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Wilson's disease

4 partecipanti

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1Wilson's disease Empty Wilson's disease Mer Mar 24, 2021 8:58 pm

vivonic

vivonic
Admin
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Questo racconto è una sorta di divertissement, sicuramente la cosa più strana che io abbia mai scritto ma anche una di quelle a cui sono in qualche modo più legato e affezionato. Ho raccontato a cena a Mario di questa mia follia; la sua risposta è stata che "se siamo matti per davvero il cielo non ci fa più caso". E tant'è.:


a Mario Castelnuovo, liberamente ispirato all'album "Venere", 1987
 
Mi chiamo Venere.
Nel mio nome, di bello, c’è solo lo scherzo che il destino mi ha fatto. In comune, io e il pianeta (non certo io e la dea), abbiamo anche troppo: il rame.
Due genitori portatori sani; come potevano immaginare?
 
Quante volte sono andata via da te.
Ho consumato le scarpe e il cuore, vivendo così, sempre in fuga da troppe cose, da troppe persone… E ora mi sorprendo a parlare di te, di piazze deserte in cui giocavo da bambina. Eri bellissima, ma non lo capivo, non lo sapevo.
Come ti vedo cambiata, da allora. Adesso non dormi più di notte, quanti uomini frequenti…
Un giorno mi dimenticherò di te, lo so. Ma ci sarà sempre qualcuno che griderà al mondo che tu sei la più bella di tutte, o mia Roma.
 
Mi sarei dovuta fare suora. Come quelle suore che sbucavano dal nulla in ogni viuzza con le loro scarpine veloci, come rondini che all’improvviso ti passano sulla testa nei pomeriggi primaverili.
Non ho mai saputo dire se mi sembrassero felici o meste; di sicuro nostalgiche, come suor Angelica, la mia catechista, quando parlava di musica… Com’era bella!
Lei mi pareva la più triste di tutte perché pensava al pianoforte abbandonato anni prima, ma ho sempre creduto che tutte loro avessero un ricordo che le rendesse nostalgiche: un ragazzo, per esempio… Anche fosse un ragazzo solamente pensato, i cui capelli fossero stati accarezzati soltanto con la fantasia.
Erano in grado, quelle suore, di provare l’amore?
 
Ho lavorato in un negozio del centro, tempo fa. Ricordo due ragazzini che mi perseguitavano: non capivano che ero troppo grande per loro. Quanti bigliettini d’amore!
Non mi sovviene come si chiamasse quello che, una volta, mi disse che mi aspettava ogni sera all’uscita dal lavoro solamente per potermi sognare.
Odiavo gli Americani. Fu per colpa loro che decisi che dovevo scappare, diventare un’altra donna, anche se questa era una scommessa con una posta altissima. Ero fragilissima, ma il cielo di Roma ricoperto di aerei militari somigliava sempre più all’immagine che avevo di me. Non distinguevo più il rumore dei temporali, e smisi di amarli. I giorni si inseguivano inutilmente, quell’inverno.
Poi, un pomeriggio, respirai quegli odori che trapassavano il cuore e disegnavano l’antico ricordo di un incendio: era di nuovo estate.
 
Una nuova vita in un posto diverso: mi aveva scelto quella città o erano stati i miei giorni sbandati ad avermici condotto? Ero una nuova donna, con più muscoli e meno dolcezza, ma finalmente potevo di nuovo amare i temporali improvvisi, quando il sole scompariva e il vento dominava la scena.
All’inizio non pensavo mai a casa mia, a Roma, alle mie amiche, alla mia famiglia. Man mano che gli anni passavano, però, guardavo sempre più le stelle. L’odore dei miei desideri era quello di mentuccia, il loro rumore quello dei cinguettii mattutini.
E di nuovo odiai i temporali, aspettando soltanto di unirmi a quel via vai di treni che sapevano del mio ritorno.
 
È arrivato il risultato della biopsia: dovrò smettere di mangiare per sempre funghi, frutta secca e frutti di mare. La buona notizia c’è: non potrò mangiare più neanche il fegato. Meno male: mi ha sempre fatto schifo.
 
 
Era una mattina d’aprile. Gli alieni, per me, erano stati gli americani una ventina d’anni prima; eppure sembrava proprio una navicella spaziale quella che era atterrata nel mio giardino. Io ero da sola, come sempre. La paura mi assalì.
Dalla nave spaziale discesa dal cielo venne giù un Cavaliere bellissimo. Iniziai a tremare, ma la paura non c’entrava più.
Dio, che meraviglia. Vedevo il cielo muoversi lentamente sopra di me, e ringraziavo tutti i santi per ogni suo sguardo. I miei girasoli erano tutti distrutti, ma io continuavo a fissare i suoi occhi.
La sua astronave era così grande… Se solo avessi potuto salirci, entrare dentro…
Benedetto il cielo, e la terra in cui facevo la contadina sulla quale era atterrato il Cavaliere. Benedette le mie lacrime finalmente sgorgate dopo anni.
Ma il mio pianto non lo convinse.
Fammi salire, scappare lontano da questo gelo.
Ma, mentre la neve era così alta da poterci sparire, in piazza aspettavano tutti lui.
Così, nel mio campo, piombarono di colpo i soldati: li seguì.
E io rimasi lì, da sola.
 
Che paura, il primo pomeriggio che entrai ai Grandi Magazzini. Non mi sentivo nessuno, perduta in mezzo ai numeri, alle persone, agli scontrini.
Non potevo rassegnarmi all’idea ignorante che agli altri può succedere ma a me no.
Che cosa sarebbe stato quello che mi era capitato, in un giorno futuro?
Un ricordo normale quando sarei stata forte, un ricordo speciale quando sarei stata sola…
 
Suonavano. Il prete mi benediva e mia madre mi stringeva, mentre le sue lacrime scivolano sul suo scialle, giù sulla strada, per non tornare mai più.
Suonavano, le campane. Ma non avrebbero dovuto suonare per me, accidenti, no!
Io avevo almeno altri cent’anni da vivere, un mappamondo da viaggiare, gerle da portare sulle spalle nude, pantaloni corti da indossare…
Ma suonavano per davvero, e sentivo la primavera coi suoi passi di pesca e viola, coi passi del dottore giù in cortile.
Io volevo almeno portare i capelli lunghi, sorridere al pianto di due figli, guardare oltre le colline…
 
Gli ultimi se n’erano andati. Sapevo che sarei rimasta da sola, ma tu tornasti indietro. Ti sedesti accanto a me, spegnesti le lampadine e insieme cominciammo a cantare. Tu ricordavi a memoria le parole, io no. Sentivo il cuore intenerirsi, liberarsi; sentivo freddo, ma eri tu a piangere, non io.
Dovevi correre, o avresti trovato la porta chiusa. Scomparvi dalla tua vista, ma mi stavi portando con te: era giusto fosse così.
 
Non rispondo al trattamento medico. Strano, in un soggetto della mia età. Purtroppo il danno epatico è stato fulmineo e significativo.
Li ho sentiti dire che, per me, un trapianto di fegato è escluso, visto che nel mio caso non si è certi della sua efficacia: non è mai stata dimostrata in soggetti con danni neurologici.
 
 
Mi svegliai: il sole era già tornato sulle antenne della città e in mezzo al prato, come se mi aspettasse per giocare insieme a quel pallone abbandonato lì in mezzo. Io ero una campionessa a giocare a calcio, anche se ogni volta c’erano almeno dieci bambini che urlavano quando la gonnellina mi volava un po’.
Chiusi la porta e rimasi al primo piano della mia casa. Nessuno avrebbe dovuto spiare il mio segreto, nemmeno il sole che mi aveva sfiorato i seni al fiume.
Eppure il fiume non stava aspettando me, questa mattina. Aveva fatto tardi anche la notte prima, e adesso avrebbe voluto starmi vicino e cullarmi, ma qualcuno mi aveva detto Amore e io adesso sapevo che, presto o tardi, sarebbe arrivato.
 
Non ero mai stata dentro a una nuvola, ma un figlio della strada mi ci aveva portato.
A me, a me che venivo dal mare, dai segreti delle stelle, dalle nuvole che sembravano tanti aquiloni da rincorrere…
Non ero mai stata dentro a un fiocco di neve, ma mi ci aveva condotto un figlio delle salite e del desiderio.
A me, a me che venivo da un porto dove il vento trasportava i profumi delle zingare innamorate.
Ma lui non aveva visto queste meraviglie, no: lui conosceva solo i temporali a ridosso delle colline, i fucili dei cacciatori di cinghiali. Non potevo stupirmi se il suo modo di amare fosse quello delle bestie di strada, con quegli occhi di ortica a bloccarti come una lepre davanti a un faro di luce, con quel fascino misterioso che ha un pilota davanti a un tramonto di vetro.
Così, in una notte stellata, con la rapidità del bracconiere, decise di riempire la mia solitudine col suo sudore, ferendomi con un ramo che non provocava dolore, accompagnandomi attraverso il fiume con la sua saliva, il suo fazzoletto e il mio maglione.
Ecco perché ora ho sempre freddo e l’inverno mi spaventa.


______________________________________________________
Un giorno tornerò, e avrò le idee più chiare.

2Wilson's disease Empty Re: Wilson's disease Dom Mar 28, 2021 8:19 am

Petunia

Petunia
Moderatore
Moderatore
Ciao
è intenso questo testo. Cattura ed emoziona. Il ritmo così pacato, le immagini a tratti ricche di poesia, a tratti drammatiche, si fondono in un’armonia delicata. 
Di fronte alla malattia tutto pare restare sospeso.
Venere ci parla di là da un vetro e osserva il mondo con una sorta di distacco emotivo, come se nulla fosse più in grado di scalfirla. C’è disincanto (almeno questo mi è arrivato) tenerezza, ma non più passione. E quel freddo mi è entrato nelle ossa.
Bello davvero. Scritto splendidamente.


______________________________________________________
Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due. (George Orwell)

3Wilson's disease Empty Re: Wilson's disease Dom Mar 28, 2021 10:38 am

ImaGiraffe

ImaGiraffe
Padawan
Padawan
Ciao Nic
Il racconto è veramente toccante. La parola che mi viene in mente è “denso”. Così pieno di sensazioni, di emozioni. Eppure si legge che è una meraviglia. Scorre senza interruzioni. Cavolo! È veramente bello.

4Wilson's disease Empty Re: Wilson's disease Dom Mar 28, 2021 6:59 pm

digitoergosum

digitoergosum
Padawan
Padawan
La poesia geniale di alcuni passaggi mi sono talmente piaciuti che mi hanno costretto a fermarmi per gustarli a pieno. Mi hai ricordato, pur con ogni possibile distinguo, una splendida poesia della Ginzburg che ho recitato a teatro una decina di anni fa. Si, c'entra poco con il tuo testo, ma mi è ronzata in testa dopo poche righe che leggevo. Credimi, è un complimento. Se la trovo te la posto. Veramente...brava!

Ecco...trovata. di seguito. 

Non possiamo saperlo

Non possiamo saperlo. Nessuno l’ha detto.
Forse là non c’è altro che una rete sfondata,
Quattro sedie spagliate e una vecchia ciabatta
Rosicchiata dai topi. C’è caso che Dio sia un topo
E che scappi a nascondersi appena arriviamo.
E c’è caso che invece sia la vecchia ciabatta
Rosicchiata e consunta. Non possiamo sapere.

Forse Dio ha paura di noi e scapperà, e a lungo
Noi dovremo chiamarlo e chiamarlo coi nomi più dolci
Per indurlo a tornare. Da un punto lontano
Della stanza lui ci fisserà immobile.

Forse Dio è piccolo come un granello di polvere,
E potremo vederlo soltanto col microscopio,
Minuscola ombra azzurra sul vetrino, minuscola
Ala nera perduta nella notte del microscopio,
E noi là in piedi, muti, sospesi a guardare.
Forse Dio è grande come il mare, e spumeggia e tuona.

Forse Dio è freddo come il vento d’inverno,
Forse ulula e romba come un rumore assordante,
E dovremo portare le mani alle orecchie,
Agghiacciati e tremanti, rimpiattendoci al suolo.
Non possiamo sapere com’è Dio. E di tutte le cose
Che vorremmo sapere, è la sola veramente essenziale.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia,
E quel suo paradiso è una noia mortale.

Forse Dio ha gli occhiali neri, una sciarpa di seta,
Due volpini al guinzaglio. Forse ha le ghette,
Sta seduto in un angolo e non dice parola.
Forse ha i capelli tinti, ha una radio a transistor,
E si abbronza le gambe sul tetto d’un grattacielo.
Non possiamo sapere. Nessuno sa niente.
Forse appena arrivati ci manda allo spaccio
A comprargli del pane e salame ed un fiasco di vino.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia
E quel suo paradiso è la solita musica,
Svolazzare di veli, di piume, di nuvole,
Un odore di gigli recisi, una noia di morte,
E ogni tanto una mezza parola per passare il tempo.
Forse Dio sono due, una coppia di sposi
Abbandonati al sonno ad un tavolo d’osteria.

Forse Dio non ha tempo. Ci dirà di andarcene
E tornare più tardi. Noi andremo a passeggio;
Siederemo su di una panchina a contare i treni che passano,
Le formiche, gli uccelli, le navi. A quell’alta finestra,
Dio s’affaccerà a guardare la notte e la strada.

Non possiamo sapere. Nessuno lo sa.
C’è anche caso che Dio abbia fame e ci tocchi sfamarlo,
Forse muore di fame, e ha freddo, e trema di febbre,
Sotto una coperta sudicia, piena di cimici,
E dovremo correre in cerca di latte e di legna,
E telefonare a un medico, e chissà se subito
Troveremo un telefono, e il gettone, e il numero,
Nella notte affollata, chissà se avremo abbastanza denar

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