. Non penserai mica che la mia terra sia solo un aeroporto, un albergo e lo stadio dei tuoi concerti, vero?
Ne sono successe di cose, Zephir. Ti vedo seduto nella hall dell’hotel che ripensi per l’ennesima volta al tuo percorso interiore, a come hai ripreso la tua vita fra le mani cercando, con immensa difficoltà, di mitigare i tuoi sensi di colpa coi quali ancora comunque convivi.
Ed eccoti lì, sei un uomo nuovo, e non solo per il fatto di trovarti finalmente pulito e sbarbato. Hai ripreso a esibirti in pubblico, a calcare la scena. A comporre e a cantare. Il tuo look è cambiato, sali sul palco con gli stessi vestiti con cui ti vesti ogni mattina. Le nuove canzoni sono acustiche, minimaliste, diverse da quelle che componevi una vita fa, quando Alison era in vita, un’altra vita. E nei cartelloni non compari più come Zephir, ora sei John Hale Dillard. Hai ancora un zoccolo duro di fan, quasi tutti nuovi, e non riempi più gli stadi ma i teatri sì. Pensi a quando cantavi la violenza, la solitudine, la cattiveria e un Dio catalizzatore di tutto questo, che commercialmente funzionava meglio. Ora scrivi dell’amore e della misericordia. È la conseguenza, ci sei giunto dopo che Lizbeth ti ha convinto a rivolgerti a uno psicoterapeuta.
 -        Dottore, lì in basso, nelle secche della mente, so già cosa troverò: incontrerò i miei mostri - 
-        E’ questo che vuole trovarci? –
E’ allora che sei sceso nei bassifondi della tua anima per conoscere il dolore, scavando fango nelle fondamenta e, raggiunto il fondo, scoprire che si può ancora dissotterrare il peggio. Eri un artista “Post Romantic Drama” e quello era il tuo stile, cos’altro ti aspettavi di trovare? No, non ballerine con la falce o i violini insanguinati, non i demoni che cantavi nei tuoi pezzi, ma le persone per quello che sono. Trovasti te stesso, insieme a tanti altri che non avevi mai veramente incontrato.
A tre anni eri stato parcheggiato in un collegio religioso, te ne eri dimenticato, le suore non ti facevano giocare e mamma non c’era mai, era presa col divorzio da un padre che non avevi mai conosciuto, avevi rimosso tutto. E poi scavando trovasti altro: a sette anni, nel giorno dell’incontro coi genitori in colonia eri l’unico bambino solo, disperato. Ricordasti uno zio Arthur che faceva sempre ridere mamma, col quale passavate tante ore assieme prima che sparisse dalla vostra vita. E poi le assurde percosse, ceffoni che volavano perché ascoltavi alla radio “Il Trillo del Diavolo” di Giuseppe Tartini invece che il Messiah di Handel. O quando, per un sogno adolescente, per la prima volta ti risvegliasti, sorpreso e preoccupato, sporco del tuo seme, e ceffoni perché eri sporcaccione, ti era successo perché non pregavi abbastanza. Eh sì! Nessuno è perfetto, nemmeno tua madre. Solo in quel momento di piena coscienza, nelle paludi della memoria dimenticata, hai potuto veramente comprendere perché avevi cambiato il tuo nome prendendo a scusa l’esigenza artistica, realizzando al contempo come mai non avresti potuto fare a meno né di uno spinello, né di un Dio da incolpare. Proprio laggiù, nel posto più nauseante del tuo peggior incubo, hai guardato tua madre negli occhi liberandola con il perdono. Il tuo primo gesto di amore.
E scavando ancora più in basso, ti aspettava Alison. Ma stavolta eri tu a mollarle ceffoni, quelli con cui sfogavi la tua frustrazione vigliacca, ricordi? Quando ti rendevi conto di aver dimenticato il suo compleanno perché eri in tournée, o dopo l’ennesima lite con Kimberly. Hai finto di non vedere i suoi tic nervosi, i mal di testa, la poca voglia di studiare. Ciò che importava per te erano la sala d’incisione e le tue maledette canzoni. E poi ancora a fumare hashish assieme, non chiederle chi fosse Demian… Difficile essere genitore, ti porterai dietro sempre i tuoi fantasmi.
Ma liberasti anche lei, intuendo che mancava uno scavo, l’ultimo doloroso step. Chi altri avresti potuto trovare ancora più a fondo, lì dove le unghie nere si consumano e sanguinano? Mai avresti immaginato dove ti avrebbe portato questo tuo lungo viaggio: hai infine riportato alla luce Dio. Quello che nominavi invano, a cui attribuivi ogni tua e altrui colpa. Eppure lui non disse nulla: semplicemente, ti guardò con infinito amore.
Quando risalisti alla luce, c’era lei ad attenderti, lei e nessun’altra. Era l’amica che comprava il regalo di compleanno di Alison perché te ne dimenticavi, quella che ti impediva di perderti con la droga e ti copriva per le mancanze contrattuali, accudendoti oltre al suo compito stipendiato.
Ne sono passati di anni e quel percorso sei riuscito a terminarlo. Ora Lizbeth è qui seduta nella hall con te, sta leggendo e centellinando un articolo uscito sul vostro concerto a Indianapolis di tre mesi fa. La guardi e ancora non riesci a crederci. Quando hai toccato il fondo ti è restata vicino, da salariata si è prima licenziata e poi è stata l’unica, vera amica finché sei crollato, travolto dal dolore, sul suo seno, sulle sue gambe. Quelli che oggi ricordi come i luoghi sacri dove hai pianto di più. E ti ha anche sposato quando ormai eri sul lastrico. Ha studiato il violoncello, ora salite assieme sul palco, tu canti e lei suona.
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Lizbeth è con te anche ora, domattina conoscerete papà e me. Fino a quattro mesi fa non sapevi nulla di noi, fino a quando non hai trovato nel cassetto quella lettera dimenticata, quella che Liz voleva farti leggere nove anni prima. Non era la lettera di un qualsiasi fan. Papà al tempo era un insegnante di storia in classi di soli studenti neri. Eravamo una famiglia fortunata ad avere uno stile di vita dignitoso, in Sudafrica, per essere scimmie. Ti scrisse di aver saputo dalla stampa che Alison era morta. Anche io non c’ero più. Scopristi che avevo partecipato alle proteste dei giovani studenti contro la politica segregazionista del partito degli Afrikaner nazionalisti, al governo in Sudafrica. Durante le proteste studentesche, represse duramente, fui tra le prime a soccombere alla dura reazione della polizia bianca. Accadde due giorni dopo il tuo concerto, Zephir. Ti chiederai cosa c’entri tu. Ora te lo spiego, anche se non mi puoi ascoltare. Anche se ci sei arrivato da solo.
Papà nella lettera ti raccontò di un suo cruccio, di un qualcosa che non riusciva a perdonarsi. Mi aveva promesso già un anno prima che saremmo andati assieme a una tua esibizione, ero elettrizzata. Quando poi pubblicizzasti il tuo concerto a Johannesburg lui cambiò idea. Ricordo quando provò a dissuadermi, a convincermi.
 -        E’ un concerto per bianchi, cara. Non sembra una buona idea, non in questo momento. Lo vedremo un’altra volta. –
Non lo ascoltai, ero determinata. Due giorni prima che tutto accadesse, con già i biglietti per il tuo concerto a Johannesburg, ci siamo presentati all’ingresso dello Stadium dove siamo stati perquisiti. Papà si accorse che il controllore bianco, svelto di mano, gli aveva sottratto i biglietti. Provò a fargli presente che “per errore” li aveva “sequestrati”, che non erano armi. Ricevette un pugno in faccia, uno solo, e uno sguardo di sfida. Al controllore si avvicinarono altri suoi colleghi, sorridenti e sornioni. Dissero che le scimmie non potevano andare a un concerto rock, ma che per me avrebbero fatto una eccezione. Gli dissero di lasciarmi a loro, di fidarsi, che mi avrebbero fatta entrare dalla porta di servizio e fatto conoscere personalmente te. Per convincerlo, uno di loro gli porse anche un fazzoletto per asciugarsi il sangue che gli colava dal naso. Lui chiese scusa al controllore, ai suoi amici, al mondo intero, incurvò la schiena, mi prese per mano e tornammo a casa. Io piangevo tanto per il mancato concerto e di più per la vergogna di essere figlia di un pavido.
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E tu Zeph? Ti ho detto, vero, che forse quel concerto non avresti dovuto tenerlo? Molti cantanti e musicisti, unitisi nella Artist United Against Apartheid [1], ti chiesero di annullare l’esibizione in Sudafrica e di interpretare con loro un brano musicale di denuncia contro l’apartheid. Rifiutasti, eri poco sensibile alla problematica. Il fatto poi che per quella “fatwa artistica” in Sudafrica c’era penuria di concerti rock ti avrebbe garantito un pienone. Non ti eri mai chiesto veramente cosa accadesse nelle vite di chi veniva ad ascoltarti. Non hai fatto caso, perché il palco era illuminato e il pubblico in ombra, che non c’erano neri ad ascoltarti, se non le maestranze. Quello che accadde a me, per la rabbia suscitata, mi aveva caricata come una molla. Non so dirti se senza questo sentimento avrei partecipato alle proteste degli studenti quel giorno in cui ho perso la vita. Forse sì, era una questione di principio. O forse, se tu non fossi venuto rispettando il nostro popolo che era sotto giogo, io non avrei patito un’umiliazione personale e familiare così forte e sarei ancora viva.
Strano, per come conosco papà, che ti abbia raccontato nella lettera cosa accadde a lui. E’ molto riservato. Ti scrisse che si presentò sul posto di lavoro, per insegnare ai ragazzi. Si, te l’ho già detto, era insegnante. Quando si accorse che in classe c’erano solamente quattro dei sessanta ragazzi e ragazze capì che stava accadendo qualcosa fuori dal controllo, dal suo controllo. Lui pensa sempre a me, ha pensato a me, al mio carattere ribelle, alla mia rabbia che dopo due giorni non smontava e immediatamente comprese: si mise allora a correre verso l’inferno, da dove avrebbe dovuto allontanarsi, in direzione delle camionette che affrontavano la protesta giovanile. Mi trovò ormai colpita al cuore, con un fiore rosso e tragico sulla mia camicetta bianca. Mi prese in braccio, non pianse, non l’ho mai visto piangere “fuori”. Con un passo lento, seguito da alcune donne che in silenzio si accodarono in una tragica processione, mi portò a casa, fece tre chilometri a piedi col fardello del mio corpo. Pensò di spogliarmi, lavare le ferite e farmi indossare il mio vestito preferito, dei jeans americani che erano costati mezzo stipendio da insegnante e che avevo messo per la prima volta venendo allo Stadium per il tuo concerto. E poi, invece, non se la sentì. Non voleva vedermi nuda, non voleva conoscere il mio sesso, ero la sua bambina. Lui, uomo razionale, decise per la tradizione di stirpe. Chiamò una sua zia e l’incaricò di svestirmi, togliermi i segni della violenza, ricompormi e predisporre i “Canti della Morte” per i due giorni rituali. Non che me ne fregasse molto in quel momento, ma la zia non mi mise quei jeans a cui tenevo tanto.  
Il dolore gli fece abbandonare l’insegnamento e s’improvvisò come freelance per dei reportage sulla condizione dei neri in Sudafrica. Per questo passò i suoi guai, ma continuò a scrivere dal carcere dove era stato ristretto per attività sovversiva. La busta e il francobollo, così belli, gli erano costati un pacchetto di sigarette, la sua spettanza mensile. I volantini su cui scrisse la lettera li portò il vento.  
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Decidesti di conoscere molto di più di lui, cominciasti a informarti sul suo destino. Hai così saputo che, scontati due anni, fu contattato dalla redazione di un quotidiano italiano e si trasferì a Roma, dove tuttora lavora. E’ diventata la miglior penna di quel giornale e ha scritto anche tre libri dedicati a Stephen Biko e al sangue del popolo.
E’ questa la sua statura, quella immensa di indagare, documentare e di non usare la violenza, ero troppo giovane per capire quanto fosse grande coi i suoi principi, e ora posso dirti che sono orgogliosa di papà, della sua statura.
Quando tu, Zeph, hai contattato i suoi colleghi di lavoro ti è stato raccontato di un uomo di incredibili capacità giornalistiche e d’istinto investigativo notevole, estremamente intelligente ma dal raro sorriso malinconico e incurvato dal dolore. Ricordi? Nella lunga lettera parlava anche di un fazzoletto bianco con uno sbaffo di rossetto che aveva asciugato le mie lacrime due sere prima della strage di Soweto, per il concerto mancato, perché non avevo accettato il suo comportamento, quello di chi non si era ribellato all’ingiustizia. Ogni sera lo estraeva da un busta di plastica, ne coglieva il profumo che ormai esisteva solamente nella sua mente e si addormentava, il mattino lo ripiegava perfettamente riponendolo nella busta di plastica per ritrovarlo la sera successiva. Su quel rituale aveva scritto una struggente, bellissima poesia che dedicava a me e a Alison.
Quando leggesti quella lettera avevi già pronte le canzoni del nuovo album, lo so, il primo da quando Alison se n’era andata. Hai scritto di getto una canzone usando le parole della poesia di papà. Una canzone che inserirai nel tuo nuovo disco, sarà un lavoro un po’ più lungo, il nuovo formato CD lo permette, saranno contenti i tuoi fans.  
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Eccovi qui, papà. Mi sembra un sogno, sono così commossa. Vederti qui di fronte con Zephir e Lizbeth mi toglie il respiro. Anzi, me lo toglierebbe se lo avessi. Voi guardate in basso, lì dove la terra contiene le mie ossa, lo capisco. Ma io sono quassù, ho una visuale migliore. E da qui vi vedo bellissimi. La giornata è tersa, non fa freddo sebbene da voi sia inverno. Quello che sta succedendo è un fatto moderno, tutto sommato è una vittoria in battaglia, un incontro tra diverse razze, un abbraccio ecumenico. Un inizio. Niente di speciale e tutto incredibile: un concerto musicale privato, qualcosa di mai visto in un cimitero. Liz col violoncello, Zeph a cantare, tu spettatore in prima fila. Non ci sono giornalisti, nessun fan, solo qualche curioso sorpreso. E siete lì davanti alla mia lapide, con la vostra arte, coi vostri doni: papà ha portato il mio fazzoletto con lo sbaffo di rossetto e il profumo svanito, e l’ha steso sull’erba; Zeph ha poggiato sul marmo il suo nuovo CD in anteprima; Lizbeth tiene sul cuore “la lettera dimenticata”. Loro stanno suonando e cantando il nuovo brano, quello con le parole della tua poesia trasformate in musica, la canzone che Zeph ha scritto di getto dopo aver letto la lettera. Non lo sapevi che l’aveva composta, a giorni la nuova canzone sarà trasmessa su tutte le radio e diventerà un simbolo contro l’apartheid, anche questo è un inizio. Li ascolti cantare e suonare, riconoscente, ma hai occhi solamente per la foto sulla lapide, e se ti sembra che in quella fotografia io sorrida forse è vero. Sei commosso e felice, il tuo sguardo è finalmente sereno, consolato, quello di un padre che ha mantenuto la promessa alla figlia di farla assistere al concerto del grande Zephir Hale Dillard.
 
Grazie Zeph e Liz. Grazie papà.
 
Titolo di prima pagina del Cape Argus, 16 giugno 1976 [2].
Soweto la rivolta degli alunni – Sei morti. “La situazione è davvero brutta” dice il capo della polizia.




[1] Fatto storico, anche se databile più avanti rispetto ai fatti storici raccontati. Facevano parte di quel supergruppo Bob Dylan, Ringo Starr, Lou Reed, Peter Gabriel, Bob Geldof, U2, Keith Richards e incisero un brano di protesta intitolato 'Sun City' dove, nel testo, veniva ribadito il concetto che, per combattere l'apartheid, gli artisti non avrebbero suonato in Sudafrica.
[2] Titolo originale del periodo, comparso sul quotidiano favorevole all’apartheid e che sminuiva il numero dei morti. Al termine dei dieci giorni di proteste i giovani uccisi saranno più di 500 e i feriti più di un migliaio. Penso sia anche corretto, onesto, dire che assieme agli studenti di colore, dopo i primi giorni, cominciarono a protestare solidali anche molti studenti sudafricani bianchi. Nei giovani c'è speranza. 



Ultima modifica di digitoergosum il Lun Mar 29, 2021 4:07 pm - modificato 3 volte.

2La lettera dimenticata Empty Re: La lettera dimenticata Lun Mar 29, 2021 11:16 am

Petunia

Petunia
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
Ciao Digito.

È una storia intensa quella che ci hai regalato. 
Non ti nascondo che sono fra quelle persone che non avevano memoria di questi fatti. Quindi trovo ottima la scelta di riportare l’attenzione su questo episodio. Il Sudafrica, l’odio razziale, la cecità.

Il racconto è denso e offre tanti spunti per riflettere che affondano le dita su tanti aspetti.
I valori, il ruolo dei social, la solitudine, l’incapacità di crescere e l’incapacità di dare e ricevere amore.
Il mondo delle apparenze e le verità interiori.

La tua scrittura ė “alta” . Denota una grande passione e l’estrema cura nella ricerca della parola. 
In questa lunga e commovente lettera, si percepisce il grande lavoro di ricerca che hai fatto.
Un lavoro che di sicuro ti ha coinvolto anche psicologicamente. E vedere il mondo con gli occhi di una adolescente non è una impresa così facile.

Complimenti sinceri🌸🌼


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Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
D.Buzzati 

3La lettera dimenticata Empty Re: La lettera dimenticata Lun Mar 29, 2021 3:35 pm

digitoergosum

digitoergosum
Younglings
Younglings
Ciao Petunia. Si, c'è tanta carne al fuoco in questo racconto che si è scritto da solo. Dicendo che si è scritto da solo non intendo che non ci abbia lavorato, e anche molto. Ma ero partito da tutt'altra idea, avevo in mente altre cose e nel proseguo è venuto questo. Non era previsto in seconda persona, prima volta che la uso per un racconto. E poi ho lavorato molto a rendere credibile la voce di una adolescente peraltro appartenente a una diversa cultura. Ho presupposto che scrivendo dall'aldilà potesse conoscere tutto, riuscisse a esprimersi con un linguaggio più adulto ma nel contempo volevo che l'entusiasmo della sua età e anche qualche ingenuità permanessero. Mi piace pensare che Rebecca, da lassù, in qualche modo si sia impossessata della mia penna perché raccontasse lei qualcosa che non deve essere dimenticato, una pagina di storia che squalifica l'uomo. Grazie per il tuo intervento "alto".

4La lettera dimenticata Empty Re: La lettera dimenticata Gio Apr 01, 2021 4:00 pm

gdiluna

gdiluna
Viandante
Viandante
La prima volta l'ho letto d'un fiato, come vedessi un film a velocità leggermente accelerata (e un bella sceneggiatura sicuramente se ne potrebbe trarre), che anche se non avessi avuto la curiosità di "vedere come andava a finire", non sarei riuscito a fermarmi. Poi l'ho riletto lentamente per gustarne la scrittura. In questa seconda lettura da professorino presuntuoso avrei avrei proposto di tagliare qualche dettaglio meno significativo, perché sulla scrittura davvero niente da dire.
Ho apprezzato il ripetuto sottolineare della condizione "privilegiata" di Rebecca, mi ha spinto a ricordare che la condizione abituale dei sudafricani neri era molto più difficile.
Un thriller delle emozioni su un paesaggio storico da ricordare.

https://parolemiti.net/

5La lettera dimenticata Empty Re: La lettera dimenticata Gio Apr 01, 2021 8:28 pm

digitoergosum

digitoergosum
Younglings
Younglings
@gdiluna ha scritto:La prima volta l'ho letto d'un fiato, come vedessi un film a velocità leggermente accelerata (e un bella sceneggiatura sicuramente se ne potrebbe trarre), che anche se non avessi avuto la curiosità di "vedere come andava a finire", non sarei riuscito a fermarmi. Poi l'ho riletto lentamente per gustarne la scrittura. In questa seconda lettura da professorino presuntuoso avrei avrei proposto di tagliare qualche dettaglio meno significativo, perché sulla scrittura davvero niente da dire.
Ho apprezzato il ripetuto sottolineare della condizione "privilegiata" di Rebecca, mi ha spinto a ricordare che la condizione abituale dei sudafricani neri era molto più difficile.
Un thriller delle emozioni su un paesaggio storico da ricordare.

Ti ringrazio di avermi letto. Data la lunghezza, un po' superiore agli standards di questa pagina, pensavo che questo racconto potesse passare in sordina. Hai avuto la pazienza di arrivare in fondo, anzi, l'urgenza di finirlo, a leggere il tuo commento. E' la mia soddisfazione di aver saputo coinvolgerti in questo testo che soprattutto ha coinvolto me nel scriverlo. A rileggerci. 

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