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Messaggio Da Different Staff Dom Dic 04, 2022 4:29 pm

Ero nel mio nuovo “ufficio”, come mi piaceva chiamarlo, distesa con le gambe nude sulla chaise-longue a fumare una sigaretta in santa pace durante il cambio del turno. Con la mano libera accarezzavo le trecce scure che mi scendevano sulle spalle, un gesto che aiutava a rilassarmi.
Il fuoco rosseggiava nella caldaia in ghisa che occupava metà della stanza: il nuovo modello Flamboyant-2000, che consumava legna e carbone fino all’ultima briciola grazie alla doppia camera di combustione.
Il corvo di sicurezza gracchiava stonato nella gabbia di ottone appesa al soffitto e, se non fosse servito a rivelare la presenza di gas tossici, l’avrei volentieri infilato ad arrostire.
In quel momento fischiò l’interfono e non c’era ancora nessun fante marocchino che potesse sollevarmi dall’incombenza di rispondere. Mi alzai sbuffando.
«Sala caldaia prima.»
«Mammalucco, mandami la sergente!»
«Sono io!» Avrei aggiunto volentieri “imbecille”.
«Michela? Ma che voce ci hai, ti sei mangiata un contrabbasso? Dai, sali.»
«Non posso, sto da sola.»
Puntuale come una figuraccia, entrò il capoturno. «As-salaamu ʿalaykum
Francesco nell’interfono si mise a ridere.
Biascicai. «Arrivo.»
Indossai il coprispalla mimetico sul corpetto verde, come prevedeva la divisa di sala. «Ayoub, mi assento un attimo; ti lascio il comando.»
«Signorsì!»
Sgomitai per farmi strada tra gli operai di truppa che stavano entrando. Lasciai la mezza cicca a Karima, la più anziana in servizio, che mi ringraziò con un sorriso.

Entrai nell’ufficio di Francesco. Soffi di vapore dal pavimento attraversavano dei narghilè in cristallo e rilasciavano profumi esotici nella stanza. Lui era seduto dietro la scrivania spoglia. Mi guardò inclinando la sua grande testa pelata, che spuntava dalla sahariana verde con i gradi di capitano cuciti sulle spalline.
Ricambiai l’occhiata. «Che c’è?»
«Sei… svestita.» Come se non mi avesse mai vista in déshabillé.
«Quindi? Sono fatti tuoi?»
«No, certo. Senti, c’è bisogno di un uomo in cucina…»
Sbuffai. «E allora chiama un uomo.»
«Dai, capiscimi!»
«Ho capito. No.»
«Solo per oggi a pranzo. Stamattina non mi hanno riconsegnato lo steambot risottiere e mi serve qualcuno che lo sappia fare a mano.»
Incrociai le braccia e tamburellai con il piede per terra.
«Ti regalo la divisa da cuciniera.»
«Che me ne faccio?»
«No? È un bellissimo corsetto bianco!»
Schioccai la lingua. «Non si abbina con niente.»
Sollevò le spalle. «Ti tiro fuori dalla zona caldaie.»
«Ho chiesto io di andarci.»
«Non era una domanda. Ti ci tiro fuori.»
Strinsi i pugni. Mi trattenni dal digrignare i denti. Sapevo che avrebbe potuto farlo.
«Allora?»
«Senti, non è perché son capace di fare un risotto per due con le padelle di casa, ma cucinare per decine di persone è un’altra cosa.»
«Te la caverai, ne sono sicuro.»
Puntai il dito a terra. «Voglio il doppio del salario.»
«Affare fatto.»
«E un giorno di licenza straordinaria!»
Ridacchiò. «Nient’altro?»
Sottovoce aggiunsi: «Essere lasciata in pace.»

Non avevo mai fatto un soffritto così grande. Un misto di cipolle e scalogni, tritati fini con una lama così affilata che l’avrei perfino rubata per usarla a casa. Una padella enorme in cui buttai mezzo litro d’olio per coprirla tutta. Ma soprattutto per la prima volta stavo cucinando su un fornello a conduzione, che sfruttava il calore convogliato dalle caldaie dei piani bassi senza usare fuoco diretto: dicevano che non cambiasse nulla dal punto di vista della cottura, ma cambiava molto dal punto di vista del clima dato che gambe e braccia non mi si stavano arrossando per il caldo.
Le uniche fiamme libere erano quelle degli steambot, ammassati nell’angolo più disagiato e umido. Li curava un cuciniere con la divisa grigia, la cui consegna principale era rifornire di legna e acqua i serbatoi di quelle scatole multiformi. Ogni tanto sollevava le cupole di ghisa per controllare che la preparazione procedesse regolare, mentre stantuffi e ingranaggi guidavano lame e spirali all’interno delle vasche di miscelazione. Brevi tubi decorati in ottone scaricavano fumo e vapore, perciò anche in cucina c’era il corvo di sicurezza. Svolazzava pigro nella sua gabbia, gracchiando poco e senza convinzione; soprattutto aveva l’aria di essere nutrito oltre le sue reali necessità, come un animale all’ingrasso.
Procedevo concentrata, ma anche divertita, quando entrò lo chef; l’avevo già visto girare in caserma: un uomo obeso con le guance cadenti, gli occhi porcini e ciuffi di capelli neri che uscivano dalla toque blanche; sulle spalline della sahariana bianca erano cuciti i gradi di maresciallo capo. Mi unii al coro di saluto senza distogliere gli occhi dalla mia padella.
«Chi abbiamo, qui: una nuova marocchina?»
Una mano fin troppo viva strizzò la mia chiappa sinistra.
Mi partì una gomitata allo sterno. Non so che effetto gli fece, ma tutti tacquero. Non avevo mollato il manico, così continuai a spadellare facendo finta di niente per qualche istante. «Scusate, chef
«Come ti chiami?»
«Sergente Michela Venditti.»
«Ah, non sei una mammalucca!»
«Signornò.»
«Tra poco lo scalogno vira; tosta il riso e poi sfuma con il vino bianco.» Terminò di indicare la padella e se ne andò in giro tra i fornelli a dispensare altri consigli inutili e pacche moleste alle cuciniere. Nel frattempo, mentre dosavo il brodo per la cottura, mi era rimasta la strana sensazione di aver letto “Maiale” sulla fascetta portanome.

Trascorsi la giornata di licenza straordinaria tra parrucchiera ed estetista. Avevo anche mandato un messaggio di posta pneumatica alla mia ex compagna di appartamento, ma mi rispose che era indisposta; così nel pomeriggio lessi un libro sulla terrazza della biblioteca di quartiere, approfittando di uno dei primi giorni sereni e appena ventilati di quella fine di primavera.
Il giorno dopo dovetti rientrare in caserma dalla rosseggiante caldaia a cui mi ero affezionata. Il mio momento preferito fu come sempre il cambio del turno, quando gli operai di truppa a fine servizio avevano caricato al limite i serbatoi di legna e carbone e mi avevano lasciata sola a godermi la chaise-longue e la sigaretta; come sempre, mentre accarezzavo i capelli, mi immaginavo qualche operazione definitiva e dolorosa per il corvo di sicurezza che insisteva a gracchiare in modo sguaiato.
Poi però si ripeté la scena dell’interfono e mi venne il sospetto che Francesco lo facesse apposta a scegliere il momento. Indossai il coprispalla senza abbottonarlo e la cicca da finire toccò anche quella volta alla riconoscente Karima.
L’unica cosa che invidiavo dell’ufficio spoglio di Francesco erano i diffusori dei profumi d’oriente, che oltre a essere piacevoli avevano anche l’effetto di tenere sotto controllo la temperatura. Ma il cambio di clima ebbe sui miei capezzoli un riflesso involontario, che non passò inosservato.
«Che c’è?» Mi indicai gli occhi con indice e medio.
Francesco sollevò lo sguardo. «Niente, ti vedo in forma.»
«Sono uguale all’altro giorno.» Tanto ero sicura che non avrebbe notato i capelli sciolti e accorciati.
«Chef Madale mi ha parlato bene di te.» Ecco cosa c’era scritto davvero sulla fascetta del maresciallo.
«La mia risposta è no.»
«Ma se ancora non ti ho detto niente.»
«Allora dimmi.»
«C’è bisogno di un uomo in cucina.»
Sbuffai. «Chiama un uomo.»
«Capiscimi. Ho dovuto mandare un altro steambot in manutenzione.»
«No.»
«Lo chef vuole te.»
«Io non voglio.»
Francesco sorrise. «Secondo me gli piaci. Potresti approfittarne.»
Incrociai le braccia. «Non ci penso nemmeno!»
«È un tuo superiore.»
«E tu sei l’ufficiale. Gli dici che non vado e non devi nemmeno giustificare la tua decisione.»
Sollevò le braccia. «Sono anche il tuo ufficiale. E ti assegno alla cucina.»
Strinsi i pugni e iniziai a tamburellare con il piede per terra.
«Anzi, ti ho già assegnata.»
«Ehi, oggi non c’è risotto.»
«Non sono tenuto a motivare il mio ordine.»
Digrignai i denti. «Chiedo rapporto!»
«Ok, ci vediamo domani mattina dopo l’alzabandiera. Adesso preparati e va’ in cucina.»
Salutai, battendo con violenza l’anfibio sul pavimento e facendo un dietrofront formale.

Arrivai mentre una cuciniera marocchina metteva degli scarti nella gabbia del corvo di sicurezza, che agitò un paio di volte le ali e poi si avvicinò a controllare. L’angolo degli steambot iniziava a riempirsi di fumo e vapore.
Non sapendo ancora quale fosse la mia consegna, mi offrii di aiutare un commilitone: aveva i capelli neri, ricci molto fitti, e la carnagione chiara; sulla fascetta portanome della sahariana bianca c’era scritto “Er Rachdi” e sulle spalline aveva cuciti i gradi di caporale.
Stava pulendo i totani. Mi affascinò la manualità necessaria: la delicatezza nell’incidere la pelle e poi l’apparente facilità con cui questa veniva via dal corpo; il modo in cui si separava la testa facendo attenzione alle cartilagini, infine il trucco di rivoltare il mantello per pulirlo dalle interiora. La parte che mi riuscì meglio fu quella di preparare gli anelli, ovvio; ma il graduato marocchino fu molto gentile e bravo a insegnarmi, e anche se procedetti più lenta di lui non ne sbagliai a pulire nemmeno uno e ne fui molto soddisfatta.
Chef “Maiale” arrivò e mi diede la consegna di preparare la ratatouille. Io, ingenua, dissi di non conoscere quel piatto, così mi trovai costretta a lavorare sotto la sua stretta supervisione. Questo significò sopportare mani che mi cingevano i fianchi e poi scivolavano sulle chiappe, altre che mi accarezzavano le braccia o me le afferravano per rimestare nella padella. Il tutto per preparare una banale peperonata, cosa che avrei saputo fare anche da sola. Quante volte avrei voluto girarmi di scatto, puntargli la cucchiaia sotto il doppio mento e dirgliene quattro! Invece trattenni tutto per l’indomani mattina, quando l’avrei vomitato in faccia a Francesco.

Alla fine mi venne concessa mezza giornata di permesso straordinario. Non avevo alcuna voglia di mettere l’uniforme da libera uscita, perciò dopo una doccia veloce indossai qualcosa che tenevo di scorta in caserma: una camicetta giallo ocra con le maniche a sbuffo e la minigonna abbinata, un corsetto blu elettrico per coprire il busto. Mi resi conto di non avere stivali né pochette adatte, per cui scelsi un nero jolly per gli accessori e gli anfibi.
Fuori mi accolse l’aria caliginosa color fumo di Roma. Gli occhi iniziarono subito a lacrimare; mi istillai due gocce di collirio e indossai gli occhiali da viaggio, anche se la montatura era di ottone e non ci azzeccava nulla con il resto.
Alle mie spalle sentii chiudersi il cancello della caserma e una voce conosciuta. «Sergente Venditti, buon pomeriggio.»
Mi girai verso il caporale, che aveva l’uniforme da libera uscita perfettamente stirata. «Er Rachdi, buon pomeriggio a te.»
Salutò toccandosi la bombetta e raddrizzando la schiena. «Posso accompagnarvi? Ho una motocarrozzetta.»
Quei veicoli strani con il motore scoppiettante mi incuriosivano, ma non avevo ancora avuto l’occasione di viaggiarci. «Volentieri; ma, uhm… la Cristoforo Colombo è fuori strada?»
Spalancò gli occhi. «Eh, un po’. Ma conosco un locale sul tragitto dove servono degli ottimi aperitivi.»
Osservai il viso sbarbato: aveva forse diciannove anni, venti al massimo. Restai un attimo a bocca aperta. «È un invito?»
«Signorsì.» Appoggiò a terra la punta del bastone da passeggio e mi offrì il braccio.
Avevo altri programmi per il pomeriggio, ma sorrisi e accettai.
Il giro non mi deluse. Raggiungemmo il primo tram in pochi minuti. «Forza, tagliamo in due queste nuvole di vapore!»
Salutò toccandosi il casco di cuoio, che aveva sostituito la bombetta. «Agli ordini, signora!»
Girò una manopola di legno e la motocarrozzetta accelerò, alzando nello stesso tempo il volume del rombo del motore. Attraversammo gli sbuffi bianchi scaricati dal tram; quando gli passammo di fianco alzai le braccia e mi misi a ridere. Attirai così l’attenzione dei pochi passeggeri, che mi guardavano seri.
Mi venne spontaneo gridare: «Ciao!»
Una bambina agitò la mano, subito bloccata dalla madre.
Diedi un’occhiata al caporale: anche se concentrato alla guida, vedevo che sorrideva. Così mi lasciai andare all’allegria anche con il secondo tram; il suo sorriso non cambiò.
Nessuno ci superava; eravamo il veicolo più veloce in città, mi sentivo invincibile.
Arrivati a destinazione mi tolsi il foulard e mi acconciai i capelli al meglio, specchiandomi in una vetrina. «Come sto?»
Lui indossò la bombetta e vi sistemò sopra gli occhiali da viaggio. «State molto bene con i capelli corti, signora.»
Sorrisi. Quindi mi aveva già notato quando avevo le trecce? O forse mi stavo solo illudendo che non fosse un invito estemporaneo. Ma cosa ci trovava un bel giovanotto come lui in me, che ero più vecchia?
«Grazie. Però adesso fammi un favore: dammi del tu e chiamami solo Michela. Almeno finché sono in borghese.» Arricciai il naso.
«Ai vostri ordini… scusate… scusa!» Ridemmo. «Va bene; allora io sono Youssef.»
Il locale si chiamava “Isola dei Pirati” e all’interno si sentiva suonare musica dal vivo. «Sei gentilissimo a portarmi qui; ma costerà mezza paga.»
Mi fece l’occhiolino. «Sono un graduato di truppa: ho il cinquanta per cento di sconto; e le signore accompagnate hanno la prima consumazione gratuita. Vieni.» Mi offrì il braccio.
Appoggiai la mano. «Beh, allora come non detto. Andiamo pure ad abbuffarci. Giovanotto? Come prima consumazione prendo tutto quello che c’è sul menu!»

Ci sedemmo su degli sgabelli alti a un tavolino defilato, in modo che la musica facesse solo da sottofondo. Ordinammo il “Corsaro dei Cinque Continenti”, un tagliere misto di sapori che provenivano da ogni angolo della Terra.
Le macchine per scaldare cibi e bevande sbuffavano a pochi metri da noi, avvolgendo il locale in una atmosfera ovattata. Sembrava che solo io e lui fossimo reali e che tutto il resto fosse quasi un sogno.
Il nostro antipasto era accompagnato a un cocktail che coniugava gli spiriti freddi dell’est europeo con i succhi calorosi della limetta caribica.
«Com’è che si chiama?» Indicai il bicchiere, mentre stavo letteralmente divorando le fettine di banana fritte.
«Caipiroska
«Ne prendiamo un’altra?» Youssef spalancò gli occhi, per cui aggiunsi: «La offro io.»
Scosse la testa. «Guarda che è roba forte.»
Sbuffai. «Questa? No! Quando stavo male, da bambina, mia nonna mi curava con latte e acquavite; quella era roba forte. Questa è acquetta.»
Come contorno ai due cocktail ci portarono altre piccole bruschette, una diversa dall’altra. Ci guardammo divertiti. Lui ne prese una e me ne fece mordere metà; poi mise in bocca il mezzo boccone rimasto e, con le mani, fece un gesto come per dire “uhm, che buona”.
Mi misi a ridere. La scena si ripeté con le altre bruschettine, tranne l’ultima in cui scherzai: la morsi quasi tutta e lasciai a Youssef solo un pezzo di crosta. Fece un’espressione che sarebbe stata da disegnare, se ne fossi stata capace, per quanto era divertente. Certo, per poco il boccone e le risate non mi fecero soffocare, però ne valse la pena.
Quando mi accompagnò sotto casa lo invitai a prendere un caffè. Potrebbe essere stata l’abbondanza di caipiroska ma penso di no: sta di fatto che, dopo il caffè, ci concedemmo anche l’intimità. Era davvero giovane e un po’ inesperto ma si lasciò guidare senza resistenze a scoprire i miei punti più sensibili. Non dico che mi rivoltò come un totano, però fu una conclusione abbastanza soddisfacente del nostro appuntamento improvvisato.
Lasciai che si rivestisse, mentre io rimasi in vestaglia. Poi, prima che se ne andasse, lo abbracciai. «Youssef, ti chiedo solo un favore.»
«Dimmi.»
Mi misi a gesticolare senza senso. «Adesso non è che torni in caserma e poi vai a dire in giro che ti sei portato a letto la sergente. Sai, sono già abbastanza chiacchierata per il fatto di esserci stata con il capitano, non vorrei che si aggiungessero altre voci…»
«State tranquilla. Muto come un pesce, signora.»
Scossi la testa. «Non è l’ordine di un superiore; te lo chiedo come Michela.»
Mi strinse le mani. «Sta’ tranquilla. Te lo dice Youssef.»
Mi abbracciò e prima di uscire mi baciò delicatamente sulle labbra. Chiusi la porta e mi misi a saltellare per la stanza canticchiando una canzoncina allegra, improvvisando le parole perché non le conoscevo.

All’indomani mattina partecipai all’alzabandiera con la mimetica di ordinanza. Poi tallonai Francesco fino al suo ufficio, cercando di essere il più invadente possibile. Mentre si accomodava, sbattei l’anfibio sul pavimento e gridai sull’attenti. «Sergente Michela Venditti a rapporto.»
Incrociai le braccia e iniziai a tamburellare con il piede, così sulla fiducia.
Francesco mi guardò dagli anfibi fino al basco; sembrava deluso, forse perché stavolta non avevo quasi nulla di scoperto.
«Ti hanno vista in giro con un mammalucco, ieri pomeriggio.»
«Quindi? Sono fatti tuoi?»
«No, certo…»

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Messaggio Da Nellone Lun Dic 05, 2022 11:42 am

Uno steampunk al contrario: paiono esserci tutti i vizi della società moderna (aperitivo, libertà di costumi, localini interessanti) con vapore ovunque. In questo, devo dire, il racconto ha una grande originalità. Per il resto, invece, non mi ha convinto appieno, con le varie fasi che trovo raccordate solo formalmente; mi aspettavo qualcosa di più anche nel finale. La trama è abbastanza classica, non presenta particolari guizzi ma scorre via con facilità, anche grazie a uno stile semplice e pulito; dalle prime righe mi aspettavo un brano brillante e divertente, poi si spegne un po’, pur senza estinguersi del tutto. La cucina e il genere, quindi, sono ben presenti; il corvo di sicurezza è una chicca (ricorda i canarini che si tenevano nelle miniere…) ma avrebbe potuto interagire di più nella storia, restando invece una sorta di spalla comica.
Nel complesso, senza dilungarmi, lo trovo un lavoro semplice e ben confezionato, con qualche spunto interessante ma che nel complesso non mi coinvolge particolarmente. Del resto, non sono un gran romanticone…

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Messaggio Da Petunia Mar Dic 06, 2022 10:57 am

Bello, bello. Mi è piaciuto un sacco. La cucina è ben presente nella storia e svolge un ruolo importante come dovrebbe. 
Trovo che il linguaggio adottato sia un po’ troppo contemporaneo il che me lo fa vivere più come un racconto di fantascienza che steampunk ma per me questo è un difetto relativo. 
Mi è piaciuta l’indagine psicologica che di sicuro hai fatto sui personaggi e che traspare in ogni aspetto del racconto conferendogli spessore. 
È un lavoro ottimo che apprezzo davvero molto. Complimenti.
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Messaggio Da Fante Scelto Mer Dic 07, 2022 9:47 am

Non sono convintissimo di questa ambientazione steampunk: trovo che sconfini troppo nella modernità. Tutta l'impostazione è molto contemporanea, dalla libertà dei costumi al parlato.
Non è ben chiaro di quale periodo storico (ucronico) si parli, credo sia un fine '800 per via di alcuni indizi come la motocarrozzetta; l'impressione è però che si tratti di un mondo moderno arretrato all'epoca del vapore, più che un mondo ottocentesco che precorre i tempi.
Non so se ho reso l'idea.

Anche la scelta dei personaggi marocchini mi lascia un po' perplesso.
Non ricordo, ma potrei sbagliare, fasi storiche in cui Italia e Marocco abbiano avuto canale di collegamento così stretto da avere soldati marocchini in servizio.
Fossero stati libici avrei potuto collocare meglio l'epoca storica, ma, salvo riferimenti che non ho colto, questo contribuisce a renderlo ancora più moderno e poco ottocentesco.

Infine la trama.
E' un bello spaccato di vita di caserma ma nella quale non succede poi molto, a parte l'uscita insieme tra i due personaggi principali (un po' telefonata).
Anche l'ambientazione militare l'ho trovata poco militare, nel senso che la stessa protagonista mi ha dato più l'idea di un'attrice che veste i panni della soldatessa che non una soldatessa vera.
Anche qui, non so se ho reso l'idea.

Le atmosfere steampunk si respirano solo a brevi tratti, un po' come i profumatori orientali del capitano, specie durante la corsa in città e il passaggio nel locale caldaie. Per il resto, molto vapore ma poco contesto. Soprattutto, non succede nulla di davvero steampunk (viaggio, azione, scoperta, invenzione, intrigo, cospirazione: questi, a naso, sono i temi più indicati per il genere scelto).

A rileggerci!
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Messaggio Da Danilo Nucci Ven Dic 09, 2022 3:17 pm

Il brano è scritto molto bene e impreziosito da dialoghi freschi e brillanti. Quanto al genere, come ho già detto altrove, non ne so molto e per quello che ho capito lo trovo poco attraente, ma mi pare che sia stato azzeccato dall’autore. La cucina è centrale, cosa non comune nei racconti che ho letto fino a questo momento. Quanto alla scelta degli altri elementi, c’è il corvo, che appare due volte, ma senza lasciare il segno, c’è il fante, ma mi manca un terzo elemento richiesto (ma forse sono io che non l’ho individuato).
L’aspetto che più mi ha deluso – qui si rientra nei gusti personali - è l’assenza di una vera storia. La trama è fatta di episodi che insieme non fanno una storia. Quanto al finale resta del tutto sospeso e indefinito, lasciando il lettore (almeno a me successo)  nell’impossibilità di formulare nemmeno un'ipotesi plausibile.
Riepilogando, per me luci e ombre.

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Messaggio Da Antonio Borghesi Lun Dic 12, 2022 2:24 pm

Come trasformare una storia d'amore (magari da un aperitivo- in tutti i sensi- a un altro...nascerà) in uno steampunk? Per me ci sei riuscito e anche bene. Bravo autore. Mi ha fatto piacere leggere e sei stato la tua scrittura anche fluente nella tua scrittura elegante e priva d'errore. Un buon lavoro.
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Messaggio Da Arunachala Lun Dic 12, 2022 6:06 pm

piaciuto parecchio, davvero.
faccio un solo appunto, e cioè che di steampunk c'è poco, ma se è stato accettato vuol dire che va bene.
belli e gradevoli i personaggi. non tutti, ovviamente, alcuni sono sgradevoli ma comunque ben presentati e caratterizzati.
piacevoli i dialoghi e molto buone le descrizioni.
insomma, mi è davvero piaciuto, ecco.

p.s. avrei messo un altro titolo, ma va bene anche questo

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Messaggio Da Arianna 2016 Mar Dic 13, 2022 5:49 pm

Questo è un racconto di cui non si può dire che abbia evidenti difetti: al netto di alcuni errori nell’uso della punteggiatura e delle maiuscole/minuscole nei discorsi diretti, la forma è corretta; non ci sono errori di logica narrativa; il genere steampunk, anche se in realtà non ne avevo mai letto niente prima di questo step, mi sembra comunque esserci; c’è anche una vena vivace e ironica.
Quello che, se posso essere sincera, davvero mi manca, è lo spessore della storia.
Provo a spiegarmi meglio, che detto così suona male. Non è che la vicenda sia superficiale o qualcosa del genere, ma a me manca “il sangue”. Non in senso cruento (morti, omicidi o cose del genere), ma il sangue dell’autore, la pulsione emotivo/inconscia profonda che porta alla nascita di una scrittura; che non è detto porti a una scrittura drammatica: può portare anche a un bel testo umoristico.
Qui io sinceramente non l’ho sentita, ma può essere solo una percezione mia.
Ho letto senza difficoltà un racconto scritto in modo corretto, ma non sono riuscita ad andare oltre.
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Messaggio Da tommybe Gio Dic 15, 2022 11:02 am

Peccato che l'eleganza della scrittura non sia anche ne titolo di questo bel racconto. Non capisco se dietro ci sia mano femminile o se sia tutto un simpatico imbroglio dell'autore. Le reazioni della protagonista in parecchie occasioni mi fanno protendere verso la seconda ipotesi. Quella gomitata sullo sterno, soprattutto senza commento alcuno, è la firma di un comportamento maschile. Ma non è importante, mi sto avvitando sulle parole dimenticando l'argomento 'cucina'. Forse l'ho fatto apposta. È un buonissimo lavoro il tuo, autore.
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Messaggio Da Byron.RN Ven Dic 16, 2022 1:31 pm

Un racconto che ho trovato divertente, l'ho letto con piacere.
Forse è vero che sotto non ci sia una storia ben strutturata, ma solo degli episodi, degli spaccati di quotidianità, eppure l'autore è riuscito a compattarli in modo organico, riuscendo a dare vita a qualcosa di molto gradevole.
In quanto al genere penso che sia centrato, se non ricordo male, documentandomi avevo letto che il genere prevedeva tecnologie avanzate per il periodo di riferimento o epoche future caratterizzate da arretramento tecnologiche.
La cosa che non mi convince per niente è il finale. Forse si tratta di un problema di caratteri insufficienti, però la chiusa mi ha deluso.
Il risultato generale comunque, e mi ripeto, anche se non è perfetto e impeccabile è molto piacevole.
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Messaggio Da Susanna Sab Dic 17, 2022 12:24 am

Come sempre parto dal titolo: mi spiace ma non mi è piaciuto, anche se alla fine racchiude qualcosa della storia, quasi sminuisce il racconto stesso. Poco elegante direi.
Titolo a parte, il genere lo trovo azzeccato: uno steampunk un po’ sui generis, ambientato in un’epoca non ben precisata, una sorta di connubio tra un futuro visto dal passato e un oggi che è tornato un po’ indietro nel tempo, portandosi appresso una certa libertà di costumi e la presenza di donne nelle caserme, minigonne comprese. O forse un futuro dove qualche evento ha portato a dover rivedere tanti aspetti della quotidianità ripartendo da un certo momento del passato. Ma non è poi così importante perché comunque la storia regge. I paletti sono inseriti con discrezione, sono funzionali alla storia: bello il corvo (canarino di minerarie memorie) e giusto per gradire il cocktail galeotto. Mi sono piaciuti molto i dialoghi, che tratteggiano caratterialmente i personaggi.
Una storia semplice, un amorazzo/un’avventura nato/a tra i vapori e i profumi di una cucina - elemento ben presente - e che nel cibo trova un appiglio per consumarsi. E per me è proprio questo il punto debole del racconto.
Non che riprendere trame già lette e rilette sia un difetto, anzi, c’è sempre un modo nuovo per porgerle, però qui manca qualcosa che dia un significato particolare a quello che sembrerebbe solo un episodio ripreso dalla vita dei due protagonisti. Due persone lavorano assieme, interagiscono, escono una sera, “c’è dell’intimità” e poi le giornate tornano uguali. Se ad emergere era questo momento particolare, è liquidato velocemente, non trasmette emozione.
Peccato, perché il racconto è scritto bene, soprattutto la prima parte ha un bel ritmo, i dialoghi sono strutturati con cura, ma tutto si perde nella seconda parte, un po’ scontata. Se fosse un primo capitolo di un romanzo, dove la storia si sviluppa con le inevitabili peripezie ma anche come inizio di un rapporto più intenso e ricco, ecco che la visione del racconto cambierebbe.
 
 
Le mie note: non ho trovato refusi o inciampi particolari, qualche punto con la punteggiatura da rivedere. Non avrei messo in corsivo termini tipo foulard o cocktail e un paio d’altre che ormai sono conosciute.


Ultima modifica di Susanna il Lun Dic 19, 2022 5:23 pm - modificato 1 volta.

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Messaggio Da FedericoChiesa Sab Dic 17, 2022 2:34 pm

È scritto bene.
L'ambientazione è curata e precisa.
Gli atteggiamenti dei personaggi sono precisi.
I dialoghi sciolti, naturali, forse troppo moderni per uno steampunk.
Cosa manca? Una trama e un po' di verve, per cui scorre via ma senza lasciare un segno.
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Messaggio Da ImaGiraffe Lun Dic 19, 2022 4:38 pm

Il racconto non mi è piaciuto. Per gran parte del tempo sembra che navighi a vista senza una reale meta. Come se fosse un esperimento, una prova per testare se il genere steampunk potesse funzionare.
A tal proposito infatti il genere mi sembra molto abbozzato. Come se l'autore avesse letto e visto qualcosa in giro e poi avesse tentato di riproporlo. Questo di per se è anche un pregio perché si percepisce la volontà di proporre qualcosa di nuovo. Purtroppo il risultato non è eccellente.
Per quanto riguarda la cucina è presente e sicuramente meglio gestita rispetto a molte altre nello step, però di certo non colpisce più di tanto.
La trovata del corvo è veramente geniale, quella mi è piaciuta veramente parecchio.
In conclusone però il racconto, anche se scorre, non mi ha colpito, anzi in alcuni punti mi ha anche annoiato. Mi dispiace.
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Messaggio Da paluca66 Sab Dic 24, 2022 7:26 pm

Errori / refusi non ne ho trovati, la scrittura mi è piaciuta molto, con dialoghi ben inseriti nel contesto e con una facilità di lettura decisamente invidiabile.
Paletti: comincio subito con il genere che dovrebbe essere steampunk ma, siccome dopo averne letti tanti, ancora non ho capito bene in cosa consista questo genere (ho capito solo che non mi appassiona granché) mi fido del nostro staff che lo ammesso e, rispetto ad altri già letti, mi complimento per non avere parlato di carrucole, ingranaggi, rotelle, vapori e quant'altro.
I tre elementi richiesti ci sono tutti così come la cucina, tra le più centrali e centrate tra i racconti fin qui letti; particolarmente apprezzata la figura del corvo, utilizzato come sistema d'allarme.
La storia è semplice, può sembrare che non accada molto e invece di cose ne succedono molte, eccome!
Al di là della parentesi rosa, peraltro molto bene integrata nel racconto, c'è la figura di una donna forte e sicura di sé che fa valere le sue ragioni in un mondo che più maschilista non potrebbe essere: una figura, quella di Michela, che mi è piaciuta moltissimo, forse la migliore tra quelle lette finora.

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Messaggio Da Asbottino Ven Dic 30, 2022 12:22 pm

Allora inizio dicendo che è uno dei racconti che mi è piaciuto di più. Senza sé e senza ma. Almeno un "però" o due ci sono, ma ci arrivo dopo. In un altro commento ho detto qualcosa a proposito del fatto che ci sono racconti che ti emozionano per come sono scritti e non tanto perché siano in effetti emozionanti. Questo è uno di quei racconti. Mi piace da matti come è scritto. Mi ispira, mi fa venire voglia di scrivere. Perché no? Anche di imitare certe cose di questo stile.
Il fatto che la trama sia esile, che sia poco più di una serie di scene di vita militare cucite insieme con il filo rosso del cibo, non lo metto tra i però.
Le trame esili non mi disturbano, specie se la scrittura e i personaggi funzionano così bene.
Un "però" lo dedico alla cucina. Ovviamente è un elemento fondamentale del racconto, anche se trovo che il vero protagonista della storia più che la stanza sia il cibo. Il titolo, forse poco elegante in confronto alla scrittura, lo testimonia. E in fondo la parte più sostanziosa della esile trama, ovvero l'appuntamento tra i due, nasce in cucina ma poi si consuma altrove.
L'altro "però" è sul genere. Abbastanza per accettarlo, ma forse non abbastanza per considerarlo perfettamente centrato. C'è molto vapore, questo sì, ma il contesto storico-ucronico è un po' fumoso.
Ma al di là di questi due "però" il racconto è davvero riuscito e godibile e un posto nella mia cinquina se lo becca di sicuro.
Complimenti.

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Messaggio Da Achillu Lun Gen 02, 2023 10:50 am

Ciao Aut-

Ti segnalo "uno dei primi giorni sereni e appena ventilati di quella fine di primavera". Secondo me proprio no; in città (anche se a Roma) dovrebbe prevalere lo smog, sempre, in uno steampunk.
A parte questa che ritengo una svista, quando ho letto il tuo racconto ho pensato "finalmente uno steampunk come piace a me", ambientato ai giorni nostri ma con la tecnologia ancora fortemente ancorata a carbone e vapore; poi però nella seconda parte mi sembra di tornare indietro nel tempo, con la motocarrozzetta e i tram. Il racconto si risolleva quando il locale sembra di nuovo contemporaneo. Ecco: diciamo che avrei preferito qualcosa di più coerente da questo punto di vista.
L'impressione che ho avuto è quella di aver letto due racconti distinti. Ci può stare, ci mancherebbe, è come se avessi voluto sottolineare i diversi aspetti della narratrice protagonista; il risultato è quello che Michela è un personaggio tridimensionale, ma la sensazione complessiva è che le due parti di questo racconto non siano ben amalgamate.
Molto bene la ripresa del capoverso finale, che dà un senso circolare al racconto, ma anche questa staccata dalla parte di genere più rosa.
Mi sono piaciuti tantissimo i corvi, al momento sono quelli più originali che ho letto. Molto bene la cucina. Fanti ce ne sono in abbondanza. C'è anche la caipiroska. Genere steampunk rosa, idea per lo meno originale.

Grazie e alla prossima.

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Messaggio Da Akimizu Lun Gen 02, 2023 1:24 pm

Ciao autore, il tuo racconto mi ha entusiasmato per lo stile, per la scrittura pulita ma mai banale, per la sottile vena ironica che non scade mai in farsa, per i dialoghi scorrevoli e di certo non artefatti, ma mi ha respinto per la trama. Non mi ha coinvolto, non mi ha emozionato, mi ha solo fatto sorridere in alcuni punti. Non ha graffiato, ecco. Non ho nemmeno capito bene di cosa volessi scrivere: di Michela? della sua storia con Youssef? Dinamiche di caserma? Forse tutto questo insieme, ne deriva che nessuna delle parti è ben sviluppata. Io mi sarei concentrato di più sulla storia con Youssef, dopotutto è la cosa più bella del racconto, c'è dentro tanto, anche un messaggio sociale volendo. La prima parte in  quest'ottica è decisamente asciugabile. Bella invece l'idea di un passato/futuro alternativo dove c'è questo strano rapporto tra Italia e Marocco, che se anche non è spiegato lascia intravedere delle ucronie particolari. A rileggerci!
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Messaggio Da Molli Redigano Mer Gen 04, 2023 12:32 am

Galeotto fu il totano. E l'apericena. 

Bella disinvolta la sergente, mi ha dato la sensazione di una che avesse una sorta di "marchio", aldilà del fatto che sia stata anche col capitano.

Ciò che non ho capito, è la precisa collocazione di questa sorta di "esercito", "istituzione ibrida" la definirei, che a parte il fatto di esistere mi sembra un po' fine a se stessa. Sicuramente io non ci ho capito un'acca, tuttavia mi è molto piaciuta detta ambientazione, così come lo sviluppo della trama che culmina nella "storia d'amore" tra la sergente e il mammalucco. Ecco, ma anche 'sti mammalucchi, da dove escono fuori. Intendo dire, perché loro e non, gli Eritrei o i Somali per esempio. Un racconto che mi par quasi "coloniale" ora che ci penso.

Mi perdonerà l'Autore per le mie strampalate supposizioni.

Grazie

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Orazio, Ars Poetica, vv. 343-344


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Messaggio Da SuperGric Mer Gen 04, 2023 5:47 am

Che bella scrittura frizzante e spigliata! Sembra che ti esca così, spontanea, senza fatica. Io devo ancora lavorarci tanto tanto per arrivare a questi livelli, complimenti!
I personaggi sono simpatici (tranne lo chef…), la storia mi è piaciuta (complimenti per gli indizi iniziali sull’avventura di Michela con il capitano: lui che l’aveva già vista in déshabillé, il risotto per due…). Mi mancano un po’ l’ambientazione e l’atmosfera ucronica-steampunk (quando siamo esattamente? Ambiente militare fin troppo easy. Un capitano può decidere la paga dei propri sottoposti? Perché i marocchini/mammalucchi?).
Comunque un bel racconto!
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Messaggio Da caipiroska Mer Gen 04, 2023 10:11 pm

La vera domanda è: perchè un autore coì capace non è riu$cito a dare una trama più definita a que$to bel racconto?
In que$to te$to c'è davvero tanto e $ono tante le co$e che mi hanno convinta: una $crittura matura, efficace e convincente, dialoghi ben ge$titi, $en+a contare l'approfondimento p$icologico dei per$onaggi (che adoro leggere!) che $'infila $en+a fatica tra le righe e ci regala dei ritratti preci$i e lucidi dei per$onaggi.
Le $cene de$critte $ono chiare e ben ge$tite, lo $team appare in modo $oft, ma l'ho percepito attinente.
Manca $olo una bella $toria a incorniciare tanta bravura!
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Messaggio Da vivonic Dom Gen 08, 2023 11:50 am

Ciao, Autore. Uno dei racconti più riusciti dello step, per quanto mi riguarda.
Mi trovo d'accordo con quanto dice Asbo sul fatto che fa venire voglia di scrivere: probabilmente conosci talmente bene il genere che sapevi come e cosa scrivere andando sempre sul sicuro. Infatti trovo che sia un racconto che si legge davvero con piacere e "bene", se si può dire così: ovvero non c'è nessun passaggio in cui si inceppi la lettura.
Non trovo nemmeno che ci sia qualcosa di debole tra paletti, stanza e genere: e infatti il CdL non si è interrogato su niente a tal proposito. Forse è vero che il protagonista, come suggerisce il titolo, sia più il cibo della cucina in sé, ma è questione di poco.
Per quanto mi riguarda, solo tanti complimenti!

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Un giorno tornerò, e avrò le idee più chiare.
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Messaggio Da Menico Lun Gen 09, 2023 4:48 pm

Scusami Autore, ma l'unica cosa che ho trovato geniale è il corvo di sicurezza. Per il resto, mi sembra un adattamento ai paletti di una banale storia di sesso tra colleghi.
PS: non sono riuscito a trovare nessun aggancio storico relativo a militari marocchini in servizio in Italia.

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Messaggio Da Achillu Gio Gen 12, 2023 10:49 pm

A me piace molto raccontare i retroscena, per cui come al solito ve li racconto. In mezzo ci stanno alcune risposte alle vostre domande.

La prima idea era stata quella di replicare, in chiave steampunk e invertendo i generi dei personaggi, il mio racconto Il cercatore di androidi. Michela riflette Charles, Francesco è l'ex di Michela come Molly è l'ex di Charles. Lo steambot scomparso riflette l'androide George. Solo che Michela non è un'investigatrice ma una caposala caldaie che, pur di non tornare in cucina dal polipo chef Maiale, si mette sulle tracce di chi ha fatto sparire lo steambot. Ah, e l'ambientazione era in un albergo. Qui purtroppo mi sono perso perché non sono riuscito a immaginare altre dinamiche: perché lo steambot scompare? Boh.
Così ho abbandonato tutto e mi sono rimesso a lavorare su altro.
Poi una notte ho fatto un sogno strano: un appuntamento estemporaneo, il pub che si chiama L'isola dei pirati, un giro in sidecar con la ragazza che ride. E lì ho pensato: non c'entra nulla con ciò che ho già scritto, però perché non infilarcelo dentro lo stesso?
Tutto il resto è arrivato a contorno, a partire dall'idea che i personaggi non fossero dipendenti di un albergo ma dei soldati di fanteria, per inserire il paletto.
Per le scene aggiunte, tolte, ampliate, asciugate devo ringraziare le mie alfa reader.

Un'ambientazione steampunk ha bisogno di molto personale per funzionare. Per cui all'inizio avevo pensato a degli operai immigrati, soprannominati "marocchini" come si fa in alcune parti d'Italia per indicare genericamente i nordafricani. Nel passaggio da albergo a caserma sono diventati marocchini in senso stretto. I "mammalucchi" in realtà sono i soldati dell'Impero Ottomano, insomma purtroppo non sono riuscito a dare un senso definito alla presenza di soldati marocchini.
Ho pensato poi a un'Italia tipo anni 1910/1920, per cui nel linguaggio ho cercato di inserire quanti più vocaboli italiani (tipo la limetta caribica al posto di lime) e ho messo in corsivo foulard e tutte le parole straniere proprio per dare un senso antiquato anche alla forma. Ma ho voluto anche una Michela emancipata in una società finto-paritaria come l'Italia odierna, per questo mi sono ispirato a una mia carissima amica anche per la scena della gomitata allo sterno.

@Nellone  @Petunia  @Danilo Nucci  @Antonio Borghesi  @Arunachala  @Arianna 2016  @Byron.RN  @FedericoChiesa  @ImaGiraffe @Akimizu  @Molli Redigano  @SuperGric  @vivonic  @Menico
Grazie per il commento, non ho nulla da aggiungere se non un altro grazie per la lettura e la pazienza di commentare. Grazie per quello che avete apprezzato e anche per avermi spiegato cosa non vi è piaciuto. In particolare per Danilo: il terzo elemento è la caipiroska.

@Fante Scelto
Mi è piaciuto molto il tuo commento, circostanziato su diversi aspetti e non so se ti può sembrare strano ma mi trovi d'accordo su tutto. Grazie.

@tommybe
Ebbene sì, hai capito che c'era la mia mano in questo racconto o comunque una mano maschile. Ma un giorno riuscirò a non farmi scoprire, nemmeno da te. Grazie.

@Susanna
Mi è piaciuto molto il commento, l'ho trovato anche molto costruttivo soprattutto nei punti che ti sono piaciuti di meno; tra parentesi, hai dato suggerimenti che sarebbero anche in linea con la mia sensibilità, proprio come se fossi riuscita ad andare oltre il tuo gusto personale per empatizzare con il mio. Grazie davvero.

@paluca66
Il tuo commento è quello più allineato, parola per parola, con ciò che avrei voluto esprimere e ne sono davvero davvero felice. Grazie mille, grazie infinite.

@Asbottino
Il tuo commento è quello che mi ha stupito di più perché sei andato addirittura oltre a quello che io stesso avevo visto nel racconto. Al di là del fatto che mi fa immensamente piacere che un maestro di scrittura come te arrivi a dire che vorresti addirittura imitare qualcosa dello stile che ho usato in questo racconto. Il filo rosso del cibo, il fatto che sia o potrebbe essere questo a legare insieme le scene, ecco: io non l'avevo proprio notato. Grazie per avermi fatto vedere il mio racconto da un altro punto di vista. Ma grazie davvero infinite.

@caipiroska
"La vera domanda è: perchè un autore coì capace non è riu$cito a dare una trama più definita a que$to bel racconto?" Non ti so rispondere. In tanti hanno commentato che la trama è debole, ma solo tu me l'hai girata in questo modo ed è stata come una stilettata al cuore. Mi hai spinto a riflettere, e questo è un bene, ma non ti so rispondere. Grazie e scusami.

Grazie a tutti e alla prossima.

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