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Messaggio Da Different Staff Sab Mar 02, 2024 12:20 am




Il bosco dei verdi misteri


Le ore più appaganti del giorno Peppino le trascorreva conducendo al pascolo le sue capre. Da lontano le osservava correre e arrampicarsi in libertà, mentre seduto sull’erba con le spalle appoggiate al tronco di un albero consumava una colazione frugale. A richiamarle bastava un fischio, ma con loro comunicava soprattutto con le mani quando le accarezzava, prima di mungerle con delicatezza o quando le aiutava a partorire.
Certe volte Peppino si chiedeva se era lui a osservare le capre o loro a tenerlo d’occhio, tanto rapide rispondevano al richiamo.
Ne aveva solo cinque quando aveva deciso di trasferirsi in campagna parecchi anni prima, ormai aveva cinquanta capre, ma le conosceva una per una e loro conoscevano lui.
Chi, per caso l’avesse scorto, trovandosi ad attraversare l’aspra terra alle soglie del bosco di Malabotta, non avrebbe mai immaginato che quel pastore – barba e capelli bianchi, ma agile e arzillo da sembrare senza età – era in effetti l’ingegnere Peppino Milana.


La lunga estate di Rina

In campagna col nonno, perché? ” domandò Vincenzo.
Perché là l’estate è più lunga” le risposte della figlia lo sconcertavano.
È stramba, come suo nonno” diceva Lina “ti pare il caso di affidare una ragazzina di undici anni a un vecchio?”
Ma dai, solo per qualche giorno, è comprensibile che sia attratta dal posto, dagli animali. Dove la vede una capra in città?”
Le manca il contatto con animali puzzolenti. Già, una lacuna per la sua educazione.”
Piuttosto un’esperienza diversa. A volte mi chiedo se non li stressiamo troppo, questi ragazzi, con la scuola, il pianoforte, la piscina, l’inglese. Forse è solo stanca.”
E va bene, accontentiamola per una volta: domenica la lasciamo col nonno, ma venerdì la riportiamo a casa e non se ne parla più”.
Invece divenne un’abitudine. Una grande gioia per Peppino che sentiva crescere una forte vicinanza affettiva con la nipote; per lei, ogni giorno era una festa. Quante sorprese!
Il nonno conosceva i nomi degli alberi.
Certo Rina sapeva che c’erano gli alberi, ma le sembravano uguali - alberi e basta - ora invece imparava a distinguerli perché li vedeva da vicino e ne osservava le foglie.
Devi guardare con attenzione, non basta solo vedere per conoscere” diceva il nonno mettendole in mano una foglia di acero e una di faggio “ti sembrano uguali?”
No, anche a toccarle si sente che sono diverse.”
Hai ragione, si conosce anche con le mani.”
Una mattina Peppino mostrò alla nipote qualcosa che aveva trovato vicino all’ovile: “Guarda!”
È pieno di spine, cos’è?”
Un riccio, puoi prendilo in mano, non punge. Se ne sta accartocciato e immobile perché ha paura; si difende così. Se però ne vedi uno che gli somiglia, ma più grosso e con una specie di coda di lunghe spine, non toccarlo: è un istrice. Quello punge.”
Ogni giorno una scoperta continua; ora il minuscolo trionfo di colori di un’orchidea selvatica, ora una tardiva peonia, ora certe erbe aromatiche che il nonno raccoglieva per dare sapore ai formaggi.
Rina aveva scoperto l’odore del latte appena munto, il sapore dolce della ricotta ancora calda col suo siero e quello aspro e tutto speciale della marmellata di bacche preparata dal nonno.

Intorno ai sessanta anni Peppino Milana avrebbe potuto ritenersi soddisfatto della sua vita. Si era lasciato alle spalle l’infanzia campagnola per perseguire un obiettivo: diventare qualcuno. Laurea, impresa, famiglia, tappa dopo tappa, gli sembrava di aver corso una maratona lunga quarant’anni e se più volte gli era capitato di spintonare qualcuno per farsi avanti, alla fine aveva vinto, conseguendo l’ambito premio: l’ascesa sociale.
Eppure, malgrado il successo e la ricchezza raggiunti, l’ingegnere non era contento e si aggirava inquieto tra le stanze degli ultramoderni uffici della sua impresa edilizia, la più grande della città. Da qualche tempo, sentiva come spine su di sé gli occhi di un esercito di impiegati; anche suo figlio Vincenzo lo osservava allarmato.
Che hai, papà, non ti senti bene?”
Sto benissimo” e facendo un gesto ampio girando intorno a sé il braccio “ è che sono stanco di tutto questo.”
Ma non sei obbligato a restare qui tutto il giorno, ci sono io, puoi fidarti. Riposati, va’ a casa.”
La “casa” era una villa favolosa nell’immediata periferia della città situata accanto a un immobile di quattro piani riservato agli uffici. Sul retro c’erano i capannoni industriali.
Al primo piano della villa Peppino viveva da solo dopo la morte della moglie, al secondo abitava Vincenzo con la moglie Lina e la piccola Rina.
Una sera a cena, Vincenzo confidò alla moglie le sue preoccupazioni.
Insomma, ha un’età, è ora di passare il testimone” fece Lina, sperando di liquidare la questione.
Ma sta prendendo una brutta piega, vedi che ora non viene nemmeno a cena? Vado a chiamarlo.”
Lo trovò sdraiato sul letto con gli occhi rivolti al soffitto.
Papà, vieni a mangiare, ti stiamo aspettando.”
Non ho fame, non mi aspettate.”
Ma si può sapere che cosa hai?”
Non è facile da dire, va’ a mangiare, tranquillo.”
E no! Ora parliamo. Dimmi che c’è.”
C’è che mi sento un uomo di mezzo.”
Cioè, cosa intendi dire?”
Che non appartengo al secolo scorso e nemmeno al duemila. Mi sembrano due mondi diversi e tutto è cambiato troppo in fretta. Non mi raccapezzo più.”
Quando Vincenzo rientrò in sala da pranzo: “Allora viene o no?” domandò Lina.
Non viene”.
Va bene. Mangiamo prima che si raffreddi tutto, ma che gli prende?”
E chi lo sa? Dice di sentirsi un uomo di mezzo.”
Cosa? Che significa?”
In un certo senso lo capisco; ha sempre cercato di adeguarsi al passo dei tempi, ma ora non si parla che di crisi energetica, crisi ambientale, intelligenza artificiale e lui stenta a capire, non ce la fa più.”
In ditta va tutto bene? Ci sono problemi?”
Grossi no, di ordinaria amministrazione. Restiamo sempre tra le più grandi imprese a livello globale nell’esportazione di materiali edili, vinciamo tutte le gare d’appalto e nei nostri uffici si lavora con i computer di ultima generazione e tuttavia sì, percepiamo segnali di crisi.”
La verità è che tuo padre sta invecchiando, magari gli sta venendo qualche malattia del cervello. Perché non lo fai vedere da un geriatra?”
Ma dai, è solo un brutto momento. Passerà.”
Invece no. Non si trattava di una crisi passeggera. Qualcosa di più profondo andava maturando nei pensieri dell’ingegnere, che una sera sintetizzò il frutto delle sue elucubrazioni comunicando ai suoi cari la decisione: “ Vado a stare in campagna.”
A fare cosa?” domandò Lina.
Ho fatto l’ingegnere, ora voglio fare il pastore.”
Non ci sta più con la testa.” Commentò la nuora.
In famiglia decisero di farlo visitare, temendo un declino fisico e cognitivo, ma i medici assicurarono che l’uomo stava benissimo e possedeva una fibra eccezionale: “Camperà cent’anni!” aveva pronosticato l’illustre geriatra.
In paese lo avevano ribattezzato Mastru Peppino, perché i contadini della zona lo avevano visto ristrutturare con le sue mani il vecchio casolare di famiglia e l’ovile.
Da ingegnere a mastru poteva sembrare una retrocessione, ma Peppino lo considerava un avanzamento perché, dedicandosi alla terra oltre all’allevamento delle capre, aveva trovato appagamento in un modello arcaico di vita.
Non sempre ciò che viene dopo è progresso” era solito dire.
Per Rina era solo suo nonno, le piaceva quel casolare tra i boschi, le sembrava affascinante quella vita così diversa da quella cittadina.
Le giornate cominciavano presto e scorrevano senza fretta tra gesti e passi lenti - niente a che vedere con le ore convulse dei giorni in città - perché la natura ha tempi lunghi e un frutto non matura in un giorno.
In campagna si respirava al ritmo della natura. Bastava sdraiarsi a terra per sentirne il respiro, lasciando fluire i pensieri sotto quel cielo così blu da venir voglia di nuotarci dentro.

Non ti annoi in campagna, da sola con tuo nonno, non ti mancano i compagni di scuola?” chiedeva la madre.
Non sono sempre sola, c’è anche Gino.”
E chi è?”
Il figlio del compare.”
Dio, parla come una contadina” si lamentava Lina col marito, “ma chi è questo Gino?”
Uno dei sei figli del compare Pietro, un amico d’infanzia di mio padre.”
Anche tu con ‘sto compare?”
È un modo di dire. In paese siamo tutti compari.”
Vincenzo sapeva del casolare dove viveva compare Pietro. Sapeva che Peppino e Pietro si conoscevano da sempre. Si erano ritrovati con reciproco piacere e spesso si aiutavano l’un l’altro nelle piccole incombenze della vita quotidiana.
Lina era sconcertata. Sua figlia rubava ore preziose allo studio per trascorrerle in compagnia di un vecchio e di una banda di mocciosi, animandosi tutta nel racconto di corse e giochi con i nuovi compagni e con quel Gino, che pareva l’amico del cuore.
Di bene in meglio, non poteva trovare amici più adatti. Non ti preoccupano queste scorribande tra sentieri rupestri, ambienti torrentizi e il bosco. Non è pericoloso?”
No, no, non corre alcun rischio. Quei ragazzi sono addestrati, imparano a difendersi fin da piccoli, Gino poi ha quasi quindici anni, non si può considerare un bambino.”
Non ci sono parole” commentò Lina sempre più allarmata “stiamo affidando una bambina a un vecchio rimbecillito e a un ragazzo ignorante. E dove poi? In campagna in mezzo ai boschi.”
Non del tutto ignorante, Gino ha frequentato le medie; sembra molto intelligente, insomma promette bene.”
Ah, allora! Non ci sono problemi, ma che siamo pazzi davvero?” Rina doveva essere allontanata. Mandarla a studiare all’estero, poteva essere la soluzione.

Il bosco di Malabotta

Fino all’età di undici anni, per Rina come per molti bambini di città, il bosco era il luogo delle fiabe, al più ne aveva visto immagini sui libri o qualche volta al cinema, ma rimaneva incantata ad ascoltare quando Gino raccontava di percorsi avventurosi.
Il bosco è un paese di verdi misteri” aveva sentito dire dal nonno, invece pareva non avesse segreti per quel ragazzo dai capelli incolti come un cespuglio.
Lui conosceva il silenzio del bosco e i suoi rumori. Il buio del giorno quando il fogliame è così fitto da non far trapelare i raggi del sole e quello minaccioso del crepuscolo che anticipa la notte.
Non hai paura?”
Dei caprioli, dei gatti selvatici?”
Degli animali.”
Che ti immagini il lupo di cappuccetto rosso? Qui ci sono volpi, donnole, istrici, sono loro che hanno paura, se sentono che ti avvicini. Falchi e Poiane, volano alto.
Gino teneva in gabbia un allocco ferito a un’ala per curarlo: “Se vuoi, te lo mostro.”
Che occhi!” fece Rina a vederlo.
Occhi che vedono al buio” scherzò lui.
Davvero?”
Al buio fitto no, ma la sua pupilla è fatta per catturare più luce possibile.”
Ha gli occhi tondi come te.”
Ma l’allocca sei tu” rise.
Le piaceva quando rideva; aveva labbra piene e denti bianchissimi. Gino parlava degli animali del bosco: “Sai?” le diceva “sembra tutto fermo e invece tutto si muove.”
A un certo punto, Rina aveva detto: “ Voglio vederlo anch’io il bosco.”
Un giorno ci andiamo, te lo prometto. Non è lontana da qui la riserva naturale, ci arriva una strada che porta al sentiero principale e il cancello è quasi sempre aperto. A Malabotta ci sono enormi alberi meravigliosi con tronchi così grossi che non riesci ad abbracciarli, li chiamano i patriarchi del bosco e per arrivare alla riserva si attraversa un luogo misterioso. È l’Argimusco, lì ci sono i dolmen, rocce gigantesche dalle forme strane, disegnate nei millenni dal vento e dalla pioggia.”
Aveva mantenuto la promessa.
Una mattina Gino, i suoi fratelli e Rina si erano spinti tra il fiume Alcantara e l’inizio del parco dei Nebrodi, ma non andarono oltre. Si era fatto tardi e bisognava fare ritorno al casolare.
Affascinata da quel mondo incantato, appena intravisto, lei aveva chiesto: “Ci torniamo qui?”
Sì, ci torniamo.”
Ci tornarono da soli.


Peppino e Pietro erano uomini di poche parole; vedevano crescere i loro ragazzi e li guardavano compiaciuti.
In due anni Gino era già alto come un uomo e Rina aveva perso quell’aria da maschiaccio che dispiaceva tanto a sua madre. Stavano sempre più spesso insieme; sguardi e gesti d’intesa non sfuggivano ai vecchi amici.
Sembrano fatti apposta l’uno per l’altra” disse Pietro, mentre aiutava l’amico a spaccare legna, indicando col mento i ragazzi che si allontanavano dal casolare in cerca di more.
Già, gli piacciono le stesse cose.”
Chissà” fece Pietro.
Se son rose… si dice così? ” sussurrò Peppino.
Ma l’incanto finì presto, quando una mattina Lina mostrò a suo marito le mutandine della “bambina”.
Che c’è?” domandò lui.
Non vedi? È sangue.”
Sta diventando donna, ha le sue cose?”
Ho paura di no.”
Aveva ragione; nei mesi successivi non comparvero tracce di sangue nelle mutandine di Rina. Lina aveva intuito cosa era capitato alla figlia, ma ne ebbe conferma leggendo una pagina del suo diario.
Un motivo in più per spedirla in Inghilterra senza se e senza ma” sentenziò. Così fu.
Al college era andata controvoglia, ma poi Rina si adattò alla nuova vita e rimase a Londra.
A metà del terzo millennio, i miti d’inizio secolo - salutati con gioia e fiducia nel progresso - s’erano rivelati non solo illusori, ma nocivi per via dello sfruttamento sconsiderato delle risorse energetiche.
Ne sveva fatto le spese l’ambiente; l’impazzimento del clima causava l’alternarsi di siccità e allagamenti, lo scioglimento dei ghiacciai, la riduzione e talvolta la scomparsa di foreste. Distrutti da incendi dolosi e non, anno dopo anno sempre più alberi sparivano, depauperando la terra delle radici e dando luogo a frane sempre più frequenti.
Il pianeta stava invecchiando e non c’erano scienziati capaci di scoprire cure di ringiovanimento; le nuove risorse dell’intelligenza artificiale impotenti a risolvere le crisi in ogni campo; inetti i politici e le organizzazioni internazionali.
Metà della vita di Rina era trascorsa a Londra ed era ormai una perfetta signora inglese. Era vissuta lontano dalla Sicilia, ma quando ebbe modo di tornarvi per i funerali della madre, d’improvviso si sentì catapultata nel passato.
Sospinta dalla forza dei ricordi a rivisitare i luoghi della sua infanzia, Rina era tornata alla casa del nonno.
Sapeva che era morto molto prima che una grossa frana distruggesse il casolare, ora ridotto a rudere, ma desiderava rivedere quei luoghi e farli conoscere alla figlia Martina, anche se la stagione non era la più propizia.

Una strana visita

Il vecchio fuoristrada, affittato in paese, s’inerpicò lungo un sentiero, che Rina ben conosceva, fino alla radura alle soglie del bosco, dove un tempo c’era stato l’ovile. Rimanevano solo pietre e poco distante un casolare mezzo diroccato. Le due donne si aggirarono tra le rovine, faceva freddo e cominciavano ad avere fame. “Che c’è da vedere qui?” Martina voleva tornare in paese.
Aspettiamo che smetta di nevicare almeno. Guarda, esce del fumo dal camino. Dev’esserci qualcuno, proviamo a ripararci dentro.” Entrarono: “ Permesso, c’è qualcuno?”
Si trovarono di fronte a una scena inaspettata.
Una tavola di legno grossolano, fatta con tronchi d’albero segati, era coperta da una tovaglia. Sopra c’erano funghi arrostiti, focacce ripiene di verdure selvatiche e formaggi.
Accomodatevi pure” disse senza voltarsi l’uomo intento a riattizzare il fuoco “vi aspettavo; in paese si parla molto di voi.” Si voltò, si tolse il grembiule a quadri e aggiunse: “Io ho già mangiato, ma vi faccio compagnia, vi verso il vino. Se continua a nevicare, potete dormire qui.”
C’era qualcosa di strano nei gesti e nel tono familiare delle parole; la presenza stessa del vecchio nel rudere abbandonato era insolita, Rina continuava a fissare la faccia incartapecorita come se le ricordasse qualcosa di molto lontano.
Sedettero e mangiarono.
Martina faceva finta di niente, ma anche lei era rimasta turbata dalla vista dell’uomo. Si capiva dal silenzio, piombato come una coltre di nebbia su di loro. Per superare l’imbarazzo, Rina propose di fare un giro nel bosco a raccogliere un po’ di legna per il camino; quella accatastata di scorta non sarebbe bastata per una notte molto fredda.
Ma davvero vuoi restare qui stanotte?”
Dove vuoi andare con le strade gelate? Ce ne andremo domattina. Copriti bene e usciamo, dev’essere bellissimo là fuori!”
Ma se sta nevicando!”
Guarda, non nevica più; era nevischio e si è sciolto. Dopo tutto non è stagione di neve.”
Uscirono.
C’era nel bosco un’atmosfera magica per l’oro e il rame che l’autunno inoltrato regalava alle foglie, ma gli alberi non erano fitti come un tempo e niente era come Rina ricordava, anzi percepiva qualcosa di inquietante. Allarmata dal calpestio di scarponi sulle foglie secche: «Ascolta! C’è qualcuno» disse a Martina.
L’uomo indossava abiti da montanaro e un berretto che non riusciva a trattenere ciuffi di capelli incolti come cespugli; teneva in mano un cesto di more. Venendogli incontro domandò: “Da dove venite?”
Dalla casupola lassù” rispose Martina.
Ah, ‘u pagghiaru di zi’Peppino. ‘A casa rossa” fece quello.
Credo di sì. Forse si riferisce al vecchietto con i capelli bianchi che indossa un grembiule a quadri?”
Non so di che vecchio parla. Ma un uomo molto anziano ha abitato davvero in quella casa, perciò la chiamiamo così.”
E adesso dove abita?”
Al cimitero, signora. Sto parlando di decenni fa.”
A Martina il bosco faceva paura: “Mamma andiamo!”
Raggiunsero quasi correndo la radura dove era parcheggiato il fuoristrada e - neanche fossero inseguite dai fantasmi - volarono via lungo la trazzera che correva nell’altopiano.
Mai parlarono dell’avventura tra i boschi; Martina cercò di cancellarla dalla memoria; quanto a Rina si convinse che era giunto il tempo di dimenticare l’infanzia.
Non serve lasciarsi assalire dai ricordi e inseguirli è inutile come tentare di afferrare l’ombra di qualcosa che non c’è più. Quando scompaiono gli alberi, anche la loro ombra scompare.
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Messaggio Da Petunia Dom Mar 03, 2024 7:49 am

Una storia di storie il cui succo è ben riassunto dal proverbio che hai citato  finale: Quando scompaiono gli alberi, anche la loro ombra scompare e trattandosi di una citazione avrei voluto leggerla almeno tra virgolette.
Un racconto in cui si incrociano più vite. L’ingegnere/pastore Peppino, la bambina/ragazza/adulta Rina, la piccola Martina in un ciclo che tende a ripetersi (forse). 
Belle le descrizioni del bosco sembra che l’autor conosca molto bene l’ambientazione e riesce a traferire anche le sensazioni tattili e visive. Tuttavia, avere la disponibilità di tante battute non vuol dire doverle usare proprio tutte a meno che non si abbia una storia forte da raccontare. E questa, a mio parere, non lo è. 
Nessun personaggio è approfondito a sufficienza benché di spunti e ne fossero parecchi. Troppe cose, troppe vite, troppi eventi solo sfiorati (come la perdita di verginità della ragazza) senza un briciolo di emotività.
Tutto resta piatto, non accade nulla di particolare.
Non avrei suddiviso in capitoli. (Peraltro il flash back sulla vita di Peppino e la scelta di vivere come un pastore lo trovo fuori posto. Forse era più utile metterlo nel paragrafo precedente.)
La punteggiatura non è sempre ottimale, come pure l’uso dei verbi non sempre coerente con la consecutio.
 Da lontano le osservava correre e arrampicarsi in libertà, mentre seduto sull’erba con le spalle appoggiate al tronco di un albero consumava una colazione frugale. 
La punteggiatura non mi convince. Farei così:
Da lontano le osservava correre e arrampicarsi in libertà mentre, seduto sull’erba con le spalle appoggiate al tronco di un albero, consumava una colazione frugale.
si chiedeva se era lui a osservare le capre o loro a tenerlo d’occhio,
Si chiedeva se fosse lui a osservare ecc.
 Un riccio, puoi prendilo in mano,  (prenderlo)
Ogni giorno una scoperta continua; ora il minuscolo trionfo di colori di un’orchidea selvatica, ora una tardiva peonia, ora certe erbe aromatiche che il nonno raccoglieva per dare sapore ai formaggi.
Avrei usato i due punti anziché il punto e virgola visto che ę una spiegazione.
Rina aveva scoperto  (perché passi al trapassato p.?) 
la moglie Lina e la piccola Rina.
Meglio non utilizzare nomi così simili soprattutto in un racconto breve. E che dire del titolo? Non mi pare il migliore possibile per questa storia. Peccato.
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Messaggio Da vivonic Lun Mar 04, 2024 11:15 pm

Ciao Autore.
Ho amato il tuo racconto dalla prima volta che l'ho letto, e non vedevo l'ora di leggerlo in questa parte del forum.
Quello che mi è piaciuto di più - non ci crederai - è come hai trattato il tema: genesi ed epilogo. Si potrebbe definire un racconto di formazione, il cui personaggio principale è proprio il tema del nostro concorso. E cosa c'è di più originale? In questo step, oserei dire proprio niente. Tutto il racconto assume poi una chiave allegorica raffinata, in cui il messaggio emerge in tutta la sua sconcertante verità: l'impossibile convivenza della bestia umana con il bosco (o, per estensione, con qualsiasi altro essere vivente sul pianeta).
Un racconto che non potevo non amare, in tutta la sua potenza.
Grazie davvero di averci presentato questo tuo scritto. Lo amo e lo dico a tutti.
Complimenti!

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Un giorno tornerò, e avrò le idee più chiare.
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Messaggio Da Albemasia Lun Mar 04, 2024 11:51 pm

Il racconto mi ha catturata molto nella prima parte dove si descrive la vita del pastore. Bella l'immagine dell'uomo che "comunicava (con le capre) soprattutto quando le accarezzava".
Poi il flashback sulla vita precedente del protagonista a me ha spezzato la magia creata dalla descrizione dell'armonia della vita nella natura e da lì non sono più riuscita a entrare in sintonia con la narrazione. 
Nel finale ho sperato in un incontro con la "vecchia fiamma" e invece Rina decide che è arrivata l'ora di dimenticare l'infanzia, come se quel ricordo fosse rinunciabile. Personalmente invece speravo che proprio il ricordo del bosco com'era un tempo avrebbe rafforzato il messaggio finale.
Non ho capito il finale, così come il titolo.
Peccato perché all'inizio mi era piaciuto molto.
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Messaggio Da mirella Mer Mar 06, 2024 8:11 am

Il nonno e la bambina – ovvero i  protagonisti della storia, mentre gli altri personaggi sono di contorno - mi sembrano ben caratterizzati e accomunati dallo stesso intento. Si tratta però di un tentativo destinato a fallire, perché il tempo non procede a ritroso e ciò che è perduto non ritorna. “Abbattuto l’albero scompare l’ombra” dice il proverbio.
Il ritorno a un modello di vita a contatto con la natura appaga zi Peppino finché una frana si abbatte sul casolare, inutilmente ricostruito, distruggendolo.
Inutile anche il tentativo di Rina di ritrovare l’infanzia lasciata nel bosco. Tutto è cambiato: c’è ancora bellezza, non la magia, anzi il bosco le sembra spoglio, il crepitio delle foglie morte suona come un sinistro presagio.
Ritrovo in questo racconto la stessa amarezza provata molto tempo fa quando, nel corso d’una passeggiata sull’Etna, cercavo il “mio”  bosco di castagni, meta preferita di tante gite e picnic. Non c’era più.
Era tutto nero: la lava aveva cancellato gli alberi. Apprezzo i racconti che trasmettono sensazioni e fanno riflettere.

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Messaggio Da Achillu Sab Mar 09, 2024 8:02 am

Ciao, Penna.

Alla prima lettura ho fatto fatica a seguire l'inizio del secondo "capitolo" perché Rina non viene nominata per diversi paragrafi, pur essendone la protagonista.
Segnalo come unico inceppamento nella lettura "puoi prendilo in mano" al posto di "prenderlo".
Il titolo mi è oscuro, sembra come se avessi inviato una brutta copia del file (da cui il titolo Tentativo) piuttosto che la versione definitiva; forse il significato è nelle ultime parole "è inutile come tentare di afferrare l’ombra di qualcosa che non c’è più"?
Legalmente c'è presunzione di violenza sessuale se uno* dei* minori ha meno di quattordici anni, non ricordo se c'è presunzione anche se entrambi* sono minori e la differenza di età è superiore a tre anni (se ho fatto bene i conti sono tredici e diciassette) nel senso che c'è presunzione se uno* è maggiorenne e l'altro* minorenne e la differenza di età è maggiore di tre anni mentre non ricordo se la presunzione legale c'è anche se entrambi* sono minorenni. È uno dei rari casi in cui bisogna dimostrare l'innocenza invece che la colpevolezza. Scusami il pippone, ma trovandomi di fronte a una violenza sessuale mi sono sentito disturbato dal narratore onnisciente che non condanna il crimine né indirettamente né direttamente. Lina di fronte alle prove decide di allontanare Rina anziché denunciare Gino e questa reazione va per lo meno spiegata, secondo me, proprio perché il narratore è onnisciente.
Secondo me c'è un'incongruenza di trama tra le strade definite ghiacciate e il nevischio ormai sciolto.
Passo alle cose che mi sono piaciute: l'ordine caotico dei "capitoli" all'inizio con i flashback "incrociati" (non è la parola esatta ma spero che si capisca). Le parti descrittive come per esempio la villa attaccata ai capannoni e il colore delle foglie nel bosco quando Rina torna a Malabotta. I dialoghi sono molto realistici. La caratterizzazione di Lina in particolare e Peppino in secondo luogo. La storia mi è piaciuta, anche il fatto che Rina e Gino non si riconoscano abbatte uno stereotipo narrativo talmente consolidato che suona strano.

Grazie e alla prossima.

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Messaggio Da tommybe Sab Mar 09, 2024 11:37 am

Quanta roba in questo racconto...
Tutte le tue conoscenze, tutte le tue emozioni, tutte le tue paure. Un' impresa colossale alla quale devi aver dedicato molto tempo. L'impegno sarà di sicuro ripagato, lo meriti
E io darò il mio contributo.
Applausi.


Ultima modifica di tommybe il Sab Mar 09, 2024 6:40 pm - modificato 1 volta.
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Messaggio Da FedericoChiesa Sab Mar 09, 2024 6:03 pm

Ho trovato il racconto piuttosto scontato.
Il nonno in campagna adorato dalla nipote, la nuora ostile, il primo amore, e altro.
Ci sono molti personaggi, ma alcuni poco caratterizzati: rimangono distanti, forse per colpa del narratore che alla fine siamo stati costretti a inserire.
Anche l'ordine del racconto e dei flashback non mi ha convinto. 
A rileggerci.
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Messaggio Da paluca66 Dom Mar 10, 2024 12:43 am

Un bellissimo racconto fino al momento in cui Lina decide di mandare la figlia a Londra dopo aver scoperto quanto avvenuto tra lei e Gino, poi è come se improvvisamente il tutto si fermasse, se cambiasse registro; il tempo accelera, il ritmo cambia improvvisamente e diventa di difficile lettura.
C’è il paragrafo che inizia con “A metà del terzo millennio” che stona con tutto il resto e poi quel paragrafo finale che dovrebbe spiegare ma a che a me è risultato abbastanza fuori contesto (il vecchio che vedono nel rudere è un fantasma?).
Tra le cose migliori ci sono i dialoghi freschi e spontanei mentre a livello di storia resta un po’ troppo superficiale la descrizione del cambiamento di Peppino che forse avrebbe meritato più spazio e più centralità nella storia magari a discapito della storia di Lina.
Attenzione agli spazi tra lo scritto e le virgolette dei dialoghi che qua e là ti sono sfuggiti mentre a livello di futura revisione ti segnalo:
-        Certe volte Peppino si chiedeva se era lui a osservare le capre: fosse
-        “Un riccio, puoi prendilo in mano, non punge. Prenderlo

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Messaggio Da Arianna 2016 Dom Mar 10, 2024 12:04 pm

Una narrazione ampia e distesa, una scrittura equilibrata e nel complesso corretta (c’è solo qualche imprecisione).
All’interno di quella ambientalista, ci sono tante sottotematiche.
Parlando da lettrice, devo confessare di non avere apprezzato a pieno la tua pur encomiabile – appunto per scrittura e tematiche – narrazione per la sensazione di incompiutezza che mi ha lasciato.
In particolare mi ha spiazzato la parte conclusiva: l’uomo nel casolare era o no Gino? O una sorta di fantasma?
Certo, non tutto deve essere spiegato, ma la frase finale mi fa pensare che tu abbia voluto esprimere, tramite questa narrazione, un tuo vissuto e delle tue emozioni, qualcosa legato alla tua esperienza di vita e a ricordi; tutto questo però non ha raggiunto una compiutezza narrativa, almeno per quanto riguarda la mia personale percezione come lettrice.
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Messaggio Da M. Mark o'Knee Dom Mar 10, 2024 5:22 pm

Il racconto sembra proprio un "tentativo", e nemmeno ben riuscito.
Si fatica a seguire le vicende, inframezzate come sono da flashback e ritorni e rese ancora più confuse dai titoli delle varie parti, il cui contenuto non rispetta, se non in minima parte, le intestazioni. Per esempio, il primo capitolo si intitola "Il bosco dei verdi misteri", ma di "verdi misteri" se ne parla solo nel penultimo ("Il bosco di Malabotta"); nel capitolo dal titolo "La lunga estate di Rina" si parla molto poco della ragazzina ed è invece incentrato sulla figura dell'ingegnere e sulle sue crisi.
Altri motivi di inciampo:
- la punteggiatura è poco curata e spesso le virgole vengono usate in maniera non appropriata;
- nella frase "se era lui a osservare le capre" si dovrebbe usare "fosse";
- "puoi prendilo" => "prenderlo";
- "cielo così blu da [fare] venir voglia";
- "Ne sveva fatto" => "aveva".
Ci sono situazioni trattate molto superficialmente, prima fra tutte quella del rapporto sessuale fra i due ragazzi, che viene liquidata in due parole dai genitori (distratti? incuranti?) e risolta semplicemente con un allontanamento.
Un allontanamento che comunque funziona, visto che alla fine tutto sembra scomparire dalla memoria e "Rina si convinse che era giunto il tempo di dimenticare l’infanzia".
Parte proprio da qui il messaggio finale, con il quale non riesco a essere d'accordo.
Anche ammettendo che "Quando scompaiono gli alberi, anche la loro ombra scompare", non ritengo giusto applicare la frase anche ai ricordi. Se "Non serve lasciarsi assalire dai ricordi e inseguirli è inutile come tentare di afferrare l’ombra di qualcosa che non c’è più", allora a cosa sono servite le esperienze legate a quei ricordi? Si deve rinnegare il passato, o cercare di trarne qualcosa? E, in questa ottica, a che serve il bosco stesso?
Forse le risposte stanno tutte nel modo di pensare e agire dei genitori di Rina, un modo (molto attuale, purtroppo) alquanto superficiale e legato solo al presente e che, a quanto pare, ha trovato in lei terreno fertile.
Ma senza il passato, il futuro che senso ha?
Grazie
M.
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Messaggio Da ImaGiraffe Mer Mar 13, 2024 9:46 am

Non sono riuscito a godermi appieno il racconto perché mi sembra la trama di un libro.
È tutto tremendamente affrettato che succedono tantissime cose in pochissime battute. 
Ci sono momenti dilettissimi (come i dialoghi) e altri compressi in cui succede di tutto in un solo paragrafo. queste variazioni di ritmo mi hanno disturbato. 
La trama richiede uno sviluppo più approfondito, più adatto a un libro che a un racconto. Per quanto riguarda l'impatto emotivo, mi ha lasciato freddo e indifferente, il che è un peccato perché si percepisce la capacità dell'autore. 
Una considerazione personale e forse un po' ridicola: immaginavo Pachamama in modo diverso, con paesaggi naturali, foreste verdi, deserti aridi. Volevo immergermi in queste ambientazioni o almeno che fossero ben descritte. Invece, il racconto mi sembra troppo introspettivo e umano. 
In conclusione, leggerei un libro con questa trama.
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Messaggio Da Giammy Mer Mar 13, 2024 11:49 am

Cosa dire di questo racconto? L'ambientazione è bellissima, il parco naturale dei Nebrodi, un posto da favola che l'autore sembra conoscere bene. I temi trattati sono stupendi, non sempre però supportati da una scrittura all'altezza della narrazione. Avrei dedicato meno spazio alle dinamiche familiari e imprenditoriali di Vincenzo e Lina, decisamente poco interessanti. 
Il finale è insolito: il fantasma del nonno e il proverbio, scelte discutibili ma particolari, che invitano alla discussione e al confronto.
Nel complesso ho apprezzato questo lavoro e le intenzioni dell'autore.
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Messaggio Da Arunachala Mer Mar 13, 2024 6:17 pm

anche io, come qualcun altro, ho amato questa storia dalla prima lettura.
bella, coinvolgente, forte e decisa.
è vero, una revisione alla punteggiatura servirebbe, ma questo nin inficia la potenzialità della storia.
splendide le descrizioni.
complimenti.

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Messaggio Da caipiroska Mer Mar 13, 2024 11:26 pm

Questo bel racconto purtroppo non è riuscito a conquistarmi del tutto.
Credo che la cosa principale che non mi ha convinta sia proprio la struttura che trovo un po' sbilanciata e costruita con poca attenzione: alcuni dialoghi (come quello della cena) appaiono quasi inutili per l'economia del testo e tolgono battute importanti che potevano essere usate per arricchire le descrizioni e alcune scene.
L'abuso sessuale è liquidato in maniera molto frettolosa e senza una buona indagine dell'accaduto dal punto di vista dei personaggi.
Non mi torna tanto il fatto che Pietro e Peppino sono compari (e quindi più o meno coetanei...) mentre Gino e Rina siano i rispettivi figlio e nipote: ci sta tutto, certo, però mi torna un pò strano.
I fatti narrati sono davvero tanti e poco approfonditi: non ho capito poi la figura/fantasma che appare nel finale ne tantomeno perchè Rina decida di cancellare l'infanzia.
In una scena nevica e qualcuno arriva con delle more.
Il titolo rimane troppo ai bordi della storia.
La sensazione è quella di una specie di riassunto di un libro su una saga familiare, intrecciata a una svolta ecologica con intrighi d'amore, rapporti irrisolti, scelte di vita drastiche e un tocco di mistero che appare all'improvviso e quasi ingiustificato.
Una penna interessante con buone capacità intuitive ma che, a mio avviso, non riesce ad essere del tutto convincente con questo racconto.
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Messaggio Da gipoviani Gio Mar 14, 2024 4:14 pm

Veramente un bel racconto, che ha tanto di magico anche senza sciamani a intorpidire le acque.
Tanti sono i temi classici che tu ha trattato: il ritorno alle origini, prima del nonno, riuscito, poi della nipote, fallito.
Mi congratulo per il finale, per nulla moralistico e scontato.
Ci sono diverse cose da sistemare che gli altri più pazienti e generosi di me ti hanno già segnalato. 
Ma il tuo racconto è una boccata di sano ozono del bosco, in un mondo dominato dall'inquinamento del realismo magico.

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Messaggio Da Byron.RN Sab Mar 16, 2024 4:18 pm

Devo confessare che sono un pò deluso da questo racconto.
Il fatto è che l'inizio mi aveva conquistato e mi piaceva molto.
Il cambio di visione di Peppino che, sovrastato dai cambiamenti, lascia tutto per tornare a vivere in maniera più spartana e genuina per me è davvero azzeccato.
Anche il rapporto con la nipote, anche se non è molto descritto, comunque si intuisce tra le righe rendendo piacevole la narrazione
Poi dopo il fattaccio con Gino ho l'impressione che tutto si sfaldi un pò, si ritorna coi piedi per terra, il pragmatismo e la realtà ritornano per sconfiggere sogni e idealismi. Che forse questa è proprio una scelta voluta dall'autore, ma anche se sono un pessimista/realista, avrei voluto continuare a vivere la storia semplice e genuina dell'inizio, senza il cinismo tipico della vita reale.
Questo cambio, che ripeto ci può stare, anzi è realistico, comunque mi ha deluso.
Anche la presenza nel finale del fantasma di Peppino mi pare buttata lì come a caso, per dare un brivido al finale.
Giudizio ottimo per la prima parte, un pò meno per il prosieguo.
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Messaggio Da Claudio Bezzi Sab Mar 16, 2024 5:52 pm

Una grande quantità di spunti narrativi accostati uno all’altro senza sufficiente sviluppo; diverse incongruenze che contribuiscono a minare la credibilità della storia; diversi errori e una punteggiatura da rivedere a fondo. C’è talmente tanto materiale, in questo racconto, che se l’Autore/trice avesse voglia e tempo, da breve racconto potrebbe diventare un romanzo, anche interessante, a patto che ci sia più sorveglianza della scrittura.

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Messaggio Da CARLA EBLI Dom Mar 17, 2024 8:25 am

Il racconto è molto bello nella scrittura, nelle descrizioni e nei vari risvolti con una buona padronanza dei personaggi, ma la storia si snoda su argomenti troppo idilliaci, troppo da serpente incantatore, per essere apprezzata fino in fondo.
Idealizzare la vita di montagna, anzi la vita dei montanari è una tendenza molto in voga, ma che con la montagna vera non ha nulla a che fare. 
Un'idea romantica troppo alla moda, ma che lascia il tempo che trova.

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Messaggio Da Gimbo Mar Mar 19, 2024 10:41 am

Apprezzo la complessità della trama e la riflessione sul tema centrale della storia, nonostante la narrazione eccessivamente dispersiva. Ammiro le descrizioni dettagliate dell'ambiente naturale e la caratterizzazione dei personaggi principali, come il nonno Peppino e la bambina Rina. Tuttavia, gli altri personaggi sono meno sviluppati.
Ci sono alcuni errori di punteggiatura e imprecisioni nella scrittura, che hanno reso la lettura meno fluida in alcuni punti.
Il finale mi suscita diverse reazioni: da una parte apprezzo la sua ambiguità e il senso di mistero che crea, mentre dall'altra lo trovo poco chiaro e preferirei una conclusione più definita. Complessivamente, apprezzo il racconto per la sua profondità tematica e per le sue ambizioni narrative, ma potrebbe beneficiare di una maggiore coesione e revisione per raggiungere il suo pieno potenziale.

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Messaggio Da Fante Scelto Mar Mar 19, 2024 12:55 pm

Il racconto sembra scritto in due tronconi diversi, diversi in tutto, dallo stile ai contenuti.
La prima parte, come dice un commento poco sopra il mio, col quale sono totalmente in sintonia, è ammantato di luccicanza. Sì, quella cosa che a me non piace e che è un po' come la glassa spalmata sulle cose narrative per renderle belle e luccicanti.
Un'idealizzazione della vita di montagna/campagna che, forse, ma non ne ho esperienza diretta, non credo sia davvero così rose e fiori.
Un nonno impeccabile, perfetto nel suo mestiere di pastore, ma che poi si scopre essere una scelta di vita fatta solo di recente e provenendo da tutt'altro ambito: forse certi automatismi restano dall'infanzia, non ne ho idea.
Il rapporto idilliaco con la nipote, le cose buone della terra, l'affetto verso gli animali, l'incontro immancabile di Rina con un ragazzino del posto col quale c'è intesa perfetta, tutto perfetto, tutto luccicante.
Unica nota stonata, la madre Lina (nome troppo simile a Rina) che avversa la campagnolizzazione graduale della figlia.

Punto di svolta: il rapporto sessuale tra Rina e Gino. In qualche commento ho letto di violenza, ma a me non è sembrata una violenza, o comunque il testo non specifica. Che lo possa essere a livello legale d'accordo, ma non penso che Rina l'abbia vissuta in questo modo, tutt'altro. Anche la reazione dei genitori, punitiva, mi sembra vada in quella direzione.

Da quel momento la storia cambia. La luccicanza scompare, entra in gioco un narratore molto più forte e invasivo, i personaggi si allontanano dal lettore, diventano ancora più monotematici, il mondo stesso cambia con la crisi climatica imperante.
Anche i fatti diventano più veloci, più sequenziati, uno dietro l'altro, facendo perdere quel senso di tranquillità bucolica della prima parte.
E poi i fatti, nel concreto, con questo ritorno al passato di Rina adulta, che mi aspettavo riportasse luccicanza all'ambiente e invece si traduce in una constatazione di desolazione e silenzio, con inframmezzo di probabile fantasma del nonno (ma possibile che Rina non lo abbia riconosciuto?). E' proprio un altro registro, un diverso contenuto rispetto alla prima parte. Il fantasma stesso non mi sembra un espediente indispensabile, sempre in rapporto alla storia raccontata per i restanti 3/4 del lavoro, ed era scontato l'incontro con Gino. Originale invece che non si siano riconosciuti. 

Non riesco a decidere se la storia mi abbia convinto. Il finale cupo e il messaggio nichilista sul cancellare il passato sono componenti strane e inusuali, quindi direi positive per il mio gusto, ma si scontrano veramente tanto con la luminosità fin eccessiva della prima parte, creando un contrasto che non giova all'insieme.
I personaggi non sono molto approfonditi, tolto Peppino, e l'effetto è un po' straniante.
Ci sono alcune incongruenze che non credo siano volute, specie nel finale, tra funghi e more con la neve fuori, neve che in realtà è nevischio e le strade ghiacciate.
Ci aggiungo il riccio: mi fa strano che Peppino dica che puoi prenderlo in mano e non punge. Di ricci ne ho presi diversi in mano, a volte mi entrano in cortile, e posso assicurarti che è meglio avere un guanto. Se non trovi l'angolo giusto per reggerli con la mano nuda, le spine le senti eccome.
Però sono dei pallottini adorabili, adoro i ricci.
Ne ho uno minuscolo, è un portachiavi di peluche, appeso al mio zaino da lavoro: è il mio portafortuna da tutti i giorni.

In conclusione, un lavoro con più ombre che luci, per me. Ha i suoi pregi nella scrittura fluida e godibile, nel finale totalmente ribaltante rispetto al resto della narrazione, che arriva davvero inaspettato, ma l'eccesso di bontà e scintillii di tutto il resto del racconto e questa atmosfera positiva da cartone animato non sono nelle mie corde.
Ci devo pensare.

EDIT - Il titolo mi sembra proprio un po' buttato via.
EDIT 2 - La metà del terzo millennio, citata poco prima del paragrafo finale, sarebbe l'anno 2500. Siamo davvero così in là nella storia futura in questo racconto?
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Messaggio Da Susanna Mer Mar 20, 2024 12:12 am

È uno di quei racconti che mi lasciano un po’ dubbiosa e anche delusa, una volta arrivati alla fine. 
Il titolo pare proprio adatto all'insieme. Parto dal tema, il bosco. A mio parere è debole come presenza, ben più presente è la campagna nel suo insieme di vita (forse un po' troppo idilliaca), di amicizie, di fatiche. Bello anche il rapporto nonno nipote. Nonostante si parli del bosco, del nonno che le insegna a riconoscere gli alberi, Rina nel “bosco” ci va solo tempo dopo e anche nel finale la presenza del bosco non ha sufficiente forza, finisce per perdersi in una trama che ha altro come filo conduttore.
Trovo poi squilibrata la seconda parte, rispetto all’inizio: viene introdotto il tema dello scempio fatto al nostro pianeta, ma stona, è quasi uno stile giornalistico, poteva essere diluito quando si parla del ritorno di Rina nei luoghi della sua infanzia; anche la permanenza di Rina in Inghilterra è liquidata in poche righe, senza spessore.
L’ultima parte poi è un po’ confusa: possibile che madre e figlia abbiano avuto la stessa visione del vecchio nella casa? Quale potrebbe essere la causa? Il narratore onnisciente a questo punto latita. E i ricordi? Sono solo ricordi di Rina, che potrebbero influire sul momento, non certamente quelli di Martina. Mi manca un qualcosa per comprendere meglio questo passaggio.
Mi spiace fare queste annotazioni, perché la prima parte era scritta discretamente, i personaggi e i momenti gestiti attraverso dialoghi ben strutturati, poi la storia va troppo velocemente, quasi si volesse arrivare al finale a ogni costo, volendo introdurre il tema dei cambiamenti climatici ecc.
Le mie note: c’è qualche spazio di troppo ad esempio nel virgolettato dei dialoghi; i nomi Rina e Lina si somigliano troppo, a mio parere, preferisco nomi che abbiano suono ben distinto

Era in effetti --- leggo meglio fosse in effetti
Restiamo sempre tra le più grandi imprese a livello globale ecc. ecc. ---questa lunga spiegazione, seppur utile per far capire al lettore... rompe il ritmo. Bastava il primo inciso.
Non ti preoccupano queste scorribande tra sentieri rupestri, ambienti torrentizi e il bosco - c’è un po’ troppo ricercatezza - seppur apprezzabile si intende -  in una frase pronunciata da una donna che semplifica tutto. Toglierei rupestri, metterei torrenti e la frase fila meglio

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Messaggio Da SuperGric Sab Mar 23, 2024 5:12 pm

Un racconto dovrebbe avere un tema a una certa unità narrativa. Qui il tema non riesco molto a vederlo: la memoria? La crescita? Non tanto il bosco, per altro. È la storia di una famiglia condensata in poche pagine, che ci sta per carità, ma secondo me dovrebbe essere caratterizzata da un messaggio di fondo o da elementi ricorrenti, soprattutto perché si tratta un racconto breve. Qui purtroppo vedo degli episodi abbastanza slegati tra loro. Poi magari è una storia vera romanzata, magari la tua, e allora puoi tranquillamente mandarmi a quel paese (lo puoi fare comunque).
Mi è piaciuto tanto il finale e il messaggio che mi arriva: i ricordi, belli o brutti, sono tali e per crescere è meglio lasciarli andare. Io sono un accumulatore seriale anche di ricordi e questo concetto mi ha colpito e fatto pensare.
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Messaggio Da Resdei Mer Mar 27, 2024 12:00 pm

A fine lettura mi è calato un senso di tristezza, sarà perché i ricordi d’infanzia, vissuti in piena libertà, lasciano nell’adulto la nostalgia e la consapevolezza di non poterli mai più ritrovare. 
O forse sarà stata la frase finale: Non serve lasciarsi assalire dai ricordi e inseguirli è inutile come tentare di afferrare l’ombra di qualcosa che non c’è più. Quando scompaiono gli alberi, anche la loro ombra scompare.

Un vero tentativo, secondo me, di ritornare in quel mondo passato non c’è stato da parte di Rina. Possibile che non sia più andata a trovare il nonno? Estranea, sembra aver dimenticato luoghi e persone. Gino, che pure è stato il primo amore, troppo facilmente viene dimenticato.
A volte questi racconti hanno un qualcosa di autobiografico, la storia di un nonno, la vita di una zia, ma devo dire che mi è arrivato poco, come se l’autore stesso volesse prendere la giusta distanza, non restarne coinvolto e allo stesso tempo non coinvolgere più di tanto il lettore.
 
nei mesi successivi non comparvero tracce di sangue nelle mutandine di Rina. Lina aveva intuito cosa era capitato alla figlia, ma ne ebbe conferma leggendo una pagina del suo diario
Non ho capito se rimane incinta, nel caso che fine fa il figlio? Forse è Martina? Ecco, mi rimangono alcuni dubbi, un doloroso tentativo accompagnato da un altrettanto doloroso fallimento.
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Messaggio Da Menico Mer Mar 27, 2024 4:14 pm

Mi rifiuto di commentare questo racconto, mi sento troppo piccolo per esprimere qualsiasi opinione su questa lavoro che è poesia, inno alla natura, monito sociale.
Grazie autore per questo regalo che ci hai fatto.

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