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La poltrona disabitata

2 partecipanti

Andare in basso  Messaggio [Pagina 1 di 1]

1La poltrona disabitata Empty La poltrona disabitata Mar Nov 23, 2021 10:13 pm

Susanna

Susanna
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi

https://www.differentales.org/t961-non-e-un-racconto-ma#11182:
https://www.differentales.org/t961-non-e-un-racconto-ma#11182


La stanza, in penombra, era molto maschile: boiserie scure, una grande scrivania ingombra di libri, dispense, articoli di giornale. Alle pareti librerie stracolme, quadri con paesaggi dai colori delicati e, accanto alle finestre, alcune piante rigogliose. In un angolo, accanto a un camino, due poltrone dall’aria comoda, un tavolino con sopra una lampada e un taccuino nero.
«Ma cosa abbiamo qui? – chiese Isabella, prendendo un biglietto da visita e sfogliando alcuni ritagli di giornale – dottor Diego Castelli, psicologo, psicoterapeuta… e, ollallà, seminari… roba tosta, solo i titoli mettono ansia, e guarda qui, che bei libri! L’autore si chiama come lei, che coincidenza! Max deve essere un suo grande ammiratore.»
Isabella si accomodò su una delle poltrone e, accennando all’altra, si rivolse con aria quasi beffarda all’uomo:
«Su, faccia il bravo, si sieda lì e prenda appunti. Da dove comincio?»
«Maledizione, signora Bonesi, non è così che funziona, non lo capisce?» Diego si era appoggiato alla scrivania e sembrava un’altra persona: severa, dura. Lontana.
«Può darsi, ma giochiamo un po’. Faccia finta che sia una paziente: le pago la parcella, dopo.» Un’altra donna aveva preso decisamente il posto di Isabella.
«Non è questione di paziente o di parcella: potrei farle del male, in questo momento.»
«Intende fisicamente?»
«No, assolutamente. Anzi, mi scuso per prima.»
Rimasero in silenzio per alcuni minuti. Lui non smetteva di fissarla.
«Non voglio sapere cosa le sia accaduto perché non posso e non voglio aiutarla. Non ne sono più in grado.» Adesso si era seduto sul tappeto, appoggiandosi alla scrivania: era talmente serio e provato, che Isabella ne ebbe pena.
In quel momento squillò il cellulare di Diego.
«Max, adesso non posso… ti chiamo dopo… non lo so. No, non puoi venire.» Spense il cellulare.
«Max rivuole i suoi libri?»
«Max è il mio terapeuta.»
«Vuol dire che le storie dei suoi pazienti la tormentano?»
«Isabella, per favore, non mi dica che non si è informata, lei così brava a far ricerche su Internet.»
«Assolutamente no. Anche a me non interessava chi fosse lei.»
«Due begli incoscienti, quindi.»
«Probabile.» Un lungo respiro, forse per cercare un pensiero. «Le dirò che, prima, quando ho visto i suoi biglietti da visita, per un attimo ho pensato che i miei l’avessero assunta. Certo, sarebbe costato un patrimonio, ore e ore in questo posto così esclusivo e neanche uno straccio di seduta vera. No, Isabella, dai, è troppo complicato! Però… il castello, a proposito, è suo? Così, per sapere.»
«Diciamo che ne ho la disponibilità, ma solo per viverci. Le basta?»
«Diciamo che me lo faccio bastare. Sa, loro hanno cercato in tanti modi a convincermi a farmi aiutare, ma io non sono pazza. Lo so, lo so, tutti i pazzi lo dicono.»
«No, lei non è pazza.»
«Davvero? Però, forse in futuro, chissà.»
«Isabella, non faccia questo giochetto con me. Le ho detto che non posso aiutarla. Se anche ora, adesso, io la ascoltassi, non servirebbe a nulla: sta troppo male.»
«E se non ci fosse più tempo per il momento giusto?»
«Ci sarà, non so quando tutto è successo, ma si dia tempo.»
«Oh, certo, il tempo guarisce, datti tempo, è tempo di ricominciare. Lei quanto tempo fa ha intuito
«Solo da ieri. Senza volere, l’ho sentita parlare al cellulare, non ho capito di cosa ma ho pensato a un litigio in famiglia. Poi ha ascoltato e riascoltato diverse volte un messaggio vocale, sempre lo stesso, ha scorso delle foto. L’ho vista turbata, se n’è andata in fretta e stamattina era molto diversa. Fine dell’intuito. Fine della storia.»
«Era un messaggio di Gaia. Di un anno fa.»
«Isabella, le ho detto che non voglio sapere nulla.»
«Diego, lei mi deve ascoltare. Finga: se proprio non vuole sentire si metta dei tappi per le orecchie, ascolti della musica con le cuffie, ma si sieda lì, per favore… mi basta che lei sia lì, mi basta. Per favore.» Stava elemosinando.
Diego, Isabella: continuavano a chiamarsi per nome, quasi per avere la sicurezza di una presenza reale, e non un interlocutore immaginario che, senza un nome, avrebbe potuto cessare di esistere. Un pensiero contorto che arrivò inaspettato anche per lui, che i pensieri contorti li districava.
Ed erano perfetti sconosciuti.
 
«Non funziona così, mi creda. Non basta sedersi su questa poltrona una volta per guarire. Oggi va bene, forse si sentirebbe sollevata, ma domani, dopodomani? Se tornare su quella poltrona, non dico domani ma tra qualche giorno o una settimana, le risultasse troppo doloroso e rinunciasse alla terapia, sarebbe ancora peggio e lo sa anche lei.»
«E se bastasse? Nessuno sa se abbiamo un altro giorno di scorta. Perché non azzardare? In fondo l’abbiamo fatto entrambi, qualche giorno fa. Lei mi ha fatto entrare in casa sua, io mi sono fidata. Sconosciuti che si fidano. Ci sarà un perché. Se lo chiede mai perché la gente si fida? Perché gente che sta male si fida di uno sconosciuto, gli racconta, racconta, si confessa…»
Diego sembrò cercare l’appiglio per una risposta, ma sarebbero stati aridi concetti da manuale.
«Sa di cosa mi sono dovuta fidare fino a ora?»
Isabella andò a prendere la sua borsa e la rovesciò sul tappeto: mazzi di chiavi, una pecorella di stoffa, un orologio e confezioni di sonniferi, antidepressivi, calmanti. Un cellulare dal vetro scheggiato.
«Pillole, pillole che cementano il dolore, lo tengono a bada. Ecco perché non bevo. Perché è pericoloso. Sto attenta perché è pericoloso! Pensi che controsenso: basterebbe prenderle tutte assieme e fine dei giochi, invece - sto - attenta. Ma tutto rimane dentro, non servono a niente, tutto è sempre lì.» Buttò le scatole sul tavolino.
Isabella da tempo desiderava immensamente potersi abbandonare a un pianto vero, alla rabbia, che qualcuno lasciasse che lei si sfinisse di urla, di furia, che accogliesse il suo immenso dolore.
Avrebbe voluto qualcuno che la consolasse, ma dopo.
Qualcuno che non le dicesse che tutto passa, che il tempo guarisce, che il perdono aiuta: voleva qualcuno che comprendesse veramente cosa stava provando, niente pietà e niente compassione per il suo odio a cui non voleva rinunciare. Si ritrovò sola, a cercare di leggere in quegli occhi azzurri che qualche volta la intimorivano.
Si alzò di scatto, si avvicinò alla scrivania e spazzò via tutti i libri che vi erano ammonticchiati.
«Signora Bonesi…» Diego si alzò per raggiungerla, ma lei lo fermò con un gesto.
«Un cazzo, signora Bonesi, e perdoni se smetto di essere educata. Lei, con tutta questa sapienza – e indicò i libri – lei che sa, mi viene a dire che non è più capace? E allora - a - cosa - le - servono -? Cosa cazzo ha fatto in tanti anni? Si è annoiato su quella poltrona? Pensava ad altro mentre la gente si faceva del male nel raccontarsi? Risposte confezionate in serie?»
Fuori, tutto d’un fiato, senza una pausa né un’esitazione, cattiva, con una tremenda voglia di scuoterlo, di provocarlo, di offenderlo, di graffiarlo con le parole.
Senza sapere realmente perché proprio lui.
Isabella continuò a buttare a terra libri, dispense, appunti: un’esplosione di rabbia che finalmente prendeva vita, mescolata a lacrime, singhiozzi che le toglievano il fiato, la voce si era spenta su parole che non volevano uscire, i ricordi sembravano chiuderla in una morsa tremenda.
Diego la raggiunse e non poté fare altro che stringerla per impedirle di farsi male e accogliere tutta quella disperazione: ci vollero lunghi minuti prima che Isabella si calmasse. Lunghi minuti in cui lui provò a non pensare a nulla, non alle parole che avrebbe voluto dirle, non al sollievo che sentiva in Isabella stretta a lui, mentre i singhiozzi si spegnevano.
«Calma, calma, è tutto finito. Sono qui, non vado via.» Invece avrebbe voluto essere lontano.
Allungò una delle poltrone e vi fece stendere Isabella.
«Vado a prepararle qualcosa di caldo, non se ne vada.»
Assieme a del tè portò una coperta.
Abbassò le luci e ripose nella borsa le cose di Isabella, pensando a cosa volesse dire per lei, portarsele sempre appresso. Accese il camino: il pomeriggio era caldo ma lei avrebbe avuto freddo. Forse anche lui.
«Mi spiace, mi spiace, ora riordino e poi me ne vado. E non tornerò più. Ha ragione. Mi dia solo qualche minuto, poi vado via.» Tutto quel dolore e quell’angoscia e ora lei pensava a riordinare, ad andarsene. Ad arrendersi.
Non fu tanto il tono di voce della donna, che pareva essersi arresa, quanto la totale assenza di… di tutto che lo bloccò e cedette.
Si sedette sull’altra poltrona e spense la lampada: bastavano la luce di quello che rimaneva del pomeriggio e il riverbero delle fiamme nel camino.
Si concentrò, cercò gli attimi, i ricordi, riassunse il tutto in un sospiro profondo.
 
«Due anni fa feci una serie di errori madornali, andai oltre quei limiti che con la mia esperienza - ed accennò ai libri, agli attestati appesi - so quanto sia pericoloso superare. Offrii il mio aiuto, ma forse lo imposi, a una persona che non era pronta ad affrontare la terapia, anzi non era ancora pronta ad accettare l’idea di averne bisogno.»
Si chiamava Irene, molti anni prima avevano avuto una storia, importante, ma poi le loro strade si erano divise. Quando l’aveva rivista, per caso, aveva intuito che stava male ma lei aveva accennato solo a un periodo faticoso, legato a un problema di salute, non grave, che però le metteva ansia.
«Vediamoci un paio di volte – le dissi – sicuramente hai solo bisogno di fare un po’ di ordine, capita quando si affronta un problema di salute inaspettato. Non temere.» Le parole, cercava le parole dentro a un pianto respinto.
Irene era fragile, vulnerabile: gli credette e si fidò.
Diego sapeva di andare contro tutte le regole del suo ruolo, ma era anche consapevole di avere le risorse necessarie per affrontare l’analisi freddamente, ignorando quello che sapeva di Irene, roba comunque di tanti anni prima.
Irene no, non le aveva.
Anni addietro lui le aveva parlato del censore personale che ognuno ha, ma all’epoca erano solo concetti, non una presenza così reale come lei sentiva adesso.
Si fidava, ma al contempo si nascondeva: per pudore, per quella reticenza a raccontarsi liberamente anche o forse soprattutto con una persona che pure l’aveva conosciuta bene, per la vergogna di raccontare a un amico dei suoi fallimenti, della sua incostanza, delle promesse che non riusciva a mantenere. Di sogni rimasti sogni.
Del suo sentirsi sola e sbagliata senza trovare un appiglio per uscire da tutta quella confusione.
Nonostante le rassicurazioni di Diego, l’idea di essere giudicata era sempre presente.
Voleva farcela ma non volle mai essere considerata una paziente, non avevano appuntamenti prefissati.
«Tutta la mia sapienza, l’esperienza, gli studi non mi servirono a nulla. “È così bravo, lui! È riuscito dove altri hanno fallito!” Con Irene fallii. E non mi accorsi che stavo fallendo. Non mi accorsi di quello che mi nascondeva, accuratamente. Aggirava le domande, potrei persino dire che fosse lei a gestire gli incontri.»
Irene si appuntava su un taccuino cosa si dicevano e, a fianco, cosa non gli aveva detto.
Le domande che lui le faceva e quelle che lei avrebbe voluto sentirsi porre.
Avrebbe dovuto esserci qualcun altro al posto di Diego.
«Un giorno venne in studio, parlammo una mezz’ora, le chiesi qualcosa, non ho mai ricordato cosa. Lei si mise a ridere e uscì. È tornata a casa e si è buttata dalla finestra, in apparenza un incidente domestico mentre puliva i vetri.»
Il viso di Diego ora pareva scolpito nella pietra.
«“Ci salutiamo così, Diego. Che dici?” Lei prima ha usato le sue stesse parole.»
Due giorni dopo gli fu recapitato un taccuino nero, il taccuino di Irene: nell’ultima pagina una sola frase: Mi hai fatto la domanda sbagliata, non potrai farne altre.
 
Lo aveva spedito appena uscita dallo studio, quando aveva deciso.
«Ci fu un’inchiesta, atto dovuto, e venni coinvolto: aveva il mio numero sul cellulare e i nostri incontri segnati su un’agenda. Forse con l’idea di proteggerne la memoria, dissi che era venuta da me solo per riallacciare una vecchia amicizia dei tempi dell’università, semplici chiacchiere in momenti in cui entrambi non avevamo impegni di sorta. In realtà volevo difendere me stesso, per paura di perdere tutto quello che avevo costruito, per non ammettere il fallimento. Finii mio malgrado sui giornali e si fecero illazioni, sottili ma pesanti.»
Pochi giorni e la notizia sparì dai giornali, l’inchiesta stabilì che si era trattato, oltre ogni ragionevole dubbio, di incidente domestico. Chiuso. La famiglia di Irene accettò e non approfondì i rapporti tra Irene e Diego.
Diego però, anziché esserne sollevato, cominciò a sentirsi insicuro, inadeguato, paventava il timore di fare le domande sbagliate, temette di diventare inaffidabile.
Anni di esperienza, di studio non lo aiutarono: l’errore commesso e quella frase sibillina pesavano come macigni. Alla fine, crollò: affidò i pazienti ad altri colleghi e si ritirò in quella vecchia villa di famiglia.
Max si occupò di lui.
«Non esco da qui da tredici mesi e due settimane e le uniche relazioni sono con Max e con mia sorella, su Skype. Secondo lei, sono in grado di aiutarla? Non credo.»
Prese il taccuino nero e cominciò a rigirarselo tra le mani.
«Irene stava attraversando una forte crisi col marito, una crisi silente scoppiata all’improvviso: lui le aveva fatto l’elenco delle sue mancanze, promesse non mantenute, l’essersi ritirata in qualche modo dalla vita in comune. Di averlo lasciato solo. Di aver smesso di condividere e non era più disposto ad aiutarla e sostenerla, era troppo ferito, si era sentito tradito.»
“Non riesco più a vedere ciò che di buono ho fatto in passato: mi è stato riconosciuto, questo sì, ma ora contano di più gli errori degli ultimi anni. Una riga ha tracciato il solco: un prima e un dopo.
Mi sento in colpa per ogni cosa, insicura anche nelle banalità del quotidiano. E sembra che tutti stiano cogliendo l’occasione per tirar fuori vecchi rancori, per farmi notare gli errori o le scelte, per loro inappropriate, che ho fatto.
A volte penso alle cose positive che ho fatto, ma mi sembra di cercare una scusa con cui mascherare le mancanze. Ribattere vorrebbe dire attaccare per difendere l’indifendibile.
Dimentico le luci accese, mi perdo in pensieri confusi, sono distratta, svagata.
Pensieri neri... potrei andarmene, persino farla finita, ma sono vigliacca. Farei loro ancora del male, i rimorsi, le domande della gente.
Non mi sento più niente. Non sono più niente. Vedo lui triste e non ho più parole per chiedergli perdono. Tanto, non penso di meritarlo. Non più. E neanche di essere creduta.”
L’ultima annotazione: Diego, mi hai fatto la domanda sbagliata, non potrai farne altre.
Diego andò a riporre il taccuino in un cassetto, aggiunse della legna al fuoco e tornò alla sua poltrona.
«Mi spiace, Diego, mi spiace moltissimo. È colpa mia, se quel giorno non fossi venuta a curiosare!»
«E se io quel giorno non avessi scordato la patente, o se avessi ignorato una persona seduta su una panchina? In fondo c’è solo un cartello più in basso, niente di male in un po’ di curiosità. No, mi creda, non è colpa sua. Doveva succedere ed è successo.»
«Coincidenze? Mah, se lo dice lei, crediamoci - replicò Isabella amaramente, alzandosi e prendendo la borsa - penso sia meglio che io vada, è tardi e lei è molto stanco. Le chiedo scusa, per quanto possa valere e... addio.»
«No, tu non vai a casa adesso, non in questo stato. Ora ti riposi un po’ e domani, domani ci sediamo su queste poltrone e vediamo cosa fare.»
«Mi darai in numero di Max?» “Avrai un po’ di pietà per me?”
«Ti darò il numero di Max. Domani.»
Diego andò a prendere un maglione per entrambi, preparò ancora qualcosa di caldo, mise altra legna nel camino e decise di rimanere con lei fino a che non si fosse ripresa.
A un certo punto Isabella pensò che Diego si fosse addormentato, mentre lei non riusciva ad andare oltre un vago dormiveglia; il leggero profumo del maglione pareva farle compagnia tenendola sveglia.
«Lo sai Diego – sottovoce, quasi un soffio – parlo con loro, ogni giorno. Chiedo scusa a Gaia per la felpa rovinata. Non volevamo comprargliela, era assurdamente costosa, e lei lo sapeva. Se l’era comprata da sola, portando a spasso il cane di una vicina, confezionando collanine. E ne era così orgogliosa! Si sentiva grande. Ma io ero nervosa, esausta per il troppo lavoro, e finimmo per litigare. Poi, per la mia mania di lavare i capi nuovi, la misi in lavatrice e ne uscì completamente rovinata. Apriti cielo!»
I ricordi a volte tolgono il fiato, diventano una punizione continua.
«Non avevamo mai litigato così, ma lei stava crescendo. Mio marito quel giorno non mediò: decise. Loro sarebbero partiti per Vienna, per quella breve vacanza che da tanto Gaia ci chiedeva… si era sentita trascurata, l’avevo trascurata, la meritava. Io sarei rimasta a casa. Separate, per ragionare, per evitare di continuare a recriminare. Niente telefonate, niente foto: tutto rimandato.»
Ora aveva freddo.
«Ti ricordi l’incidente al casello, giù in città? Un’auto in panne, un camionista stravolto da ore di guida… una strage. Non ricordo neppure chi mi avvisò: era, è ancora, tutto irreale. Avevo parlato con loro un’ora prima, ormai erano quasi arrivati ma si sarebbero fermati a mangiare qualcosa. Chissà, ancora un po’ di tempo solo per loro. Tempo, sempre il tempo.»
Isabella non aveva una sola emozione nella voce, o forse ne aveva troppe, e i pensieri non sembravano avere un ordine logico. Paure, ricordi, tutti sparpagliati.
«Prima… quando c’erano loro … mi angosciava uscire il mattino con i resti di un litigio non risolto: se quel giorno fosse successo qualcosa poteva mancare il tempo di dirci ancora una volta scusa, ti voglio bene o per un abbraccio. Però qualche volta i litigi hanno bisogno di tempo, ma anche poche ore mi sembravano eternità, non passavano mai abbastanza in fretta, avevo sempre un’enorme urgenza di richiudere gli strappi.»
Diego se ne stava immobile, non perdeva una sola parola, una sola sfumatura di quella voce così lontana. Anche Isabella aveva imboccato una strada senza ritorno.
«Non ricordo quasi niente di quelle ore: so solo che arrivai al pronto soccorso ma loro non c’erano, e allora… non so ancora adesso come, ma guidai fino al casello, da sola. Forse qualcuno cercò di impedirmelo, proprio non ricordo. L’ultima immagine che ho è di un poliziotto che cerca di fermarmi, mi dice che non si erano accorti di nulla, non potevano essersi accorti di nulla, non mi lascia neanche avvicinare all’auto. Non me li voleva far vedere, capisci, eppure erano ancora lì, nascosti da un lenzuolo, con qualche macchia rossa.»
Si era alzata ed era andata alla finestra: Diego la raggiunse, silenzioso, pronto.
«Non me li hanno fatti vedere, non ho potuto dargli un ultimo bacio, una carezza. Solo buio, tanto buio. Di quei giorni non ricordo quasi nulla, tutto cancellato da pillole, tante pillole. Quando mi consegnarono gli oggetti trovati nell’auto, il cellulare di Gaia funzionava ancora, aveva registrato un messaggio, ma non aveva fatto in tempo a inviarlo. “Mamy, stiamo arrivando, preparati. Ti perdono”. Io le avevo rovinato la felpa, quella felpa, e lei mi perdonava. Io ero viva per una maledetta felpa rovinata. Io ero viva per una stupidissima e inutile discussione, capisci? E lei mi perdonava!»
Ormai anche il dolore sembrava non avere più la forza dirompente di poco prima.
 
Quella mattina
 
«La mattina in cui ci siamo conosciuti, avevo ripensato a un piccolo diverbio tra me e Gaia mentre giocavamo a carte o a monopoli, una cosa da niente: mi aveva accusato di essere troppo ligia alle regole. Mi ero immaginata di parlare ancora con lei, di risentire il tono di quando voleva contestare, e… non so, decisi di venire al castello: avrei fatto una foto al divieto di accesso e una al castello, qualcosa fuori dai miei schemi. E gliele avrei mandate sul suo cellulare. Al suo cellulare capisci! Ma che ragionamenti avrò mai fatto! Il resto lo sai. Ma cazzo, non doveva succedere!»
Isabella si girò e si diresse veloce verso la porta, ma Diego la bloccò, la obbligò a tornare alla sua poltrona.
«Sono coincidenze, solo coincidenze, credimi. Stavo tornando in casa a recuperare il portafoglio quando ti ho vista sulla panchina: ho notato che eri affannata, forse troppo, però col caldo quella salita non è il massimo. Poi ho riconosciuto il panico, quindi un minimo di aiuto era doveroso.» Doveva essere convincente, per entrambi.
«Non volevo farti sentire a disagio per averlo capito, quindi ho aspettato un po’ e visto l’interesse per il castello, chiamiamolo così, pensai che un giro per queste stanze, un bicchiere di tè, una semplice chiacchierata potessero aiutarti, distrarti... niente di più, credimi. E ora sai perché. Avevo aspettato tanto tempo per quella uscita, un’ora o due in più non faceva differenza. Il resto… proprio tutto per caso, per le stranezze del destino.»
Diego la fissò, apertamente, sapeva che c’era ancora qualcosa che doveva uscire.
«Panico? Ero paralizzata, mi ero concentrata su come potevano essere le stanze, per cercare di calmarmi. Poi sei arrivato tu, non ti avevo proprio sentito e, giuro, per un attimo ho avuto quasi paura! Chi è questo? Magari il proprietario e adesso che scusa mi invento, che mi è scappato il cane?»
“Diglielo, ti sentirai meglio, lascia perdere cosa può pensare!”
«Poi tu mi hai guardata, coi tuoi occhi così strani, e mi sono sentita legata, bloccata… non in pericolo, anzi protetta, al sicuro. Una sensazione stranissima, non riuscivo a crederci! Un’occhiata e tutto era diverso. Forse è per quello che ho accettato di aiutarti con i libri: volevo sentirmi ancora così! Dovevo! Lo volevo! Per me, volevo momenti così, ne avevo bisogno! Mi sono data dell’incosciente per tutto il giorno, ma chissenefrega, tanto…»
Isabella si avvicinò al camino e vi si sedette accanto: un po’ di calore e poca luce per non vergognarsi.
«Mi accorgevo sai, quando mi guardavi, mentre lavoravamo o a pranzo: sembravi sempre sul punto di dire qualcosa, magari in modo delicato che sapevi, ma poi si passava oltre. Però non era importante, stavo bene come da tempo non mi capitava, con emozioni che da tempo erano sopite. Mi sentivo viva, ma in modo diverso, senza dimenticare quello che era successo, ma mettendolo da parte, per un po’.»
 Dai ciocchi che smosse nel camino si sprigionarono scintille e leggeri crepitii.
«Non fraintendermi, ti prego, sapevo di essere vulnerabile, che c’era il pericolo che travisassi certe situazioni, ma volevo vivere quei momenti, così come si presentavano, senza aspettarmi niente altro. Volevo accantonare qualche bel ricordo per… per dopo.»
Isabella sembrava raccontare a sé stessa di quei giorni, per non perderne il ricordo ora che tutto era finito, definitivamente.
«C’era silenzio ma io ti parlavo, ti raccontavo, anche mentre tornavo a casa. Per qualche sera non parlai più con loro, ma con te: sperai che fosse così che si iniziavo ad accettare la loro mancanza. Poi è arrivata la telefonata di mio fratello: oggi avevano organizzato una cerimonia di commemorazione ed insistevano perché ci andassi, insistevano, insistevano. E tutto è tornato come prima.»
Isabella si girò, per vedere come Diego avesse accolto tutta quella confusione: nessuna replica ma lui le prese le mani: erano piccole, delicate. Fredde.
«Tutto qua. È vero, con Internet me la cavo, ho trovato tanti begli articoli su come superare certi momenti, forse quello che per te è lavoro. Parole, parole, magari alla fine quelle pillole sono la soluzione, non le parole. I ricordi, i rimorsi, i sensi di colpa… tante parole, sempre lì, in agguato.»
Non ci furono altre parole: solo il silenzio rotto dal fruscio degli alberi accolse il sollievo di confidenze così importanti. Il buio nascose visi pallidi.
La stanchezza di una giornata che valeva una vita ebbe la meglio: finirono per addormentarsi su quelle poltrone dall’aria comoda e rassicurante.
Per entrambi un sonno senza sogni, ma anche, per una volta, senza incubi.
 
Quando si svegliarono era ormai notte inoltrata ed erano intirizziti. Si prepararono qualcosa da mangiare, sorpresi che una piccola incombenza così normale trovasse ancora posto in una giornata così straordinaria.
«Posso farti una domanda? Ma è molto personale.» le chiese d’un tratto Diego, mentre riordinavano quel poco di disordine in cucina.
«Penso di sapere cosa mi vuoi chiedere e no, la lasciamola lì da parte, per il momento o per sempre.»
Diego non insisté.
«Che ne diresti di rimanere qui a dormire, sarei più tranquillo. C’è una camera sempre pronta.»
«No, preferisco tornare a casa.»
«Come vuoi, però ti accompagno.»
«Mi accompagni? Ma se uscire… Sei sicuro?»
«Sicuro: vorrei vedere il tuo, di castello.»
 
Isabella glielo mostrò, aprendo dopo tanto tempo la stanza di Gaia, rimasta come l’ultimo giorno in cui era stata vissuta, accarezzando i loro accappatoi appesi in bagno, togliendo la polvere che da mesi si posava, sul tavolino in cucina, sulle tre tazze per la colazione, pronte per accogliere un buongiorno.
E poi la felpa rovinata abbandonata sul divano, le riviste di suo marito ancora avvolte nel cellophane... i telegrammi e i biglietti di condoglianze mai aperti.
Un mazzolino di fiori ormai secchi, che si sbriciolarono appena Isabella li toccò.
Passarono quel che era rimasto della notte a riordinare oggetti e ricordi, a riporre libri mai terminati e a sistemare fotografie rimaste troppo tempo nei cassetti.
 
All’alba, tornarono al castello: Diego bruciò nel camino il piccolo quaderno rimasto a metà. Isabella la felpa rovinata.
Salirono sulla torre.
Volarono assieme, col tepore del primo sole, il profumo del giardino, il vento leggero e il cuore sgombro.


______________________________________________________
"Quindi sappiatelo, e consideratemi pure presuntuoso, ma io non scrivo per voi. Scrivo per me e, al limite, per un'altra persona che può capire. Spero di conoscerla un giorno… G. Laquaniti"

2La poltrona disabitata Empty Re: La poltrona disabitata Ieri alle 8:06 pm

Petunia

Petunia
Moderatore
Moderatore

Ciao  @Susanna. Eccomi al tuo “super racconto” in due tempi.
Hai elaborato una storia corposa, così densa che avresti potuto distenderla in un romanzo breve e ne avrebbe, a mio parere, guadagnato. 
La prima parte scorre veloce. La lettura appassiona perché hai saputo ben tenere le redini del mistero. La seconda parte, al contrario, l’ho trovata molto spiegata e raccontata e non ti nascondo di aver faticato a concludere. 
In alcuni momenti c’è l’intervento (disturbante) del narratore onniscente. Erano così tante le cose da dire che ho percepito una certa fretta che ha tolto qualsiasi pathos e commozione anche al finale tragico che hai immaginato. 
Mi è parso anche troppo repentino il cambiamento di Isabella, non preparato a sufficienza nella prima parte. Insomma, in alcuni momenti mi è sembrato di leggere la sinossi di un bel romanzo. 
Di materiale per sviluppare un bel romanzo ne hai elaborato in quantità. Con il giusto ritmo e meno “racconto” può uscirne un libro interessante.
Ti segnalo alcune cose che mi sono appuntata durante la lettura a parte il refuso sull’incipit. He ti h9 già segnalato nella parte 1.

Quando Diego la introdusse in biblioteca, rimase senza parole.
La biblioteca occupava i tre piani di una delle torri:
(magari potresti sostituire con “la collezione di libri”)



sembrava faticare a respirare.
Due infiniti così ravvicinati non scorrono bene. Meglio “sembrava respirare a fatica.” 


Questo invece è uno dei punti in cui ho trovato “disturbante” la presenza del narratore.


Si chiamava Irene, molti anni prima avevano avuto una storia, importante, ma poi le loro strade si erano divise. Quando l’aveva rivista, per caso, aveva intuito che stava male ma lei aveva accennato solo a un periodo faticoso, legato a un problema di salute, non grave, che però le metteva ansia.

«Vediamoci un paio di volte – le dissi – sicuramente hai solo bisogno di fare un po’ di ordine, capita quando si affronta un problema di salute inaspettato. Non temere.» Le parole, cercava le parole dentro a un pianto respinto.

La commistione tra racconto in prima persona e narratore terzo fa confondere durante la lettura.


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Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due. (George Orwell)

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