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Staffetta 2 - Episodio 5

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Messaggio Da M. Mark o'Knee Mer Giu 26, 2024 8:17 pm

Staffetta 2 - Episodio 1
Claudio Bezzi
 
L’uomo camminava a passo spedito, regolare, su strade secondarie e sentieri battuti che attraversavano il bosco sulla dorsale del Monte Busso, a nord di Fascina, paesone pedemontano di scarse attrattive che si era costruita una nicchia industriale nel campo della minuteria meccanica di precisione. La Fascina storica era un buchetto, in realtà, con una brutta periferia di capannoni, centri logistici e direzionali, sorta in fretta e furia negli anni ’60 e ’70. Ben oltre l’oltraggio paesaggistico, invece, generalmente sulle colline a nord, i nuovi ricchi si erano costruite ville e villette, ben protette da mura, cancelli e, specialmente, dai fitti boschi di larici, abeti, pini. E perfino alcuni industriali cinesi, coi quali gli imprenditori fascinesi commerciavano da diversi anni, non avevano disdegnato di comperarsi una villa fra quei boschi profumati, e ogni tanto capitavano e spendevano generosamente, sempre sorridenti.
Il viandante non era di Fascina; anzi, veniva da molto lontano. Ma nelle settimane precedenti aveva fatto diversi sopralluoghi, alloggiando in strutture diverse di paesini della zona, qualche volta anche in sacco a pelo direttamente nel bosco, in modo di dare poco nell’occhio, di passare il più possibile inosservato, mai due volte nello stesso posto. Da vero professionista sapeva bene che non c’era modo di evitare completamente di lasciare tracce che, prima o dopo, potevano diventare compromettenti, pericolose. Ma con un’adeguata preparazione, disciplina e concentrazione, i rischi potevano essere ridotti al minimo. A un livello talmente infimo da potersi considerare trascurabile.
Così era venuto, e ritornato, più volte. Aveva percorso il bosco, individuato le alture che circondavano la villa dove risiedeva il suo obiettivo, valutato le vie di fuga in relazione a differenti scenari, sistemato elementi di equipaggiamento essenziali in punti ben nascosti che aveva impresso nella mente: una coperta termica nel cavo di un pino; alcune razioni energetiche sotto una piccola piramide di pietre al di là del ruscello. Ma, specialmente, le componenti fondamentali del suo lavoro, portate una alla volta per non compromettersi in un eventuale controllo della forestale in cerca di bracconieri.
Ora, nel suo ultimo viaggio attraverso il bosco, procedendo sicuro verso la sua destinazione, raccoglieva quelle componenti e le riponeva nello zaino: la canna, il calcio, il mirino ottico, il bipode.
Camminava. Camminava senza un reale pensiero. Anche per questo era così bravo. Il tiratore non è bravo solo perché ha mira; ha mira perché ha la mente sgombra. Il resto è questione di tecnica e di pratica, chiunque può acquisirle. Ma la mente sgombra no. La mente sgombra è in parte una questione naturale, personale, caratteriale. In parte è - come si può dire? - una questione filosofica: concepire la vita come assenza di valori e idealità, tendenzialmente superomistica e nichilista; essenziale per portare a conclusione un lavoro come quello. Infine, certo, occorreva una grande disciplina: niente alcol, niente fumo, almeno 5 ore di attività fisica ogni giorno, meditazione, niente sesso almeno nella settimana precedente a una missione; questione trascurabile per lui, visto che raramente si concedeva uno sfogo sessuale a pagamento, e tanto gli bastava. L’uomo pensava che il suo destino fosse assai simile a quello dei monaci medievali, degli asceti orientali… Una vita sostanzialmente di privazione, almeno giudicando col metro della gente comune, a favore della perfezione racchiusa in un solo gesto. E quel gesto, per lui, era premere il grilletto e fare centro.
Aveva quasi sempre fatto centro. Tranne quella volta, quattro anni prima, alla periferia di Parigi. Un errore inaccettabile. L’organizzazione per la quale lavorava l’aveva perdonato, un fatto eccezionale che sottolineava il valore che comunque gli veniva riconosciuto; ma lui non aveva perdonato se stesso e si era inflitto punizioni corporali terribili che, casualmente filtrate nel suo ambiente, avevano suscitato raccapriccio e un definitivo timore reverenziale nei suoi riguardi.
Ma questo era il passato, e all’uomo interessava solo il qui e ora. Quelli erano pensieri e ricordi, e l’uomo non aveva mai permesso ai ricordi, ai rimpianti, men che meno ai rimorsi, di occupare la sua mente sottraendo spazio ed energie all’unica cosa che importava: camminare; raggiungere la destinazione; montare l’arma; attendere il momento giusto; trattenere il respiro; premere il grilletto.
L’uomo, per ora, camminava.
Una brezza leggera soffiava fra gli alberi. L’uomo l’avrebbe detta piacevole, se solo se ne fosse accorto. Ma lui semplicemente camminava in maniera ritmica, meccanica, e la sua mente era sgombra, e i suoi sensi erano tutti indirizzati verso l’unico obiettivo.
Un passo, un altro passo, il guado di un ruscello, il recupero del calcio del fucile, poi altri passi, sempre regolari, sicuri, cadenzati.
Non mancava molto, ormai, alla sua destinazione.
 

Staffetta 2 - Episodio 2
CharAznable
 
Guardò un’ultima volta l’orologio. Era in perfetto orario. Detestava il ritardo. Un ritardo, anche minimo, comportava delle modifiche al piano previsto, e tutto questo lo infastidiva. Anche un piccolo dettaglio poteva compromettere il buon esito della missione.
Giunse allo spiazzo che aveva scelto come postazione. Lo aveva visionato in una delle sue esplorazioni precedenti. La vista da quel punto era ottimale, proprio sopra l’obiettivo. Nessuna interferenza, nessun impedimento, nessuna distrazione. Non poteva permettersi un nuovo errore.
Distese la coperta sull’erba e vi appoggiò sopra l’attrezzatura per il suo lavoro. Si sedette a gambe incrociate, come un vecchio monaco in meditazione e, quasi a occhi chiusi, prese e montò i componenti della sua arma. Uno a uno, in silenzio, con calma e lentezza, ripetendo nella mente quei movimenti eseguiti più e più volte. Quasi come un rito, una sorta di preghiera laica. La sua arma, la sua unica fidata compagna di vita. Lei non lo aveva mai tradito. Quell’unica volta era stato lui a sbagliare. Lei il suo lavoro l’aveva fatto egregiamente, come sempre. Invece lui l’aveva tradita. Ancora non riusciva a perdonarselo.
Si sdraiò e si avvolse nella coperta. Nel fresco della notte anche un minimo brivido avrebbe potuto modificare il tiro.
Regolò il mirino e vi guardò attraverso. La visuale era perfetta. Una finestra al piano terreno di quella villetta in mezzo al bosco in un piccolo paese del centro Italia. Nel giro di una mezz’ora al massimo il suo bersaglio sarebbe comparso proprio davanti ai suoi occhi. Sorrise. Si meravigliava ogni volta di come il gruppo di ricerca dell’organizzazione per la quale lavorava riuscisse a scovare questi individui nascosti nelle zone più remote del globo.
 

Staffetta 2 - Episodio 3
Albemasia
 
Trasse un profondo respiro; non era quello il momento di indulgere in distrazioni. Fino a lì tutto si era svolto in maniera perfetta e ora la sua fedelissima poggiava sul supporto, ne avvertiva il dolce contatto tra le mani. L’uomo sapeva che, non appena avesse raggiunto il culmine della concentrazione, anche quella sensazione sarebbe sparita e lei, la sua arma, sarebbe stata un tutt’uno con il suo corpo, il naturale prolungamento del suo braccio.
Attendere il momento giusto, trattenere il respiro, premere il grilletto…
Finalmente qualcosa parve muoversi dietro i vetri della finestra; per un secondo il suo occhio fisso attraverso il mirino percepì un movimento della tenda, come se una leggera corrente d’aria l’avesse smossa. La concentrazione era massima, l’uomo non si concedeva nemmeno di sbattere le palpebre e all’improvviso la sua perseveranza fu premiata: dietro la tenda scostata vide una nuca dai folti capelli neri. Ecco il suo obbiettivo.
L’organizzazione gli aveva mostrato la foto del soggetto da eliminare, un maschio cinese di circa quarant’anni, e l’individuo che gli dava le spalle pareva corrispondere all’immagine che l’uomo aveva fissato nella mente. Ma per essere sicuro al cento per cento doveva riuscire a vedere il suo volto, anche solo per una frazione di secondo.
Un refolo di vento più impertinente del solito si sollevò dal pendio sottostante, facendo volare in aria alcune foglie, ma lui non si lasciò distrarre e fu una fortuna, perché in quello stesso istante il soggetto si voltò, offrendo il viso di tre quarti alla visuale del cecchino. Che lo riconobbe.
Il momento giusto era arrivato. L’uomo trattenne il respiro e fece per premere il grilletto…, ma qualcosa si frappose tra lui e l’obbiettivo. Merda!
Il cecchino sbatté le palpebre, un rivolo di sudore gli rigò la tempia. Calma! Doveva mantenere la calma.
Tornò a fissare lo sguardo nel mirino, ancora più determinato di prima, ma ciò che vide lo paralizzò: il cinese era scomparso dal vano della finestra!
All’improvviso avvertì un peso gravargli sui muscoli tesi delle braccia, segno che la tensione che lo aveva sostenuto fino a quel momento aveva lasciato il posto a un calo di concentrazione. Così non poteva andare!
L’uomo chiuse gli occhi per alcuni istanti, inspirò profondamente e li riaprì. Ora era di nuovo pronto.
Fissò ancora lo sguardo nel mirino e finalmente lo vide! Il bersaglio era ricomparso.
Adesso rideva, non era più solo: stava stringendo tra le braccia una bambina dai lunghi capelli corvini. Il cinese non poteva saperlo, ma quella bambina dal pigiama rosa era divenuta scudo, col proprio corpo, del proiettile destinato a lui.
A quella vista il cecchino si irrigidì e nel medesimo istante fu come scaraventato indietro nel tempo, a quella volta - quella maledetta volta - l’unica in cui aveva fatto cilecca. Anche allora un elemento non previsto si era messo sulla traiettoria del proiettile che era destinato al bersaglio. Quando il cecchino se ne era accorto, il colpo era già partito e lui non aveva potuto fare altro che constatare di avere colpito il soggetto sbagliato.
Non sarebbe accaduto ancora, non un altro innocente sarebbe caduto per colpa sua. Non una bambina.
Ma che gli stava succedendo, si stava forse rammollendo?
Lui era un professionista, non poteva permettere che la sua lucidità venisse contaminata da emozioni o, peggio, da sentimentalismi. La sua missione era la priorità. Dall’esito di quella missione dipendeva la sua reputazione.
Cercò ancora una volta di trovare la concentrazione: imbracciò la sua arma con il rispetto che le era dovuto, fino a sentirla di nuovo parte di sé, poi - l’occhio fisso nel mirino - attese il momento giusto, trattenne il respiro e si focalizzò sulla scena che si svolgeva all’interno dell’abitazione.
La bambina era ancora in braccio al bersaglio, il cecchino poteva vedere chiaramente il sorriso sul volto di lei, mentre stampava un bacio sulla guancia dell’uomo.
All’improvviso lui si chinò e appoggiò la bambina su quella che aveva tutta l’aria di essere una sedia a rotelle e lo fece con una delicatezza che solo un papà poteva avere per la sua piccola.
In quello stesso istante quell’uomo cessò di essere “il bersaglio” e si trasformò in un padre.
Con orrore il cecchino si rese conto che per la prima volta nella sua lunga carriera si era formata una crepa nella sua determinazione, un’incrinatura che avrebbe potuto compromettere l’esito della missione.
Che fosse l’inizio della fine per lui?
 

Staffetta 2 - Episodio 4
Achillu
 
“Marcel Poisson, operaio edile, è morto dopo essere stato colpito da un proiettile vagante alla periferia di Parigi. Lascia la moglie incinta e una figlia di quattro anni.”
Aveva già espiato questo errore. Ne portava addosso le cicatrici. Non bastandogli quelle che si era autoinferte, aveva frequentato le migliori dominatrici delle Walletjes finché la mente non fu ripulita del tutto. Perché il pensiero era comparso di nuovo?
Al centro del mirino, il padre… il bersaglio non si muoveva, mentre un’infermiera spingeva la sedia a rotelle con la bambina fuori dalla stanza. Eppure l’arma tremava, al solo tentativo di sfiorare il grilletto.
Poi l’obbiettivo si girò di tre quarti. Parlava con qualcuno in un punto cieco della stanza, non sorrideva più. Ogni tanto stringeva il pugno e lo agitava di fronte a sé, aggrottando le sopracciglia.
Lo straniero sentì le gambe rilassarsi, la schiena sciogliersi e la determinazione riprendere il sopravvento. La mente si stava svuotando. E soprattutto l’uomo nel mirino non era più una persona, era di nuovo “il bersaglio”. Inspirò.
Imprecò di nuovo contro la sfortuna quando l’interlocutore si spostò e coprì la luce della finestra. Eppure si trattava di una normale eventualità del suo lavoro. Proprio come un gatto in osservazione della preda, non doveva avere fretta. Espirò.
L’oggetto del disturbo aveva lunghi capelli neri, quasi certamente era una donna. Si era fermata proprio sulla linea di tiro, nascondendo completamente il bersaglio. Poco dopo, la figura ebbe un sussulto e si girò. Teneva in mano una Beretta 92F con il silenziatore ancora fumante. Aprì la finestra con lo sguardo impassibile e si allontanò. Era evidentemente incinta, ma non fu quello a catturare l’attenzione dello straniero. Il bersaglio, ora visibile, giaceva a terra con una ferita sanguinante in pieno petto.
Quella era una eventualità straordinaria, più unica che rara. Non gli era mai capitato prima che qualcuno gli soffiasse la preda e non ne aveva mai avuto notizia nell’ambiente che frequentava. Poteva considerare la missione conclusa? Se sì, con esito positivo?
Una monovolume con i vetri oscurati partì senza fretta dal cortile della villetta. Lo straniero ne memorizzò la targa francese, poi tornò a inquadrare il bersaglio, disteso immobile nella stanza, ormai cadavere. Il padre…
Che ne sarà della bambina? Pensò per un attimo, poi scacciò le parole. Era il momento di prendere la via di fuga e sparire per sempre da Fascina.
***
La voce al telefono era femminile. «La targa è intestata a un autonoleggio di Lione e la macchina è attrezzata per il trasporto di disabili in sedia a rotelle.»
«Bene.» L’uomo annotò mentalmente l’informazione mentre guidava.
«Per i registri dell’autonoleggio potrei chiedere all’organizzazione.»
«No.» L’organizzazione lo aveva perdonato un’altra volta, al costo di chiudere per sempre i rapporti.
«Ci vorrà tempo, allora.»
«I soldi non sono un problema.»
La voce sospirò. «Non è questione di soldi. Sono già scesa a troppi compromessi con la mia etica per questa storia.»
Lui sollevò le spalle, non erano fatti suoi. «Ti pago il doppio.»
«Ti ho detto che… ah, lascia stare.» Chiuse senza salutare.
L’uomo nel frattempo aveva parcheggiato nei pressi di un palazzone anonimo nelle banlieue di Parigi. La Clio Storia presa a noleggio si confondeva con le altre macchine del quartiere, era solo la più pulita.
L’appartamento di Cécile Deville era alla scala A. Un furgone di traslochi ammassava i pochi averi della giovane vedova e dei due figli, la femmina di otto anni e il maschio di quattro. La donna aveva dunque trovato i codici del conto in Bitcoin e aveva usato parte della somma per acquistare un appartamento in una zona residenziale anonima ma lontana dalle case popolari. Proprio come l’uomo aveva immaginato.
La bambina aveva l’aria da teppistella. Forse, in un’altra vita, l’uomo avrebbe sfruttato la leva del denaro per obbligare la madre a farne un’allieva dell’organizzazione, ma quel passato era sepolto. Si limitò a seguire il furgone e annotare il nuovo indirizzo, una volta giunto a destinazione. Nessuna sorpresa: un quartiere dormitorio con criminalità molto bassa. L’uomo, soddisfatto dell’investimento, si sentì la coscienza ripulita. Massaggiò una delle cicatrici più profonde e non provò più nulla. Sorrise tra sé. Aveva finalmente chiuso uno dei capitoli più oscuri della propria carriera.
 
 
Staffetta 2 - Episodio 5
M. Mark o’Knee
 
Chiudere un capitolo non significa però finire il libro.
C’erano ancora dei nodi da sciogliere; dei fili da seguire. E portavano tutti a Lione, dove la sua collega – la signora incinta con i capelli neri – aveva noleggiato la monovolume. La gravidanza le era di certo stata utile per avvicinare il suo contratto, giù in Italia, senza destare sospetti.
Lei e il suo mandante erano uno dei fili.
Un altro era la piccola sulla sedia a rotelle.
Gli ci erano voluti sei mesi e buona parte della sua riserva di Bitcoin per seguirli e per scoprire che certi capitoli, nonostante tutti gli sforzi e tutti gli investimenti, non si chiudevano mai completamente. Lasciavano sempre dietro di sé un piccolo spiraglio aperto, attraverso il quale vecchi fantasmi si insinuavano e tornavano a stuzzicare cicatrici antiche e profonde.
 
Quando si presentò alla sua porta, la donna aveva già partorito ma ancora conservava in fondo agli occhi una luce dolce che mai avrebbe fatto pensare a qual era il suo vero mestiere. Per lui, un punto debole da sfruttare.
«Ah, sei tu. Non so perché, ma mi aspettavo una tua visita. Vieni.»
L’uomo non si scompose ed entrò in casa. Sì, lo aveva riconosciuto: il prezzo della notorietà nell’ambiente.
«Allora ti sarà chiaro anche il motivo della mia visita: il cinese e sua figlia.»
«Non credo alle mie orecchie! Un veterano come te che fa certe domande? Posso offrirti un caffè, se vuoi.»
«No, grazie. Ma, tua figlia? Come sta?», disse, con nonchalance ma lasciando intravedere da sotto la giacca il calcio della PPK.
Dagli occhi della donna sgorgarono due lacrime e dalla sua bocca un fiume di parole: privilegio della notorietà nell’ambiente.
Prima di andarsene allungò alla ex-collega una chiavetta USB.
«Qui c’è di che rifarsi un paio di vite altrove, nel caso ti sentissi minacciata. E comunque puoi farne ciò che vuoi. Buona fortuna. E grazie.»
 
E ora camminava spedito lungo il sentiero che attraversava il bosco, verso la sommità della collina di Mézy-sur-Seine, a pochi chilometri da Parigi. Aveva con sé tutto il necessario e, una volta individuato il posto adatto, srotolò la coperta, si tolse lo zaino e, seduto a gambe incrociate, iniziò a montare l’arma.
Non c’era nessun contratto questa volta, nessun mandante se non lui stesso e il desiderio di chiudere un conto col passato che era rimasto aperto troppo a lungo, senza che lui nemmeno lo sapesse.
I soldi dati alla vedova dell’operaio erano certamente stati poco più che una goccia nel mare della sua disperazione, ma erano il minimo che potesse fare dopo aver saputo che la morte Marcel Poisson non era stata un errore. Qualcuno aveva manovrato con cura per far sì che il giovane sindacalista si trovasse al posto giusto nel momento giusto: un proiettile vagante, destinato in teoria a un noto politico, e il granello di sabbia che poteva far inceppare il meccanismo era stato soffiato via senza destare il minimo sospetto.
Quello stesso qualcuno che adesso era al centro del suo mirino.
Prese aria.
Tirò il grilletto.
Con tanti ringraziamenti da parte delle cicatrici ancora stampate sulla mia pelle e nella mia mente, disse fra sé, quasi in forma di dedica, mentre il proiettile viaggiava dritto verso il bersaglio.
 
L’istituto Saint Vincent de Paul di Lione si stagliava sul limitare della piazza, circondato dal verde acceso degli alberi secolari e dai mille colori della fioritura primaverile.
Ma in quel momento l’uomo non era attratto dallo spettacolo del giardino.
I suoi occhi erano puntati verso una figura al centro del cortile, senza il filtro di un mirino telescopico, questa volta, ma solo di un paio di occhiali da sole.
La ragazzina dai tratti orientali, seduta sulla sedia a rotelle, era intenta a giocare con le amiche, fra grida e risate di una normalità disarmante.
Aveva predisposto dei bonifici annuali anonimi a favore dell’istituto, come pagamento della retta per la piccola. Dopo la morte del padre, sua madre era sparita da qualche parte in Cina e lei era rimasta sola col suo handicap.
La sua ex-collega aveva almeno avuto il buon gusto di portarla al Saint Vincent e lasciare un gruzzoletto in direzione.
All’improvviso la bimba smise di giocare e, quasi ne avesse percepito lo sguardo, si voltò nella sua direzione. L’uomo d’istinto arretrò di un passo, riparandosi dietro un angolo. Era impossibile che potesse in qualche modo riconoscerlo, ma…
Chissà se un giorno vorrà sapere chi è il suo misterioso benefattore, pensò, mentre si voltava. E, camminando piano, sparì fra la gente.

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Messaggio Da Achillu Gio Giu 27, 2024 7:18 am

Mark, eh, mi sa che ho dato una svolta un po' "kubrickiana" al racconto (no, ovviamente non mi ritengo all'altezza del maestro) e hai raccolto l'imbeccata alla grande. Piaciuta molto l'idea che ha chiuso il racconto e ovviamente anche la realizzazione, con le scene che si susseguono senza raccordi. Per quanto riguarda la trama, immagino che il nostro esperto Claudio troverà un difetto nella possibilità di far sbagliare di proposito un tiratore scelto, ma sono ottimista sul fatto che potrebbe suggerire anche la soluzione.
Nel complesso, il racconto così com'è mi suona sbilanciato, con tre episodi e mezzo di preparazione e un episodio e mezzo di conclusione. Al momento è quello che ha bisogno di un maggiore lavoro di revisione. Fermo restando che mi sono divertito tantissimo a partecipare a questa staffetta e vedere il racconto prendere forma, episodio dopo episodio.
Grazie mille a voi.

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Messaggio Da Albemasia Gio Giu 27, 2024 11:07 pm

Piaciuto.
Ora il cecchino si è rivelato un uomo "a tutto tondo" che, una volta divenuto un cane sciolto, ha impresso alla sua vita una svolta che ha cambiato anche le sorti della vicenda. 
Sicuramente è complicato "chiudere" una sequela di episodi nati da penne diverse in meno di 5000 battute, almeno per me si è rivelato essere il limite più grande. Riannodare i fili, dare un senso alle questioni ancora aperte... di certo l'ultimo episodio è il più impegnativo di tutti e in certi casi necessiterebbe di maggiore respiro.

Partecipare a questa staffetta, come alle altre, mi ha divertito molto e mi ha costretto a far lavorare "le celluline grigie", per dirla alla Poirot.
Grazie di cuore per essere stati complici in questo divertimento.
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Messaggio Da Susanna Ven Giu 28, 2024 10:05 pm

Carissimi staffettisti, questo me lo dvo rileggere con calma per intero, perchè ho qualche perplessità. Sicuramente non per "lo scrivere" di ognuno, la bravura è chiarissima, così come non è chiaro che non è semplice proseguire un racconto che - alla fine - inizia con ogni staffetta, che allo staffettista piacerebbe poter continuare per condividere la trama che si è preparato.
Comunque sia, il lavoro a staffetta lo trovo entusiasmante, come sfida anche con noi stessi, un mettersi alla prova ogni volta, la sorpresa di elementi inaspettati che tocca a te sbrogliare.
Però questo racconto è un po' sqilibrato: tanta preparazione, tanti indizi e un finale che arriva molto compresso. Ma, come detto, me lo rileggerò per benino. Ora c'ho un'altra corsetta da fare (e quanto mi farebbe bene non essere solo sulla tastiera...

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Messaggio Da Claudio Bezzi Dom Giu 30, 2024 12:23 pm

Bene, bravi tutti. Tutto sommato, malgrado l'osservazione di @Susanna che condivido, è una delle staffette più lineari, almeno nel senso che non ci sono stati colpi di scena pirotecnici o trovate funamboliche capaci di minare la credibilità dell'insieme. Potremmo provarlo a venderlo a Jean Reno, mi pare una trama tagliata su misura per lui. No, @Achillu, non parlerò di quel piccolo dettaglio, lascio perdere...  Staffetta 2 - Episodio 5 1f601 

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Messaggio Da M. Mark o'Knee Dom Giu 30, 2024 1:14 pm

Claudio Bezzi ha scritto:Potremmo provarlo a venderlo a Jean Reno, mi pare una trama tagliata su misura per lui.
Fra l'altro, il grande Jean ha anche cominciato a scrivere. Il suo primo romanzo (il primo di una serie, presumo, visto come finisce...) s'intitola Emma, e qui trovate un po' di dettagli. Non male.
M.

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