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SUPERPREDATORI - parte 13

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1SUPERPREDATORI - parte 13 Empty SUPERPREDATORI - parte 13 Gio Giu 10, 2021 4:26 pm

Fante Scelto

Fante Scelto
Padawan
Padawan

***

“Max.”
Gioele Palazzese entrò in ufficio a passo spedito, con la sua andatura dritta al limite del caricaturale, rosso in viso.
“Max!”
Lui alzò lo sguardo dal monitor del pc e dalla piadina fumante nel mezzo, sorpreso dalla foga. “Che cavolo c’è?”
Gioele tremolava di rabbia, sollevò lo smartphone esibendo una delle tante foto prese dalla boscaglia di primo mattino. “Che significa?”
Max aggiustò gli occhiali, si avvicinò al piccolo schermo storcendo le labbra in una smorfia ridicola. “Mercury e Radiosa? E quindi?”
“Cosa c’era in quel kit? Che vestiti sono questi?!”
L’espressione di Max Tambori virò sul sorriso trattenuto a stento. “Oh, quelli. Ah, andiamo, era per vivacizzare il tutto.”
“Max. Max! Io mi ero raccomandato. Mi ero raccomandato, o no?! Niente porcherie avevo detto, cosa sono questi stracci?! C’è un protocollo, un abbigliamento concordato, dei personaggi da rispettare: chi ti ha dato l’autorizzazione a vestire queste due come delle troie?!”
Lui allargò le braccia, polemico, “Ma dai, ma vuoi discutere di questo? Sul serio? Sai quanta gente là fuori avrà apprezzato quei costumi invece del solito noioso look formale che hai dato loro all’inizio?”
“Io sto cercando di far tenere un profilo dignitoso al programma, di dargli una serietà, tu vuoi trasformare tutto in trash! E ci stai riuscendo! Io avevo una soldatessa e una fanatica religiosa, adesso ho due prostitute da marciapiede! Loro sono i MIEI personaggi, Max, non i tuoi!”
Altro gesto conciliante delle mani grassocce. “Sei esagerato. Guarda qua.” Digitò qualcosa sulla tastiera poi gli girò il monitor del pc con gesto pratico: sullo schermo una delle foto di Silvia Irace in divisa nell’hangar, poco prima della partenza. “Guarda qua: camicia larga, giubbotto, cinturone, anfibi. Che diavolo ha di sexy? Niente. Zero. Nisba. L’hai vista nuda, questa, sì? Ti sembra che una con un corpo del genere possa stare chiusa dentro una stupida divisa? Eddai, su, io le ho dato un tocco di colore, di poesia; hai visto come le si muove il culo dentro quei pantaloncini così… così…”
Mosse le dita nell’aria come potesse stringere e afferrare.
“L’hai conciata come una prostituta.”
“Una pin-up, Giò, come una pin-up. Che poi è quel che è veramente.” Rigirò il monitor, digitò qualcos’altro. “Vuoi leggere qualche commento del blog? Presto fatto.”
Gli riesibì lo schermo con un altro gesto deciso; decine e decine di post in sequenza sulla bacheca del mattino.
Ma il nuovo outfit di Mercury??
Non avete idea di quanto sono arrapato.
Aye.
Non so cosa le farei se ce l’avessi davanti.
Dat ass!
Le Nike Gold!!!
Ma se mi rimetto le Gold che avevo al liceo divento figa pure io??
Sbandata completa.
Merrrrrcuryyyyy!!!
Alzabandiera alle otto del mattino.
Gioele espirò, attonito, fece cenno che poteva bastare. Max rigirò di nuovo lo schermo verso di sé. “Lo vedi? Non è tra le cose che volevi dimostrare? La carne è più forte della paura. Dell’orrore. Loro ti stanno dando ragione.”
Lui esitò. Sembrò sul punto di replicare, poi ci ripensò e non disse nulla, avviandosi mestamente fuori dall’ufficio.
 
***
 
“Lo fai tu.”
Getto lo zainetto su un sasso, ravvio i capelli. Intorno a noi c’è sempre il palmeto mentre la costa, la spiaggia, si snoda tra mille piccole insenature frastagliate, a volte sabbiose a volte punteggiate di scogli.
“Ma cosa devo dire?” Lucilla si ferma a sua volta, cerca il telefono, stavolta quello che abbiamo ricevuto nel kit di rifornimenti.
“Che ne so? Fai due saluti e vaffanculo, non abbiamo tempo da perdere con queste cagate.”
“Va bene.”
La guardo armeggiare, controllare l’ora: sarà mezzogiorno. Da come tiene il telefono e cerca di orientarlo direi che non ha neppure mai fatto un video con uno smartphone, o non a se stessa. Mi siedo annoiata su una grossa pietra, il palmeto stride dei suoni dei passeracei; in diverse ore di camminata non abbiamo incontrato bestie di sorta, né grandi né piccole. Neanche le abbiamo sentite. Dovessi giudicare Illumina da stamani, sarebbe una quieta isola tropicale disabitata, nulla più.
Forse è davvero tutto programmato, impostato, quelli già sanno chi o cosa farci arrivare addosso e quando. Tutto finto.
Radiosa stupisce per un attimo, “Ha fatto bip, si è accesa una luce rossa che lampeggia!” Controlla il telefono, “Forse siamo in linea, in diretta.”
Esita, rotea lo sguardo attorno poi si aggiusta velocemente i capelli abbondanti, schiarisce la voce, tende lo smartphone avanti a sé con la destra.
“Buongiorno a tutti, qui Radiosa.” Silenzio imbarazzato. “È una bella mattina. Stiamo bene, lì c’è Mercury.” Indica nella mia direzione, mi sale il nervoso. Occhieggio infastidita mentre tenta d’inquadrarmi dietro di sé. “Vorrei… ringraziare tutti per il sostegno che ci date. Non abbiamo modo di leggere il blog o avere contatti con la rete, ma ci dicono che in molti parteggiate per noi, perciò… grazie. Anche a nome di Silvia.”
Fastidio.
“Faremo tutto ciò che è in nostro potere per restare vive e, con l’aiuto di Dio, vincere questo reality. La Pace del Signore sia con voi.”
Alza una mano in una specie di saluto accompagnato da un sorriso gentile, poi spegne l’apparecchio.
Saranno mille anni che qualcuno non saluta con La Pace del Signore sia con voi. D’altronde, capelli platinati a parte, Radiosa è un residuato di mille anni fa o giù di lì.
Perché stupirsi?
È solo la mia compagna di sventure. Poteva essere una persona normale? Certo che no.
“Va bene,” esordisco rialzandomi con un sospiro rumoroso, “Tolte il pensiero, adesso per favore rimettiamoci in cammino.”
Annuisce, ripone il telefono. “Magari dovevamo dire qualcosa di più interessante.”
“Tipo?”
“Ma non lo so, cosa vorrebbe sentirsi dire un pubblico che sta dalla tua parte?”
“Non me ne frega assolutamente nulla.”
“Sbagli: se fosse come dici tu? Che è tutto programmato? Magari il nostro restare vive dipende da quanto il pubblico è affezionato a noi. Se perdiamo il sostegno ci scaricano e finiamo male. Non l’ha detto anche Atreja? Detestava che stessimo guadagnando popolarità.”
Potrebbe essere. Ha un senso ma non intendo darle la soddisfazione di essere d’accordo. “Vedremo,” taglio corto, “Tanto non abbiamo contatti col mondo: possono dirci qualsiasi cosa e noi dobbiamo crederci. Non abbiamo alternativa.”
Faccio per rimettere lo zainetto in spalla: uno scatto, un rumore metallico fine, che conosco bene, schiocca nel silenzio canterino del mezzodì.
Freddo.
Gelo.
Lo scatto di una sicura.
Le labbra mi si schiudono mentre, da qualche parte dietro le mie spalle, nel fogliame, dei passi leggeri confermano le improvvise paure che hanno assalito cuore e polmoni.
Dio.
Per un attimo veloce, impossibilmente rapido, la mia mente ricrea il canyon, Panzer-2, il cadavere spolpato di Rita e mi ritrovo nuda su quel dannato ponticello.
Radiosa, di schiena, rimasta a metà di un gesto, raggela a sua volta.
“Le mani,” la voce dietro di noi è quieta, sicura, anche se tradisce una nota stridula, “Alzatele.”
Fine della corsa.
Siamo durate di nuovo poco, una giornata, uno sputo di giornata. Finite, di nuovo, perse, fottute. Prese alle spalle. Non impariamo mai: niente distrazioni, niente farfalle, mai perdere il contatto, credere che siamo in vacanza su un’isola deserta.
Mai.
Distrarsi.
Alzo le mani con un tremore che parte dal basso e sale fino ai polsi. Lucilla fa lo stesso gesto con sguardo attonito.
Illumina sembra, di nuovo, essersi fermata.
“Voltatevi. Lentamente.”
Ubbidiamo.
Giro sul posto, lenta, con addosso una tempesta di vergogna e rabbia, paura, sconforto, voglia di urlare, piangere. Andare via da questo posto maledetto.
Davanti a noi c’è una singola figura di donna, di ragazza, ferma in una statuaria posizione di tiro, una carabina scura tesa su di noi. Non riesco a mettere a fuoco altro che quella canna puntata, sottile, fredda: una parte di me vorrebbe prendersi quel proiettile e mettere fine ai giochi subito, senza altri patimenti, senza dolore, senza agonia. Senza l’orrore che aspetta sotto il dannato ponticello d’assi.
È una sola. Una singola avversaria, ferma a qualche metro.
Se qualcosa si accende dentro di me, una pulsione d’orgoglio, un residuo d’Iraq e d’Afghanistan, diventa solo un calcolo probabilistico che quel proiettile mi raggiunga in un punto non vitale mentre tento il tutto per tutto saltandole addosso.
Quando sei in pericolo di vita e ti sfiora il pensiero di reagire, l’adrenalina pompa in circolo un’energia pazzesca, una spinta emotiva che copre tutto il resto, ti focalizza solo su quello che stai per fare e sulla paura oscena delle conseguenze.
Devo reagire, voglio reagire.
Non tornerò sul ponte.
Mai.
Più.
“Mercury,” lo sguardo di lei, due occhi chiari color d’inverno, ha un guizzo consapevole, “Radiosa.”
Sbatto le palpebre. “Io ti conosco.”
Connessioni, immagini, ricordi recenti.
“Artemis?” La voce di Lucilla rompe lo stallo, s’accompagna a un sorriso incredulo.
Mi ricordo di lei, adesso sì.
Era al corso. Era nell’hangar, era sull’elicottero.
Nella giungla.
È una di noi.
Una fottuta componente dell’Ondata 9.
La carabina si abbassa con un gesto nervoso. “Siete voi, sì?” C’è del sollievo sul suo viso tirato.
Mi ricordo di lei. Ora che rabbia, paura e adrenalina refluiscono come la marea mi ricordo di lei.
Abbasso le mani espirando con foga. “Come… come è possibile?”
“È da prima che vi sto dietro, che vi ho viste passare. Volevo essere sicura. Sicura che eravate voi.”
La scruto con occhi vibranti, indecisa se sia vero, un miraggio, una che le somiglia, un fottuto trucco. Questa è Illumina, Illumina, lo ripeto come in loop, non sappiamo niente, nulla è come sembra.
Da dove è arrivata? Come è fuggita dalla rupe o qualsiasi altro posto nel quale l’avessero portata?
Appoggio una mano al fianco, più vicino possibile all’elsa del coltello, senza fretta, cercando un gesto naturale.
Sigrid, mi ricordo anche il nome, si chiama Sigrid, è quella che definivano la tiratrice scelta. Non avrà vent’anni. Indossa una maglietta grigia aderente con sopra una giacchetta aperta d’una bizzarra livrea mimetica beige che imita delle scaglie, e un paio di calzoni lunghi con lo stesso motivo. Capelli dorati e lisci le scendono oltre le spalle sotto un berretto nero portato all’incontrario, con la visiera sulla nuca.
Ha un viso ovale, occhi freddi, le labbra sottili e il naso pronunciato in punta.
Ci squadra per un lungo momento, le sopracciglia, scure nonostante il colore della chioma, increspate. “Perché siete vestite da escort?”
Fastidio.
“Come sei fuggita?” Sposto lo sguardo intorno, d’istinto, il pensiero che non siamo solo noi, non è sola, c’è qualcosa che non quadra; lei se ne accorge, occhieggia intorno a sua volta.
“Che vuol dire?”
“Ti ho fatto una domanda.” Muovo un passo, con calma, cercando di non tradire l’inquietudine, il senso d’insidia, “Avrò diritto a una risposta, no?” Si accorge anche di questo, guarda in basso, ritorna ai miei occhi. Arretra di un mezzo metro. “Non mi piace il tuo tono.”
“Il mio tono? Quale tono?” La mano si avvicina di più al coltello, solo qualche centimetro. “È che su questa isola del cazzo succedono cose strane, tutto qui, voglio cautelarmi.”
Le labbra le si tendono in una lievissima smorfia d’insicurezza. Guarda per un attimo Radiosa cercando una sponda. “Pensi che ti prendo per il culo? È questo che pensi?”
“Io non penso niente, solo che ci hai raggiunte così, alle spalle, salti fuori dal nulla, un minimo di dubbio mi viene, no?”
Mezzo sorriso nervoso, Sigrid arretra di un ulteriore passo, la carabina si rialza leggermente. “Qualunque imbecille vi avrebbe preso alle spalle mentre stavate a farvi i selfie. Volevo essere sicura che foste voi, neanche io mi fido se è per questo.”
“Come sei fuggita?”
“Ti faccio la stessa domanda.”
“Ci hanno divise, tu non eri con noi, giusto? Non ho proprio idea di come hai fatto a cavartela, visto che per noi è stato un pochino complicato, visto che ci abbiamo rimesso i vestiti, le dotazioni, le armi, mentre tu… tu sembri tale e quale, persino col tuo bel fucile da caccia. Non è strano, no, neanche un po’?”
“Senti, non so cosa abbiate passato, ma io non ho cambiato fazione, okay?”
“Ah, beh, meno male, mi sento più tranquilla ora,” avanzo, stavolta di un passo deciso; lei arretra preoccupata.
“Non ti avvicinare.”
“Tanto non ho armi, le ho perse tutte. Mica mi spari, no? Stiamo dalla stessa parte.”
“Stai indietro.”
La carabina si alza ma non sento più il timore della minaccia, del colpo a bruciapelo. È una ragazzina, come Lucilla, un’altra creatura del network, un’immagine creata ad hoc, tiratrice scelta proprio no. Spazzatura mediatica. Un personaggio. Finto, tutto finto.
“Stai indietro…”
“Così sei fuggita, con tutti i vestiti, il fucile, fresca e pulita.”
“Non mi hanno presa!”
“Ah, no?”
“Indietro!”
Ma non mi fermo, la mano all’elsa. La carabina alzata.
“Basta!” In un movimento convulso Radiosa s’intromette, mi pianta una mano sul petto, ferma il mio incedere come ha fermato il carnosauro, appoggia una mano sulla canna del fucile di lei per abbassarlo. “Basta. Ha ragione lei!”
Ragione.
Non c’è ragione su Illumina. Mai stata.
“Non l’avevano presa, ricordi?” Lucilla insiste con aria accorata e un’autorità che non le ho mai visto addosso.
“Non mi hanno presa,” rincara lei, “Nel bosco, quando siamo state attaccate… Sono l’unica che non è stata presa, cazzo, ero in fondo, sono riuscita a fuggire. Mi sono corse dietro e le ho seminate.”
Ricordi convulsi, pensieri mescolati. Non ho fatto i conti, chi aveva tempo per farli con la paura addosso?
Forse non c’era davvero; non era con noi nel bunker, e quando siamo uscite, quando abbiamo visto l’ultima volta l’altra metà dell’Ondata 9, ricordo che ne mancava una. Ne mancava una e non avevo idea di chi fosse.
Era lei, Artemis, Sigrid qualche-cosa, unica di noi a non essersi fatta prendere quando stavamo lì a fissare ipnotizzate la donna scheletrica legata all’albero. Può starci.
Apro le braccia con una smorfia di finta rassegnazione. “Va bene, d’accordo, tutto a posto.”
Ci scostiamo divise dalla figura mediatrice di Radiosa.
“Parla,” la suora s’impone ancora con determinazione, “Spiega come è andata, facci capire.”
Artemis espira, s’accosta a un masso, siede stancamente, appoggia il fucile in grembo dopo aver rimesso la sicura. “Quando vi hanno portate via vi ho seguite, fino al bunker, e dopo che vi hanno divise ho pedinato il vostro gruppo. Mi sono dovuta fermare quando avete preso a salire sulle rocce: c’erano sentinelle ovunque, mi avrebbero vista. Ho cercato un altro punto per osservare dalla distanza ma non c’è stato verso: il covo delle Erinni è ben nascosto, non sono riuscita a individuarlo. Così sono tornata indietro a cercare le altre, ho visto dove le hanno portate: un altro posto inavvicinabile. Non sapevo cosa fare, così,” abbassa lo sguardo sotto un velo di mestizia, “Ho semplicemente esplorato la zona per tutta la giornata di ieri. Non sapevo che fare, come aiutarvi. Poi stamattina vi ho viste passare e non credevo ai miei occhi.”
“Ci avrebbero ammazzate, lo sai, sì?” Mordo le parole con un fastidio alle viscere.
“Lo so, merda, lo so. Ma da sola che potevo fare?”
Ha ragione ma non è rilevante.
“Come avete fatto a cavarvela?” Chiede con una punta di dubbio.
Non intendo scendere in dettagli. “Fortuna. E un piccolo aiuto della… di Dio.” Radiosa guarda di sottecchi. “Ma è stato difficile, e doloroso. Abbiamo perso tutto, questa roba,” tiro e rilascio la spalla del top, “L’abbiamo recuperata in una cassa di rifornimenti. Non abbiamo armi da fuoco, niente.”
“Le altre?”
“Rita è morta. Candy è passata alle Erinni.”
Lei si riscuote, sgrana per un attimo gli occhi. “Che troia.”
“Oh, ma la pagherà, eccome.”
La guardiamo ciondolare per un lungo attimo, come cercasse le parole migliori. “Sapete, vero, che non abbiamo speranze?”
Lo sappiamo.
Sappiamo anche che non c’è resa. Che non puoi agitare una bandierina bianca e dire Vabbé, abbiamo perso, grazie a tutti, riportateci a casa. Pure qualcosa, dentro, grida che val la pena provarci, tentare, lasciare un segno.
Un segno.
“Io e lei,” accenno alla ragazza dai capelli di platino che osserva con sottile ammirazione, “Abbiamo scelto di andare avanti comunque. Vada come vada. Se vuoi, c’è posto.”
Lei guarda dubbiosa, provata da questi due giorni che, in solitudine, devono essere stati pesanti, soprattutto per la mente. “Hai un piano?”
“Nessuno. Solo quello di non restare sedute qui a farsi prendere o divorare.”
“Andiamo bene.”
Radiosa le si accosta, tende una mano, senza una parola. Sigrid la squadra per un lungo attimo, quella che sarebbe una suora vestita da zoccola, su un’isola abitata da incubi. Accetta la stretta, si lascia tirare in piedi.
“In tre è un po’ più facile che in due.”
Annuisce. “Dove stavate andando?”
“A cercare un rifugio, qualcosa che possa diventare il nostro campo base. La notte l’abbiamo passata sulle palme.”
Artemis annuisce. “So dove andare. Vi ci porto.”
Ogni tanto una buona notizia.
Il viso di Radiosa tradisce una certa soddisfazione, come se la fortuna abbia preso finalmente a girare.
Mai illudersi. Ne so qualcosa.
Ci incamminiamo nel palmeto con la segreta speranza che un posto sicuro su quest’isola esista davvero.
 
***
 
È pomeriggio inoltrato quando finalmente inizia a vedersi il rilievo; il palmeto ha digradato in una macchia costiera punteggiata da piante a fusto alto. È un massiccio di ridotte dimensioni, dalla roccia biancastra tappezzata di arbusti e rampicanti, che si erge poco distante dal mare.
“C’è un solo sentiero d’accesso, ed è dall’altra parte,” Artemis accenna col braccio dritto davanti a noi. Avevo sentito dire qualcosa sul suo conto, all’addestramento; credo sia una qualche ricca figlia di papà che per futili motivi ha deciso di iscriversi allo show.
“Esercito?” Chiedo già conoscendo la risposta.
Lei si volta, mi squadra senza capire, “Io?”
“Tu.”
“Mai stata, no.”
Mi viene da sorridere. “Allora perché tiratrice scelta?”
“Un’idea del network. Dicevano che cacciatrice esperta non aveva mordente.”
Non avevo dubbi. Un altro pezzo delle mie speranze evapora. “Bene così.”
“So usare il mio fucile,” protesta punta sul vivo, “Ho colpito animali da centinaia di metri. Esercito o no, so fare il mio lavoro.”
“Mai sparato a qualcuno?”
Silenzio. “No. Non ancora.”
“Bene così.”
Costeggiamo il rilievo camminando, ormai con una certa stanchezza, verso il sentiero d’accesso.
“Non serve essere un militare per sparare a qualcuno. Colpire un essere umano o colpire una gazzella non è tanto diverso.”
“Eh no, tesoro, e ti spiego perché. Tu hai quanto? Vent’anni?”
“Quasi.”
“Ecco. Sei stata per vent’anni immersa in una società nella quale, più o meno direttamente, t’hanno fatto capire che se qualcuno muore è una cosa brutta, e se è morto ammazzato ancora di più. Tutte queste fisime ti saltano addosso nel momento in cui devi premere un grilletto a freddo su un’altra persona. Chiaro, no?”
“Se pensi che non ce la farò ti sbagli.”
“Io non lo penso, ne sono sicura. Per questo ti chiedo di dare a me la tua arma.”
Ci provo.
Magari cede.
Magari no.
“Ma neanche per sogno.”
“Riflettici. Sono stata nell’Esercito per otto anni, e se ti interessa ho anche già ammazzato una persona, in Afghanistan. È stato brutto, sul momento, ma poi superi tutto, sai che hai fatto la cosa giusta e smetti di rivoltarti lo stomaco rivivendo quel momento. Dovessi rifarlo ora non avrei nessun problema. È meglio per tutte noi se tengo io il fucile.”
“Senti,” il suo tono è quello di chi è abituata a trattare dall’alto in basso, “Questo è un Sako, tarato e bilanciato per me. Non è un volgare fucile d’assalto, è un’opera d’arte, okay? E so usarlo, meglio di quanto potresti fare tu, fisime o non fisime. Sono venuta qui per cacciare esseri umani e non ho paura di farlo.”
Qualcosa nel tono quieto della sua voce suggerisce che potrebbe aver ragione. Mai piaciuti i ricchi, quelli che lo sono dalla nascita: hanno un metro di giudizio sulla vita che è diverso dal nostro, noi, le persone normali, di tutti i giorni.
Neanche una me, una stronza Silvia Irace qualsiasi, potrebbe mai dire Sono venuta qui per cacciare esseri umani.
Suona orribile. Grottesco.
Se sopravvivrò, se diventerò ricca da fare schifo, non voglio essere come lei. No, non ce la farei mai.
“Come vuoi. Ma se esiterai, se non premerai il grilletto quando sarà il momento, la prossima volta il fucile non te lo chiederò gentilmente.”
Mi guarda per un attimo, negli occhi chiari uno sguardo profondo, imperscrutabile, poi torna a concentrarsi sull’ultimo tratto di strada.
Il sentiero, dopo alcune centinaia di metri, c’è davvero: sale e s’inerpica senza eccessiva pendenza sulla roccia candida, portando sul dorso di questo rilievo che non è gran cosa, non certo paragonabile al complesso sito rupestre delle Erinni.
Man mano che saliamo realizzo che la superficie sopraelevata non ospita che arbusti e piante basse, niente alberi; è una specie di rupe che si solleva poco lontano dalla spiaggia e domina il paesaggio circostante, brulla e vuota.
Non vuota.
Mi fermo di colpo quando lo sguardo, in colpevole ritardo, distingue le forme di pietra che si delineano sulle retine, che non avevo colto da sotto, forse per la prospettiva. Anche Radiosa si ferma, sorride incredula.
“Ma come è possibile?”
La sommità della rupe è piatta, sgombra, eccetto che per una struttura in pietra, circolare, in rovina, che sta lì in bella mostra. Sembra quel che resta d’una torre di guardia, una di quelle cose che vedresti bene sulla scenografia di un film.
“Non eccitatevi troppo,” Sigrid procede senza entusiasmo, precedendoci verso l’edificio in rovina, “È un rudere.”
È finto.
Sicuro come la morte.
Finto ma che più finto non si può. Ce la menano per mesi che andiamo su un’isola vergine, inesplorata, e poi ci mettono una torre diroccata. Idioti. Se ci stanno guardando ora, spero apprezzino la mia espressione compassionevole.
Idioti.
Cammino fino a raggiungere la base della struttura, che svetta sopra di noi per pochi metri, osservando con occhio clinico, perplessa, forse anche stupita. Non mi capitava da un po’ di essere stupita, non in positivo. Forse Illumina è davvero la terra dei miracoli.
Salgo i pochi scalini smussati, disposti a curva, che fanno da accesso.
La torre, o quel che ne resta, ha un pavimento circolare di sei o sette metri di diametro, poco più alto del livello del suolo, circondato dai resti di mura, ormai diroccate, che si alzano ancora per tre o quattro metri intorno. Il pavimento è fatto a blocchi squadrati, lisci, tra le cui fenditure non sono cresciuti che pochi ciuffi d’erba giallastra.
Mi viene da sorridere, stavolta d’un sorriso genuino, quando poso lo sguardo sulla parete est. Il lato non ha muro: al suo posto, sopra un corto basamento, quattro ossute colonne sostengono tre archi che aprono altrettante aperture sul mondo, come finestre sul paesaggio che sta al di là della rupe.
Sul mare.
Un mare azzurro come nei sogni, che scintilla al sole.
Mi accosto rapita, salgo i tre gradini che portano sul basamento, sfioro la superficie delle colonne, solide, senza crepe. Di sotto ci sono le ultime propaggini della roccia, poi un declivio erboso, la spiaggia.
Il mare.
“L’ho trovato ieri,” Artemis getta il fucile a tracolla in un gesto stanco, “Il posto è tranquillo, la visuale intorno ottima. Ho dormito qui stanotte.”
“Non abbiamo un tetto sulla testa,” commento guardando il cielo terso che sovrasta le nostre figure.
“Non serve.” Accenna verso il lato sud, a destra delle colonne; la seguo verso una seconda scala che scende a semicerchio per pochi gradini, prima di terminare in una porta di legno massiccio, chiusa.
“Non mi dire che…”
Sblocca il chiavistello con una chiave che potrebbe avere secoli, spalanca l’uscio: illumina con una mini-torcia una stanza circolare interrata, che deve stare esattamente sotto al pavimento della torre, piastrellata anch’essa. C’è un giaciglio, il suo, e poco altro.
“È pulita. Ci ho dormito in tranquillità.”
“Dio,” mi viene da ridere, “Questo è il Grand Hotel, cazzo. Fanculo alle palme.”
“Per la luce c’è un gruppo elettrogeno e dei faretti,” li illumina al fondo della stanza, “Funzionano ancora.”
“Chi ce li ha messi?”
Il suo sguardo grave fa intuire la risposta. “Non siamo le prime a essere finite qui. Deve averci soggiornato qualcun’altra prima di noi.”
Che poi non è tornata.
Possibile.
Sopprimo pensieri poco edificanti. “Torniamo su.”
Lascio la stanza, risalgo i gradini spedita; c’è una qualche forma di energia nuova che spinge i miei passi sulla pietra. Ritorno in centro alla torre, guardo intorno, come in estasi, e tutto sembra perfetto. Finto o non finto, messo apposta, un set da cinema: chi se ne frega? È la cosa che più assomiglia a un rifugio sicuro, un posto nel quale stare senza la paura continua di essere viste, trovate, raggiunte.
Per un attimo mi sento una cretina, una bambina, a ruotare in centro a quel pavimento di pietra, ammirando quella che potremmo chiamare casa nei giorni a venire.
Casa.
Un brivido caldo, bollente, lungo la schiena e poi giù per le gambe.
Casa.
Ho sognato a lungo di avere una casa tutta mia, da non dover dividere con mia madre, mia sorella, stare lontana dalle loro discussioni, dalle mie, lontana da tutto e tutti. Anche da sola, che importa?
Ho smesso di credere in un uomo giusto molto tempo fa.
Casa.
Illumina mi ha dato una palma e ora, forse, anche qualcosa che assomiglia a una casa.
L’occhio mi cade su una terza scalinata, curva, che stavolta sale lungo la parete nord; la raggiungo e salgo, non è ripida e il muro offre appigli, su entrambi i lati.
Termina in ciò che resta d’un punto d’osservazione, un balconcino in pietra che doveva puntare sul lato nord ma che, senza più la torre in sé, ora spazia tutto intorno offrendo una vista mozzafiato.
C’è il mare, a destra, il palmeto e poi la giungla davanti e a sinistra; dietro c’è il declivio che porta giù dalla rupe e poi ancora alberi e piante. Lungo la costa si scorge il profilo frastagliato di Galena, baie e insenature, palme, spiagge che viste da qui sono sogni a occhi aperti.
E poi il cielo, azzurro, immacolato, il sole che acceca.
Sigrid compare dalla scalinata, fucile in spalla, guarda me e poi il paesaggio con la stessa identica indifferenza. Odio i ricchi anche per questo: non si meravigliano di niente. Non sanno stupirsi.
Non apprezzano le cose banali e assieme spettacolari come questo fottuto scorcio di mondo vergine o che vogliono spacciarci per tale. Finto o no è incredibile.
“Dio Santo, guarda là!” L’indice mi si punta di scatto verso nord, sul lato della rupe che abbiamo costeggiato per arrivare qui, solo più distante, verso la striscia d’erba folta che è l’ultima propaggine prima della spiaggia. Lì, in piena vista, quattro o cinque bestie quadrupedi dalle grandi corone di corna e dalla pelle color ortica incedono al passo pesante dei rinoceronti; non sono animali, o forse sì, ma in questo momento non m’importa. La mano mi si poggia di dorso sulla bocca a trattenere un singhiozzo, un singulto di meraviglia.
Sono quattro e il quinto è più piccolo, un cucciolo, un fottuto cucciolo che segue gli altri.
Guardo delle bestie preistoriche passeggiare nel loro ambiente, nel loro mondo, e sto provando una grande, infinita meraviglia.
È la prima volta, da quando sono qui, in questa fottuta isola, la prima volta che vorrei piangere d’una felicità che non ha senso, che non so spiegare.
È emozione.
Meraviglia.
È meraviglia, la parola giusta, meraviglia.
Qualunque sia l’incantesimo di Illumina, io sto provando meraviglia e non ricordo l’ultima volta che l’ho provata, che mi sono sentita così. Come una bambina. Una dannata bambina.
Mi s’inumidiscono per un attimo gli occhi e spero che lei non se ne accorga.
La brezza calda ci scompiglia i capelli.
“Sinoceratopi,” scandisce nel suo modo distaccato, “Ne ho visti altri stamani.”
“Te ne intendi? Buono, perché per me sono tutti la stessa roba.”
“Caccio animali per sport: mi sono documentata su cosa ci aspettava quaggiù.”
“Ma secondo te sono veri?”
Mi guarda come si guardano i drogati. “Perché?”
“No, dico: secondo te non sono dei robot?”
“Non credo proprio. Non è fisicamente possibile.”
“Invece è possibile che dei dinosauri siano ancora su questa Terra dopo tipo diecimila anni?”
Sessantacinque milioni. Non lo so come è possibile. Magari li hanno ricreati in laboratorio, non lo so. Ma finti non credo, no. Sono troppo...”
Realistici, ma non finisce la frase. Rimane a contemplare il paesaggio con cupo distacco.
Non so cosa credere ultimamente, e forse va bene così.
Mi sposto sul lato interno del balconcino cercando Radiosa, senza un vero motivo o forse perché mi va l’idea di chiamarla lassù, a guardare il paesaggio: se ne sta lì, tra le colonne, a osservare la pietra. Vorrei chiamarla, mi sento indelicata, allora scendo.
“Ehi,” apostrofarla è spezzare un’impasse, rompere qualsiasi malia la stesse tenendo vincolata alla roccia grigia e granulosa. “Tutto bene?”
Si riscuote, sorride carica, passa la mano su una delle colonne. “La pietra.”
“Che ha la pietra?”
“Dev’essere antichissima: ho studiato architetture del genere, ma…”
“L’hanno messa quelli del network, è un cazzo di set da cinema.”
“No, no,” agita un indice con entusiasmo vibrante, “No, per niente, guarda, guarda.” Si sposta, sfiora ancora la colonna, uno dei blocchi di pietra, “Si vedono i segni dell’intaglio. È muratura fatta a mano, capisci? Avrà centinaia di anni.”
“Non è possibile,” espiro paziente, “Hanno detto che è un’isola vergine, no? Significa niente umani, niente civiltà, e questa,” apro le mani in un momento d’ispirazione, “È una fottuta torre che per erigerla devi avere discrete capacità e non essere uno stronzo isolano primitivo. Ho reso l’idea?”
“Ne sono sicura: è un opus tardo-Romano.” Sorride in quel suo modo infantile e irritante. “Dei Romani sono stati qui, molti secoli fa.”
“Sì, vabbé. Con te quelli del network vincono sempre facile.”
“Ci sono anche delle iscrizioni!”
Fa cenno di seguirla e controvoglia acconsento, usciamo dal perimetro della torre, sul lato nord, appena sotto il balconcino dal quale Sigrid ci osserva indifferente. Si inerpica su un sasso ed esibisce con tutta la soddisfazione del mondo delle incisioni graffiate, scritte pietra su pietra, sulla malconcia parete esterna.
“Non leggo un cazzo.”
Insulae domum Suam.”
Silenzio.
Aspetto una traduzione che incoraggio roteando la mano destra.
Le isole sono la Sua casa.
Di nuovo silenzio.
Freddo.
“La casa di chi?”
“Non lo so ma è scritto con la maiuscola.”
Se ne sta lì, Radiosa, ex suora, con degli shorts di jeans e mezzo culo di fuori, a esibire una scritta latina grattata sulla pietra come fosse la roba più bella del mondo.
“Lu, una cosa alla volta, d’accordo? Una cosa alla volta.”
“Mi sembrava affascinante,” replica seccata, poi increspa le sopracciglia. “Lu?”
“Lucilla è troppo lungo e Radiosa mi rifiuto di chiamarti. Se non ti piace, ho sempre sorella e suor Lucilla tra cui scegliere.”
“Lu va bene,” taglia corto scendendo dal sasso.
“Ottimo. Adoro quando si fa a modo mio.”
 
Ritorniamo all’interno delle rovine, Sigrid ci raggiunge giù dalla scalinata che porta al punto d’osservazione.
“Ascoltate,” raccolgo tutta la diplomazia che posso mentre mi fermo in mezzo alla costruzione, sullo sfondo gli archi e il mare.
Le guardo entrambe, i visi giovani, inesperti, belli perché sono due bellezze fuori dal comune, altrimenti non sarebbero qui, in questo dannato show che vuole solo carne giovane e splendida.
“Ascoltate: abbiamo rischiato grosso. Di non farcela, di fare la fine delle altre, di morire miseramente. Ma qualcosa è andato per il verso giusto, non è importante come, solo che abbiamo avuto una possibilità. Una. E non possiamo sprecarla per nessun motivo.”
Sarà il luogo, l’ambiente, sarà che forse intravvedo una singola speranza: qualcosa di simile a ispirazione scorre nelle mie vene. Mi fa stare bene.
Bene come non ricordo d’essere stata da troppo tempo.
“Vi chiedo di non rifare lo stesso errore che ci è costato quasi tutto. Fidatevi di me: datemi il comando. Decido io, sono l’unica che ha un po’ d’esperienza. Comando io, voi eseguite. E forse riusciamo a combinare qualche cazzo di cosa in questo show.”
Artemis ha uno sguardo di fastidio sottile, rotea gli occhi, dischiude le labbra che hanno una forma perfettamente ovale eppure non sembrano ritoccate.
“Vuoi comandare tu?” Pungo polemica, “Sul serio? Quando andavi a caccia di fagiani davi ordini a tutta una comitiva di altri come te?”
“Non me ne frega niente di dare gli ordini,” sbotta senza scomporsi, con quel tono piccato che s’intona perfettamente al suo portamento algido, “Ma mi preoccupa quando gli ordini li dà un’esagitata, d’accordo?”
“Io sarei un’esagitata?”
“Tu, quelli come te: militari, soldati, mio padre ha avuto a che fare con quelli come te; pensate sempre che le cose siano bianche o nere, da farsi a qualsiasi costo, senza mezzo compromesso. Rischiamo di morire tutte, lo sai, sì? In due giorni che sono qui ho visto già troppe cose che…” S’interrompe sopprimendo un moto di sofferenza, d’angoscia, che fino ad ora deve aver represso a forza, con tutta la forza, dentro di sé. “Sono venuta qui perché mi hanno sfidata a farlo. Perché un sacco di gente mi odia. Volevo dare loro una lezione, dimostrare che ho il fegato per fare una cosa del genere. Mi avevano detto che stavo in una squadra formidabile, con donne d’esperienza, gente capace di sovvertire gli equilibri. Non pensavo sarebbe stata una passeggiata, questo no, ma neanche che… che dopo due ore sarei rimasta da sola in questo posto maledetto. Vi avevano definite una fanatica religiosa e un soldato veterano.” Tende le mani con espressione ferita. “E sareste voi? Sul serio? Già avevo qualche dubbio quando ci siamo viste per la prima volta nell’hangar, ma ora… ora…”
Scende un silenzio grave, pesante.
La capisco.
Dio, dopotutto la capisco. Siamo vestite da troie, e già questo non aiuta, ma dev’essere ancora peggio aver sfiorato il disastro e ora aggrapparsi a qualcosa per tentare di risalire dal fondo del bicchiere.
Credere che ci sia un modo senza nessuna solida base.
Credere.
“Sono un soldato,” lo ero ma non lo dico, “Ho fatto missioni in Iraq e in Afghanistan. Non è una balla, è la verità. Certo, questo non fa di me un eroe di guerra, né la fottuta amazzone che vi porterà alla vittoria. Magari creperemo comunque tutte, è probabile. Ma sono l’unica che ha una vaga idea di cosa fare. Comando io. Fidatevi di me.”
Lei espira, scuote la chioma liscia e dorata. Esita. Increspa le labbra. “Per le cose più difficili ne discutiamo. Ne discutiamo, cazzo, tutte e tre.”
“Solo per le cose più difficili.”
“Ma ne discutiamo però.”
Annuisco carica, perché una delle cose che ho imparato nell’esercito è che se sei tu a dare gli ordini, gli altri devono credere in te, in quello che fai, che sei capace. Più di tutto che sei capace.
“Promesso.”
Sigrid annuisce, poco convinta. “Okay.”
“Ci siamo?”
“Okay, sì.”
“Comando io.”
“Comandi tu.”
Liberazione dai vincoli morali, dalle incertezze, le paure.
Sorrido con soddisfazione ed energia.
“In riga.” Guardo Radiosa, lei esita, faccio segno col capo allora si muove, lenta, va a mettersi di fianco ad Artemis. “In riga, cazzo. Che il mondo guarda.”
Scatto sull’attenti, rigida, forte, piena di vita, e loro fanno altrettanto, l’una stando al gioco l’altra molto meno.
Alla fine è questo: un gioco.
Siamo moriture che giocano, fingono di darsi un senso, una logica, in un posto che logica non ne ha.
Un gioco che andrà avanti alle mie regole, almeno per un po’.
Non ho mai dato ordini in vita mia. Mai guidato una squadra, mai comandato niente: di ordini ne ho solo presi, e parecchi, abbastanza da sapere come si fa, cosa si prova. Quanto è importante.
Giro sui tacchi, do loro la schiena, scatto nel più feroce dei saluti con la mano di taglio alla fronte, verso il mare che spumeggia in mezzo a tre piccoli archi.
Verso il sole, che inizia scendere lungo l’orizzonte e che ora, in questo momento, ci guarda fingere di credere in noi stesse.
In una rivincita che appare lontana anni luce.
Un sogno.
Qualcosa che ci tenga in vita, il più a lungo possibile.
 
***

2SUPERPREDATORI - parte 13 Empty Re: SUPERPREDATORI - parte 13 Mer Ago 25, 2021 1:33 pm

Petunia

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Ciao  @Fante Scelto. Qualche osservazione…


con la sua andatura dritta 


grazie. Anche a nome di Silvia.” (Non direi il nome vero. Terrei Mercury in questo caso)



Le guardo entrambe, i visi giovani, inesperti, belli perché sono due bellezze fuori dal comune, Etc



E non possiamo sprecarla per nessun motivo.”  (Per alcun)


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Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due. (George Orwell)

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