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SUPERPREDATORI - parte 36

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1SUPERPREDATORI - parte 36 Empty SUPERPREDATORI - parte 36 Dom Ago 22, 2021 11:09 pm

Fante Scelto

Fante Scelto
Padawan
Padawan

***


Frammento 14 – Intercettazione telefonica (Alice Sabella – I)
 
“Pronto.”
“È tutto il giorno che ti cerco. Tutto il giorno.”
“Mi hai trovato.”
“Non fare lo spiritoso con me.”
*silenzio, poi un respiro affannoso*
“Stai bene?”
*silenzio*
“No.”
“Sei stata sublime, oggi. L’arringa più ispirata che ti abbia mai sentita pronunciare.”
“Io non…”
“Abbiamo vinto grazie a te, Alice. Hai svolto un lavoro magnifico.”
“Non abbiamo vinto. Non dovevamo vincere, non noi. Doveva andare diversamente.”
“Abbiamo vinto tutti, anche tu. Soprattutto tu. Ti hanno già dedicato un editoriale sull’Araldo Online: La donna che ha salvato Axxen Basis dalla catastrofe. Leggilo, ti farà sentire meglio.”
“Carlo…”
*il tono si abbassa*
“Tu mi hai usata. Ti sei servito di me, delle mie competenze, mi hai tenuta all’oscuro di tutto.”
“Di solito non ti sfugge niente, tesoro. Ma questa volta non hai collegato i fili giusti. Succede quando mettiamo del personale nel nostro lavoro: non dobbiamo mai farlo, pensavo lo sapessi.”
“Era tutto organizzato…”
“Sapevamo che una sentenza d’assoluzione in appello a Lomanto avrebbe fatto crollare il muro d’accuse su Arco&Caratti prima e K3S poi. E senza più quella spada di Damocle del traffico di rifiuti, Axxen Basis non può rispondere della montagna di capi d’imputazione che le avevano affibbiato. È stato come un effetto domino, Alice. E la prima tessera, la più importante, l’hai mandata giù tu.”
*singulto tetro*
“Tu mi hai usata. Due anni di lavoro per questo processo, due anni in cui ho perso il sonno, ho cominciato a prendere farmaci. Due anni per…”
*suono di denti stretti*
“…per vedere Axxen Basis assolta dopo che hanno distrutto un’isola e un ecosistema unico, dopo che hanno avvelenato la gente di lì.”
“Non ho mai capito la tua vena ecologista, tesoro. Ma ce l’ho sempre avuta ben presente.”
“Mi hai mentito. Hai giurato che avrebbero perso, che salvando Lomanto li avrei condannati.”
“Non potevi vedere l’intreccio dei fili, Alice. Questa volta era troppo grande anche per te. Non biasimarti.”
“TU MI HAI MENTITO!”
“Ho dovuto farlo. Era la causa della mia vita. Posso smettere e andarmene in pensione anticipata con i soldi che mi darà Axxen. Non l’avrei persa per le tue fisse ecologiste.”
“Le mie…”
*singulto*
“Sei un bastardo. Lo sei sempre stato, ma non credevo… non credevo che saresti arrivato a tanto.”
“Per quel che vale, mi dispiace. Ma farai dei bei soldi anche tu, e la gloria è tutta tua. A me non serve.”
“Io mi sono fidata di te!”
“Te l’ho sempre detto, tesoro: nel nostro lavoro non puoi mettere i sentimenti davanti al resto. Non puoi farlo, è pericoloso. Sono errori che si pagano, a volte anche quando vinci.”
“Mi sono fidata di te…”
“Da quanto tempo non facciamo sesso, Alice? Da quanto abbiamo smesso di dirci dove andiamo quando usciamo di casa?”
“Cosa… cosa c’entra questo?”
“Non ti saresti mai fidata di me quando eravamo ancora una coppia, una coppia vera. Da quando hai preso a cuore la causa ambientalista sei cambiata. Tanto. Le cause fanno questo alle persone, tesoro: ottundono i sensi, le rendono cieche e sorde. E determinate. Determinate a vincere a qualsiasi costo.”
*silenzio*
“Per questo… Per questo hanno insistito che prendessi io la difesa di Lomanto. Io e non uno dei lustrascarpe di fiducia del tuo capo.”
“Chi meglio di un’estremista come te poteva salvare Lomanto?”
“E hai anche avuto il coraggio di dirmi che lo avevi fatto per etica. PER ETICA!”
*risata lieve*
“È come ti ho detto, Alice: gli ideali ottundono i sensi, rendono ciechi e sordi. Non incolpare me per le tue ormai mediocri doti da investigatrice.”
*singulto*
“Sei un bastardo…”
“Ora scusami, ho una celebrazione da presenziare. Almeno queste multinazionali sanno fare le cose in grande, non come i morti di fame che hai difeso negli anni scorsi. Un altro errore d’immagine, se vuoi il mio parere.”
“Sei un bastardo.”
“Vedila così: la regina ecologista del Foro ha appena salvato gli inquinatori più disgustosi che si siano visti negli ultimi vent’anni. Fattene una ragione, tesoro.”
*respiro affannoso*
“Una buona serata, Alice. E ancora vivide congratulazioni per l’arringa.”
*pianto sommesso*
 
***
 
L’acqua è invasa dalla plastica.
Tutto il braccio di mare che entra nella caletta è denso di rifiuti, detriti, ogni sorta di scoria.
Una montagna sommersa di plastica. La battigia, il bagnasciuga, sono costellati di bottigliette, incarti, tappi.
Flaconi.
Sacchetti.
Cumuli di sacchetti.
Plastica.
“Ma come… come è possibile?”
La mia voce è incerta. Pensavo di aver visto tutto, ormai. Non sono pronta per questo.
“O sorella, laggiù in mare aperto ci sono le correnti: portano tutto quello che arriva con la marea e lo buttano qui, in questa insenatura.”
“Non ho visto un solo pezzo di plastica nel resto dell’isola.”
“Appunto. Finisce tutta qui.”
L’orrore.
L’odore.
Odore d’immondizia, di marcescenza. Guardo i rifiuti della civiltà accumulati in una multicolore distesa davanti ai miei occhi e mi sento vuota, inconsistente. È come accorgersi di non contare un cazzo davanti all’immensità dello schifo che c’è a questo mondo.
Uno schifo letterale, non metaforico. Uno schifo che galleggia e ondeggia e s’accumula strato dopo strato.
E poi ci sono loro.
Le vedo, finalmente, le ragazze che sono state portate qui. Saranno una trentina o forse più, sparse lungo la battigia; indossano tutte un’identico completo di camicetta corta e shorts arancione evidenziatore, scarpe di tela arancioni ai piedi.
Fanno avanti e indietro dall’acqua alla spiaggia, sotto il sole, raccolgono a mani nude mucchi di rifiuti, li stipano in grosse ceste. È un viavai incessante, sofferto, trascinato, sotto gli occhi vigili delle native e le loro lance acuminate.
Hanno i polsi vincolati con bracciali d’acciaio.
Un dannato collare chiuso alla gola.
“Chi sono?” mormoro con un certo freddo alle mani nonostante la calura.
Maki guarda me poi loro. “Ma non li leggi i blog dello show?”
“Non mi piace leggere.”
“Male, asina. Concorrenti sconfitte, perlopiù. Atreja ha dato loro una possibilità di redenzione facendo qualcosa di utile per l’isola e per il mondo.”
“Sarebbe questa la scelta che ti fanno fare? Sottomissione o comunione con l’isola? Cioè farsi mangiare vive da un dinosauro o pulire questo cumulo di merda?”
“Già. E nessuna sceglie mai di farsi mangiare, chissà perché.”
Ride, i denti acuminati biancheggiano per un attimo nel sole.
Sfiliamo senza fretta sulla spiaggia; alcune delle ospiti di questo fottuto resort alzano lo sguardo, ci regalano occhiate meste, vacue, stanche. Sono le prigioniere che le Erinni hanno catturato nel tempo, ondata dopo ondata, quelle che non è stato indispensabile uccidere o consegnare alle fauci di un mostro. Come le nostre compagne, separate da noi e mandate qui, per unirsi a questa Guantanamo a cielo aperto. Noi eravano quelle da dare alla bestia, loro da mettere a buon servizio.
Brivido.
“Non farti impietosire dai loro occhioni affranti. Queste bischere sono tutte delle fascio-borghesi, privilegiate sociali, ceto medio a salire. Queste hanno passato la loro vita a buttare la carta per terra, spendere soldi in abiti griffati e fare selfie e vacanze in Costa Azzurra, te lo dico io.”
“Vabbé, mica le conosci.”
“O sorella, ti basta guardare una negli occhi per capire che persona è. E io le ho guardate tutte, queste, tutte quante. Già solo il fatto che si sono iscritte a uno show così. Che hanno dato il consenso per questo gioco malato e capitalista.”
“E tu? Non sei qui anche tu?”
Sorride, i denti disegnati tra la linea delle labbra. “Io sto dalla parte giusta, sorella. È questa la differenza.”
Si ferma, solleva la macchina fotografica, nello schermo posteriore lascia scorrere una serie di foto, scatti notevoli, da artista. Prigioniere al lavoro nell’acqua bassa, tra la plastica, le alghe morte; i loro volti sofferenti, vividi, gli occhi spenti. Alcune saranno qui da mesi e mesi.
Toccasse a me impazzirei.
Non durerei una giornata.
Non ce la farei.
“La civiltà Occidentale è il male del mondo. Chi non lo capisce, chi se ne sbatte, chi finge di non vedere, è colpevole tanto quanto i potenti. Siamo tutti complici finché non apriamo gli occhi, finché non decidiamo di fare qualcosa per cambiare”.
“Non vedo cambiamenti, non qui.”
“Ti sbagli. Anche se questo è solo un angolo infinitesimo del mondo, cambiare il piccolo porta a cambiare il grande. Qualsiasi incendio inizia sempre con una scintilla.”
“E tutto questo,” inspiro a fondo, “L’ha voluto Atreja?”
“La Atreja è una donna straordinaria. Lei sa tutto. Ha capito tutto. Se solo,” stringe il pugno accanto al capo in un gesto ispirato, “Se solo al mondo ci fossero più Atreja: quanto sarebbe più equa e giusta questa vita? Quante ingiustizie verrebbero appianate?”
È un delirio che ho già sentito, in qualche confusa esternazione di mia sorella, una beata illusione che conosco, che ho sentito anche mia, molto tempo fa, quando credevo che per risolvere i problemi bastasse qualcuno con il pugno di ferro e la giusta dose di competenza.
“Loro,” il suo gesto accoglie tutta la spiaggia e le poveracce in completo arancione e catene che vi si affannano, “Non sono il vero problema di questo mondo: sono solo il buon esempio che deve essere dato perché quella scintilla scatti e faccia nascere prima o poi l’incendio.”
Attendo, in silenzio.
Mi sto esponendo troppo. Per quanto quest’esagitata ami discutere di politica, e non possa farlo spesso a giudicare dall’ambiente, non devo farmi coinvolgere, trascinare. Mettere sul suo piano.
Non devo dimenticare perché siamo qui.
Nonostante mi senta strana, inquieta, confusa.
Per quanto ci sia una logica, una dannata logica, dietro a tutto quello che ho visto finora. Perversa, straniante, incredibile, ma una logica.
Dietro la Porta c’è il favore dell’isola, ed è vero.
Atreja agisce per l’isola. La nutre con sacrifici umani alle bestie, la pulisce dalla plastica. La plastica è il Distruttore del Mondo che minaccia di spazzare via Galena e il suo assurdo ecosistema.
E l’isola la ringrazia.
L’isola le dà forza, supremazia, non so come, in che modo, se c’è un trucco o se è tutto vero. Se l’isola le parla, le sussurra di noi, di quello che siamo, del male che siamo.
Sono una donna di ventotto anni che ama gli animali, fa la raccolta differenziata, ha indossato una divisa per anni e ha sparato a una manifestante a Kandahar: se questo basta a rendermi un pericolo per il mondo e per l’isola allora c’è qualcosa nel mondo, e in quest’isola, che non ha senso ed è profondamente sbagliato.
Se invece quello che vedo, che sento, è solo un gioco, un’illusione, un gigantesco inganno, io sono qui per mostrarlo a tutti.
A tutti quanti.
Mai come adesso sento di aver capito qual è il mio fottuto posto in questa vita.
M’accorgo in colpevole ritardo che che una delle prigioniere s’è fermata e mi sta guardando. Osservando, fissando, con gli occhi leggermente dilatati. Mi guarda come si guardano le apparizioni, piantata sul bagnasciuga.
È una delle nostre.
Ondata 9.
Mi ricordo di lei.
È una ragazza oltre i venti, dal fisico impressionante, allenato, lavorato, un volto dai tratti hollywoodiani e una cascata di capelli mezzi castani e mezzi biondi, mossi al confine col riccio.
Me la ricordo, a farsi i selfie con dita a V e lingua di fuori nell’hangar, sull’elicottero e pure nella fottuta giungla. Vorrei fargliene uno adesso, mentre sguazza nella plastica in un completo arancione modello Abu Ghraib, col collare di ferro e i bracciali.
Oh come sei figa.
È colpa loro se siamo passate attraverso l’inferno. Colpa di queste cretine, lei, Candy-Kane, le altre: venute qui a giocare, a pensare sia tutto uno show, uno spettacolo, una diretta Instagram.
E adesso serve una ancora più cretina che venga a salvare i loro culi allenati.
Presente.
Come sempre.
Presente.
Le faccio un cenno nervoso col capo che smetta di guardarmi, che torni al suo fottuto lavoro. Se mi fa scoprire ce la affogo nella plastica.
Una delle guardie native bercia qualcosa, le rifila una botta dietro la nuca col manico della lancia; lei geme, si massaggia, ritorna stancamente ad affondare le mani tra i detriti. La donna nera guarda me e nel suo sguardo c’è quella sottile dose di dubbio che è il peggior nemico dei travestimenti. Dei piani suicidi in generale.
Sono già sull’onda dell’ansia, dell’inquietudine, della paranoia, ma il momento non si concretizza. Un verso spaventato lì accanto catalizza l’attenzione, fa voltare tutte: una delle prigioniere arretra malamente sul bagnasciuga, cade a sedere. Caccia un urlo isterico mentre strofina le mani al suolo e brancica la sabbia bagnata, poi scoppia a piangere convulsa.
“Ci risiamo.” Maki scuote la testa, infastidita, prima di staccarsi da noi e raggiungerla, un paio di native già sul posto con la lancia in mano.
“Ce n’è un altro, un altro!” ripete allucinata la poveraccia, “Per favore, non voglio più stare nell’acqua, per favore…”
Maki le si accosta, scambia qualche parola. Le scatta una foto mentre quella si rimette a piangere coi capelli incollati al viso dal sudore e le spalle che sussultano.
“Non è successo niente, suvvia.”
“No, io non lo tocco, non lo tocco,” singhiozza, “Io non lo tocco!”
“O che tu dici, bella? Che sei qui a fare?”
“Mi fa schifo, schifo, schifo…!”
Maki si china a terra, davanti a lei, le passa con vigore un pollice sotto l’occhio per asciugarle le lacrime. “Su, su, che non è la fine del mondo. Hai voluto essere una borghesotta viziata, sì? Adesso ti devi tirar su le maniche, sorella, e fare quello che devi.”
“Non voglio…”
“Sì che lo vuoi. Che poi lo sai cosa succede, no? Che Porsha viene, mi chiede, ma le ragazze? Lavorano? E cosa io le devo dire? Che una s’è rifiutata, poi lei s’arrabbia, lo sai, ti fa mettere in croce di là, nel forte, sotto il sole. Val la pena? O sorella, vale la pena per te?”
Lei scuote la testa, affranta. “Voglio andare a casa…”
“Ma ci sei già, cara, questa è la tua casa, ora.”
“No, no, casa, per favore, per favore…”
“Dovevi pensarci prima, prima di venire qui, no? L’isola ha bisogno di te, che t’impegni, che puliamo tutto, un poco alla volta, okay? È solo una carcassa, non ti fa niente.”
“Mi fa senso, per favore, per favore…”
Maki si rialza, scandisce qualcosa alle guerriere Kuduro che si affrettano a tirare su per gli stracci la ragazza, poi mi fa segno. “Vieni a vedere.”
Mi accosto riluttante, lasciando la relativa sicurezza delle compagne; lei accenna verso qualcosa che sta nell’acqua, confuso coi rifiuti e l’immondizia. Distinguo una forma rettiliana abbandonata mollemente nello sciacquio delle onde che arriva a lambirmi gli stivaletti di pelliccia.
“Vedi?” Maki sciaguatta senza remore, si avvicina alla carcassa, fruga nello schifo fino a tirar su una testa, una testa animale stretta e allungata, serpentina, di una trentina di centimetri, attaccata a un collo altrettanto serpentino.
È un rettile marino, qualcosa del passato: sarà due-tre metri, col collo lungo, le pinne, dei denti ad ago e due occhi bianchi, morti, annacquati. Sembra muoversi ancora ma è solo il viavai delle onde.
“Vedi?” Maki regge quella testa primordiale, molle, dalla pelle sfatta, e il disgusto mi prende alle viscere. “I giovani plesiosauri ci soffocano nell’inquinamento. Li uccidiamo noi, gettando rifiuti in mare. NOI li uccidiamo, capisci? Capisci perché dico che ci meritiamo l’estinzione?”
L’odore di marcio che esala dalla carcassa assale i sensi; appoggio una mano sulla bocca per combattere l’impulso di rimettere.
Maki molla la testa, si sciacqua le mani e torna sul bagnasciuga.
“Ne troviamo di continuo. Pesci, squali, plesiosauri, tartarughe, ammoniti; a volte pure cose più grosse. Ed è colpa nostra, della nostra razza. Solo nostra.”
Un gesto brusco della mano con il quale schizza in viso la ragazza in lacrime. Poi fa un fischio, richiama un altro trio di prigioniere, dà ordine di trascinare a riva la carcassa e smembrarla. Gli sguardi attoniti, amari, delle detenute dice più di qualsiasi protesta.
“Perché portarlo a riva?” chiedo a mezza voce.
“Dobbiamo bruciarlo. Altrimenti qui tra qualche ora smettiamo di respirare.” Torna da me con nonchalance; c’è una certa, drammatica somiglianza tra il suo volto acuto e quello della creatura cadavere. È come se appartenessero entrambe allo stesso elemento.
All’isola, in fondo.
Guardo a polmoni contratti mentre le quattro malcapitate entrano in acqua vincendo la repulsione, afferrano da più parti il rettile morto e lo trascinano a strattoni sul bagnasciuga. È gonfio, in principio di marcescenza, la pelle di un colore livido tra il grigio e l’azzurro.
Maki scandisce qualcosa in lingua Kuduro, una delle selvagge si avvicina, prende un coltello, lacera il fianco della bestia a fondo; allarga lo squarcio, fruga con mani e lancia. Le prigioniere guardano affrante, una vomita, io continuo a respirare a fondo per reprimere il bisogno di fare altrettanto.
Dopo una ravanata che neanche le estrazioni del lotto tira fuori un lembo dello stomaco, teso, tirato, gonfio: lo recide, ne esce fuori una cascata di plastica. Bottiglie, tappi, robaccia.
Maki apre le braccia come a dire Scacco matto.
Per quanto sia ripugnante quella creatura, sapere che è morta con lo stomaco gonfiato da ogni tipo di porcheria polimerica mi deprime. Mi turba. Colpisce al cuore e anche alle viscere.
La diavolo di fotografa mi guarda come si guardano i grandi colpevoli delle cose del mondo. “L’orrore. Questo è l’orrore, sorella.”
In qualche modo, ha ragione.
Lo so, lo sappiamo.
È l’orrore.
“Vogliamo andare?” S’incammina verso la spiaggia e noi seguiamo da presso; cerco la mia compagna d’Ondata con un paio d’occhiate fugaci, tra le altre al lavoro nell’acqua, e lei mi guarda in risposta. Vorrei farle un segno di conforto, troppo pericoloso, lascio perdere.
Procediamo senza fretta in direzione opposta al bagnasciuga.
Realizzo con colpevole ritardo la complessità della catena di pulizia che le Erinni hanno messo in piedi in questo posto; man mano che le detenute portano cumuli di plastica sulla spiaggia, altre li caricano su carretti rudimentali e, a fatica, li trainano verso una caverna aperta nella parete rocciosa di destra della baia, dopo una cinquantina di metri di fatica sul suolo sconnesso e sotto il sole. C’è viavai anche laggiù.
“Perché portate tutto lì dentro?”
“Lì c’è lo smaltimento. Che pensavi, che ce la mangiavamo noi la plastica?”
“No, ma…”
“Oh io gliela avrei fatta mangiare pure, a queste kaz di viziate, se lo meriterebbero.”
Puntiamo verso una piccola serie di tendoni eretti sulla sabbia, con teli, corde e pali di legno.
Ci fermiamo appena fuori mentre Maki s’immerge all’ombra del più ampio, lascia la macchina fotografica su un minuscolo tavolo, prende un taccuino, legge, poi fruga tra casse, cassette e ogni sorta di contenitore. Credo conservi le cose più bizzarre o utili che recupera dal mare.
“Allora,” torna con due completi arancioni ripiegati e imbustati e due paia di scarpe di tela arancioni anch’esse, accenna a Lucilla e Taif, “Voi due, sorelle, ora vi levate i vestiti e mettete il vostro nuovo completo di Gucci. Poi vediamo dove potete iniziare a rendervi utili.”
Radiosa mi guarda per un attimo.
Devo fare qualcosa. È ora di cominciare a giocare.
Respiro profondo.
Alzo una mano con gesto civettuolo ed espressione di dubbio. “Ti posso chiedere una cosa?”
“Vai.”
“No, beh, preferirei in privato. Posso?”
Maki alza un sopracciglio, annuisce. Mi avvicino, la porto gentilmente in disparte, verso il fondo della tenda. Le faccio segno perché squadri bene le mie due compagne di squadra, mi avvicino il più possibile, attaccata a lei, un sorriso da cretina. Abbasso il tono della voce.
“Ma guardandole così, a occhio, no? Come hai fatto a capire che numero di scarpe portano?”
Lei mi guarda come avesse mancato più di un nesso. “Cioè?”
Scuoto la testa. “Cioè, hai preso due completi imbustati e due paia di scarpe, che ne avete, una fornitura?”
“E come le vesti tutte le sguattere che mi mandano qui?”
“Okay, d’accordo, ma le scarpe? Voglio dire, non hai neanche chiesto loro il numero, se gliele dai troppo piccole? O troppo grandi? Guarda che quella là coi capelli platinati c’ha un piedino minuscolo che...”
Tolgo il coltello dalla cintola, lo passo nella sinistra dietro la schiena.
“Oh ma che ti frega, scusa?”
Le appoggio la lama contro la colonna vertebrale, sulla pelle nuda. Lei irrigidisce per un attimo.
“Ferma e zitta.”
Mi trema leggermente la mano ma sono pronta a tutto. Se reagisce sono pronta. Determinata.
Maki mi guarda, e nel suo sguardo non c’è una fottuta stilla di paura né di sorpresa.
Non
una
fottuta
stilla.
Sorride sorniona, come certi rettili. “Ondata 9 anche tu?”
Reprimo un brivido. “Manda via le selvagge. Adesso.”
“Sennò?”
“Mandale via.”
Un lungo attimo di nulla, poi scandisce qualche parola in quella lingua incomprensibile. Se ha detto loro altro, se ha spiegato che è in pericolo, non ho modo di saperlo. Sono una cretina. Sto rischiando tutto. Se ci saltano addosso dieci, venti, di queste negre con la lancia non so come ne usciamo vive.
Non lo so.
Le quattro Kuduro mugugnano una risposta, fanno dietrofront e se ne vanno verso la spiaggia.
“Siediti.”
Lei ubbidisce, senza alcuna apprensione, si siede a gambe conserte su una stuoia e io accanto a lei, il coltello sempre alla sua schiena. Faccio segno a Jade di controllare la situazione, poi tasto il petto e i fianchi di Maki alla ricerca di armi che non trovo.
“La mi’ unica arma,” scandisce indifferente, “Sta lì sul tavolo.”
“Sì, come no.”
“Non hai capito, sorella. Io non faccio parte del gioco. Non porto armi.”
“Tu sei un’Erinni.”
“Non sono un’Erinni.”
“Allora stai con le Erinni.”
“Io sto con l’isola, e basta.”
Nessuno ci guarda. La spiaggia dista svariati metri, prigioniere e guardie tribali sono del tutto assorte nelle loro mansioni. Faccio segno a Lucilla e Taif di entrare sotto il tendone, dare un’occhiata in giro alla ricerca di qualsiasi cosa utile.
“Dove sono le altre della nostra squadra?”
“Avevi una faccia strana te, in effetti. Mercury la soldatessa. Così hai convinto le Gang-Bang del Bosco a stare dalla vostra parte?”
“Non sono cazzi tuoi. Rispondi alla mia domanda.”
“Non lo so. Per me, quando entrano qui, diventano solo dei completi arancioni e basta; non m’interessano neanche i loro nomi.”
Le assesto un pugno moderato al lato della faccia, una botta che le fa reclinare il capo ed emettere un verso scomposto.
“Dimmi dove sono le ultime tre che ti hanno consegnato.”
Maki inspira, una mano tra bocca e guancia a lenire il dolore. “T’ho detto che non le saprei distinguere.”
Forse neanche io, ma lo tengo per me.
Jade, appena fuori dal tendone, getta occhiate nervose.
“Così era una kaz di balla quella di Grimmone nel forte?”
“È la verità. Siamo entrate sfruttando la confusione.”
Lei ride, bassa, indifferente. “Doveva succedere prima o poi. Quello che stiamo facendo qui dà fastidio, ovvio. Il turbo-capitalismo non contempla che si perda tempo con il bene dell’ambiente: chi vi manda? La Congrega dei Puri?”
“Sta’ zitta.”
 “Mercury,” Taif mi s’accosta, ha in mano il quaderno sdrucito che Maki aveva consultato poco prima, e in volto uno sguardo attonito, “Guarda qua.”
Si china, ravvia i folti capelli, lo apre, lo scorre. Ci sono pagine e pagine, tutte scritte a penna, dedicate a una miriade di persone. Ci sono nomi, dati, persino misure. Informazioni. Sento un brivido quando si ferma a una delle ultime: c’è il mio nome scritto in stampatello elegante.
Mercury.
Silvia Irace.
Ex soldato.
Iraq, Cirenaica, Afghanistan.
Ha ucciso una manifestante a Kandahar.
Madre ludopatica.
Pessimo rapporto con la sorella.
Bionda.
Capelli raccolti.
Altezza 1,79.
Le misure del mio seno, il mio culo, i miei fianchi.
Il mio numero di scarpe.
Tutto vergato a mano, a penna, come una fottuta scheda, un identikit.
Guardo Maki con di nuovo quel brivido che corre libero lungo la schiena. “Hai scritto tu questa roba?”
Il suo sguardo di risposta è torbido, in qualche modo crudele. “No.”
“Dove avete trovato queste informazioni? Chi ve le ha date?”
“L’isola, sorella. L’isola.”
Un lungo attimo di silenzio, poi mi va il sangue al cervello e non ci vedo più. Le ficco un pugno dritto sul volto che la manda a terra scomposta, le sono addosso in un secondo, il coltello tenuto stretto.
“Mercury, piano, oh!” Taif cerca di fermarmi ma non ha il coraggio di farlo sul serio.
Serro i denti davanti al volto di quella fottuta beach-girl in blu. “Chi ti ha detto queste cose di me? Chi te le ha dette?”
Il suo sorriso canzonatorio mi dà in testa. Le affondo un ginocchio nel ventre e la sento contrarsi d’istinto, getto il coltello, le afferro i capelli, tiro indietro il destro.
“Dove avete preso queste informazioni?”
Maki sorride, indifferente. Neanche cerca di lenire la mia stretta.
“Ti spacco quei denti del cazzo se non me lo dici.”
“Fa’ come tu vuoi, sorella. Io non sono una guerriera, non reagirò.”
“E chi sei, allora?”
“Solo una fotografa.”
Le ficco un secondo pugno, senza forza, d’avvertimento. Le nocche fanno male ma non importa.
“Dove avete preso queste informazioni?”
Lei scuote appena il capo, lo stesso sorriso sornione, sangue dove il labbro si è spaccato. “Non hai ancora capito come funziona, vero?”
“I produttori parteggiano per le Erinni, questo l’ho capito!”
Ride. “Sei fuori strada. L’isola parla, sorella. Basta saperla ascoltare.”
“Avete rotto con questa cazzata. Voglio la verità.”
“Mercury,” Taif mostra altre pagine, dove ci sono i dati suoi, di Lucilla, di Sigrid, di chissà quante altre, forse di tutte le concorrenti sull’isola.
“Come sapete queste cose di noi?”
Maki piega le labbra. “Chiedilo ad Atreja se non ti basta la mia risposta.”
“DIMMELO!”
Jade si sporge da fuori, fa un drammatico gesto d’abbassare il volume.
“Dimmelo.”
“Te l’ho già detto. L’isola è molto più di quello che vedi. Se stai dalla sua parte, lei non ti farà mancare niente. Ti sussurrerà tutto quello che vuoi sapere sulle tue avversarie. Non puoi sconfiggere Atreja, puoi solo stare dalla sua parte, se lei te lo concede. Ha fatto così con me: mi ha dato una possibilità, mi ha mostrato questo posto, mi ha parlato dell’isola. E io ho capito. Io ho rinunciato alle armi, ho scelto di non combattere più, non fare del male a nessun’altra creatura, umana o non umana.”
“Quelle poveracce là fuori non contano, vero?”
“Cosa sono una manciata di noi, colpevoli e irredente, confronto al bene che stiamo facendo qui? È questo che ho capito, Mercury.” Si batte un indice sulla tempia, feroce. “Ho capito che questo non è solo uno show gladiatorio, non è una sfida a restare vive e vincere il premio in denaro, no. Qui c’è in gioco molto di più: questa è la Terra Promessa, sorella, è la seconda occasione per tutte noi.”
Vorrei colpire forte. Lo vorrei. Per esorcizzare la paura, i mostri che vedo qui e quelli che intravvedo al di là del mare.
Più scendo a fondo in questa storia più i mostri assumono sembianze umane, o viceversa.
“Quante guardie ci sono alla spiaggia?”
“Le Kuduro? Danza Kudu-uuuro.”
Pugno.
“Rispondi.”
Lei ride, i dannati denti da squalo. “Oh ma che ne so, sono parecchie. Capirai, hanno il villaggio qua dietro, possono venir giù in forze in pochi minuti.”
“Dov’è il villaggio?”
Indica il lato opposto della cala. “Sta in un’insenatura dietro alla parete di roccia. Da qui non si vede.”
“E le Erinni? Dove sono, quante ce ne sono?”
“Oh no, vengono spesso a portare i rifornimenti, controllare i lavori, ma non si fermano. Questo luogo è sacro alle Kuduro, è un segno di rispetto non trattenersi più del dovuto.”
“A parte te.”
“Atreja ha affidato a me questo posto, per dirigere i lavori, creare reportage, far sapere a tutto il mondo. Non sai che mi chiamano la Verde Speranza, laggiù, a casa? Che mi candidano per il Nobel per l’Ambiente?” Il volto le si stringe in una smorfia di compassionevole disprezzo. “Ma che importa a voi, piccole insignificanti borghesi, neofasciste, imperialiste: tenetevi il vostro mondo di vezzi, orpelli, di medicinali, emicranie, stress. Tenetevi tutto! Qui non mi manca niente. Qui ho uno scopo, uno vero.”
“Tu dici un sacco di cazzate.”
“Fa’ come credi. Uccidimi, se vuoi, non è la mia presenza a mandare avanti questo ciclo perfetto di colpa e redenzione. Quello non lo puoi fermare.”
“Sta’ zitta.”
Le scendo di dosso, mi rialzo, vago sul posto cercando di riordinare le idee, di trovare un modo per andarcene da qui o qualsiasi altra cosa sia meglio fare in questo fottuto, assolato purgatorio.
Non possiamo liberare le detenute, ci sono troppe selvagge. Se attacchiamo, con due fucili e un arco che ci ritroviamo, come finisce? Quante ne possono ancora arrivare dal villaggio?
Se torniamo indietro dalla Porta? Come sarà la situazione al forte, nel frattempo?
Siamo nel posto dove più volevo arrivare e non so che fare.
Non so come andare avanti. Cosa sacrificare, cosa salvare.
Cosa posso prendere senza pagare dazio.
“Mercury,” Maki si alza a sedere con un movimento sofferto, asciuga il sangue dal labbro con un gesto disinvolto del polso, “Io non ce l’ho con voi, d’accordo? Tu, poi, non sei come loro,” accenna verso Taif, “Non sei venuta qui a giocare o far vedere che sei coraggiosa. L’isola mi ha parlato di te, dei tuoi problemi: per questo ti voglio dare una possibilità. Prendi le tue amichette e lascia questo posto. Andatevene, e io farò come se nulla fosse accaduto.”
“No. Scordatelo. Sono venuta qui a salvare le mie compagne di squadra. Non me ne vado senza di loro.”
Frasi da film, sempre più efficaci.
È tutto un film.
Tutto quanto.
“Liberiamole tutte,” Taif ravvia i capelli in un gesto nervoso, “Mercury, liberiamole: che squadra diventiamo con tutte queste ragazze dalla nostra parte?”
Pensiero tentatore. Ha fottutamente ragione.
Qui c’è un esercito in catene che aspetta di essere liberato, magari di vendicarsi delle Erinni.
Mi sale un’agitazione assurda, un bisogno di agire, fare, tentare.
“Non farlo,” la voce di Maki è lenta, grave, “Se lo fai rompi il patto con l’isola. Perderai per sempre il suo favore.”
“Io non ho fatto patti con nessuno.”
A parte le Gang-Bang.
Che abbiamo tradito.
Ucciso.
Sequestrato.
Non lo abbiamo fatto apposta.
Siamo delle merde.
Sono una merda.
Siamo.
Sono.
La testa scalcia, l’ansia di più.
“Mercury,” Maki traccia un cerchio nell’aria con l’indice, “C’è una sola delle tue compagne d’Ondata, qui, alla spiaggia. Ti offro lei: prendila e andatevene. È la prima delle due offerte che posso farti. L’altra è che posiate le armi, vi mettiate tutte e quattro un completino arancione e dei bracciali, prima che Porsha o le abitanti di queste isole ve li facciano mettere con la forza.”
“Crepa. Non finirò mai come quelle poveracce. Mai.”
“Fai come ti ho suggerito, allora: prendi la tua compagna e andatevene. Non darò l’allarme finché non sarete sparite alla vista.”
“Dove sono le altre due? Le nostre due compagne che mancano?”
Scuote il capo, sorniona. “Non sono più qui. Troppo lungo da spiegare.”
“Fallo. O ti rompo le ossa.”
“O ma ce l’hai nel contratto, te, che una frase ogni due la devi chiudere con una minaccia?”
“DOVE SONO?!”
“Mercury,” Jade si muove cauta appena dentro la tenda, nervosa, “Stanno venendo qui.”
“Chi?”
“Alcune di quelle negre, stanno venendo qui.”
Espiro, tesa, sporgo appena per vedere un gruppo di selvagge, forse anche le stesse di prima, in arrivo dalla spiaggia.
Cosa fare, non lo so.
Non ne ho idea.
Se scatenare una sparatoria.
Se rimettersi a fingere.
Non lo so.
Non so niente.
È un casino.
Un fottuto casino.
“Mercury,” la beach-girl inarca le sopracciglia con indifferente tranquillità, “Accetta la mia proposta. Prendi quella ragazza che sta con voi e andatevene. Vi darò il tempo di allontanarvi.”
“Zitta.”
“Mercury,” Jade toglie dalla tracolla l’arco, prende una freccia dalla faretra, “Che facciamo?”
Devo pensare.
Riflettere.
Decidere.
Taif e Lucilla si spostano nella tenda, cercano un posto riparato da cui tenere d’occhio l’ingresso.
“Mercury…”
Mercury.
Mercury.
Sempre Mercury.
Ogni cosa Mercury.
Io devo pensare e loro chiamano Mercury, vogliono Mercury, sempre Mercury deve salvare la situazione.
Posso fare una strage o posso uscirne senza spargimenti di sangue. Posso provare a portare via tutte o una sola.
Unica variabile quante di noi rimarranno stecchite sulla sabbia.
Madonna l’ansia.
Tolgo un fucile di spalla, lo getto a Taif.
“Alzati,” scatto, afferro Maki per gli stracci, la sollevo in piedi di peso, “Con me.” La spingo fuori, appena oltre la linea del tendone, ci fermiamo nel sole, nel nulla luminoso del paesaggio marino, del tanfo di acqua marcia. Le rimetto il coltello alla base della schiena.
Davanti a noi, a diverse decine di metri, il nutrito gruppo di Kuduro si avvicina e affretta il passo quando ci vede piantate lì, nel sole.
“Le hai mandate a chiamare rinforzi, ah? Stronza maledetta.”
“Non sei furba, Mercury. Hai solo una buona dose di fegato. Te l’ho detto: puoi rimandare le cose, ma prima o poi l’isola ti presenterà il conto.”
“Zitta, madonna, zitta.”
Lei guarda la spiaggia, le prigioniere al lavoro, la plastica, il sole, il suo mondo, uno nel quale fa la differenza: si morde il labbro, le punte dei denti a tirare la pelle in un modo fastidioso solo a vederlo. “Io ero una di loro, sorella.”
“Di loro chi?”
Sorride appena. “Quelle là, col sexy pigiama arancio.”
Brivido. “Una di loro?”
Annuisce come in estasi. “Mi hanno presa dopo una lunga caccia, portata qui. Mi hanno fatta vestire d’arancione, messa in catene, fatta lavorare sotto il sole. Ma è stato lì che ho capito, Mercury, lì che ho capito che quella sofferenza, quel dolore, quella fatica, erano la cosa migliore per l’isola. Per me stessa.”
“Sei pazza.”
“Lavoravo più delle altre, senza pause, senza lamenti, senza proteste. Perché era la cosa giusta. Perché ce lo eravamo meritato, tutte. Mio padre ha un’azienda, molti soldi. Ho passato più di vent’anni senza che mi mancasse niente, a guardare gli altri dall’alto in basso. A uscire il sabato sera per bere, cantare a squarciagola e gettare i bicchieri di plastica ai giardinetti. Sono venuta qui perché sentivo che c’era qualcosa che non andava, che la mia vita non poteva essere solo Instagram e rave.” Scuote la testa inseguendo il suo passato. “Volevo di più. Volevo fare un gioco folle, un gioco alla morte. E quando sono stata portata qui, quando ho visto questo orrore, ho capito che… che era colpa nostra. Mia, di quelle come me, come te, come tutte. Stiamo distruggendo il nostro pianeta, Mercury, avvelenando i mari. Per questo lavoravo come una pazza, mi sfiancavo, per questo. Quando Atreja mi vide dare l’anima per la causa, mi chiamò a sé: mi fece togliere le catene e mi diede questo posto. Mi disse: Maki, puliscilo. Puliscilo per me, per l’isola. Per il mondo. Io ti darò altre lavoratrici, tutte quelle che occorrono. È stato come essere folgorate. Capire il proprio posto sulla Terra.”
Le guerriere si accostano, si fermano a qualche metro. Le lance tese tra le mani, alcune rette come giavellotti. Saranno una quindicina. Troppe.
Umetto le labbra, rimango dietro di lei, perché mi copra, mi faccia da scudo umano.
“Manda a prendere la mia compagna d’Ondata. La ragazza con lo shatush.”
“Accetti la mia offerta?”
Pungo con la lama contro la sua pelle esposta. “Mandala a prendere.”
Un lungo attimo di nulla, poi Maki scandisce qualche frase nella loro lingua del cazzo, col sorriso, senza ansia. Potrebbe stare dicendo loro qualsiasi cosa. Mi ha fregata già prima.
Non sono furba, forse no.
Ma ho fegato.
O così dicono.
“Se cerchi di fottermi…”
“Relax, sorella. È tutto in ordine.”
Le Kuduro esitano a loro volta, si guardano, confabulano.
Una parte di me visualizza un lancio di giavellotti che impala entrambe e vaffanculo allo show, a tutto quanto.
Poi due di loro si staccano, ritornano sui propri passi.
Sono tesa come una corda di violino. Ho paura ma è una paura diversa, una paura consapevole. Razionale.
Guardo dietro, alle mie compagne celate appena entro la tenda, che attendono gli eventi con la stessa tensione.
“È stato allora che ho gettato le armi,” Maki reclina il capo, insegue un sogno, “Che ho promesso di non combattere più, non per il reality, non per appagare la gente al di là del mare. Che avrei dato tutto per salvare l’isola dal male ultimo.”
“Io non sono come te.”
“Lo so. È per questo che alla fine perderai.”
Le due Kuduro tornano. Con loro la prigioniera dell’Ondata 9, la nostra fottuta compagna di squadra. Si fermano davanti al gruppo, lei inzaccherata di sabbia e sudore, il fisico tonico, muscolare, sotto il completino sexy-Guantanamo. Le catene ai polsi.
Mi guarda con l’eccitazione di chi rivede la luce dopo giorni di buio.
Non so chi fosse, non lo ricordo. Forse la lottatrice, avevamo una lottatrice. Credo sia una specie di lottatrice.
“Il tuo nome di battaglia,” scandisco a voce piena, per celare l’inquietudine, “Non me lo ricordo.”
Lei mi guarda, un mezzo sorriso su tratti hollywoodiani. “Rhonda.”
“Stai bene, Rhonda?”
Tende la catena, batte le palpebre. “Portami via da qui e starò benissimo.”
Annuisco. “Ti porto via, sì.” Batto su una spalla di Maki. “Adesso di’ alle bellezze preistoriche di allontanarsi.”
“Stai accettando la mia offerta?”
“Sì.”
“Magnifico.”
“Mandale via.”
Scandisce qualcosa di incomprensibile, stringo i denti pregando non succeda niente di assurdo.
Qualche attimo interminabile, poi le selvagge si scostano, lasciano lì la prigioniera e iniziano ad arretrare; si ritirano di una decina di metri e poi si fermano, in attesa, le armi sempre pronte.
Rhonda ha un mezzo sorriso incredulo: s’avvicina guardandosi dietro le spalle di continuo, disabituata all’idea di non avere una lancia alla schiena. Incrocia il mio sguardo con un fremito, mi stringe una spalla passandomi accanto. Un gesto cameratesco che mi mancava, dalla vita di prima.
“Toglietemele,” mostra le catene con gesto brusco, “Non le sopporto più.”
“Come si aprono?”
“Con una chiave?” Maki alza gli occhi al cielo, vorrei ficcarle un altro pugno: mi irrita come nessun’altra.
“Allora tirala fuori.”
Accenna al tendone: la afferro per i capelli e spedisco indietro, verso il riparo; ci ritiriamo a passo svelto, senza perdere di vista le Kuduro che attendono vigili più avanti, ferme dove è stato detto loro di stare.
Prendo la chiave che Maki tira fuori dai propri effetti, un sottile cilindro ottagonale argentato, lo lancio a Taif perché si occupi di liberare Rhonda. Passano i secondi mentre capisce come usarla, come aprire i bracciali e poi il collare, m’innervosisco. Jade controlla l’ingresso e fuori, l’arco in mano, tesa.
Quando i vincoli d’acciaio cadono senza suono nella sabbia è come una catarsi per tutte, un buon segno, una piccola vittoria.
“Ora dobbiamo arrivare all’uscita.” Penso al forte, a Grimmone, alla possibilità di essere beccate mentre cerchiamo di fare il percorso fino al cancello se di là frattanto hanno risolto il problema. “Ci sono altri modi per lasciare questo posto?”
“Passiamo dalle spiagge,” Rhonda accenna verso destra, “Porteranno da qualche parte, no?”
Guardo Maki. “Dove si arriva passando dalla spiaggia?”
“Se prendete dal lato sinistro della rada, arrivate al villaggio delle Kuduro. Se prendete a destra, arrivate oltre il forte.”
“Che direzione è?”
“Sud.”
Sud è dove dobbiamo tornare. “Vada per le spiagge.” Guardo tutte, ispirata, forte, un modo per rincuorarle, ringhiare loro che ce l’abbiamo quasi fatta. “Siete pronte?”
Annuiscono, tutte: negli occhi hanno quella stilla d’orgoglio che non vedevo da troppo, dall’hangar, dall’elicottero.
“Buona fortuna, allora,” Maki alza di spalle, si morde le labbra in quel modo fastidioso, “Aspetterò che siate sparite prima di dare l’allarme, come da patti.”
“Niente affatto,” sorrido da stronza, “Tu vieni con noi.”
Per un attimo, uno solo, la sua marmorea sicurezza vacilla. “Non era nell’accordo.”
“Ci serve una garanzia di sicurezza e, oh, tu sei perfetta.”
Si morde le labbra, stavolta piegandosele in un moto di rabbia repressa. “Maremma infiammata, stai tirando troppo la corda, Mercury.”
“A proposito,” raccolgo i bracciali d’acciaio da terra, li ficco in mano a Rhonda mentre tengo per me la chiave, “A te l’onore.”
Sorride, una vipera dai tratti magnifici, il bel volto traversato da viscerale soddisfazione. Si avventa su Maki e si prende tutto il gusto del mondo nell’ammanettarla; lei, di nuovo inossidabile, sorride sorniona, senza reagire.
Stringo una spalla di Lucilla, cerco il suo sguardo per l’intesa, faccio lo stesso con Taif, con Jade. Per una volta, una, sento di stare dentro una squadra. Di avere un legame, per quanto labile.
“Occhi aperti, ragazze, è quasi fatta. Siamo quasi fuori. Quasi. Niente errori, niente cazzate, e torniamo alla torre, tutte quante, insieme. State concentrate. Okay?”
“Okay.”
“Okay.”
I loro sguardi sono coraggio liquido.
“Okay.”
“Hai un’arma per me?” Rhonda freme, ha voglia di rivincita.
“Sai usare un arco?”
“Certo che no!”
“Allora,” tolgo dalla cintura uno dei coltelli di Foxx la Volpe, “Non ho altro.”
Prende il pugnale, annuisce. “Me lo farò bastare.”
“Tieni d’occhio lei,” accenno a Maki, “Non perderla di vista. Se tenta qualcosa, cavale un occhio.”
“Puoi giurarci.”
Agguanta la ragazza per gli stracci, la sospinge avanti.
“Andiamo.”
Apro la marcia, fucile in mano: usciamo nel sole del mezzodì, guardando in ogni direzione, che non ci siano guerriere, che nessuno ci sbarri la via.
“Andiamo.”
Camminiamo nella sabbia, marciamo a passo spedito, verso la spiaggia, verso il lato destro della cala, verso il braccio di mare che si protende sulla terraferma. Poco più in là, la fila di detenute che trasporta i carretti alle grotte si ferma, i loro occhi increduli su di noi, la sfida che rappresentiamo, mentre marciamo armate verso la salvezza, con Maki in catene, libere, determinate.
I loro occhi vibrano, fremono, così quelli delle guardie; alcune si muovono per intervenire, Maki le placa con qualche parola in quella dannata lingua che nessun’altra parla, senza scomporsi.
E rimangono lì, a guardarci sfilare via, armate e libere, con la loro guida come ostaggio. Non possono fare nulla per fermarci. Nulla.
Negli occhi delle altre, le ragazze in completo arancione che hanno interrotto per un momento il loro viavai, c’è tutta l’ansia e la paura di non poter venire con noi. Di dover restare lì, ancora chissà quanto, a sfiancarsi e patire i lavori forzati.
Vorrei portarle con me, tutte: ha ragione Taif, qui c’è un esercito in catene che aspetta solo di potersi vendicare delle Erinni.
Vorrei aiutarle. Portarle con me.
Tutte.
Vorrei.
Mi guardano come fossi la salvatrice del mondo e io non ho il coraggio di replicare, di dire loro che non posso portarle via, che non ho i mezzi per scatenare quella battaglia. Che devo fare delle scelte, accettare dei compromessi.
È così per tutto, nella vita.
Magari mi odieranno per questo.
Magari.
Tornerò. Torneremo. È una promessa, muta ma una promessa.
Camminiamo lungo la spiaggia, a distanza dall’acqua, guardandoci le spalle, verso una vittoria che, per quanto piccola, è alla nostra portata.



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2SUPERPREDATORI - parte 36 Empty Re: SUPERPREDATORI - parte 36 Gio Set 02, 2021 8:57 pm

Petunia

Petunia
Moderatore
Moderatore

Bello  @Fante Scelto. In questo frammento c’è qualcosa di dantesco.


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Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due. (George Orwell)

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3SUPERPREDATORI - parte 36 Empty Re: SUPERPREDATORI - parte 36 Gio Set 02, 2021 11:02 pm

Fante Scelto

Fante Scelto
Padawan
Padawan

@Petunia ha scritto:Bello  @Fante Scelto. In questo frammento c’è qualcosa di dantesco.

Ma avendolo scritto io, sarà fantesco.

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Scusa, non ho resistito.

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