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Il raccattastorie

2 partecipanti

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1Il raccattastorie Empty Il raccattastorie Lun Set 06, 2021 10:59 pm

Susanna

Susanna
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
IL RACCATTASTORIE
Ma che razza di storie?Storie, storie qualsiasi.
Dunque…Dunque cosa?
Non cosa, chi.
Chi?
Dedicato a mio marito

Alle piccole storie che porta a casa ogni giorno

Alla semplicità e serenità del suo affetto così prezioso
Alla sua pazienza
(settembre 2008)
 
«Olà giovinotto! Te mi sembri il tipo che ci piacciono le storie, è vero o non è vero?»
Le erre erano un po’ strascicate per via di un mezzo sigaro spento, stretto tra i denti.
Il vecchietto lo stava curando già da un po’, nascondendo la curiosità dietro uno sguardo che pigramente faceva il giro della piazzetta.
Olmo, 85 anni – 75 e rotti diceva lui e non possiamo dargli torto – cappello, camiciotto a quadri, baffi e bastone come nella miglior tradizione paesana, faceva parte ormai del paesaggio, come la vecchia fontanella, i platani che la storia l’avevano scritta sulla corteccia, le panchine datate. Tutto era vecchio in quel paesino, tutto a misura di chi lì aveva radici profonde.
«Vero. E lei invece uno a cui piace raccontarle.»
Magro, lunga coda di capelli neri, occhi sereni e dal colore indefinibile.
Erano amici da tempo, di quella strana amicizia che nasce tra un vecchio e un giovane, ma non lo sapevano: non si erano mai incontrati prima.
«Mè, am ciam Olmo, come l’albero. Lo conosci, no? L’olmo. Quindi… Dunque…»
Il vecchio cominciò a perdersi nei suoi pensieri.
«Io sono Mimmo. Dunque cosa?»
«No, dunque chi.»
«Come sarebbe a dire “Dunque chi?»
«Eh ma te alora non sei di queste parti! Paseïnsa, pazienza. Alora dunque…»
«Allora, dunque…» Olmo sistemò con cura il mezzo sigaro nel taschino del camiciotto, cercò il posto giusto per il bastone e con un gran sospiro si passò una mano nodosa sui pochi capelli rimasti, su cui posò con delicatezza il cappello.
Qualcuno lo avrebbe ascoltato, quindi preparava con cura la scena.
Il giovane aspettò pazientemente, osservando con attenzione il rito: aveva imparato ad avere pazienza, nei suoi giri oziosi da “fine settimana sparso per la campagna”, quando ascoltava molto volentieri le storie dei vecchietti, parcheggiati da giunoniche mogli, o da sorelle secche e zitelle, davanti ai bar o ai giardinetti.
Ormai conosceva il tipo: o gli davi il giusto ritmo o domenica sera siamo ancora qui, a cercare il bandolo del racconto.
«Allora, giovanotto, dunque è un signor Dunque: al secolo Abelardo Boccioni, classe 1975, gestore del distributore in fondo al viale, quello grande.»
Quello grande! Che coraggio! È l’unico nel raggio di 20 chilometri, quindi che fosse grande o piccolo non era poi così importante.
«E la storia che adesso ti conto parla di un’estate strana, di gente che ti sembrava di conoscere bene e che ti cambia sotto gli occhi. Sai nei paesi succedono delle cose che in città mica ve ne accorgete, eh no! Andate troppo in fretta, in città! Qui invece le cose che capitano, si notano. Magari non le sai spiegare, ma sono lì. Non so se mi spiego.»
Queste erano le storie, vere o fantasiose che fossero, che piacevano di più al giovane, e se le gustava per bene, fino in fondo, liberando la mente da ogni altro pensiero.
 
Nei paesi, si sa, quando ti trovano una mania, un tic, una fissa, tacchete, ti incollano un soprannome e perdi la tua identità.
Abelardo, fin dal momento in cui aveva cominciato a capire l’uso delle parole, quando intendeva - anzi intende ancora, visto che è vivo e vegeto - puntualizzare, ironizzare, criticare, precisare, litigare, chiarire, commiserare, spiegare un concetto, darti le indicazioni per girare a vuoto nella nebbia, tirare le conclusioni, ma anche solo per un buon giorno (molto raramente), inizia con un bel “Dunque”, che poi – dato il tono – sarebbe un “Dunqkue” con la QK. Mica difficile capire il perché del soprannome, quindi.
«Un bel carattere, dunque!»
«Giovinotto, guarda che ognuno c’ha il suo, e bello o brutto che sia, se lo deve tenere!»
«Per carità: parole sacrosante.»
Abelardo, che tra l’altro, anche se non c’entra niente, detestava il suo nome, era stato strano anche da bambino: musone, timido, di quella timidezza nascosta dietro un briciolo di aggressività. Solitario e solo. Testone.
E crescendo non è che le cose fossero migliorate.
Lasciamo perdere le scuole: era riuscito a far perdere la pazienza alla professoressa di italiano/storia/geografia (scienze e matematica solo per le supplenze) signorina Marialaura Candini, la cui mitezza e mansuetudine erano qualcosa di esagerato, di mitico. Il Provveditore era quasi stramazzato dalla sedia quando lo aveva saputo: lei, che non aveva perso la calma neanche quando il suo promesso sposo l’aveva piantata letteralmente sull’altare, adesso perde le staffe per un moccioso tredicenne?
Eh, adesso la prendiamo alla larga!” ma è una bella domenica ed è ancora presto.
Prendiamo il lavoro, allora: Abelardo, prima di capire che il suo destino era di gestire un bel distributore di benzina e affini, non era stato con le mani in mano.
Aveva cominciato come operaio alla “Burbani – materiale plastico stampato e affini”: tra puntualizzazioni, lamentele, precisazioni, richieste di delucidazioni, contestazioni, dopo due mesi i capi reparto avevano scritto al grande capo. Dunque: o lui o noi. Dodici a uno. Indovina chi fa le valige?
Il rappresentante? Uh, che lavoro! Difficile contestare un ordine sbagliato, un prodotto non proprio come si deve.
In alternativa, aveva provato a fare il contadino: aveva concetti tutti suoi sul come e quando seminare, potare, concimare.
L’idraulico? Tentato. Un buco nell’acqua. «Capito giovane il doppio senso?»
«Capito, capito. Sarò giovane ma mica interdetto.»
«Questo lo saprai tu! Dicevamo. Ha provato anche a fare l’elettricista, ma qui non puoi mica discutere tanto con le regole. L’elettricità, insomma fa anche dei danni. Quindi...»
Il giovane ormai aveva due certezze: primo, sarebbe stata una cosa lunga, quindi si accomodò meglio sulla panchina, e secondo, aveva appena fatto conoscenza con il signor Quindi della situazione.
«Soluzione? Il benzinaio. Gestore unico, nessuno ti rompe le balle.»
«Ma figurati! Con tutta la gente che si ferma! Ci sarà quello gentile, quello simpatico ma lo stronzo, il maleducato, il pignolo fan sempre il giro del mondo: è statistico che prima o poi si fermano anche loro a fare il pieno.»
«Beh, sai, siccome è l’unico distributore nel giro di un bel po’ di chilometri, il Dunqkue o lo sopporti com’è o spendi una cifra per andare a fare il pieno da un’altra parte. Se ci arrivi, perché se sei in riserva…»
La gente del posto se lo teneva com’era. D’altronde di tipi strani lì c’è n’è una serie.
 
«Dunqkue, Braccino corto – al secolo Mario Zanellati, avaro da una vita e mezza e solo come un cane – i soliti 5 euro? Prova va mo’ là a dire una volta “il pieno”: senti come è bello. IL -  PIE - NO.»
«Senta, mi darebbe una pulitina al parabrezza?» Cliente di passaggio, ignaro e con accento milanese.
«Dunqkue: cominci un po’ a portarmi qua il secchio e a dare una bagnatina al vetro, che poi arrivo.»
«Eh, ma allora faccio io!»
«Bravo! Lei sì che è intelligente. E mi raccomando di non bagnare per terra!»
«Signor Dunqkue – quattordicenne con al seguito il motorino regalo dei nonni – mi darebbe una gonfiatina alle gomme?»
«Hai provato a soffiarci dentro? Dunqkue, ti spiego come si fa, se togli il cervello dal cellophane.»
 
Il Dunqkue, oltre che “irascibile” è anche un pignolo di prim’ordine.
«Arriva al punto vendita – si chiamano così i distributori, giovane – un’ora prima dell’apertura e sai cosa fa?»
Abelardo aveva un ordine preciso da rispettare.
«Primo: motospazza tutto il piazzale che poi ci dovresti girare con le pattine e vedrai che ci arriviamo prima o poi. Secondo: passata alle pompe con vetril e sgrassatore, che se ti fai il pieno da solo odori di sapone di Marsiglia per una settimana. Terzo: controllo siepi. Niente erbacce o rametti fuori ordinanza. Le talpe? Sono emigrate. Quarto: sveglia ai camionisti che hanno il permesso di fermarsi lì a dormire di notte.»
Il vecchio prese in attimo fiato, o forse cercò nella memoria.
«Per i camionisti, regolamento condominiale: niente colazioni al sacco, il bagno lo lasci come l’hai trovato, se no guarda quanti bei campi che ci sono in giro. Quinto: operazione catenelle bianche e rosse. Ben arrotolare nel loro bravo posticino, non prima di averle asciugate e pulite.»
Olmo aveva contato diligentemente, non un particolare doveva essere scordato, altrimenti il giovane lì non avrebbe capito niente del Dunqkue.
«Lo smog, lo sai che di notte cade lo smog?» Di questo Abelardo ne aveva la certezza.
Sesto: accensione luci, e cartelli “aperto” ben lucidi e puliti.
Ogni due giorni, pulizia vetri del gabbiotto (attrezzatura da professionista), ogni tre giorni spolverare lattine di olio e Arbre Magique, settimanalmente ripassatina alla tettoia.
Ci sarebbe anche Tom, il cane da guardia: è l’unico cane che tutte le mattine fa la doccia. E si vergogna (stavo per dire come un cane!) con i suoi amici: loro hanno un buon odore di “cane”, lui di shampoo per auto.
«Cavoli, chissà a casa sua che roba!»
«Mah, a casa sua non invita mai nessuno!»
«Per forza! Sposato?» Così, per fare un po’ di conversazione.
«Due volte: la prima ha resistito un anno scarso. Dicono, ma sai le malelingue ci sono sempre, che poi sia andata dallo spicologolo, pisicologo… quella roba lì insomma. Eh, già! Mah… Eh... Eh... Eh!» Risatina finale.
Succedeva sempre così: sul più bello si perdevano nei loro pensieri, girovagavano da un ricordo all’altro. Se eri fortunato tornavano dentro a quella storia, se eri sfigato tornavi a casa con qualcosa che assomigliava ad una barzelletta di cui non ti avevano raccontato il finale. Recuperò il vecchietto con cautela.
«Quindi?»
«Cosa fai, mi prendi in giro?»
«Assolutamente no.»
«Alura...»
 
Allora. Tutto era cominciato una domenica di inizio giugno: Abelardo era di turno.
Una pompa cominciò a perdere gasolio. Da paranoia: sabbia per asciugare le gocce, transennare la pompa, chiamata urgente all’assistenza. Quella notte Abelardo restò sul punto vendita, vegliando la pompa come fosse stata un malato. Disperato.
Il lunedì mattina, nonostante fosse giorno di riposo, si dimenticò del cartello “chiuso per turno” e iniziò la solita routine ma con un’aria così triste, ma così triste.
Al distributore arrivarono contemporaneamente il furgone dell’assistenza, pulito e lucido, e una monovolume blu, un po’ sporchina.
Mentre il tizio dell’assistenza preparava il modulo per la chiamata, dalla monovolume scese una bella ragazza: alta un po’ più di Abelardo, capelli rosso rame ondulati che erano uno spettacolo, due occhi verdi che ne erano un altro e un adeguato numero di lentiggini. Doveva anche essere morbida al punto giusto, mica come certe ragazze che tra dieta e acqua minerale light quando le stringi, ti pungono.
«Vedi giovane: è stato proprio quel giorno che le cose hanno cominciato a cambiare, ma mica è facile spiegarsi.»
«Senti, capo: il pieno per favore. Una controllata all’olio e una pulitina ai vetri, anche. Graazie.»
«Dunqkue signora!» Abelardo avrebbe voluto dirle che lui non era lì per prendere ordini da nessuno ma:
«Signorina prego: stiamoci attenti con le offese.»
Caratterino adeguato alle circostanze.
In realtà, Melania Dallara, era una ragazza timida e tranquilla, ma la natura le aveva regalato quel po’ po’ di carrozzeria da cui, strano a dirsi, ma doveva difendersi.
I complimenti, qualche volta non proprio di classe, la mettevano a disagio, il disagio che lei metteva certe volte alla gente le dava dispiacere. Risultato: caratterino tipo carta vetrata per il mondo di fuori, insicura e impacciata nel suo mondo piccolo.
«Sai com’è giovane: chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane. Quindi.»
Il tipo dell’assistenza iniziò a controllare la pompa mentre Dunqkue si occupava del pieno: pistola nel serbatoio e corsetta alla pompa malata.
«Dunqkue, ma lei è sicuro di sapere cosa c’è da fare?»
«No, vado a tentativi.»
Finito il pieno, apertura cofano per controllo olio. Altra corsettina.
«Dunqkue, mi chiarisca una cosa: lei ha la qualifica per quello che sta facendo?»
«No: sono in prova da dieci anni. Siccome non ho ancora deciso cosa farò da grande, intanto gioco un po’!»
Al tizio piaceva il suo lavoro perché non aveva colleghi al seguito e di solito curiosi a rompere non ce n’erano.
Olio a posto. Pulitina al parabrezza, portellone posteriore. La rossa se ne stava in disparte, con un leggero sorriso sulle labbra. Altro giro e altro regalo.
«Dunqkue: è molto grave?»
«Non molto: per fortuna ieri sera ho visto tutta la puntata di E.R. Sa, un paio mi sono morte, mi ero perso il finale, dove ti spiegano i trucchi del mestiere.»
«Dunqkue, signor so tutto...»
Ma il tizio non aveva molto tempo e altre sette chiamate: ripose i suoi attrezzi sul furgone, dove ogni cosa aveva un posto e c’era posto per diecimila cose, si pulì per bene le mani, compilò il foglio della chiamata e con un cortese “Buongiorno” se ne ripartì. La pompa funzionava che era un gioiellino.
«Come fa a sapere tutte queste cose?» Il giovane era anche un po’ curioso.
«Passavo per caso: di solito al sabato vado a fare il pieno alla 126 della mia signora, olio, gomme, due chiacchiere con il Dunqkue, ma il sabato prima si era sposata mia nipote, quindi quel lunedì sono passato proprio per caso.»
Mentre la signorina seguiva Abelardo per pagare pieno e il disturbo, Abelardo controllava la pompa da ogni angolo.
«Dunqkue, lo sapevo che finiva così! Lo sapevo!»
Prese il telefonino e dopo cinque tentativi (per via che i tasti erano troppo piccoli e le dita un po’ grosse) chiamò l’assistenza e pretese, dopo 15 Dunqkue, che il tizio di prima tornasse indietro a vedere in che razza di disordine aveva lasciato il distributore.
L’assistenza avvisò il tecnico: sapevano benissimo che non aveva lasciato in disordine, avevano regole ferree e conoscevano il Dunqkue.
Ad ogni buon conto, come da regolamento per le lamentele, una bella foto a sviluppo istantaneo del disordine, sottoscritta dalle controparti: di solito bastava l’idea di mettere una firma per far cambiare idea agli attaccabrighe di turno.
Il disordine in questo caso erano ben 10, dicasi 10 gocce di gasolio che erano uscite dal tubo durante l’intervento.
Vennero scattate le foto e Abelardo pretese che anche la signorina lì presente confermasse.
O almeno tentò.
«Cosa? Senti, capo, devi smettere di fumarti le foglie di geranio. Tra la gente che ci passerà sopra, la sabbia che ci hai buttato su, che sembra di essere a Rimini, e una pisciatina del tuo cane, due o tre ore e non si vede più niente!»
Tom, sentendosi chiamare in causa in tali termini, protestò con un paio di guaiti che lui non si era mai e poi mai lasciato andare a certe bassezze, ma siccome nessuno lo ascoltava, si rifugiò nella sua cuccia, sconsolato.
«Eh, brutta giornata per il Dunqkue! È rimasto lì come una statua: la Rossa lo aveva sistemato per bene. Per di più aveva strappato le foto in pezzettini piccoli piccoli e ringraziato per la pazienza il tizio dell’assistenza, congedandolo con un sorriso che, guarda giovane, io sono vecchio e di sorrisi ne ho visti tanti, ma quello lì! Roba che se ti avesse chiesto di andare in Africa con la pelliccia, te eri già in viaggio!»
«Come se fosse a casa sua. No, dico la Rossa: come se fosse a casa sua.»
«Uguale.»
Capo, adesso che abbiamo risolto pieno e macchie invisibili, mi sai dire se c’è un albergo o una pensione da queste parti?»
«Dunqkue, signora, no scusi signorina, si ferma molto?»
«Quel che basta.»
«Allora due chilometri più avanti c’è la Pensione Sole: puliti e si mangia bene, dica che la mando io.»
«Sì, bravo, così sai che trattamento, eh signor Dunqkue!»
Ma ormai quello che era successo al distributore era storia,
«Le voci girano!»
«Fanno il loro mestiere, giovane! Non l’hai ancora capito?»
e alla Pensione Sole Melania fu accolta come solo in certi paesi di provincia sanno fare ancora.
 
Anche la Rossa girava in zona e parecchio: era Ispettrice di qualche ufficio del Ministero delle Politiche Agricole, e doveva, per contratto, rompere le scatole ai contadini della zona con un questionario di trenta pagine di domande, che ci volevano tre lauree per capire cosa c’era scritto prima del punto interrogativo.
Quindi diventò un’affezionata cliente del Dunqkue, e ogni volta che si vedevano, erano scintille: mai che fossero d’accordo su qualcosa, sul tempo, sul traffico, sul mangiare…
«Scommetto che è nato un grande amore!»
Il giovane era anche un romantico, merce rara ma ne esiste ancora qualche scampolo.
«Per forza, se no cosa te la raccontavo a fare! Ma, a parte quello, dopo ogni pieno, qualcosa cambiava.»
Piccole cose, che prese una alla volta non volevano dire niente, ma alla fine, tutte insieme…
Successe un paio di volte che Abelardo arrivasse in ritardo, stravolgendo la tabella di marcia dei camionisti ospiti, che contavano più sulla puntualità di Abelardo che su sveglie elettroniche.
Una piccola ragnatela comparve tra gli Arbre Magique.
Una talpa si costruì un monolocale sotto il rosmarino.
La doccia di Tom prese una cadenza settimanale e questo gli giovò enormemente: la cagnetta della signora Rosaria adesso lo trovava degno di un’occhiatina (annusatina sarebbe più giusto).
I prezzi del carburante dal Dunqkue erano i più stabili d’Europa: si dimenticava di adeguare i prezzi e c’era chi veniva da lontano a fare il pieno. Ma pensa te!
Braccino corto, il 20 di agosto, dopo otto tentativi, riuscì a dire “il pi-pi-pie-pie-no”, scoprendo che sull’apecar vecchio di vent’anni non ci stavano comunque più di 7 euri di  carburante. Da allora lo si sente gridare “Il pieno!” duecento metri prima del distributore.
E non era raro vedere il Dunqkue con lo sguardo perso nel vuoto. Non se la prese neanche tanto quando due ragazzini svegli e informati gli scambiarono le pistole della verde: tre ore di lamentele da parte dei clienti e quei due se la cavarono con la finta di un calcio nel culo! Bah, adesso non c’era più gusto!
 
A inizio settembre, la Rossa venne a fare l’ultimo pieno e regalò a Dunqkue un bel portafoglio “da benzinaio”: aveva girato un po’ per trovarlo come intendeva lei, ma lo aveva trovato. Ma mica glielo ha dato così: no no, glielo ha lasciato nel gabbiotto, con la scusa di andare al bagno.
«Dunqkue, signorina, io avrei una cosa da chiederle, un piacere.»
Immaginare il Dunqkue timido era proprio difficile.
«Dimmi capo, ma veloce. Devo farmi un sacco di chilometri.»
«Dunqkue, signorina… per piacere… per piacere… mi vuole, ehm… non è che lei… Insomma…»
«Capo, stringiamo un po’ eh!» Un piede era già nella monovolume.
«Dunqkue! Se le chiedo di sposarmi lei cosa mi risponde?»
«Che ci hai messo un bel po’ a deciderti. Prepara le tue carte che io vado a preparare le mie.»
Di quella fine per i lavori di fino, ma sempre carta vetrata era.
La strada per arrivare all’autostrada? Venticinque chilometri di asfalto dritto e senza buche, ma dicono che una monovolume blu un po’ sporchina quel giorno si inventò un sacco di curve che non c’erano.
«Lei era lì anche quel giorno, vero, e sempre per caso?»
«Giovane, alla mia età in qualsiasi posto ti trovi ci sei andato per caso, ricordatelo. Sai, la memoria…»
Il vecchietto fece prendere un po’ d’aria al mezzo sigaro, cambiò posto al bastone e poggiò il cappello sulla panchina.
«Per farla breve, che te devi andare a casa, in città: si sono sposati, in primavera, e adesso nel distributore c’è anche un piccolo bar, caffè molto buono, le birre fresche al punto giusto, la Rossa ci sa fare con i clienti e quando sente che il Dunqkue comincia con il dunqkue, gli arriva alle spalle e il Dunqkue si ricorda che deve fare qualcosa da un’altra parte.»
«Hi, hi, hi! La  settimana scorsa poi, guarda ci dovevi essere… hi, hi, hi!» Risata e tosse da vecchio fumatore non andavano molto d’accordo.
«Lei c’era?» "Sta attento che adesso mi muore dal ridere!"
«Sì, ma per caso! Guarda, ti arriva un bel camion, dal Veneto mi pare: scendono due omoni che non ti dico, due armadi. Aprono il portellone e scaricano due bei tavoli da pic pic, da nic tic… beh da mangiare tipo nei prati, hai presente no? con le loro brave panche, come quelli che ci sono nei parchi, o in montagna. Arriva il Dunqkue, di corsa, e comincia con la sua tiritera: “Veh che qui non si bivacca,“ e così e via. Mezzo minuto e arriva la Rossa, spiega ai due dove sistemare il tutto e gli chiede anche, per piacere, di fissare un cartello “Angolo del turista”. Dal camion quei due scaricano anche uno scivolo, una giostrina e un paio di altri giochini per bambini, e li fissano per bene a terra. E poi via, senza dire una parola.»
«Chissà il Dunqkue! Eh sì, bisognava esserci!»
«Non ha fatto bau, anche perché la sua gentile signora gli mette in mano stracci e sgrassatore e gli fa:
"Aby" - pare che lo chiami così quando sono soli, non so se mi spiego - «Aby, per favooreee, dai al tutto una passatina, e controlla che siano fissati bene, mi raccomando. Poi guarda nel ripostiglio, ci sono anche i cestini per i rifiuti, a forma di nani, così i bambini imparano. Ah e quando vai in paese, più tardi, ricordati di ritirare le piantine di geranio dal fiorista."
«E lì davanti a tutti (due camionisti, il sottoscritto, il prete e uno che si era perso) gli molla un bacio da buttarti sordo per tre giorni.»
«Bisogna proprio che ci passi dal Dunqkue. Merita.»
«Oggi è chiuso, ma tanto te torni da queste parti, no? E quando vuoi sentire qualche bella storia, mi trovi qua. Se piove, prova sotto i portici, in piazza. Noi vecchietti abbiamo anche un circolo. Il circolo degli arterio, come dicono i ragazzini, ma poi capita che si fermano anche loro per una coca cola e una storia. Ciao, giovane.»
Non c’era bisogno della parola “fine”: loro lo sapevano che era finita.
Se ne andarono, uno da una parte e uno dall’altra. Quando il giovane arrivò alla sua auto si accorse di essersi portato via il bastone del vecchio.
Si girò: il vecchio non c’era più, e neanche la panchina. Il pomo del bastone poi era strano: vi era intagliata una testa, che secondo come la si girasse, era quella di un vecchio o di un giovane.
 
Solo allora il giovane si rese conto di com’era stata strana quella sua estate, passata a girovagare tra i paesini della bassa. Ma non era per il tempo, altalenante come ogni tot di anni succede, e neanche a causa dell’ennesima crisi political-sociale con cui si tentava di vendere qualche giornale in più mettendo ansia alla gente.
No, era qualcosa che aleggiava nell’aria, per quelle sensazioni impalpabili come lo zampettare di una zanzara sulla peluria delle braccia, lievi come un filo d’aria che non muove niente ma ti sussurra parole leggere, fuggevoli come un pensiero che non hai fatto in tempo ad afferrare, eppure era lì, colori sapori e odori che per un attimo ti portano dentro a ricordi intensi…
Salì in macchina, adesso aveva fretta di tornare a casa, di accendere il portatile e di scrivere quella storia e anche le altre storie che gli giravano per la testa. Era arrivato il momento giusto.
Ci vediamo tra un po’ gente! Statemi bene!
«Non puoi: questa storia non è tua, è di quella ragazza che l’ha scritta prima di te (Ragazza! Signora è meglio, dai, alla sua età). Io la conosco e se si arrabbia, la Rossa non è niente al confronto!»  Un lettore preciso, pignolo e impiccione.
«E se glielo chiedo? Più che no non mi dice!»
«Prova: ricordati però, uomo avvisato…»
«E dove la posso trovare?»
«Fiii, ma sei proprio insopportabile! Ti trova lei, non preoccuparti. Toccale una delle sue storie e ti trova sicuramente. Adesso, aria per favore.» Un altro lettore, poco paziente, di quelli che se li interrompi mentre leggono non te la cavi più. Avete presente?
Però aveva ragione: la “ragazza” lo trovò nel tempo di un amen e si chiarirono per bene, da persone civili.
«Le storie si scrivono anche a quattro mani! Non ti sembra anche il caso di raccontare cosa è successo al tizio dell’assistenza? Perché anche lui c’era, quel giorno, nel punto vendita e le cose strane girano il mondo.»
Il giovane girò per settimane: se non doveva fare il pieno, aveva la macchina da lavare, l’olio da controllare, uno pneumatico un po’ sgonfio, e la sera storie nuove, persone nuove per cui trovare un posto sul portatile. Anche se sembra che la gente abbia sempre fretta, qualcuno che ha bisogno di parlare lo trovi sempre, devi solo aspettare.
Con pazienza ma poi il tizio dell’assistenza, che per inciso si chiamerebbe - a vostra scelta - Amos Romeo Giovanni - lo incontrò davvero.
Furgone pulito e lucido, cassetti e cassettini per diecimila cose, di poche parole e veloce nel muovere le mani.
«Strano quel tipo lì - la signora del distributore aveva un occhio per i tipi fuori dal comune, d'altronde dopo 35 e rotti anni… - Venga che le offro un buon caffè e le racconto: lei mi sembra un tipo capace di ascoltare.»
Eh sì, le voci sanno fare davvero bene il loro lavoro, girano, girano e non sono mai stanche. Quella voce però aveva viaggiato comoda, facendo compagnia all’autista del camion che le aveva fatto rifornimento di benzina un paio di settimane prima.
 
Allora. Gira voce che Amos, dopo quel famoso pomeriggio, avesse cominciato a comportarsi stranamente: quel rimprovero gratuito non gli era proprio andato giù, lui così preciso e ordinato. Ci rimuginò parecchio, se l’era proprio legata al dito. Già era uno che parlava poco, ma anche nel poco diventò parsimonioso.
Adesso stendeva persino dei piccoli teli per non sporcare e dopo una riparazione, un controllo qualsiasi, puliva bene dappertutto, anche se non ce n’era bisogno. Si dice che avesse passato un paio di fine settimana a ripulire da cima a fondo il furgone, roba che adesso sembrava una sala operatoria. Odorava talmente tanto di sgrassatore al sapone di Marsiglia che le casalinghe dal naso fine, ferme al semaforo, restavano sconcertate: loro non ci riuscivano, neanche nel piccolo dei loro angoli cottura.
«Un mesetto fa è capitato al distributore di Albertone, sulla provinciale: una vergogna per la nostra categoria, giovanotto. Impianto vecchio, disordinato, sporco, sempre con dei ragazzini a bivaccare che a me fanno stringere il cuore. Lasciamo perdere che poi sto male! Comunque, ormai la gente non si fermava quasi più. Di sera men che meno. Gira voce che i ragazzi dell’assistenza avessero tirato a sorte per decidere chi mandare per la riparazione.»
Il caffé era buono, c’era poco traffico.
Indovinate a chi toccò la chiamata? Scontato.
Amos si mise al lavoro, ma prima di capire cosa non andasse dovette ripulire le pompe da almeno due anni di sporcizia, sotto gli occhi indolenti e insolenti dei ragazzini e di Albertone. Gli ci vollero un paio d’ore e alla fine, sul suo rapportino, scrisse che quelle pompe non erano rotte: avevano solo “voglia d’acqua”, come si diceva dalle sue parti di cose molto sporche.
Mentre Amos stava riponendo le sue cose, Albertone gli capita alle spalle.
«Fiii, che lavoro! Ma cos’è tutta quella roba lì? Veeehhh che roba! Ehi, varda che roba! Fichi e meloni, che spettacolo!»
I bivaccanti si fecero avanti, sghignazzando.
«Si chiamano attrezzature da lavoro: non so se conoscete la parola? Il resto si chiama ordine, anche pulizia va bene. Ma è roba difficile, per esperti. Mica per dei ragazzini. E no! Troppo piccoli!»
Quel giorno Amos era di buon umore e non aveva voglia di lasciarselo rovinare da tre o quattro ragazzini che sembravano essere usciti dal ciclo di centrifuga della lavatrice: loro si erano ristretti di almeno due taglie, i vestiti no.
«E sulle donne fa effetto?»
Albertone non aveva la ragazza e stava cercando di capire se per caso ci fosse un metodo sicuro per… una scorciatoia… qualsiasi cosa… per... Anche i bivaccanti erano alla ricerca di informazioni sull’argomento: sembrava che per le ragazzine loro fossero invisibili.
«Se funziona? Alla grande! Eh, roba da non crederci! Guarda, se non fossi sposato, la brandina ci metterei, lì dietro, la brandina. Bah, non farmi parlare, che ci sono dei bambini. Se non ci sto attento le ragazze si nascondono lì dietro e ce ne vuole per farle scendere!»
Quando era di buon umore le sparava proprio grosse, poi metteva in moto e via.
Comunque, aveva colpito duro: Albertone passò due giorni a pensare, pensare: dimagrì persino una decina di grammi per la fatica.
Al sabato sera uscì con il “bivacco”: essendo l’unico con la macchina faceva anche da baby sitter.
«Scommettiamo? Pizza, discoteca, focaccia calda da Gino verso le cinque, domenica a letto fino a mezzogiorno.»
«Eh no giovanotto, non quel sabato!»
Quel sabato il “bivacco” venne abbandonato in discoteca, alle undici la mamma di Albertone, la signora Dorotea, se lo vide capitare in cucina, farsi una camomilla e poi fiondarsi a letto. Controllò bene: febbre non ne aveva, la camomilla poi, ma quando mai! Chissà che porcherie aveva mangiato!
Il mattino dopo lo sentì uscire verso le sei e cominciò a preoccuparsi. La preoccupazione le aumentò nel pomeriggio, quando riordinando la roba stirata scoprì che le mancavano delle lenzuola. Riuscì in qualche modo a svegliare il marito dallo stato catatonico di “sei partite di calcio in contemporanea” sui canali SKY e insieme si precipitarono al distributore.
Insieme al caffè ci stavano bene dei biscottini caserecci.
Quando arrivarono al distributore per poco non ci rimangono secchi tutti e due: c’erano una macchina della polizia e un’ambulanza. La madre, ricordandosi alle lenzuola mancanti, pensò subito che il figlio l’avesse fatta finita.
Il padre, pure: vista la mole un lenzuolo poteva non bastare, anche se intorno non c’erano alberi abbastanza robusti.
«Sai giovanotto, in certi momenti i pensieri vanno per conto loro, la mente deve difendersi. Non farmi parlare che poi sto male!»
I genitori si avvicinarono al gabbiotto, un po’ stupiti che nessuno tentasse di fermarli e che tutti stessero ridacchiando: solo allora realizzarono che il distributore era ordinato, tutto pulito, niente erbacce tra le siepi, che in un angolo c’erano scatoloni di cianfrusaglie, flaconi di detergenti vuoti e le lenzuola della dote della signora Dorotea fatte a pezzi, nere.
Nel gabbiotto, Albertone, di un colore indefinibile, che dormiva profondamente, russando da far pensare a un vecchio diesel. La signora Dorotea ebbe bisogno dell’intervento di un paramedico per riprendersi dal “tramlone” come si dice da queste parti, il padre di uno dei poliziotti che lo convincesse che non stava sognando e che il figlio stava bene. Era solo stanco morto, mica morto stanco.
Albertone dormì fino al giorno dopo, vegliato a turno dai genitori e dai ragazzi del bivacco, che gli erano affezionati e non se l’erano presa più di tanto per essere stati abbandonati in discoteca.
«Sai cosa c’è, che adesso Albertone è pulito e ordinato, una ragazza che gli fa un po’ di filo, anche gli affari vanno meglio, i ragazzi del bivacco, con i vestiti della taglia giusta, si guadagnano qualcosa aiutandolo al sabato e la domenica, si sono persino organizzati come lavamacchine, i due più piccoli come lavamotorini, sai, per le ragazzine senza patente.Tutti assieme fanno una tenerezza: non farmi parlare che poi sto male!»
«Un po’ di sano passaparola dunque?»
«Se così si può dire. Albertone è a posto, Amos si è rasserenato del tutto, ma al negozio di ferramenta all’angolo da qualche giorno…»
Il giovane che sapeva ascoltare se lo aspettava, ne era praticamente sicuro: alla fine di ogni storia ne cominciava un’altra.
«Giuseppe era uno dei pochi clienti fissi che Albertone aveva ai brutti tempi: un po’ perché era a un tiro di schioppo dal suo negozio, un po’ perché quel ragazzone lo conosceva da quando pesava solo quaranta chili.»
Cosa succede da Giuseppe?
Succede che da qualche giorno i martelli sono finiti pericolosamente accanto alle lastre di vetro, i vasi per i fiori hanno deciso di fare amicizia con i tubi per le docce e Giuseppe, ferramenta da 50 anni e con un motore di ricerca articoli da far invidia all’Apple del nipote, non si ricorda dove ha messo le chiavi inglesi, per non parlare dei pennelli.
Però ha tirato fuori una vecchia scatola con tante fotografie, in bianco e nero, un po’ sciupate, ma con tante persone dentro: le sfoglia e piange e ride nello stesso tempo. Il dottore l’ha trovato in perfetta forma, però si ferma tutte le sere per una controllatina e per una storia.
Il giovanotto si ricordò improvvisamente che aveva bisogno di… di qualsiasi cosa, una delle migliaia di cose che si trovano nei veri negozi di ferramenta, come quelli di una volta, altro che al Brico!
Ringraziò la signora per il caffé, un cenno di saluto al tizio dell’assistenza che ricambiò con un sorriso sincero e divertito e …
Fine.
«E adesso?»
Vi presento Osvaldo, un lettore che ama le favole della buona notte e che si sente improvvisamente abbandonato.
«Adesso tu ti metti a letto, tranquillo e sereno, e prova a pensare, a ricordare: ne trovi di storie da raccontarti, tutte nuove, uniche e solo tue. Noi abbiamo le nostre da rifinire.»
L’Autrice e il Giovane che sa ascoltare le storie si salutano e se ne vanno, uno di qua e l’altro di là.
Strana amicizia anche quella! Sul pomo del bastone il vecchietto ridacchia contento: adesso tocca a loro, raccontare le storie. O a lei? Sarà sicuramente l’età ma per un momento avrebbe giurato di vedere solo un’ombra allontanarsi: si mise gli occhiali e guardò meglio. Ah le donne! Le donne!


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"Quindi sappiatelo, e consideratemi pure presuntuoso, ma io non scrivo per voi. Scrivo per me e, al limite, per un'altra persona che può capire. Spero di conoscerla un giorno… G. Laquaniti"

2Il raccattastorie Empty Re: Il raccattastorie Dom Set 19, 2021 10:21 am

FraFree

FraFree
Padawan
Padawan
Sei fortunata, Susanna, ad avere un marito che ti porta queste storie piene di anima e genuinità. Così, non ti mancano mai l'ispirazione e i soggetti per la scrittura.
Spesso, vado in crisi proprio perché mi manca la pensata. Vorrei avere pure io qualcuno che mi porti a casa tali scene.
Buona domenica.


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Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. (B. Brecht)

3Il raccattastorie Empty Re: Il raccattastorie Dom Set 19, 2021 4:53 pm

Susanna

Susanna
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
@FraFree ha scritto:Sei fortunata, Susanna, ad avere un marito che ti porta queste storie piene di anima e genuinità. Così, non ti mancano mai l'ispirazione e i soggetti per la scrittura.
Spesso, vado in crisi proprio perché mi manca la pensata. Vorrei avere pure io qualcuno che mi porti a casa tali scene.
Buona domenica.
In questo racconto ci sono tanti piccoli momenti da vita di lavoro: il milione e duecentomila e passa di chilometri fatti a caccia di guasti sono stati ricchi di ispirazioni (e per me di ansie di traffico, incidenti, terremoti...). Ora le avventure le viviamo assieme, come si dice h24: meno occasioni ma almeno insieme. Ma nei cassetti della memoria ne ho tanti anch'io di ricordi: un collega che viene alla cena di commiato (per i colleghi più colleghi) in kilt dove lo metti? Che poi sarebbe il padrone di Ugo, il protagonista di "Una tranquilla serata estiva". Me lo devo appuntate Il raccattastorie 1523606759


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