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Staffetta 1 - Episodio 5

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Messaggio Da Claudio Bezzi Mer Lug 03, 2024 9:29 am

Episodio 1 [Mark o’Knee]
L’estate aveva ormai fatto il suo inchino, lasciando la scena all’autunno e a una lunga serie di giornate grigie e piovose. Poi era tornato il sereno e la spiaggia, quella mattina, si era svegliata con la giusta atmosfera: un’aria stemperata in colori tenui; un gradevole profumo di alberi e salmastro; un silenzio nel quale le orecchie potevano riposarsi dopo il pieno di grida, giochi e chiacchiericci estivi.
La sabbia stessa sembrava essersi rassettata, ricomposta. Dopo il calpestio disordinato di passi, corse, salti di bambini, uomini e cani che generavano dune e avvallamenti innaturali, aveva pian piano ripreso le sue forme.
Franco restò ancora un po’ seduto sul confine erboso fra la pineta e la spiaggia, a respirare gli ultimi vapori di umidità notturna che si stavano disperdendo sotto i raggi del sole filtrati dal fitto dei rami.
È proprio questa, la mia oasi.
Un’oasi sognata e cercata per lungo tempo, negli anni in cui la routine giornaliera – alzarsi da letto, andare al lavoro, incontrare i colleghi, sbrigare le pratiche con il solo pensiero dell’ora di uscita – era diventata un incubo, una tortura, un dolore fisico e mentale.
Ed era riuscito a dire basta; a dare un taglio netto a quel poco che ancora restava da tagliare. A licenziarsi e trasferirsi in quel paesino a due passi dal mare nel quale si era imbattuto durante una breve vacanza.
Solo di una cosa avrebbe confessato il rimpianto: la pausa di metà mattina, il momento in cui lasciava l’ufficio per andare a prendere un caffè al bar all’angolo; il momento in cui il sorriso di Luana – la giovane barista – gli restituiva un breve lampo di serenità. Bastavano quattro parole banali scambiate con lei, un incrocio di sguardi un po’ complici (e forse anche interessati: dopotutto, lui era solo un cliente) ed era come fare il pieno di energia e, soprattutto, di umanità per arrivare fino a sera.
Accantonò il pensiero e si tolse scarpe e calze. Arrotolò i jeans fin quasi alle ginocchia e poggiò i piedi sulla sabbia, ricevendo in cambio un piacevole senso di fresco che si propagò con un brivido leggero per tutto il corpo.
Prese lo zaino, lo posò fra le gambe e cominciò a estrarre i pezzi dell’attrezzatura. Ormai era diventato esperto, e in quattro e quattr’otto il cercametalli era montato.
Indossò le cuffie e spinse il pulsante di accensione. Un breve ronzio, prima tenue e poi sempre più acuto, gli confermò che l’apparecchio era pronto. Condivise il bluetooth anche col cellulare e, sulle note di Walk of life, Franco cominciò a camminare sul leggero declivio della spiaggia, fra mare e pineta, oscillando l’asta a destra e sinistra in lenti segmenti ad arco a pochi centimetri dalla sabbia.
Non era certo la speranza di imbattersi in qualcosa di prezioso, a guidarlo, quanto piuttosto la voglia di prendersi una pausa dal lavoro in officina – auto, moto, trattori, quasi tutta roba del secolo passato – e godersi la pace del mare autunnale.
Passo dopo passo, il soffio del vento e il mormorio delle onde si infilavano nelle orecchie, insinuandosi sotto i padiglioni delle cuffie e creando un effetto-conchiglia che si mischiava alla musica.
Situazione ideale per dare il via ai ricordi.
Conosceva il paese, ma viverci era tutta un’altra storia rispetto a passarci un paio di settimane. Per giorni aveva girato in lungo e in largo, chiesto a quasi ogni abitante se avevano un buco da dargli in affitto o se magari conoscevano qualcuno… Niente da fare.
Poi, si era ritrovato davanti all’ingresso di un’officina, una di quelle con le pareti dipinte per tre quarti di azzurro e un quarto di bianco, fitte di schizzi e macchie d’olio e appena visibili dietro carcasse di macchine accatastate; una di quelle con un calendario appeso a ogni gancio, fermo al mese di marzo di quattro o cinque anni prima, tanto, non è certo importante la data quanto il prorompente seno nudo di una bellezza in tuta con la zip aperta fino al pube; una di quelle con l’unico meccanico sempre sdraiato sotto un’auto di una ventina d’anni che lascia intravedere solo i polpacci rivestiti di blu e le suole consunte di un paio di scarpe da lavoro.
Episodio 1 [Albemasia]
Attratto da quel luogo, Franco non aveva potuto fare a meno di entrare. Appena varcata la soglia, era stato investito da un miscuglio di odori, quello dell’olio motore misto a un sentore di carburante e copertoni consumati, che lo aveva riportato indietro negli anni, a quando da ragazzo, durante le vacanze estive, lavoricchiava come garzone nell’officina dello zio Ernesto.
«Salve, ha bisogno?»
Franco, perso nei ricordi evocati da quelle esalazioni, non si era accorto che l’uomo al lavoro sotto la macchina era scivolato fuori, svelando una figura corpulenta sopra il paio di gambe rivestite di tela blu. Il meccanico, un uomo brizzolato di mezz’età dalla figura imponente, stava ripulendosi le mani dal grasso in uno straccetto logoro, ma lo sguardo interrogativo sotto le folte sopracciglia era benevolo e la voce profonda aveva un tono gentile.
«Salve», aveva risposto Franco con un cenno della mano «Veramente mi domandavo…»
L’omone in tuta blu si era avvicinato di qualche passo, l’aria interrogativa nel volto largo.
«Sto cercando casa. E un lavoro…» aveva confessato Franco tutto d’un fiato, come se il viso dell’altro non gli lasciasse altra scelta che essere sincero.
Ancora adesso, al pensiero di quel pomeriggio d’estate di due anni prima, a Franco scappò un sorriso. Quell’incontro aveva rappresentato la vera svolta della sua esistenza. Sì, perché Domenico, che si era presentato come il titolare dell’officina, non si era limitato a stringergli la mano, ma aveva lanciato un’occhiata al vecchio orologio da parete e aveva deciso che era l’ora di tirare giù la saracinesca e di condividere con lui un bicchiere di rosso nell’osteria di fronte.
Così, tra un bicchiere di vino e l’altro, gli aveva rivelato che stava giusto cercando un aiuto per le riparazioni e che era disposto a metterlo alla prova. Quanto a un posto per dormire non c’era problema; se si accontentava, proprio sopra l’officina c’era un minuscolo appartamento rimasto vuoto da anni.
Non ci era voluto molto a Franco per convincersi che valeva la pena afferrare al volo il gancio che Domenico gli stava lanciando e così fece. Nel giro di pochi giorni aveva dunque trovato un nuovo posto dove vivere, un letto in cui dormire e un lavoro. Una tale fortuna aveva dell’incredibile perfino per lui, che si era sempre considerato un inguaribile ottimista.
Certo, lo stipendio non aveva niente a che vedere con quello che era abituato a vedersi bonificato ogni mese col vecchio impiego, ma del resto era consapevole del fatto che la scelta di cambiare vita avrebbe inevitabilmente comportato dei profondi mutamenti anche negli standard abituali. Compresa quella fitta che provava ogni volta che ripensava al sorriso della giovane barista.
Mentre la mente vagava, improvvisamente la sua attenzione fu catturata dal metal detector che stava facendo oscillare sopra la sabbia ormai da una buona mezz’ora. Passando su una duna ricoperta da una rada vegetazione, il suono dello strumento si era fatto acuto. Franco si arrestò: ormai aveva l’orecchio allenato e quel suono così alto poteva significare solo una cosa e cioè che lì sotto si nascondeva un oggetto di rame, di bronzo o magari addirittura d’argento.
Posò il cercametalli a terra ed estrasse dallo zaino una piccola pala. Cominciò così a scavare nel punto dove l’apparecchio si era messo a suonare.  La sua curiosità si faceva sempre più accesa, finché gli parve di intravedere qualcosa di piatto e rotondo, non molto grande.
“Una vecchia moneta”, pensò, ma quando la prese in mano si accorse che sul bordo aveva un occhiello.
“Una medaglia!”.
 Si rigirò tra le dita il piccolo oggetto che, nonostante l’ossidazione, su una facciata lasciava intravedere l’immagine di profilo di un soldato con l’elmetto. La scritta sul retro invece era illeggibile, proprio a causa delle cattive condizioni del metallo.
Franco, allora, sfregò la medaglia ossidata con un lembo del vecchio giaccone, finché finalmente riuscì a leggere quanto vi era stato inciso: “Coniata con il bronzo nemico 1915 – 1918”.
Il cuore ebbe un tuffo per l’emozione: era la prima volta che Franco teneva fra le mani un reperto della Prima Guerra Mondiale. 
Episodio 3 [CharAznable]
Se ne rese conto qualche mese dopo essersi trasferito nel piccolo appartamento sopra l’officina. Non sapeva ancora bene né come, né quando e soprattutto perché, ma di una cosa Franco era sicuro: gli oggetti gli parlavano. Oddio, non erano vere parole quelle che percepiva, però riusciva a visualizzare storie legate agli oggetti e a chi li aveva vissuti. 
Il tutto era cominciato con un vecchio accendino ritrovato in uno dei cassetti della cucina. Una sera si accomodò nella stanza che volge verso sud, dalle cui finestre si può intravedere il mare, anche se seminascosto dal palazzo di fronte. Voleva godersi un buon sigaro. Aveva appena ritirato lo stipendio dalle mani di Domenico e, tornando verso casa, si era fermato dal tabaccaio della piazza per acquistare un toscano da fumare con calma dopo cena, così come per festeggiare la piega che aveva preso la sua nuova vita. Non appena azionò il meccanismo vide due ragazzi intenti in una discussione, lui sembrava molto agitato, il viso di lei era invece triste e pieno di lacrime. Fu un lampo, un’immagine o forse più una sensazione. L’accendino gli cadde dalle mani e si ritrovò solo nella stanza.
Quella notte non riuscì a dormire. Le immagini erano rimaste impresse nella sua mente, così vivide e vere. Cosa era accaduto? 
Il giorno seguente chiese a Domenico chi fossero i precedenti abitanti di quel piccolo appartamento. 
“Prima ci abitava, assieme alla moglie, un ragazzo che lavorava in officina. Ma quando ho scoperto che la maltrattava gli ho chiesto di trovarsi un nuovo lavoro e un nuovo alloggio” rispose il suo capo, dando così risposta ai dubbi di Franco. Quelli che aveva visto erano i due ragazzi che abitavano in quella casa prima di lui. 
In pochi giorni lo stupore si trasformò in curiosità. Provò a ricreare la stessa situazione tenendo in mano altri oggetti trovati per casa o in officina e, in alcune occasioni, era riuscito a ricevere quei messaggi visivi. Voleva però sfruttare al meglio quel “dono”, la possibilità di ricevere delle storie direttamente dagli oggetti che le avevano vissute. Una festa per un curioso come lui. Molto meglio della televisione.
Gli tornarono allora alla mente i racconti di suo zio Ernesto, il fratello di sua madre, che girava per le colline della Romagna, lungo la linea gotica, cercando vecchi reperti di guerra armato del suo fedele cercametalli. L’aveva sempre considerato un tipo un po’ eccentrico. Ora invece pensò che quell’arnese faceva proprio al caso suo. Si procurò l’attrezzatura e si mise al lavoro alla ricerca di storie. 
Gli oggetti che trovava erano comuni, di uso quotidiano. Le storie che li accompagnavano invece non erano mai banali, piccoli estratti di vita.
Tornando verso casa osservava la medaglia che aveva trovato. Cosa gli avrebbe raccontato questo vecchio cimelio?
Episodio 4 [Susanna]
Non gli raccontò nulla. Forse era passata per troppe mani, che ne avevano cancellato i ricordi. O forse era solo ciarpame.
Se la mise in tasca, giocherellandoci mentre tornava alla bici: una volta ripulita bene, avrebbe cercato in rete, forse valeva qualcosa. Mah, più facile che finisse nel cassetto del disordine o trasformata in portachiavi.
A un tratto la sentì intiepidirsi e gli arrivarono non immagini, ma profumi, così intensi da coprire l’odore del salmastro: lavanda, limone, un vago aroma di tabacco.
Pochi secondi, un inizio.
Per tornare in paese decise di seguire la strada che passava da una collinetta. Nell’ultimo tratto, su un lato, era costeggiata da un muro di mattoni, intervallato da pannelli di ferro battuto: le fronde di alcuni grandi alberi del giardino ombreggiavano la strada, mentre oltre i pannelli, in parte celata da folti cespugli, si intravedeva una villa antica.
Più avanti vide una donna che trafficava con la maniglia del cancello d’ingresso:
«Serve aiuto?»
«Magari! La maniglia si è bloccata, come al solito.»
Franco risolse il problema in pochi minuti, ma la serratura andava oliata e lui poteva tornare il giorno dopo, non ci sarebbe voluto molto.
«Ben gentile! Venga, le offro qualcosa: metta la bici sotto quel gazebo, che andrà a piovere.»
Adele, così di presentò, lo fece accomodare in una cucina d’altri tempi, calda e accogliente, e preparò uno spuntino, che consumarono in silenzio: un insolito momento di compagnia tra sconosciuti.
«Lei con chi parla di solito?» chiese Adele a un certo punto.
«Col mio coinquilino. Ci incrociamo la mattina, davanti allo specchio in bagno.»
«In bagno? Ah, che sciocca, ho capito! Mi scusi.»
«Scusi lei, non intendevo… e lei, con chi parla?» Parevano capirsi al volo.
«Oh c’è sempre gente in visita!» Adele giocherellò col tovagliolo. «Ho tanti specchi in casa. Troppi.»
Appena smise di piovere arrivò per Franco il momento di accomiatarsi: mentre Adele, in salotto, cercava carta e penna per appuntarsi il suo telefono, lui vide su una consolle una foto: un uomo in divisa, a mezzo busto. Sul petto spiccava una medaglia, quella medaglia. Prese la foto e subito arrivò, potente come mai gli era accaduto, una sorta di dejà vu che lo costrinse a sedersi.
Sapeva, per esperienza, che non sarebbe stato l’unico quel giorno, ma questo non lo spaventava più. Per la prima volta però, in quei brevi istanti, fu da un’altra parte, con falsi ricordi non suoi: un cofanetto dal coperchio intarsiato, una tenda, freddo e al contempo il calore di un camino, risate.
Quando si riprese, Adele era accanto a lui, agitata.
«Oh santo cielo! Sta male?»
Ancora frastornato, Franco le mostrò la medaglia e la foto: «È questa, vero?»
«Era di mio nonno, Diego Alfieri, un colonnello medico. Dove l’ha trovata?» Adele sembrava scossa.
Franco glielo spiegò, poi, per la prima volta, trovò il coraggio di raccontare cos’aveva sentito con la medaglia e con la foto, ma anche con l’accendino, con un orologio, con una chiave; di come tutto si quetasse solo quando veniva a conoscenza di un particolare che potesse dirgli di chi erano gli oggetti, e cos’era loro accaduto.
Il pomeriggio si era fatto sera e il fuoco del camino pareva fatto apposta per le confidenze.
«Una volta ho provato a restituire l’oggetto, ma fu terribile e da allora lo metto in una scatola che seppellisco nel bosco, vicino a un vecchio albero.»
«Come un funerale?»
«Beh, sì, non ci avevo mai pensato, potrebbe essere così.»
Da un cassetto Adele prese un cofanetto, quel cofanetto, e ne trasse quelli che risultarono due diari. Profumavano di limone e di lavanda.
«Il nonno non parlava mai della guerra. Seppi che quando partì per il fronte, lui e mia nonna decisero di non scriversi, per non farsi del male, ma di annotarsi su questi diari quello che si sarebbero scritti. Ebbero fortuna, però li lessero molto tempo dopo e me li lasciarono in eredità.»
La penombra calda di alcune lampade aiutò Adele a raccontare:
«Il nonno si congedò e chiuse con l’esercito: non la portò mai, quella medaglia. Troppo dolore. Mio padre, Ennio, suo figlio, sì. Con rabbia.»
Ennio era affascinato dall’ideale fascista: contro il volere del padre si arruolò e divenne sott’ufficiale; nonostante fosse appena nata Adele, si offrì volontario per una delle tante campagne, ma ebbe un grave incidente in auto il giorno prima della partenza. Perse una gamba e una parte di sé stesso.
«Finita la guerra, visse due vite. Un valido architetto, per tutti, ma quando veniva qui, indossava la divisa del padre, con quella medaglia e, davanti ai tanti specchi che aveva voluto, si pavoneggiava, inventandosi atti di eroismo di cui si sentiva defraudato. Invidia? Paranoia? Oggi potrebbero aiutarlo, ma all’epoca…»
Mentre Adele raccontava di quegli anni difficili, Franco carezzava la copertina di uno dei diari; come stilettate arrivarono altre immagini: l’orlo di un pendio scosceso e una mano, delicata, che si liberava dalla stretta di una più grande, un bastone…
Adele lo stava fissando, in attesa: «Cosa ha visto? Per favore!»
Episodio 5 [Claudio Bezzi]
La sirena risuona in piena notte. Due, tre… molteplici sirene lacerano la cupa notte del 24 ottobre, nella valle del Nediža. Gas. Gas, maledetti bastardi! Maschere, maschere! Via, via! E le granate. E altri gas. Metà degli uomini in trincea sono già morti, o svenuti, o feriti, qualcuno vomita, qualcuno piange, il tenente ha la gola squarciata da una scheggia. Barella! Infermiere! Aiuto!


Franco si accorse che Adele, visibilmente spaventata, lo scuoteva, non troppo rudemente, per le spalle.
«Per l’amor di Dio, Franco, mi hai spaventata a morte! Avevi il viso stravolto e tremavi. Cos’è successo? Cos’hai visto?»
Franco si prese qualche istante; mise a fuoco il volto di Adele, il salotto, poi i diari posati sul tavolino.
«Oddio… Scusa. Ho avuto un momento di smarrimento.»
«Ma perché, cos’hai visto?»
«Ho visto… Soldati in trincea. Prima guerra mondiale, certamente. In montagna.»
«Il nonno! Cosa facevano? I soldati, intendo.»
«Beh… Nulla. Stavano in trincea, non so, non ho visto bene.»
Le pulsazioni di Franco si erano calmate. La spaventosa visione, che non voleva condividere con la donna, era adesso un’immagine controllata emotivamente, e al posto dell’ondata di angoscia che aveva provato, potente, sovrastante, si andava insinuando un sentimento di morbosa curiosità. Mai aveva provato emozioni simili con gli altri oggetti. La potenza emotiva evocata dai diari era sconvolgente, ma anche seducente.
«Posso riprovare?»
«Ma certo Franco, volentieri.»
Franco allungò le mani, lentamente, e le appoggiò ai diari.

Fango e pioggia, in colonna per due, assieme a carretti che tiravano qualche obice, ma pochi, che la maggior parte era rimasta in mano agli austriaci. Testa bassa per il dolore dei troppi fratelli rimasti a Kobarid e Tolmin, sul Colovrat e sulle rive del Nediža. Dolore per la morte scampata, che a un certo momento ci si vergogna coi morti, per essere sopravvissuti, e stanchezza infinita per la marcia, la fame, l’inutilità di combattere, per l’idiozia dei generali. A un certo punto un posto di blocco, con ufficiali con la divisa linda che additavano, al tenente che comanda un plotone di seconda linea, gli ufficiali in rotta assieme ai loro soldati: quello, quello, anche quello. Gli uomini indicati, tristi e consapevoli, vengono subitamente strattonati, messi contro un muro e immediatamente fucilati alla schiena. Ce n’era già un mucchio.
Al suo passaggio un ufficiale magro, coi baffi impomatati, indica anche lui, ma quello in comando gli dice - e Diego ode benissimo - no, quello è un medico, lasciamolo andare. E così Diego Alfieri è salvo.

«Franco, tutto bene?»
«Credo di avere visto la ritirata di Caporetto attraverso gli occhi di tuo nonno.»
«Buon Dio! E cos’hai visto?»
«Uomini in marcia. Stanchi, sotto la pioggia. Andavano verso la linea del Piave, suppongo.»
«Il Piave, sì, certo!»
«Posso fare un ultimo tentativo?»
«Certamente. Anche se mi pare che queste tue visioni ti abbattano molto.»
«Ti prego, un’ultima volta.»
«Ma certo, se te la senti…»


Calore di un caminetto. Profumo di lavanda. Una mano femminile verga parole d’amore su un foglio. La scelta di non scriversi durante quella terribile guerra sembrò saggia, un tempo, quando si partiva con l’idea di un rapido ritorno. Ma gli anni erano passati e lei aveva solo la speranza che il suo Diego fosse vivo, visto che alle vedove arrivava una terribile lettera o, in caso di ufficiali, la mesta visita dei carabinieri. Diego era vivo, sì, ma dove? Come stava? La Tribuna aveva scritto della terribile sconfitta di Caporetto, dei morti… Se Diego era fra loro la notizia non poteva ancora essere arrivata fino a lei. Diego, Diego, non lasciarmi! Non farmi questa cattiveria, non morire, non abbandonarmi. Ti ho voluto come compagno, come compagno di una vita, di una vita intera, e la vita per noi è appena cominciata. Diego, non posso immaginare l’orrore, la paura, la fatica, la disperazione di uomini che si uccidono e non sanno neppure il perché. Ma tu sei un medico, spero che tu sia dietro le linee, lontano dal fuoco nemico, intento a salvare soldati italiani, martiri italiani. Diego, non ce la faccio più, torna, torna presto, torna da me.

«Franco, tu piangi!»
«Ho visto tua nonna.»
«Mia nonna?»
«Sì. Cioè, non l’ho ‘vista’, ho visto attraverso i suoi occhi, ho sentito ciò che lei sentiva. Dio mio, quanto amava suo marito, e che disperazione nel non avere sue notizie.»
«Povera nonna!»
«Sai? Si era pentita della decisione di non scriversi mai, col marito. Specie con la disfatta di Caporetto lei era in ansia per le sorti di tuo nonno.»
«Beh, fortunatamente è andato tutto bene.»
«Già.»
Stettero qualche istante in silenzio. 
«Forse ora è meglio che metta via questi diari.»
«Sì. Sì, è meglio. Un’altra volta, forse…»
«Un’altra volta.»
Dopo qualche istante Franco disse che per lui era ora di rientrare a casa. Si salutarono, si abbracciarono, si promisero nuovo incontri. Franco inforcò la bici e diresse verso casa. Sentiva un profondo dolore nell’anima e pensava di avere fatto bene a non condividere quel carico d’angoscia con Adele.



Il finale oltre i 5.000 caratteri:


Ultima modifica di Claudio Bezzi il Mer Lug 03, 2024 12:10 pm - modificato 1 volta.

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Messaggio Da Susanna Mer Lug 03, 2024 11:46 am

Il finale è perfetto, solo il nome è sbagliato. È Franco che ha visioni, non Ennio, che è il padre di Adele. Che poi mi piaceva più Adelaide, ma per risparmiare sui caratteri....
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Messaggio Da Claudio Bezzi Mer Lug 03, 2024 12:05 pm

Susanna ha scritto:Il finale è perfetto, solo il nome è sbagliato. È Franco che ha visioni, non Ennio, che è il padre di Adele. Che poi mi piaceva più Adelaide, ma per risparmiare sui caratteri....
Questi errori mi deprimono e mi obbligano ad infliggermi punizioni corporali.  Staffetta 1 - Episodio 5 1f623 Vado a correggere.

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Messaggio Da M. Mark o'Knee Mer Lug 03, 2024 2:12 pm

Ora direi che è perfetto.
Mi raccomando, non esagerare col cilicio...
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Messaggio Da Albemasia Mer Lug 03, 2024 2:58 pm

E bravo Claudio!
Ero sicura che ne sarebbe uscito un bel pezzo, di quelli drammatici come piacciono a me.
Sono proprio contenta di aver dato il via a questo risvolto storico con il rinvenimento della medaglia.
Hai descritto molto bene il dramma tutto italiano del '917. Ho avuto modo di leggere molte lettere (per la gran parte censurate) di quei momenti terribili e tu hai saputo rendere bene la drammaticità dell'evento, senza mai cadere nel melenso. 

Solo una piccola osservazione; nella penultima frase scrivi: "Franco inforcò la bici e diresse verso casa."
Forse intendevi : "Franco inforcò la bici e si diresse verso casa."
Se così fosse non crucciarti, sono sicura che il "si" era rimasto nascosto tra i tasti della tastiera...  Staffetta 1 - Episodio 5 263a 
In caso contrario, magari ho frainteso io.
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Messaggio Da Susanna Mer Lug 03, 2024 4:31 pm

L'ho riletto con più calma e devo dire che nell'insieme, nonostante l'ovvia differenza di Penne, il racconto funziona, è lineare.
L'ostacolo di scrivere a più mani è forse proprio il dover "adattare" il proprio stile a quello di chi ci ha preceduto, offrendo una sorta di assist a chi verrà dopo.
A minicontest concluso mi rileggerò ancora tutti i racconti e sarà il momento, anche per gli altri penso, di un commento globale.

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Messaggio Da Achillu Mer Lug 03, 2024 5:24 pm

M. Mark o'Knee ha scritto:Ora direi che è perfetto.
Mi raccomando, non esagerare col cilicio...
M.
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Messaggio Da Claudio Bezzi Mer Lug 03, 2024 5:48 pm

Grazie a tutti per la benevolenza.
Ora aspetto gli altri finali di staffetta poi mi accomoderò sullo scranno di giudice in seno al CdL. Riemergerò per il 4° prossimo step.  Staffetta 1 - Episodio 5 1f60e

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Messaggio Da Albemasia Mer Lug 03, 2024 8:41 pm

Claudio Bezzi ha scritto:Grazie a tutti per la benevolenza.
Ora aspetto gli altri finali di staffetta poi mi accomoderò sullo scranno di giudice in seno al CdL. Riemergerò per il 4° prossimo step.  Staffetta 1 - Episodio 5 1f60e
Invochiamo clemenza.... Staffetta 1 - Episodio 5 1f601
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Messaggio Da Claudio Bezzi Mer Lug 03, 2024 8:48 pm

😈

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Messaggio Da Susanna Mer Lug 03, 2024 10:22 pm

Ho letto con piacere anche il seguito e mi ci ritrovo in queste riflessioni, assolutamente condivisibili. La vita di oggi è complicata, manca spesso il tempo di riflettere, di ragionare sulle piccole fortune che abbiamo e che danno sapore alle giornate. Una chiacchiera con una nuova amica, saltando di argomento in argomento, un momento per osservare le nuvole, un altro per i colori del bosco o per ascoltare i tanti suoni che compongono il silenzio.
Grazie per aver condiviso.

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A Claudio Bezzi garba questo messaggio

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Messaggio Da Achillu Ieri alle 9:48 am

Piaciuto molto tutto il racconto, non solo il finale. Anche il finale mi è piaciuto. Con qualche sforbiciata negli episodi precedenti si potrebbe anche concludere senza la parte in spoiler, è un finale che mi lascia soddisfatto. A una rilettura attenta, la parte in spoiler diventa necessaria per chiudere tutti i rivoli lasciati aperti, ma a mio gusto come dicevo si può chiudere anche prima.

Grazie per la lettura.

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