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La casa di Elisabeth in veste diversa e riscritta

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La casa di Elisabeth in veste diversa e riscritta Empty La casa di Elisabeth in veste diversa e riscritta

Messaggio Da Giancarlo Gravili Mar Mag 17, 2022 2:57 pm

La casa di Elisabeth

Capitolo I Monroe


Un velo notturno appariva all'orizzonte delineando indefinite ombre che scolpivano i tetti
creando un unico colore con il verde brunito delle colline.
Qualche casa guardava l'oceano sfogare il suo cupo impeto sulle scogliere e il panorama andava a degradare gradualmente ai margini d'una baia che era un porto naturale per molte imbarcazioni.
Quelle costruzioni davano l'impressione d'essere poste a guardia di remoti pericoli provenienti dal mare e il faro, arrampicato sulla punta del promontorio, illuminava le tempestose serate come ultimo baluardo delle terre abitate messo lì da una mano divina.
Spesso il vento del nord spirava così forte da sospingere fin sulla strada, che costeggiava il dirupo, alti spruzzi di spuma bianca con maestosi salti sul mare agitato.
Un poeta avrebbe definito quel paesaggio come una rara panacea per la propria scrittura.

«Aria fresca della sera che l'anima inviti a rimaner chiusa in se stessa,
in attesa di calde giornate che mai verranno,
Concedi a un pittore d’inspirare ogni singola nota che il mare emette,
fa che le tele s’intreccino con le mani
divenendo sinossi d’ogni pensiero d’amore.
E mai sia l’esistenza solo banale vissuto
che dipinge ma non incide»

Dell'antico villaggio costruito a ridosso delle scogliere col passare dei secoli era rimasto ben poco, solo sparute case e una strada che portava verso la costa.
Tra queste ve ne era una dall’aria insolita e solitaria.
Aveva un aspetto tradizionale impreziosito da finestre bianche con un tetto di scure tegole d’ardesia e legno decorato con perline d’un blu intenso.
Un piccolo cortile le faceva da cornice e migliaia di asfodeli lo corteggiavano danzando inermi insieme alle onde del mare.
Il suo essere vecchia era in antitesi con il suo aspetto.

«Chissà se il tempo avesse voluto fermarsi in quel posto quanto della melanconica visione dei sogni avrebbe vissuto eternamente accompagnato dalla staticità della vita...
Vi sono luoghi che vivono al margine del pensare, nel non esistere dell'esistenza, nella parvenza d'una strana appartenenza.
In fondo era solo una piccola baia, con un porto e alcune case aggrappate al promontorio che spiava il mare.
Immaginare di farne parte era possibile, eppure quel mondo non bastava per chi sognava un altro surreale universo

Ogni tempo vive il suo tempo e forse anche dei dipinti immaginari possono raccontare storie e vite e quello che ai miei occhi appariva un’immagine avrebbe potuto essere realtà o mondo surreale o qualsiasi altra cosa avessi voluto. Io ero di fronte e forse in me stava nascendo un altro mondo...»

Capitolo II Elisabeth


Una ragazza viveva in quel tempo a Monroe.

«Dove vado sola su questo sentiero?
Riesco ancora a respirare l'aria in questo vento che mi solca il viso?
Riesco ancora a immaginarmi in un altro vivere?
Andrò lontano con le mani protese sull'infinito buio che sembra voler ghermire il cuore.
Andrò dove qualcuno capirà senza chiedere e chiedere sarà inutile perché tutto profumerà di vita e amore.
Esisterà mai per me questo giardino di pace?
Ho vissuto sempre accanto alle storie del passato, non capendo quelle del presente, cercando le mie origini senza mai trovarle, comprendendo dalle mie lacrime il segreto destino che cercavo.

Ma qual era il mio destino? Suonava in me la voce dell'inconscio con note non conosciute, con melodie che rapivano il mio pensare.
Lasciando le ragioni appese al canto del mare che ogni volta cullava il mio dormire.

Sì, Elisabeth riposa nella tua notte, nel tuo sogno.»

Elisabeth Hamilton quando rincasava faceva sempre la stessa strada verso l’imbrunire, volgendosi verso la costa
Il suo lavoro era lo stesso da diversi anni e gli amici si contavano sul palmo d’una mano.
Ecco la sua vita: commessa di giorno in un negozio di stoffe nella vicina Monroe; di notte il sogno rappresentava il suo mondo, la sua ancora di salvezza.
Il passo era svelto, in fondo poche miglia separavano la sua casa dalla piccola cittadina di Monroe.
Un’abitazione che avrebbe voluto vendere per partire verso luoghi più vicini al suo vero mondo,
nulla gli bastava più per essere felice in quel tempo e in quel luogo.
E neppure il lavoro pareva soddisfare la sua reale aspirazione di vita.
Fare la commessa e vivere abbarbicata su un promontorio nebbioso e freddo la faceva sentire imprigionata in un sogno non voluto.
Per paradosso l’unica cosa che adorava era quella stradina che le concedeva il lusso di rimanere sola con i suoi pensieri né troppo a lungo né troppo poco.


Cap. III La casa

La casa di Elisabeth s'affacciava dall’alto direttamente sul mare e la voce dell'oceano spesso filtrava attraverso le finestre, dandole quella compagnia di cui aveva bisogno.
Nessuno l’aspettava, i genitori erano morti da tempo lasciandole come eridatà proprio quell'unica cosa posseduta: una casa in cima al promontorio.
Il tempo pareva sempre essere uguale nel NorthShaffle, ogni giorno in fila, uno dietro l'altro come se la vita non scorresse mai, un tempo vissuto e rivissuto senza tempo.


Quella sera il lavoro era terminato in anticipo, Mr. Benson, il padrone del negozio dove lei lavorava, era andato via nel primo pomeriggio e la baracca aveva chiuso battenti in anticipo sull’orario.
Una sottile foschia saliva dal mare e il biancastro susseguirsi delle nuvole aveva lasciato il posto a ombre soffuse ed eteree che donavano a tutta la piana un aspetto quasi lugubre e sinistro.
Uno strano timore aveva preso l'animo di Elisabeth, per questo la decisione di chiudere bottega andava oltre la paura d'un eventuale rimprovero da parte di mr. Benson, uomo notoriamente dai modi non troppo gentili.
Quel pomeriggio inoltrato la strada sembrava non aver mai fine, Elisabeth non faceva più caso al paesaggio circostante, erano troppe le emozioni che bussavano all'animo per distrarsi in altre visioni.
Il vento andava aumentando d'intensità e il suo viso, pallido e lentigginoso, s’illuminava al freddo e quella fioca luce biancastra la rendeva visibile come una lucciola in un campo di grano durante la notte.
Finalmente il vialetto che portava alla dimora apparve, tra la sempre più fitta nebbia e, come d'incanto, il suo disagio si placò immediatamente.
Quella strada che sempre l’aveva accolta con benevolenza d’un tratto aveva cambiato umore e l’unica cosa che poteva concedere ristoro e protezione sembrava essere quella casa che fino a poco prima aveva quasi odiato.
Tre giri di chiave al nottolino della serratura e il mondo esterno non le apparteneva più.
Via le sneakers viola, al loro posto un paio di comode pantofole, naturalmente dello stesso colore.
Il giaccone nero volò sul divano e indosso comparve il suo comodo maglione a cui non rinunciava mai.
Un paio di uova al prosciutto e una birra scura, questi erano i suoi pensieri più impellenti.
Poi un libro da leggere, qualcosa che sapeva parlare di tutto ciò che era viaggio…


Cap. IV Il tempo

Il tempo fisico, quell’aria stantia era padrone di ogni cosa…

Era impossibile scorgere il mare dalle finestre e il suo rumore non arrivava più sul promontorio.
La nebbia governava ogni cosa ed Elisabeth si sentiva estranea alla natura circostante avendo in sé un refolo di tranquillità donatole dal suo riscoperto rifugio.
Cena consumata in fretta e via sul tappeto accanto al fuoco acceso e da quel momento solo pagine da leggere… poi l’umana stanchezza concesse un sonno senza sonno, profondo come quei sogni che rimangono nell’io incosciente senza mai venire a galla nella mente.


«Se tu urli mare io non posso sentirti,
eppure sei in me più di quanto io abbia mai voluto.
Tu che dal basso mi chiamavi
e io sorda al tuo vociare.
Ora sei silente in questa notte
e nebbia scrive sulle pagine di questo libro
senza che compaia scrittura
o orma d’inchiostro.
Non ho mai veduto le tue spiagge
e nemmeno accarezzato l’irte scogliere
che ti contenevano a fatica.
Sì, tu sei il mio mare, quello dell’infanzia,
culla dei sogni adolescenti
paura e amore per l’ignoto.
Ma dimmi, perché
questa notte non parli?»


Cap. VI Il giorno

Il giorno arrivò senza avvisare penetrando all'interno della casa e svegliando Elisabeth dolcemente.
Lei s’alzò con un senso di benessere ritrovato e spalancò la porta di casa, aveva voglia di respirare
un ritrovato sapore di mare.
Gli occhi chiusi s’aprirono sul vialetto di casa e...
Le abitazione vicine erano scomparse, sul promontorio spiccava solo l’antico faro, ma il suo aspetto era mutato, pareva lucido e maestoso.
L’aria quieta non era più tale e il battito cardiaco cominciava a prendere il posto di ogni sensazione visiva.
Con un balzò tornò dentro casa cercando qualcosa di familiare che potesse calmare quel turbinio di sensazioni, quell’alone di pazzia che aveva preso il posto del pensare razionale.
Cercò il libro che stava leggendo la sera prima, senza trovarlo.
Eppure avrebbe dovuto esser sul tappeto accanto al camino.
Vagò per un po' in tondo poi il desiderio di razionalità, per un attimo, riportò la calma. Prese in fretta qualcosa da mettere indosso, chiuse alle spalle la sua porta e corse verso Monroe al negozio di Mr. Benson.


Cap. VII Una nuova realtà


Elisabeth corse a perdifiato verso Monroe finché ne aveva e quegli alberi rinsecchiti che solitamente erano a fianco della strada non c’erano più, al loro posto piante giovani e rigogliose.
L’asfalto rovinato della stradina era scomparso sotto le scarpe e solo un ciottolato polveroso e sconnesso faceva da guida ai passi.

«Cosa accade?
Mi ritrovo sul far dell'alba su questa strada, in questa mattina senza spiegazioni.
Immersa nel limbo delle ore, da dove viene questo mio pensare?

Dovrò tenerlo stretto a me, mi daranno della pazza.
E questa luce soffusa che sale imperscrutabile?
Ho paura! Dove sono? Vorrei tornare indietro ma devo proseguire.

Confusione...
Mi fermerò per ascoltare i battiti
del cuore che salgono.
Oramai non trovo traccia del mio volere.
Dio mio impazzisco!
Sento risvegliare le mie emozioni ed esse mi scrutano senza parlare, come qualcuno che ti sorride con un velo che nasconde il viso.
Questa strada con la sua ombra mi ghermisce, tenendomi compagnia.
Quella è… Monroe».


Monroe era sempre lì eppure non era la solita cittadina.
Poche case, strade molto strette, banchetti di pesce, insegne di taverne e tutt’intorno un olezzo melmoso che fuoriusciva da canali a cielo aperto.
Elisabeth con passo titubante s’affacciò su un piccolo slargo dove una chiesetta con il campanile dominava la vista.
Una voce forte e tuonante riecheggiava nell'aria venendo fuori come un fulmine dalla porta aperta
della chiesa.
Era quella di un pastore che, dall’alto d’un pulpito di legno di quercia, sbraitava contro tutto e tutti
e nessuno osava far volare favella che fosse una.
Quell'uomo, vestito di nero, aveva un grosso colletto bianco che veniva fuori dalla camicia, dei calzini sdruciti che coprivano fin sopra alle ginocchia i pantaloni e scolorite scarpe dotate di enormi fibbie di ferro ai lati.
Elisabeth, attratta dall’angoscia e da quelle urla, affrettò il passo verso quel frastuono e infilò la testa dentro...
Il suo sguardo allucinato fu subito notato da tutti i presenti che all’unisono si voltarono verso di lei.
Il pastore, con le vene del collo e della testa tronfie e gonfie come delle canne di bambù, interruppe il sermone e rivolgendosi a lei disse: «È questa l'ora di presentarsi alla funzione ragazza? Dove sono i tuoi genitori? Mettiti a sedere lì, indicando con l’indice ricurvo una panca vuota, e ringrazia il cielo che oggi sono di buon umore, ma guarda se questo è il modo di entrare nella casa di Dio!».
Poi, come se nulla fosse accaduto, con un grugno terribile a incorniciare il rugoso volto, riprese il suo discorso, scagliandosi contro chi osava andare in mare senza avere per esso e per le creature che lo popolavano il dovuto rispetto e ogni azione riconduceva senza ombra di dubbio al giudizio divino universale.
Elisabeth, seduta in silenzio, non proferì alcun fiato.


Cap. VIII Il tempo inverso


Il disorientamento di Elisabeth era tale che non s’era nemmeno accorta di indossare un vestitino grigio, delle scarpe nere e un fazzoletto abbarbicato tra la testa e il collo.
L'assurdo l’aveva rapita?
Ogni aspetto della sua vita, anche quello della quotidianità, era stato violentato da un tempo che non era quello vissuto e non era nemmeno quello immaginato nei tanti sogni notturni.
Finita la funzione religiosa tutti uscirono fuori in rigoroso e silenzioso ordine e ognuno si diresse verso i propri doveri, Elisabeth si accodò alla fila.
Forse l’ambiente aveva avuto un effetto narcotizzante su di lei, fatto sta che un senso di pace le aveva riacceso il pensiero ed esso spedito, cercando ragioni e spiegazioni, era volato ai vecchi racconti su Monroe che suo padre le raccontava da bambina per farla addormentare.


«E il mare sarà la tua casa ma essa non ti trascinerà in avventure, tu dovrai seguire il sentiero che dal tempo è segnato e nessuno può sfuggire al percorso che porta al paese.
Troverai volti sconosciuti e conoscerai nuovi volti e le navi andranno lontano senza partire e i moli non saluteranno le vele eppure le balene avranno ancora spruzzi da sollevare. Segui il tuo sentiero Elisabeth e ora dormi, dormi piccola mia...»


Cap. IX Un vecchio racconto e una certezza

Monroe nel 1800 aveva un porto dal quale partivano molte baleniere verso le acque del nord Atlantico o degli oceani del sud.
I racconti del mare inondavano le taverne ed essi erano tramandati oralmente da padre in figlio.
La mente di Elisabeth aveva finalmente captato l’argano che muove il tempo, la storia che l’aveva rapita senza lasciarle fiato per gridare, senza logica per scrivere lei stessa spiegazioni e spesso
ciò che non spiega conquista.
Certezze?
Sì, lei si trovava in quell’istante senza istante nella vecchia Monroe di due secoli prima, e nessuno avrebbe mai potuto dire che a volte il tempo non fa il tempo.
La mente e le immagini si aprivano verso le braccia del padre ed Elisabeth si ritrovava tra quelle braccia forti e vigorose e insieme erano seduti accanto al camino e la voce raccontava e raccontava e raccontava…
I sogni e le avventure prendevano vita in un mondo surreale e i racconti si mischiavano al fumo del camino e queste realtà raccontate un giorno sarebbero divenute realtà vissute.
V’era una storia particolarmente cara a lei che, più delle altre, aveva preso sicura dimora nel suo animo.
Essa parlava di un veliero dal nome “Queen's Flower”.
Vascello trealberi della reale marina inglese, trasformato in baleniera, aveva sulla chiglia, aggrappata alla prua, la statua d'una sirena che dalle onde sorgeva con la sua bellezza a incantare i marinai.
Completamente adornato da fregi d'argento, il cassero arrivava baldanzoso a guardare l'albero di mezza della nave.
Il castello di poppa invece era snello ed elegante, completato da legni finemente intarsiati. La sua bellezza contrastava con il forte e inconfondibile odore del grasso delle balene che, salendo dalla stiva, impregnava tutto, quando veniva fuso.
Nel giugno del 1815 il vascello era partito per la caccia dirigendosi verso Capo Horn, nel Pacifico del sud, ma per misteriose ragioni non aveva più fatto ritorno nel porto di Monroe.
Imbarcato a bordo della Queen's Flower v'era un ragazzo dai modi gentili e garbati che poco si adattavano alla natura dell'incarico.
Si chiamava Peter Johnston ed era il secondo di bordo del capitano Jeff Brown.
Aveva preso la via del mare lasciando la bottega di stoffe dove lavorava, in cerca d'una vita avventurosa e più redditizia.
Il padrone del negozio, un certo Mr. Hamilton, a malincuore l'aveva lasciato andar via, proprio per quei suoi modi così rispettosi che ne facevano una persona unica.
Inoltre il buon Hamilton, dopo la morte improvvisa dei genitori di Peter, se ne era preso cura ospitandolo nella sua casa, non avendo egli più alcun parente da cui stare.
Le storie sugli oceani tempestosi vicino alla terra del fuoco ai confini del mondo e gli incredibili racconti dei marinai che erano riusciti a superare Capo Horn, da sempre avevano affascinato Peter a tal punto da indurlo a imbarcarsi su di una baleniera diretta proprio verso quelle acque.
La bellezza di quella nave, il mistero dell'ignoto, la forza incredibile del mare e infine la figura di quel giovanotto, che tutti in quell'epoca conoscevano a Monroe per i suoi modi così raffinati, erano entrati nel cuore di quella ragazza solitaria e sognante.

Cap. X Si torna a casa


Elisabeth, immersa nei ricordi, non aveva visto i primi cenni del crepuscolo e quella aria scura di colpo l’aveva riportata nell’incertezza più totale.


La sera mostrava le sue prime ombre e la confusione aumentava nella testa.


«Mi dicesti, padre di cercare il mare ma di non seguirlo, perché?
E qual è mai la ragione o la follia che s’è impadronita di me e sto forse sognando e il tuo libro m’ha resa prigioniera per sempre. Vorrei svegliarmi da quest’incubo ma non so come fare, cosa posso fare
padre?
Sì, torno a casa, sì, farò proprio così»

Percorse la strada che separava la cittadina dal porto senza badare o pensare a nulla, il desiderio era solo quello di rientrare in casa, magari quel sogno angosciante sarebbe terminato.
Una fioca e giallognola luce s'intravedeva dalle finestre….
Il timore la fece avvicinare con “discrezione” alla porta.
Sulla porta un’incisione: “Mr H. Hamilton”


«Ma questa è la mia casa? O mio Dio perché?»


Non sembrava essere quella di sempre ed Elisabeth bussò con forza, poi si ritrasse d’un passo davanti all’uscio.
Un anziano signore aprì e, vedendola scoppiare in un pianto dirotto, la prese per mano e la invitò a entrare senza stare a pensarci troppo.


«Quale casa è questa, basta finisci maledetto incubo!»

Tutto era diverso, tranne le pareti e l'enorme camino che s’affacciava su una ampia sala.


«Non sono a casa è questa casa mia? Ma io sono a casa»

Una volta dentro, un senso di pace le percorse l'animo facendola sentire protetta e rassicurata.
L'uomo si presentò dicendo di chiamarsi Harrison Hamilton e di avere un negozio di stoffe a Monroe.


«Oddio, stoffe? Ma io ci lavoro in quel negozio ma costui non è Mr. Benson».


Si dice che il sangue non mente e in questo caso non mentiva affatto, davanti agli occhi di Elisabeth c’era il suo trisavolo.
Harrison chiamò la moglie Doroty che la abbraccio con materna tenerezza facendole scendere dagli occhi lacrime di gioia.


«Non piangere ragazzina, qui sei a casa e da qualsiasi posto tu venga non ha importanza ora sei a casa dagli Hamilton e non dovrai temere più nulla, questa sarà la tua nuova casa e poi...»
«Io, io non so dove andare, non so» Elisabeth riuscì a biascicare qualche mugugnosa parola.
«Vedrai ragazza mia starai benissimo con noi e poi tra poco torna nostro figlio Peter, è un ragazzo adorabile, beh non è proprio nostro figlio ma a tutti gli effetti lo è»


Sentendo quel nome, Elisabeth ebbe un sobbalzo.


Cap. XI Peter ed Elisabeth


Un catino d’acqua accolse il viso della ragazza e pochi ma dovuti convenevoli, tutti fatti in modo spontaneo e dolce, fecero da corollario alla tempesta che l’aveva travolta.
Nel frattempo Peter era rientrato e, in quell’aria turbolenta e calma al tempo stesso, i suoi occhi
non avevano smesso di fissare quelli di Elisabeth che ha sua volta sembrava essere attratta da quel ragazzone dai modi garbati e timidamente rispettosi.
Fu così che Peter entrò nei suoi pensieri e lei in quelli di Peter.


«Inseguo i tuoi occhi, ma perché mi guardi?
Svegliati Peter non lasciarti travolgere, la conosci appena...
Sei nel mio presente o vieni dal mio passato?
Ho inseguito l'amore
forse, ora il mio tempo attende, io devo andare per mare non posso fermarmi da te.
I miei pensieri si fermano sull'orlo della ragione, colmando quei vuoti che mi perseguitano.
Sono qui, sospeso sul tuo sorriso e sfoglio immagini future come petali di margherite.
T'immagino nuda sul letto.
Non non poso, non è da buon cristiano farlo.
Un brivido mi attraversa, devo rimanere cosciente, m'imbarcherò è questa l'unica verità per me.
Vorrei sfiorare la tua mano e baciare le tue labbra e incidere i nostri nomi sulle onde dell'oceano.
Vorrei...
Ti prego, voltati ancora, sì, sorridimi e fammi sentire vivo.
Io che cerco il mondo lontano dal mio.
Dovrò andare via da te e forse anche da me.
Presto partirò e tutto sarà solo ricordo.»


Peter, entusiasta, iniziò a parlare del suo futuro viaggio sulla Queen's Flower.
La sua attesa era grande per tutte quelle meraviglie del mondo che l'occasione gli avrebbe concesso di vedere.
Elisabeth lo ascoltava, in ammirato silenzio, ritrovando in lui e nel suo racconto la serenità delle storie che da bambina le raccontava il padre e la stessa voglia di avventura.
Mr. Hamilton le chiese il suo nome, nella confusione degli eventi non aveva ancora osato farlo.
Lei disse di chiamarsi Elisabeth Spring, nascondendo chi in realtà fosse e da dove veniva.
Troppo era il timore di non essere creduta e di passare per pazza.
Il vecchio Harrison che, oltre a essere un uomo di buon cuore, era molto pratico nei modi, colse l'occasione per chiedere a Elisabeth se avesse voglia di lavorare nel suo negozio di stoffe, visto che Peter avrebbe presto preso il mare con quella baleniera.


«Ragazza, prima di andar per mare Peter ti insegnerà il mestiere al negozio, il Signore ha esaudito le mie preghiere, sia lode a Dio»

Lei non si scompose, trattenne tutte le sensazioni che la scuotevano e, nell'incertezza di quello che le stava accadendo, annuì con la testa.


«Accetto ben volentieri Mr. Hamilton, che Dio le renda merito»
«Non devi rendere merito a me ma appunto al buon Dio che ti ha messo sulla nostra strada, ma ora beviamo tutti un buon boccale di birra scura come il mare, accidenti e ancora lode a Dio e al nostro mare che sia benevolo con Peter!»


Quando le membra e l’eccitazione per quella serata straordinaria si quietarono, anche per effetto dei fumi dell’alcol, Doroty accompagnò Elisabeth al piano di sopra mostrandogli il giaciglio per la notte.
E nella notte le parole sussurrate o i pensieri sono facili a venire prima che il sonno avvolga tutto.


«Moglie, non credi che il Signore sia stato troppo generoso con noi mandandoci prima Peter e poi Elisabeth?»
«Dormi Harrison, domani il lavoro attende, dormi e non pensare, il Signore sa quello che fa»
«E ora posso partire? Cosa ne sarà del mio viaggio, ma io devo partire non posso lasciarmi distrarre da due occhi così...»
«Impossibile, non può accadermi tutto questo, perché io Elisabeth?»

Cap. XII Il negozio delle stoffe e dell’amore


Harrison la mattina dopo, preparato la carrozza con i cavalli, svegliò i due ragazzi, la comitiva sorridente e allegra partì per Monroe.
La strada che tante volte Elisabeth aveva percorso appariva diversa ai suoi occhi o forse tutto era diverso.
Peter, non riuscendo ancora a comprendere i suoi sentimenti, guardava lontano voltandosi, di tanto in tanto, verso la campagna per non ammettere di essere attratto dallo sguardo di Elisabeth.
Nuovamente una cittadina dell’ottocento si presentò alla vista senza però causare più tempeste alla mente.


«Figliolo, mi raccomando cerca di istruire bene Elisabeth su tutte le incombenze del negozio e fa che lei si senta a proprio agio, e tu mia cara affidati pure a Peter che ragazzi più a modo di lui non ce ne sono in giro per Monroe»
«Cercherò di onorare la sua fiducia padre, vedrà che saprò fare del mio meglio, prima di partire per il mio viaggio sulla Queen’s Flowers»
«Ci conto Peter e tu Elisabeth, non dici nulla?»
«Chiedo scusa ma sono ancora così confusa»


E un velo di sorriso apparve sulle labbra della ragazza (Quel lavoro lo conosceva bene, eccome se lo conosceva)…


La prima settimana trascorse tra l’imbarazzo di Peter che cercava di essere distaccato e gentile e il sentimento d’amore puro che sbocciava prepotente in Elisabeth, tant’è che nei giorni a seguire lei s’incupì nel suo abituale sorriso non comprendendo l’atteggiamento di Peter all’apparenza così inerme e astruso al sentimento.
Harrison capì lo stato d’animo dei giovani e soprattutto quello contrastato di Peter che ormai era diviso tra il partire e l’amore improvviso e inatteso come so la vita sa offrire.
Preso il cuore in mano, da buon padre di famiglia, Harrison prese in disparte Peter…


«Ragazzo ma non vedi che lei ti ama? Cosa aspetti è talmente bella che persino il sole si vergogna a uscir fuori in questo postaccio di marinai, pensaci. Non voglio impedirti di fare la tua vita, ma almeno pensaci ti prego figliolo, io e tua madre siamo vecchi e non vivremo a lungo e al negozio non badi? Lo so che è tuo dovere imbarcarti come tutti i bravi ragazzi del paese ma ti prego ancora fai un pensiero a questi due vecchi che ti hanno accolto in casa amandoti più di quel figlio che non hanno avuto»
«Prometto che ci penserò padre»

Il buon Harrison, avendo anch’egli vissuto ed essendo pur stato un tempo giovinotto baldanzoso, colse l’occasione, non rassegandosi a perdere Peter e una nuova famiglia, per trovare uno stratagemma onde lasciar i due ben soli nel negozio.


«Ragazzi devo far commissione di stoffe a Stanton Bridge, prendo il carretto di bottega, mi raccomando in mia assenza di governare bene il negozio»
S’alzò all’unisono una risposta: «Certamente»


«Cos’è questo amore che governa le menti e dell’animo s’impadronisce a tal punto che il tempo si stravolge? Mi chiedo ragioni e trovo amore e i racconti di mio padre li trasformo in realtà. Sono io a farlo? Oppure è una sorte di fato che muove pedine a loro insaputa. Ho vissuto nel malessere profondo sempre immersa in domande e insoddisfazioni e ora vivo o sogno di vivere un sogno d’amore come in quelle storie di mare e poi… se mi dovessi svegliare d’un tratto? Cosa sarebbe di me e… no, non voglio svegliarmi che sogno sia se deve essere e se magari questa fosse la morte allora ben accetta si. Ecco si avvicina Peter, farò cadere in terra il mio fazzoletto»


Peter si chinò e raccolse il fazzoletto di Elisabeth, porgendolo poi a lei con mano tremolante.
Gli occhi spesso guardano, o almeno così appare, tranne quando invece di guardare amano al buio.
La cera statica delle candele che illuminavano il negozio si sciolse nell’avidità delle labbra che avevano sorpassato le onde dei mari e quelle delle avventure per planare con avida “lussuria” d’amore su quelle d’una ragazza che ti stava di fronte e che spezzava il cerchio dei confini conosciuti. Era quella la vera via del mare per Peter.
I due dopo si guardarono a lungo senza parlare sfiorandosi le mani con i polpastrelli.
A fine giornata Harrison fece rientro al negozio.


«Tutto bene ragazzi?»
«Poche persone oggi, giornata magra» Rispose Peter
«Va beh poco importa, domani andrà meglio, chiudiamo bottega e andiamo a casa»


Cap. XIII Le nebbie si diradano sul promontorio

Le nebbie sembravano finalmente diradarsi sulla casa in cima al promontorio.

Trascorsero delle settimane e fra i due ragazzi l’amore si consolidò come roccia fusa da un incandescente fuoco che forgia e nel divenire freddo rende ogni cosa in una forma nuova che prima era solo in essere in qualche parte della ragione umana e divina.


«Non parto più, ho deciso di rinunciare al viaggio, nessuno potrà obiettare sulla necessità d’aiutare un padre nel suo negozio e poi io voglio sposare Elisabeth»


E i pensieri colmarono i pensieri ed Elisabeth sprofondata nel suo sogno pensò.


«Oh mare che chiami e che rifiuti è questo dunque il tuo messaggio, tutto come mio padre diceva.
Perché egli sapeva? Perché io ora sono qui? E chi ci sarà nel futuro ad abitare la nostra casa. E se io sono sono tornata ma non nata in questo tempo allora potrò rinasce e tornare nuovamente in un cerchio senza fine. Come è possibile che io nasca da te padre se io ti sto precedendo? O sono forse io genitrice dal passato di progenie futura?»
«Ricorda il libro Elisabeth, il libro, la verità è nel libro, basta aprirlo...»


La storia aveva finito di leggersi da sola e…
Grande fu la festa per le nozze e si banchettò tutto il giorno e ghirlande di fiori e violini s’udirono per tutta Monroe.


«Può esistere ciò che non esiste? Se reale volesse dire sogno e sogno volesse significare vera dimensione della realtà? Chi può saperlo?»


«Ragazzi miei voglio darvi come regalo di nozze questo preziosissimo libro custodito dalla nostra famiglia da molti secoli, vi sono molti racconti del mare, mi raccomando leggeteli ai vostri figli»


Quella notte la luce del faro sul promontorio brillò più del solito e l’indomani mattina, il quindici giugno 1815 la nave baleniera “Queen’s Flower” salpò dal porto di Monroe verso i mari del sud e Capo Horn alla ricerca di capodogli per far carne e grasso per le lampe.
Il vascello comandato dal capitano Jeff Brown della compagnia Mansfield non fece più ritorno a Monroe.
Qualcuno racconta che a bordo vi fosse anche un ragazzo di nome Peter Johnston come secondo del capitano...

«Esiste un tempo nel non tempo in cui ogni cosa ha ragione d'esistere».

Jean C. G. nell’anno del Signore 2016

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