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La poltrona disabitata

2 partecipanti

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1La poltrona disabitata Empty La poltrona disabitata Mar Nov 23, 2021 10:15 pm

Susanna

Susanna
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi

https:
“Chissenefrea! Oggi va così!”
Ignorando volutamente il cartello “Proprietà privata”, Isabella imboccò a passo deciso il largo sentiero che, inerpicandosi ripido in mezzo al bosco, portava a quello che sulla cartina del paese era indicato come il Castello del Frate.
La discussione col marito e con la figlia, adolescente che si pretendeva adulta, l’aveva irritata oltremodo e cercava in quella trasgressione un qualcosa cui neanche lei, ora, sapeva dare un nome.
Due minuti ed era senza fiato e con le gambe doloranti, ma si impose di non fermarsi fino in cima alla collinetta su cui sorgeva il castello. Una volta arrivata, si lasciò andare su una panchina ai margini di uno slargo, col cuore in gola e la vista annebbiata.
Dio com’era goffa! E trascurata: si vide con i chili di troppo, i capelli bisognosi di un buon taglio e il viso che sapeva tirato.
Cercò altri pensieri.
Del castello le immagini di Google mostravano poco, immerso com’era nel bosco di abeti e larici: tre torri, unite da due edifici, attorno a un cortile e, a lato, un prato che si affacciava come una terrazza sulla valle.
Si rese conto ora che non era poi tanto grande, anzi: gli edifici che congiungevano le torri non erano altro che una serie di stanze collegate tra loro, a un piano, un piano e un mezzanino. Stravagante ma armonioso: appena si fosse ripresa avrebbe curiosato oltre la cancellata di ferro battuto e i folti cespugli che completavano il cerchio, come la chierica di un frate.
Improvvisamente, senza nessuna avvisaglia, arrivò lui, il panico, assiduo compagno degli ultimi mesi e ogni cosa perse consistenza, persino l’aria sembrava polverosa.
Cercò qualcosa su cui concentrarsi: le stanze del castello, ecco… qui la cucina, là il soggiorno, la biblioteca, non poteva mancare una stanza per sé, tende leggere...
Respiro dopo respiro ritrovò la calma, ma era talmente concentrata da non accorgersi dell’uomo che silenziosamente le era arrivato alle spalle e che ora, con le mani in tasca, osservava a sua volta la costruzione.
«Decisamente bizzarro, vero?» esordì l’uomo.
«Oh Dio, che spavento! Ma le pare il modo di…»
A volte servono minuti per districare i pensieri e le sensazioni di pochi secondi.
Tutto di quell’uomo le trasmise, in un niente, la sensazione quasi palpabile di sicurezza e protezione. Era alto, robusto ma asciutto, capelli brizzolati e, notò quando le si sedette accanto, belle mani. Il viso aveva tratti decisi, sfumati dalla barba di un paio di giorni: un bel sorriso, aperto.
Attorno agli occhi, rughe. Furono proprio gli occhi a bloccarla: azzurri, chiari e trasparenti, che parevano inchiodarla sulla panchina.
Isabella si sentì abbracciata da quello sguardo e desiderò, con un’intensità quasi dolorosa, di appoggiarsi a lui, perfetto sconosciuto, e abbandonarsi a un pianto che finalmente liberasse la tristezza e il malessere che da tempo la incupivano, o magari semplicemente al calore di un abbraccio silenzioso e inaspettato.
Mascherò con un respiro profondo un nodo in gola, inopportuno. “Ma che scema!
«Riesce a immaginarlo con la neve, magari di sera, con le stanze illuminate?»
L’uomo si era girato verso di lei e ora lo sguardo, prima divertito per il sobbalzo di Isabella, si era fatto più serio e lei pregò che non si fosse accorto del suo disagio.
«Venga, ragazza, diamo un’occhiata come si deve a ‘sto castello. Forza!» In mano teneva un grosso mazzo di chiavi.
«Eh, ragazza! Mi scusi, ho visto il cartello ma ero curiosa e… non credo sia il caso, conciata come sono.»
Le vecchie bermuda e una maglietta datata non erano certo adatte a una visita di cortesia: dura confrontarsi con una giacca scura, gilet, una camicia bianca “stiro perfetto” aperta sul collo e pantalone sportivo.
L’uomo la osservò con aria critica: «Beh, in effetti, la maglietta al rovescio…» e scoppiò in una sonora risata.
«Non me lo dica! Sono pure andata in edicola conciata così!» sospirò sconsolata Isabella.
“Ma cosa mi sta succedendo?”
«Ah, non ci pensi! Andiamo, le offro qualcosa di fresco.»
Le mise un braccio sulle spalle e la guidò verso l’ultimo tratto del sentiero.
Il rifiuto non era ammesso.
Mentre varcavano il cancello Isabella ebbe, netto, il presentimento di aver fatto una scelta pericolosa, accettando l’invito, ma lo ignorò. “Machissenefrega, oggi va così.”
 
Quella sera i suoi la chiamarono via Skype da Vienna: il viaggio era andato bene, e tutti si scusarono con tutti per il brutto inizio di giornata. Isabella raccontò della visita al castello: le stanze arredate con gusto, la grande cucina, la cortesia dell’ospite e la richiesta che le aveva fatto, quando aveva notato l’interesse di Isabella per i tantissimi libri sparsi un po’ ovunque.
«Ho accettato: dieci giorni senza di voi non voglio passarli a dormire.»
«Cioè, cinque minuti dopo che vi siete conosciuti lui ti ha chiesto se lo aiuti a sistemare una caterva di libri e tu accetti? Scusa, madre – quando Gaia usava quella parola c’era in arrivo una contestazione – ma non ti pare troppo? Cioè, io devo sempre stare attenta, antennine dritte e poi tu ti comporti così! Sai almeno cosa fa, come si chiama? Dai mamma, magari è un predatore!»
Gaia, la fanatica dei thriller.
«Si chiama Diego, il cognome mi sfugge ora, non gli ho chiesto cosa fa, non ancora. Ci sono un sacco di testi di diritto in giro, magari è avvocato. Mi informo, va bene?»
Suo marito non aveva replicato. Isabella non era una sprovveduta, sempre prudente con le nuove conoscenze, al primo dubbio si sarebbe eclissata. Comunque, aveva davvero bisogno di qualcosa di stimolante dopo un anno pesante come quello appena passato.
 
Diego, la stessa sera, si ritirò nel suo studio, l’unica stanza che sarebbe stata off limit per Isabella, e mentre sceglieva un po’ di musica con cui accompagnare una lettura serale, si chiese se non avesse commesso un azzardo.
Certo, da quel poco che gli aveva detto, per la donna i libri non erano solo un piacere, ma anche una professione: era capitata proprio al momento giusto, ma era comunque una perfetta sconosciuta.
Sconosciuta che avrebbe potuto declinare l’invito; anche per lei, lui era uno sconosciuto: nessuno se ne avrebbe avuto a male per un briciolo di sana prudenza.
Niente, una giornata particolare e con un sacco di punti ancora da smarcare.
Telefonò a un caro amico, gli raccontò dello strano pomeriggio.
«Diego, sei sicuro di quello che fai? Sai che non puoi, non possiamo, correre rischi proprio ora.»
«Tranquillo, al primo segnale di qualcosa che non va, chiudo.»
«Chiedi almeno a Sofie di informarsi.»
«Ma per favore! In paese credono che Sofie sappia due parole due di italiano, e io le faccio fare l’investigatore!»
«Accidenti a te Diego! E a me che…»
«Max ascolta. È.Tutto.A.Posto. Fidati, per favore. Prima o poi doveva capitare. Meglio adesso, non credi?»
«Va bene, ma ti rendi conto che c’è il lavoro di quanto, un anno, no di più, in gioco? E non lo dico per me, lo sai.»
«Lo so, lo so, figurati se non lo so. Ti spiace se parliamo d’altro adesso, se hai tempo?»
Max aveva tempo: disquisirono un po’ dei futuri impegni di Diego e poi si salutarono.
Da un cassetto della scrivania l’uomo prese un piccolo taccuino nero: tempo addietro si era imposto di non aprirlo più, ma ogni tanto non poteva fare a meno di rigirarselo tra le mani. Prima o poi avrebbe dovuto bruciarlo: Max era convinto che lui l’avesse già fatto.
Ascoltò musica fino a notte inoltrata: come al solito lasciò per ultimo “Old and Wise”, la voce di P.J. Olsson era perfetta per quel brano.
 
Il giorno dopo Isabella uscì piuttosto presto: si era vestita con più cura e la salita al castello andò decisamente meglio.
Quando Diego la introdusse in biblioteca, rimase senza parole.
La biblioteca occupava i tre piani di una delle torri: i lunghi gradini di una balconata a spirale, spettacolare con una ringhiera che richiamava i motivi della cancellata, portavano fin sotto alle pesanti travi del tetto; a lato, le pareti erano interamente coperte da librerie, intervallate da spazi per quadri e strette finestrelle. In cima, una serie di larghe finestre e un paio di porte davano sul balcone esterno, che correva tutto attorno alla torre.
«Meravigliosa! Che spettacolo! Ma non saranno mica questi i libri…»
«Tranquilla, questi sono già a posto, ci ha pensato mio padre anni fa. Quelli sarebbero da sistemare.» Accennò a una ventina e più di scatoloni impilati in un angolo.
«Quelli no?» chiese Isabella, dopo che Diego ne ebbe spostati un paio in un’altra stanza.
«Non sono miei, sono di Max, un amico. Li ospito per un po’, sta ristrutturando casa.»
«Uhm, gentile.»
«Profittatore, è un anno che rimanda di ritirarli: prima o poi li rivendo.»
Mentre lei avviava l’iMac, Diego le indicò una porta: «Mi perdoni Isabella, non la consideri una mancanza di fiducia, ma le devo chiedere di non entrare in quella stanza: non voglio chiuderla a chiave, sarebbe indelicato, ma è il mio studio privato.»
«Questa è casa sua, si figuri se mi offendo.»
Si misero d’accordo sugli orari – lei è in ferie e io non voglio profittare della sua disponibilità – nessun problema, ho bisogno di rilassarmi e questo per me è relax puro – mi manderà il conto – non credo proprio – allora sarà mia ospite a pranzo, anche tutti i giorni. Punto.
Le giornate trascorsero lentamente, o forse era il silenzio che li avvolgeva a dare il giusto ritmo allo scorrere delle ore, rotto appena da un po’ di musica di sottofondo e da qualche chiacchiera da poco. Lavoravano senza fretta, il braccio e la mente: Diego apriva gli scatoloni, Isabella catalogava i libri, inseriva i dati al computer, preparava delle brevi schede sull’autore, stampava le etichette da incollare al dorso dei volumi, e lui li sistemava sugli scaffali. Ogni tanto salivano in cima alla torre, a godersi lo spettacolo dei boschi circostanti, oppure si ritiravano in un salottino per una lettura solitaria.
Nessuno dei due aveva sentito il bisogno di informarsi sull’altro, neanche in rete, dove ogni segreto pare aver vita propria per girare il mondo.
Ma anche se Isabella avesse chiesto in giro, Diego era invisibile per il paese, nessuno lo aveva mai visto: di fatto tutti erano convinti che i proprietari del castello, che poi proprio castello non era, fossero quella coppia di stranieri, poco inclini alle chiacchiere e che si erano fatti la nomea di persone scorbutiche e con la puzza sotto in naso. In realtà altri non erano che Karl, il giardiniere e custode, e la moglie Sofie, la governante.
 
I giorni passavano ma continuarono a darsi del lei.
L’unico momento in cui il velo di riserbo si alzava un poco era il pranzo.
Finirono infatti per pranzare assieme quasi tutti i giorni: Diego era un bravo cuoco, in cucina pareva più a suo agio che non in biblioteca: chiacchieravano di mille cose ma niente che li riguardasse personalmente. Tutto rimaneva nel vago e a entrambi andava bene così.
Un giorno, mentre erano a tavola, si trovarono a parlare di vecchi film, di serie tv di qualche anno prima, e Isabella si mise a osservarlo come se cercasse il ricordo di un’immagine.
«Sa che lei mi ricorda molto un attore inglese, Ray Stev… boh, non mi ricordo… una serie poliziesca, mi pare Dexter.»
«Davvero? Magari sono io, in incognito.»
«Mmm, poco english e poi non riesco proprio a calarla nella parte di un gangster, anche se sofisticato... insomma carismatico ma letale.»
«Posso provarci, lei mi dia la battuta.»
«Ma quando mai! Bah, lasci perdere, era una stupidaggine. Buone le lasagne: ma quando trova il tempo di cucinare?»
Lei lo trovava spesso già al lavoro nel suo studio, la mattina e, dai testi dimenticati in giro, aveva capito che dedicava parecchio tempo allo studio o a ricerche sui più svariati argomenti.
«Oh, di sera, di notte. Soffro di insonnia e piuttosto che girarmi e rigirarmi, scendo in cucina.»
«Ehm, riordina anche?»
«Più o meno. Più meno che più, a dire il vero. Vino?»
«No, grazie.»
«Se questo non le piace, ne ho dell’altro.»
«Davvero, grazie, ma non bevo.»
«Fortunato suo marito! Dopo il ristorante può contare sull’autista!»
«Già.»
Passarono oltre ed era così ogni qualvolta una frase sembrava avvicinarsi troppo ai limiti che pareva si fossero imposti.
Isabella imparò a convivere con quegli occhi azzurri, che la mettevano sempre un po’ a disagio, così trasparenti. Diego si defilava quando lei, cominciando a sfogliare un libro che la interessava particolarmente, ignorava i volumi che lui preparava sul tavolo.
Proprio il giorno in cui anche l’ultimo scatolone fu svuotato, Isabella ricevette una telefonata: il tono della conversazione, dapprima molto laconico, divenne nervoso e la donna risalì i lunghi gradini fino in cima, sempre più agitata. Con un gesto secco troncò la telefonata e aprì una delle finestre, quasi avesse bisogno di aria.
Diego la raggiunse, preoccupato.
«Tutto bene, Isabella? Cos’è successo?»
Non chiederle niente, non farle quella domanda.”
«Posso fare qualcosa per lei?»
Isabella si girò appena: era pallida e sembrava faticare a respirare.
«Lei sa che a casa non ho nessuno, vero?»
«L’ho intuito.» L’uomo si appoggiò al muro, incrociando le braccia: inutile mentire.
«Intuito? Solo intuito? Non ha chiesto in giro, di questa ragazza
«No.»
«No?» Isabella rimase spiazzata dalla risposta.
«No, non mi interessa. Non mi fraintenda, per favore: lei avrà una sua storia, ma è sua. Preferisco vivere la sua amicizia così com’è. È complicato ma, mi creda, è meglio così.»
«Già, è meglio. Ma davvero nessuno le ha detto…»
«Isabella, non conosco nessuno in paese. Nessuno.»
Lei lo fissò per qualche secondo, perplessa, poi uscì sul balcone, che aveva un parapetto piuttosto basso.
«Si allontani per favore.»
«Teme possa cadere? Che le sporchi il selciato? Quante grane, poi, e per colpa di un’estranea!»
Si girò verso di lui, sempre appoggiata al parapetto, e per una volta riuscì lei a fissarlo negli occhi.
«Sono stanca Diego, stanca di essere stanca, di aspettare che accada qualcosa, ma non so cosa. Forse è questo che stavo aspettando - e accennò al vuoto - questo cielo azzurro, l’aria calda. Sarebbe perfetto, che ne dice?»
«Isabella, venga via di lì... e se ne vada.»
Mai avrebbe pensato di poter essere così scortese con qualcuno, ma non poteva permettersi di fare diversamente.
«Mi spiace, devo chiederle di andarsene e di non tornare più. La faccio riaccompagnare a casa.» Fece per avviarsi verso le scale, ma fu costretto a fermarsi:
«Sa che sarebbe un’idea: volare, intendo, non andarmene.»
Diego adesso era terreo, doveva allontanarla dal balcone ma qualcosa glielo impediva: eppure era vicinissimo ed era più forte di lei.
«Ci salutiamo così, Diego. Che ne dice?»
«Ora basta davvero, la smetta!» Era stato molto brusco, la voce ora era diversa, quasi cattiva: riuscì ad afferrarla per un braccio, la spinse contro la parete, chiuse la finestra e vi si appoggiò, senza fiato.
Lei lo fissò, con un misto di sorpresa e incredulità: per un attimo lui pensò di averle fatto male ma poi, mentre lui pareva aver bisogno di tempo per riprendersi, lei scese velocemente fino alla porta dello studio di Diego:
«Cosa c’è qui dentro? Chi è lei? Perché sono qui, cosa vuole da me, veramente? E apra questa maledetta porta! La apra!»
Isabella, senza volere si era appoggiata alla maniglia: la porta era aperta, come sempre, e Diego non la poté fermare.


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"Quindi sappiatelo, e consideratemi pure presuntuoso, ma io non scrivo per voi. Scrivo per me e, al limite, per un'altra persona che può capire. Spero di conoscerla un giorno… G. Laquaniti"

2La poltrona disabitata Empty Re: La poltrona disabitata Ieri alle 7:44 pm

Petunia

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“Chissenefrea! Oggi va così!”   Chissenefrega


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Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due. (George Orwell)

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