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Takoda e la leggenda della grande pipa

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1Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Takoda e la leggenda della grande pipa Lun Giu 07, 2021 12:41 pm

Different Staff

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Admin
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Promemoria primo messaggio :

«Finalmente questo maledetto caldo potrò lasciarmelo alle spalle, è insopportabile Mary. Tutta questa polvere, questa sabbia, questo secco…»
«Si, signor S. Me lo dice tutti i giorni, da settimane ormai.»
«Fai meno la spiritosa, ti pago per ascoltarmi. Anche, diciamo.»
«Mi porterete con voi, signor S?»
«Dipende. Soprattutto se, almeno per oggi, riuscirai a non distruggermi la schiena con quel attrezzo di tortura che chiami spazzola.»
Non appena Mary inizia a lavare la schiena di mister S, nel piccolo villaggio di Travis nel Massachusetts, si odono urla poco mascoline, dovute allo strofinare quelle dure setole su una pelle troppo delicata per appartenere a un uomo.
S era arrivato a Travis con una nave mercantile inglese, partita da Liverpool diversi anni prima; in città era conosciuto con la sola lettera iniziale del suo cognome, così come aveva prepotentemente voluto. Un uomo sulla quarantina, alto e biondo, stereotipo perfetto dell’inglese altolocato che in quel periodo attraversava il grande mare in cerca di profitti in una terra che aveva dato, e continuava a dare, molto.
Non molto avvezzo al lavoro manuale, con i risparmi che si era portato dietro aveva aperto la Tower Bank, diventandone proprietario, direttore e unico lavorante; non si fidava di nessuno, soprattutto se si parlava dei suoi soldi.
A Travis, chi più e chi meno, aveva avuto a che fare con lui direttamente. Cinico e affarista, concedeva prestiti di denaro con altissimi interessi e, ben presto, divenne l’uomo più ricco della città. Talmente ricco, che un gruppo di cittadini lo spinse a candidarsi come sindaco, contro il parere della restante frangia cittadina, spalleggiati dal sindaco uscente e dallo sceriffo, che notava in lui qualcosa di spregevole.
«Donna! Accidenti a te e alle tue maniere, se non mi uccide il caldo mi ucciderai tu!»
Mary ride sguaiata, come al solito. Era ormai la compagna di vita del signor S, salvata da una vita da barista in uno dei saloon della città poco dopo il suo arrivo; le aveva concesso di vivere con lui. Dapprima nel piccolo appartamento sopra la banca, poi nella casa padronale costruita all’ingresso della città; enorme, dava l'impressione a molti di essere un pugno nell’occhio nel complesso delle altre strutture cittadine. La donna ebbe l'opportunità di crearsi, grazie a un fondo dell'uomo, una sua scuola, la Marygold School, da ciò che rimaneva di un vecchio deposito di carbone ormai in disuso. La scuola aveva una sola aula e accoglieva tutti i ragazzi di ogni età della cittadina. Mary si scoprì portata all'insegnamento e sopperiva alcune mancanze, con il saperci fare. Insegnava a fare i conti, a scrivere, la geografia e la storia del vecchio mondo e nel giro di un anno dalla sua apertura, la scuola contava già trenta presenti e il preventivo per ampliare la struttura era al vaglio ormai da tempo, con il progetto di aprire un'aerea per insegnare a sellare e ferrare i cavalli. La donna teneva molto alla scuola, tanto da passarci molto tempo, anche oltre l'orario di apertura. Più volte, aveva lamentato di quei buchi di proiettile sui muri, che spaventavano i bambini.
La cultura e l’eleganza inglese dell’uomo, avevano portato freschezza sia nella scuola dove ogni parte era a portata di ragazzino; giochi, mappe, fogli per scrivere; esisteva persino un corso per stenografi e addetti al telegrafo. Le possibilità economiche, si intravedevano anche nella casa della coppia, dove il legno, materiale utilizzato abbondantemente, lasciava spazio in alcune zone a inserti tipicamente da vecchio continente. Come ad esempio il bagno, dove la classica tinozza di legno utilizzata dagli abitanti del nuovo mondo, si era trasformata in una vasca da bagno sospesa su quattro zampe imponenti di un qualche animale che Mary non aveva capito ancora. La brocca e la tinozza per lavarsi faccia e mani, erano state sostituite da una toilette in stile francese, completa persino di specchio. S curava l’immagine della casa in ogni particolare e Mary era da tutti ormai considerata la Signora S e lei ancora doveva abituarsi a quel riconoscimento.
«L’incontro di oggi potrebbe cambiare la nostra vita. Se dovesse andare in porto l’affare, potremo finalmente lasciare questo sputo di città.»
«Ma potremmo farlo comunque, con tutti i soldi che possiedi…»
«Non si tratta di miseri soldi. Non solo per lo meno. Qui parliamo di fama, misticismo, storia. La grande pipa potrebbe farci raggiungere vette economiche e sociali che nemmeno possiamo immaginare.»
S si tira in piedi nella vasca, sgocciolando i residui di dosso scrollandosi come un cane. Mary raccoglie un telo di lino abbastanza grande da avvolgerlo e asciugarlo con cura. S sorride e si dirige verso la zona notte, dove sul letto a barca sono poggiati i suoi abiti migliori; pantaloni neri, camicia marroncina, panciotto nero e giacca del medesimo colore dei pantaloni. Accanto a tutto questo, un Boss of the Plains bianco con rifinitura nera e il suo T.C.Skarrats  in argento, appartenuto a suo nonno. Appeso ai piedi del letto, un cinturone nero di pelle con fondina; all’interno in sicura, una LeMat con tamburo da nove colpi calibro .32, ad azione singola e ad avancarica, comprata nel negozio di Mister Jameson per sostituire la vecchia Colt a sei colpi.
«Con questi, farò una splendida figura.»
«Vado a prepararmi.»
«No, tu rimani qui.»
«Ma signor S, eravamo d’accordo.»
«Gli accordi cambiano, andrò solo. Tu passa alla banca, prendi il denaro nella cassaforte e ritorna qui. Ah, prima di andare, ricordati di lasciarmi le chiavi della scuola.»
Quando S era così serio e perentorio, Mary non poteva fare altro che chinare il capo e annuire, seppur rancorosa per quei suoi sbalzi d’umore, non aveva intenzione di farglielo più notare; la prima e l’unica volta che successe, si ritrovò ricoperta di pugni e schiaffi.
Dopo essersi preparato a dovere, S si dirige al luogo dell’incontro in sella al suo Dred, un aphaloosa nero e bianco di cinque anni, acquistato all’arrivo in città. Percorre al passo tutta la via principale di Travis, lasciandosi andare in saluti teatrali ai compaesani, e una volta arrivato alla Marygold School,  scende da cavallo e attende come concordato l’arrivo della diligenza, dalla quale sarebbe sceso un tale conosciuto per caso durante una mano poco fortunata a poker; si era presentato come il benefattore. Si faceva chiamare Harris, ma il signor S era quasi certo che non fosse il suo nome reale, e forse anche per questo, lo aveva ascoltato con piacere, davanti a un buon bicchiere di torbato e al camino acceso, nella sua casa padronale.
«Vede mister S, quello che le ho proposto è uno scambio più che equo. Sempre che lei comprenda la grandezza di quello che le sto offrendo.»
«Signor Harris, lei per ora mi ha proposto solo di sborsare una cifra astronomica di denaro, per sponsorizzare una ricerca a dir poco stramba e senza punti certi – sorride sotto i baffi i grigi, facendo roteare il bicchiere di whisky con le dita – chiedendomi di accettare che questo manufatto indiano, possa portarmi più in alto di ciò che sono ora. Non di meno, io dovrei consegnarvi alla fine tutto, il mio impero, la mia banca e la mia città, recandomi altrove. E ha pure approfittato della mia ospitalità, oltre ad avermi vinto a poker.»
«Lei è l’unico che può accedere a questa offerta mister S, sia a livello economico che a livello intellettuale. Le posso garantire che la riuscita di questa spedizione è assicurata, non ci saranno intoppi. E si, per accedere a questo affare, lei dovrà lasciare Travis e tutto ciò che le appartiene a me. Solo così potrà accedere alla ricchezza della grande pipa.»
«Sembra quasi un nome inventato.»
«Lei ne sa qualcosa di nomi posticci, vero mister S?»
L’uomo sorride e annuisce soddisfatto, e dopo aver ingerito l’ultima parte di whisky, si alza e raggiunge un grosso quadro sopra il camino. Dopo averlo spostato, Harris nota una grande cassaforte, sulla quale S inizia ad armeggiare.
«Quasi nessuna certezza, solo leggende. Poche probabilità di riuscita. Più varie problematiche che rendono la sua impresa pressoché impossibile.»
Un rumore metallico scandisce l’apertura della cassaforte, S recupera una mazzetta di dollari e si volta verso Harris, lanciandogliela sulle gambe.
«Quando parte, mister Harris?»
Si erano accordati di ritrovarsi alla scuola dopo tre settimane, e S non aveva la minima idea del tragitto che avrebbe fatto l’uomo. O cosa avrebbe dovuto fare per recuperare il manufatto. O dove, lo avrebbe recuperato. O da chi. Non aveva voluto saperne nulla, così da non doversi preoccupare di un’etica già malaticcia.
In quelle settimane, Harris raggiunse la città di Salem, sulla costa. Da lì, a cavallo, raggiunse la parte a nord del fiume Naumkeag, dove resisteva una piccola parte della antica indigena locale; Naumkeake non era morta con la colonizzazione, ma era destinata alla rovina dopo le conquiste.
Nel teepee del capo tribù, Harris attende di essere ricevuto dall’ultimo erede dei wampanoag, un guerriero anziano, leggendario e ormai votato a proteggere i sopravvissuti in quella piccola colonia nascosta al limitare dei boschi. La tenda era addobbata di pelli di animali, corna di bufalo, ciondoli, coltelli e altri ninnoli. Al centro, un piccolo buco nel terreno fungeva da “contenitore” per il fuoco.
Il capo arrivò infine, accompagnato da sua moglie e da un guerriero armato di arco e frecce. Dopo essersi accomodato e sistemato con cura il suo copricapo formato con decine e decine di piume bianche di aquila, attende che sua moglie prenda posto accanto a lui, accendendo il kalumet che viene offerto prima ad Harris.
«Takoda, missione è conclusa?»
«Si, Wakan. L’uomo bianco che si fa chiamare S, ha accettato.»
«Tu essere davvero degno di tuo nome.»
L’inglese forzato, il capo tribù lo aveva imparato proprio da Harris, per comunicare meglio i loro affari. Nel teepee cala il silenzio per diversi minuti, si concentrano i presenti nell’uso del kalumet. Harris è poi il primo a parlare, tirando fuori dalla sua sacca le banconote ricevute in pagamento.
«Questa è la prima parte, sufficiente per armarvi a dovere. Il resto, ve lo consegnerò a tempo debito. Come da accordi, Jameson vi aspetterà fuori città con le armi che volevate, nella discrezione più totale.»
«Tu sarai con noi, Takoda?»
«Come sempre. Non appena S è i suoi soldi saranno fuori dalla città, nessuno potrà fermare la vostra rivalsa.»
Il capo annuisce convinto, e a quel cenno, il guerriero al suo fianco esce dalla tenda senza aggiungere una sola parola. La donna recupera dal lato destro delle sedute, della carne essiccata, frutta e verdura, tutto disposto su un piatto di legno. Lo posiziona tra i due uomini, che insieme cominciano a mangiare.
«Simbolo di pace questo. Tu aiutare noi, tu sarai ben compensato.»
«Tutto quello che desidero, è liberare questa terra dai miei simili per lasciarla a voi.»
«Tu ricorda che grande pipa, deve tornare in mie mani alla fine di tutto.»
«Si, questo è chiaro.»
Pochi istanti dopo, nuvola grigia ritorna con un fagotto tra le mani. Estrema calma usa nel posare davanti al capo il pacco, che con altrettanta cura, afferra i lembi della stoffa per liberare ciò per cui era lì l'uomo bianco; la grande pipa non era altro che un kalumet profetico e leggendario, donato da capo in capo dei wampanoag da immemore tempo. Si dice che prima dell’arrivo dei bianchi, capo orso che dorme ricevette la visione dell’arrivo del pericolo. Ricoperto di lame d’oro, era probabilmente l’unico oggetto di vero valore per la tribù, che poneva in quel artefatto il destino completo della loro vita. Harris li aveva convinti che grazie a quello, avrebbero potuto riavere parte della terra tolta e fare ripartire proprio da Travis la loro storia centenaria.
In silenzio religioso, l’uomo prende dalle mani del capo l’oggetto e china il capo.
«Non ve ne pentirete.»
«Io credo questo.»
«Ci vedremo fuori dalla città tra 10 giorni.»
Harris riprende il suo viaggio a ritroso, fermandosi a Salem dove soggiorna per qualche giorno per perdere un po' di tempo. Prima di ripartire, spedisce un telegramma a Washington;
Oggetto recuperato. Stop. Tutti mi hanno creduto. Stop. Missione quasi terminata. Stop. Seguiranno mie per incontrarci. Stop.
Mister S era fermo davanti alla scuola, mano sinistra nella piccola tasca del panciotto e mano destra che continuava a portare alla vista l’orologio. Il viso preoccupato e nella sua mente si fa strada l’idea di aver preso un abbaglio nel fidarsi di quell’uomo. Proprio mentre stava imprecando per andarsene, in lontananza scorge una nube di polvere che si alza dall’orizzonte. Rinfrancato in parte, apre il portone e lo lascia socchiuso, raggiungendo l'unica aula, oltre l'atrio. Ampia e colma di banchi, era avvolta da un silenzio assoluto, rotto solo dal nitrire dei cavalli. Ode i passi rumoreggiare nell'atrio, fino a ritrovarsi davanti Harris,che ha tra le mani un fagotto di tela rossa, che srotola in silenzio su un banco liberando l'oggetto.  S non crede ai suoi occhi, sorride e da una pacca sulla spalla all’uomo.
«Non mi tocchi, non siamo così amici. Rimango sempre un mercenario, assoldato da lei per trafugare questo oggetto.»
«Io avrei assoldato lei? Ma è stato lei ad offrirsi! E cosa sarebbe questa storia del mercenario?»
«Mai fidarsi di chi non si conosce - detto fatto, Harris estrarre velocemente la sua Colt, piazzando la canna sulla fronte di S – ora le spiego cosa è successo. Io ho fregato lei e gli indiani nello stesso tempo. Lei non prenderà questo oggetto, ma lascerà comunque la città  come da patti.»
«Se lo può sognare!»
«Le conviene ascoltarmi. Entro due giorni, gli indiani saranno qui per sterminare tutti. Non essere in zona sarà essenziale per sopravvivere, ed è un consiglio totalmente gratuito, non così scontato da parte di gente come me. Ma lei mi sta simpatico, dopotutto.»
Il classico rumore del cane che carica il colpo, risuona nella stanza. La mano libera di Harris estrae l’arma dal cinturone di S, posandola sullo scrittoio poco distante.
«In tutta questa storia c’entra anche quel maledetto di uno sceriffo? È stato lui ad assoldarla?»
«No, io lavoro da solo. Non mi interessa di chi fotto con le mie azioni, lo faccio solo per me. E in questo caso, ho soldi contanti, un reperto che vale oro quanto pesa e il piacere di sapere che verrà versato molto sangue. Mi hanno chiamato “amico di tutti”, sono riuscito a fottere anche loro senza utilizzare la forza.»
Ride, indicando con un cenno del capo una trave nel mezzo della stanza. Tenendolo sotto tiro, recupera la stoffa del pacco e lo spinge verso questa e S, con le mani alzate e a passo lento, si dirige li. Si inginocchia, lasciando che l’altro gli leggi le mani e i piedi tra loro. Solo ora, S si accorge dei fori sui muri di cui le parla spesso Mary, resti di una sanguinosa sparatoria, l'ultima di cui avere degna memoria li in città.
«Avviserò la sua donna di venirla a recuperare entro sera. Per quell’ora, sarò già lontano con i miei soldi. Anzi, i suoi soldi.»
Ride di nuovo mentre colpisce alle tempie S con il calcio della pistola, stordendolo tanto da fargli perdere i sensi. Nel silenzio della stanza, Harris accatasta sedute e banchi sopra e tutto intorno al povero S, creando un trambusto non indifferente e rompendo anche qualche banco. Quindi recupera la pipa e la LeMat, lasciando poco dopo la stanza. All’esterno, sale su Dred e si allontana al trotto dalla scuola, in una delle mattine più calde di quel periodo estivo, tra le salsole che vengono mosse dal vento.
 
Sulle rive del Naumkeag, sorge un hotel, un casinò e un luna park a tema indiano. Di quelli veri, dei superstiti wampanoag, non si sa più nulla da anni ormai. A Travis, ora disabitata, si è raccontato per anni di quella sanguinosa mattina, dove centinaia di bianchi vennero trucidati da un gruppo di indiani armati e di come poi questi ultimi, presero possesso della città, svanendo negli anni per la poca conoscenza di una vita “da bianco”. La Marygold School è una delle poche strutture in piedi, restaurata e trasformata in museo. I fori di proiettile sono ancora lì.
 
A Washington, Harris il mercenario, era finito in bancarotta; il suo affare con la grande pipa, non era decollato. Aveva subito cercato di piazzarla a S. P. Langley, direttore del famoso museo della città, che però  aveva valutato il reperto un gran bel falso. In seguito, dopo aver estratto le foglie d’oro vendendole poi a peso, aveva scoperto che il kalumet era composto da catlinite. Dopo aver cercato di vederlo per materiale, lo dona allo stesso museo, nella sezione dedicata agli indiani ad opera di George Catlin.
 
A Londra, S era invecchiato abbastanza da essersi perso qualche particolare, ma in quei quasi vent’anni passati, era riuscito a passare la vera storia a suo figlio Robert, avuto con Mary. I pochi risparmi che aveva nascosto, avevano consentito alla coppia di investire nuovamente in una banca a conduzione famigliare, Mary era tornata a insegnare in una scuola primaria. Avevano una bella casa vicino a Buckingham Palace; appezzamento di terra fuori città e una vettura. La villa colonica l’aveva scelta Mary, in qualche modo le ricordava la casa a Travis. Al secondo piano della struttura, l’ampio bagno adornato da drappeggi e ceramiche e profumava di uno spiccato sentore di rose; nel loro atto odierno, la coppia si trovava lì in quel momento.
«Alla fine, siamo riusciti ad andarcene, questo era l’importante, no Albert?»
«Più o meno. Fossi stato più furbo, avremmo vissuto decisamente meglio. Se quel maledetto non mi avesse fregato come un fesso.»
«Si. Jackson, me lo dici tutti i giorni, da settimane.»
«Scusa Mary, le abitudini sono dure a morire. Passa bene la spazzola dietro la schiena, mi raccomando.»
«Ti sei abituato alla fine eh!»
«No. È che alcune cose cambiano. Altre, per fortuna, no. E se devo proprio essere sincero, la grande pipa a me ha portato fortuna, con te e Robert. Non posso proprio lamentarmi.»
«Via signor S, così mi fai arrossire. Chiudi gli occhi, che il sapone poi ti brucia.»


26Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Mer Giu 30, 2021 8:34 pm

vivonic

vivonic
Admin
Admin
Dato che può sembrare qualcosa che non è, l'Autore, che poi commenterà sicuramente, non si è ritirato per le critiche negative ricevute al proprio racconto, né ha mancato di sportività e sono sicuro che commenterà i racconti in gara, seppure fuori tempo.
Ha avuto delle vicissitudini personali delle quali ha informato lo staff e, preso atto della situazione, abbiamo ritenuto di non squalificare l'Autore e di non interdirgli la partecipazione al prossimo step.
Tanto era dovuto. 
Come abbiamo sempre detto, lo staff si riserva di valutare caso per caso eventuali forze maggiori, e - come nel caso di Tony del primo step che qualcuno ricorderà - i motivi sono stati ritenuti validi e imprevedibili. Ma, ribadisco, ho la certezza che l'Autore risponderà. Smile


______________________________________________________
Un giorno tornerò, e avrò le idee più chiare.

27Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Mer Giu 30, 2021 9:18 pm

paluca66

paluca66
Padawan
Padawan
Grazie [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link] per la precisazione, mi sarebbe dispiaciuto se qualcuno avesse deciso di ritirare il proprio racconto solo per le critiche negative ricevute.
Aspettiamo l'autore e le sue spiegazioni ma intanto credo sia bello mandargli un saluto, un abbraccio e un in bocca al lupo per le sue vicissitudini personali nella speranza che non sia nulla di troppo serio.  Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 417781868

28Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Mer Giu 30, 2021 9:45 pm

Ospite


Ospite
Quando mi accorgo che uno scrittore mi vuole bene mi commuove ogni sua parola.
Ogni suo commento.
Spazza dalla tua testa il pensiero di non essere amato/amata. Chi ti corregge lo fa solo per starti più vicino.
Un libro che ho amato tantissimo si intitola 'Correzioni', l'autore è uno che ci capisce, autorevole e moderno, Franzen.
Sai perché me la sto prendendo tanto?
Anni fa, forse sette, otto, boh, feci il tuo stesso gesto e ritirai il mio racconto più bello solo perché una signora disse testuali parole: Ci vuole coraggio a scrivere così.
Era un racconto di fantascienza, e mi è rimasto nel cuore. Forse la cosa migliore che io abbia mai scritto.
Te lo dico alla Zalone, così ridi e rientri:
Perdonili!

29Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Mer Giu 30, 2021 9:57 pm

Byron.RN

Byron.RN
Padawan
Padawan
Tommybe ha scritto:Quando mi accorgo che uno scrittore mi vuole bene mi commuove ogni sua parola.
Ogni suo commento.
Spazza dalla tua testa il pensiero di non essere amato/amata. Chi ti corregge lo fa solo per starti più vicino.
Un libro che ho amato tantissimo si intitola 'Correzioni', l'autore è uno che ci capisce, autorevole e moderno, Franzen.
Sai perché me la sto prendendo tanto?
Anni fa, forse sette, otto, boh, feci il tuo stesso gesto e ritirai il mio racconto più bello solo perché una signora disse testuali parole: Ci vuole coraggio a scrivere così.
Era un racconto di fantascienza, e mi è rimasto nel cuore. Forse la cosa migliore che io abbia mai scritto.
Te lo dico alla Zalone, così ridi e rientri:
Perdonili!

Intervengo perché io me lo ricordo quel racconto di Tom...Uno sguardo terrestre.
Davvero bello il racconto e Ton s'incazzò parecchio.
Adesso me lo vado a rileggere.

30Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Mer Giu 30, 2021 10:02 pm

digitoergosum

digitoergosum
Padawan
Padawan
Tommybe ha scritto:Quando mi accorgo che uno scrittore mi vuole bene mi commuove ogni sua parola.
Ogni suo commento.
Spazza dalla tua testa il pensiero di non essere amato/amata. Chi ti corregge lo fa solo per starti più vicino.
Un libro che ho amato tantissimo si intitola 'Correzioni', l'autore è uno che ci capisce, autorevole e moderno, Franzen.
Sai perché me la sto prendendo tanto?
Anni fa, forse sette, otto, boh, feci il tuo stesso gesto e ritirai il mio racconto più bello solo perché una signora disse testuali parole: Ci vuole coraggio a scrivere così.
Era un racconto di fantascienza, e mi è rimasto nel cuore. Forse la cosa migliore che io abbia mai scritto.
Te lo dico alla Zalone, così ridi e rientri:
Perdonili!

Sei una brava e cortese persona Tommy. Lo step ti obbliga, per lo meno come l'intendo, alla sincerità. Mi pesa questa sincerità ma quando leggo i commenti negativi ai miei racconti cresco. Sono migliorato più coi commenti negativi che quelli positivi. Tranne quando (a me?) mi è stato dato del fascista, nel secondo step. Non parlo del tuo commento di allora . Sono stato sincero, il racconto di questo autore (che abbraccio e che spero il suo disagio sia presto superabile) non sarebbe rientrato nella mia personalissima cinquina, ma l:importante è che la sua rinuncia non sia dovuta alla necessità di trasparenza di chi commenta. Anzi, l'importante è che le urgenze dell'autore siano risolvibili. 

31Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Mer Giu 30, 2021 10:21 pm

CharAznable

CharAznable
Padawan
Padawan
Spero non sia nulla di grave e di poterti rileggere presto.
Grazie per il bel racconto che ci hai regalato


______________________________________________________

I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.

32Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Mer Giu 30, 2021 10:28 pm

digitoergosum

digitoergosum
Padawan
Padawan
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link] ha scritto:
Tommybe ha scritto:Quando mi accorgo che uno scrittore mi vuole bene mi commuove ogni sua parola.
Ogni suo commento.
Spazza dalla tua testa il pensiero di non essere amato/amata. Chi ti corregge lo fa solo per starti più vicino.
Un libro che ho amato tantissimo si intitola 'Correzioni', l'autore è uno che ci capisce, autorevole e moderno, Franzen.
Sai perché me la sto prendendo tanto?
Anni fa, forse sette, otto, boh, feci il tuo stesso gesto e ritirai il mio racconto più bello solo perché una signora disse testuali parole: Ci vuole coraggio a scrivere così.
Era un racconto di fantascienza, e mi è rimasto nel cuore. Forse la cosa migliore che io abbia mai scritto.
Te lo dico alla Zalone, così ridi e rientri:
Perdonili!

Sei una brava e cortese persona Tommy. Lo step ti obbliga, per lo meno come l'intendo, alla sincerità. Mi pesa questa sincerità ma quando leggo i commenti negativi ai miei racconti cresco. Sono migliorato più coi commenti negativi che quelli positivi. Tranne quando (a me?) mi è stato dato del fascista, nel secondo step. Non parlo del tuo commento di allora . Sono stato sincero, il racconto di questo autore (che abbraccio e che spero il suo disagio sia presto superabile) non sarebbe rientrato nella mia personalissima cinquina, ma l:importante è che la sua rinuncia non sia dovuta alla necessità di trasparenza di chi commenta. Anzi, l'importante è che le urgenze dell'autore siano risolvibili. 

INTERVENTO DI MODERAZIONE.

Digito, se continui così ti spello vivo. Ho giusto due o tre attrezzi medievali da sperimentare.
P. S. : Vi voglio bene tutti.

33Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Mer Giu 30, 2021 10:50 pm

Arunachala

Arunachala
Admin
Admin
Tommybe ha scritto:Quando mi accorgo che uno scrittore mi vuole bene mi commuove ogni sua parola.
Ogni suo commento.
Spazza dalla tua testa il pensiero di non essere amato/amata. Chi ti corregge lo fa solo per starti più vicino.
Un libro che ho amato tantissimo si intitola 'Correzioni', l'autore è uno che ci capisce, autorevole e moderno, Franzen.
Sai perché me la sto prendendo tanto?
Anni fa, forse sette, otto, boh, feci il tuo stesso gesto e ritirai il mio racconto più bello solo perché una signora disse testuali parole: Ci vuole coraggio a scrivere così.
Era un racconto di fantascienza, e mi è rimasto nel cuore. Forse la cosa migliore che io abbia mai scritto.
Te lo dico alla Zalone, così ridi e rientri:
Perdonili!
perdonami tu, tom, ma qui l'autore chi dovrebbe perdonare?
si è ritirato per motivi personali


______________________________________________________
L'unico modo per non rimpiangere il passato e non pensare al futuro è vivere il presente

[Devi essere iscritto e connesso per vedere questa immagine]

Non si può toccare l'alba se non si sono percorsi i sentieri della notte.

Kahlil Gibran

34Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Mer Giu 30, 2021 10:55 pm

Ospite


Ospite
Chiedo scusa. Non sapevo.

35Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Mer Giu 30, 2021 11:05 pm

Arunachala

Arunachala
Admin
Admin
Tommybe ha scritto:Chiedo scusa. Non sapevo.
è scritto più sopra


______________________________________________________
L'unico modo per non rimpiangere il passato e non pensare al futuro è vivere il presente

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Non si può toccare l'alba se non si sono percorsi i sentieri della notte.

Kahlil Gibran

36Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Gio Lug 01, 2021 12:15 am

Molli Redigano

Molli Redigano
Padawan
Padawan
"«Finalmente questo maledetto caldo potrò lasciarmelo alle spalle, è insopportabile, Mary. Tutta questa polvere, la sabbia, questo secco»
«Si, signor S: me lo dice tutti i giorni, da settimane ormai.»
«Fai meno la spiritosa, ti pago per ascoltarmi. Anche per questo, diciamo.»
«Mi porterete con voi, signor S?»
«Dipende. Soprattutto se, almeno per oggi, riuscirai a non distruggermi la schiena con quello strumento di tortura che chiami spazzola.»
Non appena Mary inizia a lavare la schiena di mister S, nel piccolo villaggio di Travis, nel Massachusetts, si odono urla poco mascoline, dovute allo strofinare di quelle dure setole su una pelle troppo delicata per appartenere a un uomo.
S era arrivato a Travis con una nave mercantile inglese partita da Liverpool diversi anni prima; in città era conosciuto con la sola lettera iniziale del suo cognome, così come aveva prepotentemente (preferirei fortemente o nessun avverbio) voluto. a
Alto e biondo, sulla quarantina, era il perfetto stereotipo dell’inglese altolocato che in quel periodo attraversava il grande mare in cerca di fortune in una terra che aveva dato e continuava a dare molto.
Non ("molto" conclude già il paragrafo precedente) avvezzo al lavoro manuale, con i risparmi che si era portato dietro aveva aperto la Tower Bank, diventandone proprietario, direttore e unico lavorante ("impiegato" sta meglio. "Lavorante", con tutto il rispetto, pare uno sguattero); non si fidava di nessuno, soprattutto se si parlava dei suoi soldi.
A Travis, chi più chi meno, aveva avuto a che fare con lui direttamente. Cinico e affarista, concedeva prestiti di denaro con altissimi interessi e, ben presto, divenne l’uomo più ricco della città. Talmente ricco che un gruppo di cittadini lo spinse a candidarsi a (candidarsi a, non candidarsi come) sindaco, contro il parere della restante frangia cittadina, spalleggiata (frangia è singolare anche se indica più persone) dal sindaco uscente e dallo sceriffo, che notava in lui qualcosa di spregevole. (osservazione: spregevole è un'opinione. Forse meglio dire "qualcosa di sospetto")
«Donna! Accidenti a te e alle tue maniere, se non mi uccide il caldo mi ucciderai tu!»
Mary ride sguaiata, come al solito. Era ormai la compagna di vita del signor S, salvata da una vita(ripetizione) da barista in uno dei saloon della città poco dopo il suo arrivo. Le aveva concesso di vivere con lui. Dapprima (In principio) nel piccolo appartamento sopra la banca, poi nella casa padronale costruita all’ingresso della città: enorme, dava l'impressione a molti di essere un pugno nell’occhio rispetto complesso delle alle altre strutture cittadine. La donna ebbe l'opportunità di crearsi, grazie a un fondo dell'uomo, una sua scuola, la Marygold School, da ciò che rimaneva di un vecchio deposito di carbone ormai in disuso. La scuola aveva una sola aula e accoglieva tutti i ragazzi di ogni età della cittadina. Mary si scoprì portata all'insegnamento e sopperiva, con metodo e savoir faire, ad alcune mancanze, con il saperci fare. Insegnava a fare di conto, a scrivere; spiegava la geografia e la storia del vecchio mondo e nel giro di un anno dalla sua apertura, la scuola contava già trenta presenti alunni. e Per questo, il preventivo per ampliare la struttura era al vaglio ormai da tempo e prevedeva un progetto di aprire un'aerea per insegnare a sellare e ferrare i cavalli. La donna teneva molto alla scuola, tanto da passarci molto tempo, anche oltre l'orario di apertura. Più volte, si era lamentata di quei buchi di proiettile sui muriche spaventavano i bambini.
La cultura e l’eleganza inglese dell’uomo, avevano portato freschezza sia nella scuola, dove ogni parte era a portata di ragazzino: giochi, mappe, fogli per scrivere; esisteva persino un corso per stenografi e addetti al telegrafo. Le possibilità economiche, si intravedevano anche nella casa della coppia, dove il legno, materiale di norma utilizzato abbondantemente, lasciava spazio in alcune zone a inserti tipicamente da vecchio continente. Per esempio, nel bagno, dove la classica tinozza di legno utilizzata dagli abitanti del nuovo mondo, si era trasformata in una vasca da bagno sospesa su quattro zampe imponenti di un qualche animale che Mary non aveva capito ancora. La brocca e la tinozza per lavarsi faccia e mani, erano state sostituite da una toilette in stile francese, completa persino di specchio. S curava l’immagine della casa in ogni particolare e Mary era da tutti ormai considerata la Signora S. Lei, d'altra parte, doveva ancora abituarsi a quel riconoscimento.
«L’incontro di oggi potrebbe cambiare la nostra vita. Se dovesse andare in porto l’affare, potremo finalmente lasciare questo sputo di città.»
«Ma potremmo farlo comunque, con tutti i soldi che possiedi…»
«Non si tratta di miseri soldi. Non solo per lo meno. Qui parliamo di fama, misticismo, storia. La grande pipa potrebbe farci raggiungere vette economiche e sociali che nemmeno possiamo potremmo immaginare.»
S si tira in piedi nella vasca, sgocciolando scrollandosi i residui di dosso come un cane. Mary raccoglie un telo di lino abbastanza grande da avvolgerlo per asciugarlo con cura. S sorride e si dirige verso la zona notte, dove sul letto a barca sono poggiati i suoi abiti migliori: pantaloni neri, camicia marroncina, panciotto nero e giacca del medesimo colore dei pantaloni. Accanto a tutto questo, un Boss of the Plains bianco con rifinitura nera e il suo T.C.Skarrats  in argento, appartenuto a suo nonno. Appeso ai piedi del letto, un cinturone nero di pelle con fondina; all’interno, in sicura, una LeMat con tamburo da nove colpi calibro .32, ad azione singola ed avancarica, comprata nel negozio di Mister Jameson per sostituire la vecchia Colt a sei colpi. (ultima proposizione è superflua, secondo me)
«Con questi, farò una splendida figura!»
«Vado a prepararmi.»
«No, tu rimani qui.»
«Ma signor S, eravamo d’accordo.»
«Gli accordi cambiano, andrò solo. Tu passa dalla banca, prendi il denaro nella cassaforte e ritorna qui. Ah, prima di andare, ricordati di lasciarmi le chiavi della scuola.»
Quando S era così serio e perentorio, Mary non poteva fare altro che chinare il capo e annuire. Seppur rancorosa per quei suoi sbalzi d’umore, non aveva intenzione di farglielo più notare; la prima e l’unica volta che successe (meglio: accadde), si ritrovò ricoperta di pugni e schiaffi.
Dopo essersi preparato a dovere, S si dirige al luogo dell’incontro in sella al suo Dred, un aphaloosa nero e bianco di cinque anni, acquistato all’arrivo in città. Percorre al passo tutta la via principale di Travis, lasciandosi andare in saluti teatrali(meglio: plateali) ai compaesani e una volta arrivato alla Marygold School, scende da cavallo e attende come concordato l’arrivo della diligenza, dalla quale sarebbe sceso un tale conosciuto per caso durante una mano poco fortunata a poker, che allora si era presentato come il benefattore. Si faceva chiamare Harris, ma il signor S era quasi certo che non fosse il suo nome reale, e forse anche per questo, lo aveva ascoltato con piacere, davanti a un buon bicchiere di torbato e al camino acceso, nella sua casa padronale.
«Vede mister S, quello che le ho proposto è uno scambio più che equo. Sempre che lei comprenda la grandezza di quello che le sto offrendo.»
«Signor Harris, lei per ora mi ha proposto solo di sborsare una cifra astronomica di denaroper sponsorizzare una ricerca a dir poco stramba e senza punti certi, – sorride sotto i baffi i grigi, facendo roteare il bicchiere di whisky con le dita – chiedendomi di accettare che questo manufatto indiano, possa portarmi più in alto di ciò che sono ora. Non di meno, io dovrei consegnarvi alla fine tuttoil mio impero, la mia banca e la mia città, recandomi altrove. E ha pure approfittato della mia ospitalità, oltre ad avermi vinto a poker.» (Ultima frase del paragrafo è superflua, per me)
«Lei è l’unico che può accedere a questa offerta mister S, sia a livello economico che a livello intellettuale. Le posso garantire che la riuscita di questa spedizione è assicurata, non ci saranno intoppi. E si, per accedere a questo affare, lei dovrà lasciare Travis e tutto ciò che le appartiene a me. Solo così potrà accedere (ripetizione) godere della ricchezza della grande pipa.»
«Sembra quasi un nome inventato.»
«Lei ne sa qualcosa di nomi posticci, vero mister S?»
L’uomo sorride e annuisce soddisfatto, e . Dopo aver ingerito l’ultima parte di whisky, si alza e raggiunge un grosso quadro sopra il camino. Dopo averlo spostato ed Harris nota subito una grande cassaforte, sulla quale S inizia ad armeggiare.
«Quasi nessuna certezza, solo leggende. Poche probabilità di riuscita. Più varie problematiche che rendono la sua impresa pressoché impossibile.»
Un rumore metallico scandisce l’apertura della cassaforte, S recupera una mazzetta di dollari e si volta verso Harris, lanciandogliela sulle gambe.
«Quando parte, mister Harris?»
Si erano accordati di ritrovarsi alla scuola dopo tre settimane, e S non aveva la minima idea del tragitto che avrebbe fatto l’uomo. O cosa avrebbe dovuto fare per recuperare il manufatto. O dove, lo avrebbe recuperato. O da chi. Non aveva voluto saperne nulla, così da non doversi preoccupare di un’etica già malaticcia.
In quelle settimane, Harris raggiunse la città di Salem, sulla costa. Da lì, a cavallo, raggiunse la parte a nord del fiume Naumkeag, dove resisteva una piccola parte dell'antica comunità indigena locale. Naumkeake non era morta con la colonizzazione, ma era destinata alla rovina dopo le conquiste. (Ultima frase superflua, secondo me)
Nel teepee del capo tribù, Harris attende di essere ricevuto dall’ultimo erede dei wampanoag, un guerriero anziano, leggendario e ormai votato a proteggere i sopravvissuti in quella piccola colonia nascosta al limitare dei boschi. La tenda era addobbata da pelli di animali, corna di bufalo, ciondoli, coltelli e altri ninnoli. Al centro, un piccolo buco nel terreno fungeva da “contenitore” per il fuoco.
Il capo arrivò infine accompagnato da sua moglie e da un guerriero armato di arco e frecce. Dopo essersi accomodato e sistemato con cura il suo copricapo formato con decine e decine di piume bianche di aquila, attende che sua moglie prenda posto accanto a lui, accendendo il kalumet che viene offerto prima ad Harris.
«Takoda, missione è conclusa?»
«Si, Wakan. L’uomo bianco che si fa chiamare S, ha accettato.»
«Tu essere davvero degno di tuo nome.»
L’inglese forzato, Il capo tribù lo aveva imparato l'inglese, a tratti stentato, proprio da Harris, per comunicare potersi capire meglio circa loro affari. Nel teepee cala il silenzio per diversi minuti e i presenti si concentrano nell’uso del kalumet. Harris è poi il primo a parlare, tirando fuori dalla sua sacca le banconote ricevute in pagamento.
«Questa è la prima parte, sufficiente per armarvi a dovere. Il resto, ve lo consegnerò a tempo debito. Come da accordi, Jameson vi aspetterà fuori città con le armi che volevate, nella discrezione più totale.»
«Tu sarai con noi, Takoda?»
«Come sempre. Non appena S è i suoi soldi saranno fuori dalla città, nessuno potrà fermare la vostra rivalsa.»
Il capo annuisce convinto, e a quel cenno, il guerriero al suo fianco esce dalla tenda senza aggiungere una sola parola. La donna recupera dal lato destro delle sedute, della carne essiccata, frutta e verdura, tutto disposto su un piatto di legno. Lo posiziona tra i due uomini, che insieme cominciano a mangiare.
«Simbolo di pace questo. Tu aiutare noi, tu sarai ben compensato.»
«Tutto quello che desidero, è liberare questa terra dai miei simili per lasciarla a voi.»
«Tu ricorda che grande pipa, deve tornare in mie mani alla fine di tutto.»
«Si, questo è chiaro.»
Pochi istanti dopo, nuvola grigia ritorna con un fagotto tra le mani. Usa estrema calma (delicatezza?) nel posare davanti al capo il pacco, che con altrettanta cura, afferra i lembi della stoffa per liberare ciò per cui era lì l'uomo bianco. La grande pipa non era altro che un kalumet profetico e leggendario, donato da capo in capo dei wampanoag da tempo immemore. Si dice che prima dell’arrivo dei bianchi, capo orso che dorme ricevette la visione dell’arrivo del pericolo. Ricoperto di lame d’oro, era probabilmente l’unico oggetto di vero valore per la tribù, che poneva in quel artefatto (oggetto?) il destino completo della loro vita. Harris li aveva convinti che grazie a quello, avrebbero potuto riavere parte della terra tolta e fare ripartire proprio da Travis la loro storia centenaria.
In silenzio religioso, l’uomo prende dalle mani del capo l’oggetto e china il capo.
«Non ve ne pentirete.»
«Io credo questo.»
«Ci vedremo fuori dalla città tra 10 giorni.»
Harris riprende il suo viaggio a ritroso, fermandosi a Salem dove soggiorna per qualche giorno per perdere un po' di tempo. Prima di ripartire, spedisce un telegramma a Washington:
Oggetto recuperato. Stop. Tutti mi hanno creduto. Stop. Missione quasi terminata. Stop. Seguiranno mie per incontrarci. Stop.
Mister S era fermo davanti alla scuola, mano sinistra nella piccola tasca del panciotto e mano destra che continuava a portare alla vista l’orologio. Il viso era preoccupato e nella sua mente si faceva strada l’idea di aver preso un abbaglio nel fidarsi di quell’uomo. Proprio mentre stava imprecando per andarsene, in lontananza scorge (tempo verbale) una nube di polvere che si alza dall’orizzonte. Rinfrancato in parte, apre il portone e lo lascia socchiuso, raggiungendo l'unica aula, oltre l'atrio. Ampia e colma di banchi, era avvolta da un silenzio assoluto, rotto solo dal nitrire dei cavalli. Ode i passi rumoreggiare nell'atrio, fino a ritrovarsi davanti Harris, che ha tra le mani un fagotto di tela rossa: lo srotola in silenzio su un banco liberando l'oggetto. S non crede ai suoi occhi, sorride e da una pacca sulla spalla all’uomo.
«Non mi tocchi, non siamo così amici. Rimango sempre un mercenario, assoldato da lei per trafugare questo oggetto.»
«Io avrei assoldato lei? Ma è stato lei ad offrirsi! E cosa sarebbe questa storia del mercenario?» (Non so, forse all'epoca ci si dava del voi)
«Mai fidarsi di chi non si conosce - detto fatto, Harris estrarre velocemente la sua Colt, piazzando la canna sulla fronte di S – ora le spiego cosa è successo. Io ho fregato lei e gli indiani nello stesso tempo. Lei non prenderà questo oggetto, ma lascerà comunque la città come da patti.»
«Se lo può sognare!»
«Le conviene ascoltarmi. Entro due giorni, gli indiani saranno qui per sterminare tutti. Non essere in zona sarà essenziale per sopravvivere, ed è un consiglio totalmente gratuito, non così scontato da parte di gente come me. Ma lei mi sta simpatico, dopotutto.»
Il classico rumore del cane che carica il colpo, risuona nella stanza. La mano libera di Harris estrae l’arma dal cinturone di S, posandola sullo scrittoio poco distante.
«In tutta questa storia c’entra anche quel maledetto di uno sceriffo? È stato lui ad assoldarla?»
«No, io lavoro da solo. Non mi interessa di chi fotto con le mie azioni, lo faccio solo per me. E in questo caso, ho soldi contanti, un reperto che vale oro quanto pesa e il piacere di sapere che verrà versato molto sangue. Mi hanno chiamato “amico di tutti”, sono riuscito a fottere anche loro senza utilizzare la forza.»
Ride, indicando con un cenno del capo una trave nel mezzo della stanza. Tenendolo sotto tiro, recupera la stoffa del pacco e lo spinge verso questa e S, con le mani alzate e a passo lento, si dirige li. Si' inginocchia, lasciando che l’altro gli legghi le mani e i piedi tra loro. Solo ora, S si accorge dei fori sui muri di cui le gli parla spesso Mary, resti di una sanguinosa sparatoria, l'ultima di cui avere degna memoria li in città.
«Avviserò la sua donna di venirla a recuperare entro sera. Per quell’ora, sarò già lontano con i miei soldi. Anzi, i suoi soldi.»
Ride di nuovo mentre colpisce alle tempie S con il calcio della pistola, stordendolo tanto da fargli perdere i sensi. Nel silenzio della stanza, Harris accatasta sedute sedie e banchi sopra e tutto intorno al povero S, creando un trambusto non indifferente e rompendo anche qualche banco. Quindi recupera la pipa e la LeMat, lasciando poco dopo la stanza. All’esterno, sale su Dred e si allontana al trotto dalla scuola, in una delle mattine più calde di quel periodo estivo, tra le salsole che vengono mosse dal vento.
 
Sulle rive del Naumkeag, sorge un hotel, un casinò e un luna park a tema indiano. Di quelli veri, dei superstiti wampanoag, non si sa più nulla da anni ormai. A Travis, ora disabitata, si è raccontato per anni di quella sanguinosa mattina, dove centinaia di bianchi vennero trucidati da un gruppo di indiani armati e di come poi questi ultimi, presero possesso della città, svanendo negli anni per la poca conoscenza di una vita “da bianco”. La Marygold School è una delle poche strutture ancora in piedi, restaurata e trasformata in museo. I fori di proiettile sono ancora lì.
 
A Washington, Harris il mercenario, era finito in bancarotta: il suo affare con la grande pipa, non era decollato. Aveva subito cercato di piazzarla a S. P. Langley, direttore del famoso museo della città, che però aveva valutato il reperto come un gran bel falso. In seguito, dopo aver estratto le foglie d’oro vendendole poi a peso, aveva scoperto che il kalumet era composto da catlinite. Dopo aver cercato di vederlo per materiale, lo dona allo stesso museo, nella sezione dedicata agli indiani ad opera di George Catlin.
 
A Londra, S era invecchiato abbastanza da essersi perso qualche particolare, ma in quei quasi vent’anni passati, era riuscito a passare (ripetizione. Raccontare?) la vera storia a suo figlio Robert, avuto con Mary. I pochi risparmi che aveva nascosto, avevano consentito alla coppia di investire nuovamente in una banca a conduzione famigliare. Mary era tornata a insegnare in una scuola primaria. Avevano una bella casa vicino a Buckingham Palace, un appezzamento di terra fuori città e una vettura. La villa colonica l’aveva scelta Mary, poiché in qualche modo le ricordava la casa di Travis. Al secondo piano della struttura, l’ampio bagno adornato da drappeggi e ceramiche e profumava di uno spiccato sentore di rose; nel loro atto odierno, la coppia si trovava lì in quel momento.
«Alla finesiamo riusciti ad andarcene, questo era l’importante, no (non mi convince) Albert?»
«Più o meno. Fossi stato più furbo, avremmo vissuto decisamente meglio. Se quel maledetto non mi avesse fregato come un fesso.»
«Si. Jackson, me lo dici tutti i giorni, da settimane.»
«Scusa Mary, le abitudini sono dure a morire. Passa bene la spazzola dietro la schiena, mi raccomando.»
«Ti sei abituato alla fine eh!»
«No. È che alcune cose cambiano. Altre, per fortuna, no. E se devo proprio essere sincero, la grande pipa a me ha portato fortuna, con te e Robert. Non posso proprio lamentarmi.»
«Via signor S, così mi fai arrossire. Chiudi gli occhi, che il sapone poi ti brucia.»"

Giuro, una faticaccia. Ma ne è valsa la pena. Domani, comunque ci ritorno.


______________________________________________________
Branzagot senz'onma.

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37Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Gio Lug 01, 2021 10:20 am

Susanna

Susanna
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
Il messaggio di [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link] mi ha fatto - credetemi - tirare un sospiro di sollievo: che per un autore sia difficile accettare critiche è normale ed umano e se il suo ritiro fosse dovuto ai nostri commenti davvero mi sarebbe spiaciuto molto. Ci crediamo tanto in quello che facciamo, che scriviamo che, pur accettando le osservazioni, un momento di estrema delusione è umanissimo.
Quindi, caro aut*, ti auguro con tutto il cuore che di risolvere al meglio la tua situazione e di ritrovarti con altri lavori, ma soprattutto al prossimo step.
Come tutti qui, ti abbraccio e grazie.


______________________________________________________
"Quindi sappiatelo, e consideratemi pure presuntuoso, ma io non scrivo per voi. Scrivo per me e, al limite, per un'altra persona che può capire. Spero di conoscerla un giorno… G. Laquaniti"

38Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Gio Lug 01, 2021 5:18 pm

Molli Redigano

Molli Redigano
Padawan
Padawan
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link] ha scritto:
"«Finalmente questo maledetto caldo potrò lasciarmelo alle spalle, è insopportabile, Mary. Tutta questa polvere, la sabbia, questo secco»
«Si, signor S: me lo dice tutti i giorni, da settimane ormai.»
«Fai meno la spiritosa, ti pago per ascoltarmi. Anche per questo, diciamo.»
«Mi porterete con voi, signor S?»
«Dipende. Soprattutto se, almeno per oggi, riuscirai a non distruggermi la schiena con quello strumento di tortura che chiami spazzola.»
Non appena Mary inizia a lavare la schiena di mister S, nel piccolo villaggio di Travis, nel Massachusetts, si odono urla poco mascoline, dovute allo strofinare di quelle dure setole su una pelle troppo delicata per appartenere a un uomo.
S era arrivato a Travis con una nave mercantile inglese partita da Liverpool diversi anni prima; in città era conosciuto con la sola lettera iniziale del suo cognome, così come aveva prepotentemente (preferirei fortemente o nessun avverbio) voluto. a
Alto e biondo, sulla quarantina, era il perfetto stereotipo dell’inglese altolocato che in quel periodo attraversava il grande mare in cerca di fortune in una terra che aveva dato e continuava a dare molto.
Non ("molto" conclude già il paragrafo precedente) avvezzo al lavoro manuale, con i risparmi che si era portato dietro aveva aperto la Tower Bank, diventandone proprietario, direttore e unico lavorante ("impiegato" sta meglio. "Lavorante", con tutto il rispetto, pare uno sguattero); non si fidava di nessuno, soprattutto se si parlava dei suoi soldi.
A Travis, chi più chi meno, aveva avuto a che fare con lui direttamente. Cinico e affarista, concedeva prestiti di denaro con altissimi interessi e, ben presto, divenne l’uomo più ricco della città. Talmente ricco che un gruppo di cittadini lo spinse a candidarsi a (candidarsi a, non candidarsi come) sindaco, contro il parere della restante frangia cittadina, spalleggiata (frangia è singolare anche se indica più persone) dal sindaco uscente e dallo sceriffo, che notava in lui qualcosa di spregevole. (osservazione: spregevole è un'opinione. Forse meglio dire "qualcosa di sospetto")
«Donna! Accidenti a te e alle tue maniere, se non mi uccide il caldo mi ucciderai tu!»
Mary ride sguaiata, come al solito. Era ormai la compagna di vita del signor S, salvata da una vita(ripetizione) da barista in uno dei saloon della città poco dopo il suo arrivo. Le aveva concesso di vivere con lui. Dapprima (In principio) nel piccolo appartamento sopra la banca, poi nella casa padronale costruita all’ingresso della città: enorme, dava l'impressione a molti di essere un pugno nell’occhio rispetto complesso delle alle altre strutture cittadine. La donna ebbe l'opportunità di crearsi, grazie a un fondo dell'uomo, una sua scuola, la Marygold School, da ciò che rimaneva di un vecchio deposito di carbone ormai in disuso. La scuola aveva una sola aula e accoglieva tutti i ragazzi di ogni età della cittadina. Mary si scoprì portata all'insegnamento e sopperiva, con metodo e savoir faire, ad alcune mancanze, con il saperci fare. Insegnava a fare di conto, a scrivere; spiegava la geografia e la storia del vecchio mondo e nel giro di un anno dalla sua apertura, la scuola contava già trenta presenti alunni. e Per questo, il preventivo per ampliare la struttura era al vaglio ormai da tempo e prevedeva un progetto di aprire un'aerea per insegnare a sellare e ferrare i cavalli. La donna teneva molto alla scuola, tanto da passarci molto tempo, anche oltre l'orario di apertura. Più volte, si era lamentata di quei buchi di proiettile sui muriche spaventavano i bambini.
La cultura e l’eleganza inglese dell’uomo, avevano portato freschezza sia nella scuola, dove ogni parte era a portata di ragazzino: giochi, mappe, fogli per scrivere; esisteva persino un corso per stenografi e addetti al telegrafo. Le possibilità economiche, si intravedevano anche nella casa della coppia, dove il legno, materiale di norma utilizzato abbondantemente, lasciava spazio in alcune zone a inserti tipicamente da vecchio continente. Per esempio, nel bagno, dove la classica tinozza di legno utilizzata dagli abitanti del nuovo mondo, si era trasformata in una vasca da bagno sospesa su quattro zampe imponenti di un qualche animale che Mary non aveva capito ancora. La brocca e la tinozza per lavarsi faccia e mani, erano state sostituite da una toilette in stile francese, completa persino di specchio. S curava l’immagine della casa in ogni particolare e Mary era da tutti ormai considerata la Signora S. Lei, d'altra parte, doveva ancora abituarsi a quel riconoscimento.
«L’incontro di oggi potrebbe cambiare la nostra vita. Se dovesse andare in porto l’affare, potremo finalmente lasciare questo sputo di città.»
«Ma potremmo farlo comunque, con tutti i soldi che possiedi…»
«Non si tratta di miseri soldi. Non solo per lo meno. Qui parliamo di fama, misticismo, storia. La grande pipa potrebbe farci raggiungere vette economiche e sociali che nemmeno possiamo potremmo immaginare.»
S si tira in piedi nella vasca, sgocciolando scrollandosi i residui di dosso come un cane. Mary raccoglie un telo di lino abbastanza grande da avvolgerlo per asciugarlo con cura. S sorride e si dirige verso la zona notte, dove sul letto a barca sono poggiati i suoi abiti migliori: pantaloni neri, camicia marroncina, panciotto nero e giacca del medesimo colore dei pantaloni. Accanto a tutto questo, un Boss of the Plains bianco con rifinitura nera e il suo T.C.Skarrats  in argento, appartenuto a suo nonno. Appeso ai piedi del letto, un cinturone nero di pelle con fondina; all’interno, in sicura, una LeMat con tamburo da nove colpi calibro .32, ad azione singola ed avancarica, comprata nel negozio di Mister Jameson per sostituire la vecchia Colt a sei colpi. (ultima proposizione è superflua, secondo me)
«Con questi, farò una splendida figura!»
«Vado a prepararmi.»
«No, tu rimani qui.»
«Ma signor S, eravamo d’accordo.»
«Gli accordi cambiano, andrò solo. Tu passa dalla banca, prendi il denaro nella cassaforte e ritorna qui. Ah, prima di andare, ricordati di lasciarmi le chiavi della scuola.»
Quando S era così serio e perentorio, Mary non poteva fare altro che chinare il capo e annuire. Seppur rancorosa per quei suoi sbalzi d’umore, non aveva intenzione di farglielo più notare; la prima e l’unica volta che successe (meglio: accadde), si ritrovò ricoperta di pugni e schiaffi.
Dopo essersi preparato a dovere, S si dirige al luogo dell’incontro in sella al suo Dred, un aphaloosa nero e bianco di cinque anni, acquistato all’arrivo in città. Percorre al passo tutta la via principale di Travis, lasciandosi andare in saluti teatrali(meglio: plateali) ai compaesani e una volta arrivato alla Marygold School, scende da cavallo e attende come concordato l’arrivo della diligenza, dalla quale sarebbe sceso un tale conosciuto per caso durante una mano poco fortunata a poker, che allora si era presentato come il benefattore. Si faceva chiamare Harris, ma il signor S era quasi certo che non fosse il suo nome reale, e forse anche per questo, lo aveva ascoltato con piacere, davanti a un buon bicchiere di torbato e al camino acceso, nella sua casa padronale.
«Vede mister S, quello che le ho proposto è uno scambio più che equo. Sempre che lei comprenda la grandezza di quello che le sto offrendo.»
«Signor Harris, lei per ora mi ha proposto solo di sborsare una cifra astronomica di denaroper sponsorizzare una ricerca a dir poco stramba e senza punti certi, – sorride sotto i baffi i grigi, facendo roteare il bicchiere di whisky con le dita – chiedendomi di accettare che questo manufatto indiano, possa portarmi più in alto di ciò che sono ora. Non di meno, io dovrei consegnarvi alla fine tuttoil mio impero, la mia banca e la mia città, recandomi altrove. E ha pure approfittato della mia ospitalità, oltre ad avermi vinto a poker.» (Ultima frase del paragrafo è superflua, per me)
«Lei è l’unico che può accedere a questa offerta mister S, sia a livello economico che a livello intellettuale. Le posso garantire che la riuscita di questa spedizione è assicurata, non ci saranno intoppi. E si, per accedere a questo affare, lei dovrà lasciare Travis e tutto ciò che le appartiene a me. Solo così potrà accedere (ripetizione) godere della ricchezza della grande pipa.»
«Sembra quasi un nome inventato.»
«Lei ne sa qualcosa di nomi posticci, vero mister S?»
L’uomo sorride e annuisce soddisfatto, e . Dopo aver ingerito l’ultima parte di whisky, si alza e raggiunge un grosso quadro sopra il camino. Dopo averlo spostato ed Harris nota subito una grande cassaforte, sulla quale S inizia ad armeggiare.
«Quasi nessuna certezza, solo leggende. Poche probabilità di riuscita. Più varie problematiche che rendono la sua impresa pressoché impossibile.»
Un rumore metallico scandisce l’apertura della cassaforte, S recupera una mazzetta di dollari e si volta verso Harris, lanciandogliela sulle gambe.
«Quando parte, mister Harris?»
Si erano accordati di ritrovarsi alla scuola dopo tre settimane, e S non aveva la minima idea del tragitto che avrebbe fatto l’uomo. O cosa avrebbe dovuto fare per recuperare il manufatto. O dove, lo avrebbe recuperato. O da chi. Non aveva voluto saperne nulla, così da non doversi preoccupare di un’etica già malaticcia.
In quelle settimane, Harris raggiunse la città di Salem, sulla costa. Da lì, a cavallo, raggiunse la parte a nord del fiume Naumkeag, dove resisteva una piccola parte dell'antica comunità indigena locale. Naumkeake non era morta con la colonizzazione, ma era destinata alla rovina dopo le conquiste. (Ultima frase superflua, secondo me)
Nel teepee del capo tribù, Harris attende di essere ricevuto dall’ultimo erede dei wampanoag, un guerriero anziano, leggendario e ormai votato a proteggere i sopravvissuti in quella piccola colonia nascosta al limitare dei boschi. La tenda era addobbata da pelli di animali, corna di bufalo, ciondoli, coltelli e altri ninnoli. Al centro, un piccolo buco nel terreno fungeva da “contenitore” per il fuoco.
Il capo arrivò infine accompagnato da sua moglie e da un guerriero armato di arco e frecce. Dopo essersi accomodato e sistemato con cura il suo copricapo formato con decine e decine di piume bianche di aquila, attende che sua moglie prenda posto accanto a lui, accendendo il kalumet che viene offerto prima ad Harris.
«Takoda, missione è conclusa?»
«Si, Wakan. L’uomo bianco che si fa chiamare S, ha accettato.»
«Tu essere davvero degno di tuo nome.»
L’inglese forzato, Il capo tribù lo aveva imparato l'inglese, a tratti stentato, proprio da Harris, per comunicare potersi capire meglio circa loro affari. Nel teepee cala il silenzio per diversi minuti e i presenti si concentrano nell’uso del kalumet. Harris è poi il primo a parlare, tirando fuori dalla sua sacca le banconote ricevute in pagamento.
«Questa è la prima parte, sufficiente per armarvi a dovere. Il resto, ve lo consegnerò a tempo debito. Come da accordi, Jameson vi aspetterà fuori città con le armi che volevate, nella discrezione più totale.»
«Tu sarai con noi, Takoda?»
«Come sempre. Non appena S è i suoi soldi saranno fuori dalla città, nessuno potrà fermare la vostra rivalsa.»
Il capo annuisce convinto, e a quel cenno, il guerriero al suo fianco esce dalla tenda senza aggiungere una sola parola. La donna recupera dal lato destro delle sedute, della carne essiccata, frutta e verdura, tutto disposto su un piatto di legno. Lo posiziona tra i due uomini, che insieme cominciano a mangiare.
«Simbolo di pace questo. Tu aiutare noi, tu sarai ben compensato.»
«Tutto quello che desidero, è liberare questa terra dai miei simili per lasciarla a voi.»
«Tu ricorda che grande pipa, deve tornare in mie mani alla fine di tutto.»
«Si, questo è chiaro.»
Pochi istanti dopo, nuvola grigia ritorna con un fagotto tra le mani. Usa estrema calma (delicatezza?) nel posare davanti al capo il pacco, che con altrettanta cura, afferra i lembi della stoffa per liberare ciò per cui era lì l'uomo bianco. La grande pipa non era altro che un kalumet profetico e leggendario, donato da capo in capo dei wampanoag da tempo immemore. Si dice che prima dell’arrivo dei bianchi, capo orso che dorme ricevette la visione dell’arrivo del pericolo. Ricoperto di lame d’oro, era probabilmente l’unico oggetto di vero valore per la tribù, che poneva in quel artefatto (oggetto?) il destino completo della loro vita. Harris li aveva convinti che grazie a quello, avrebbero potuto riavere parte della terra tolta e fare ripartire proprio da Travis la loro storia centenaria.
In silenzio religioso, l’uomo prende dalle mani del capo l’oggetto e china il capo.
«Non ve ne pentirete.»
«Io credo questo.»
«Ci vedremo fuori dalla città tra 10 giorni.»
Harris riprende il suo viaggio a ritroso, fermandosi a Salem dove soggiorna per qualche giorno per perdere un po' di tempo. Prima di ripartire, spedisce un telegramma a Washington:
Oggetto recuperato. Stop. Tutti mi hanno creduto. Stop. Missione quasi terminata. Stop. Seguiranno mie per incontrarci. Stop.
Mister S era fermo davanti alla scuola, mano sinistra nella piccola tasca del panciotto e mano destra che continuava a portare alla vista l’orologio. Il viso era preoccupato e nella sua mente si faceva strada l’idea di aver preso un abbaglio nel fidarsi di quell’uomo. Proprio mentre stava imprecando per andarsene, in lontananza scorge (tempo verbale) una nube di polvere che si alza dall’orizzonte. Rinfrancato in parte, apre il portone e lo lascia socchiuso, raggiungendo l'unica aula, oltre l'atrio. Ampia e colma di banchi, era avvolta da un silenzio assoluto, rotto solo dal nitrire dei cavalli. Ode i passi rumoreggiare nell'atrio, fino a ritrovarsi davanti Harris, che ha tra le mani un fagotto di tela rossa: lo srotola in silenzio su un banco liberando l'oggetto. S non crede ai suoi occhi, sorride e da una pacca sulla spalla all’uomo.
«Non mi tocchi, non siamo così amici. Rimango sempre un mercenario, assoldato da lei per trafugare questo oggetto.»
«Io avrei assoldato lei? Ma è stato lei ad offrirsi! E cosa sarebbe questa storia del mercenario?» (Non so, forse all'epoca ci si dava del voi)
«Mai fidarsi di chi non si conosce - detto fatto, Harris estrarre velocemente la sua Colt, piazzando la canna sulla fronte di S – ora le spiego cosa è successo. Io ho fregato lei e gli indiani nello stesso tempo. Lei non prenderà questo oggetto, ma lascerà comunque la città come da patti.»
«Se lo può sognare!»
«Le conviene ascoltarmi. Entro due giorni, gli indiani saranno qui per sterminare tutti. Non essere in zona sarà essenziale per sopravvivere, ed è un consiglio totalmente gratuito, non così scontato da parte di gente come me. Ma lei mi sta simpatico, dopotutto.»
Il classico rumore del cane che carica il colpo, risuona nella stanza. La mano libera di Harris estrae l’arma dal cinturone di S, posandola sullo scrittoio poco distante.
«In tutta questa storia c’entra anche quel maledetto di uno sceriffo? È stato lui ad assoldarla?»
«No, io lavoro da solo. Non mi interessa di chi fotto con le mie azioni, lo faccio solo per me. E in questo caso, ho soldi contanti, un reperto che vale oro quanto pesa e il piacere di sapere che verrà versato molto sangue. Mi hanno chiamato “amico di tutti”, sono riuscito a fottere anche loro senza utilizzare la forza.»
Ride, indicando con un cenno del capo una trave nel mezzo della stanza. Tenendolo sotto tiro, recupera la stoffa del pacco e lo spinge verso questa e S, con le mani alzate e a passo lento, si dirige li. Si' inginocchia, lasciando che l’altro gli legghi le mani e i piedi tra loro. Solo ora, S si accorge dei fori sui muri di cui le gli parla spesso Mary, resti di una sanguinosa sparatoria, l'ultima di cui avere degna memoria li in città.
«Avviserò la sua donna di venirla a recuperare entro sera. Per quell’ora, sarò già lontano con i miei soldi. Anzi, i suoi soldi.»
Ride di nuovo mentre colpisce alle tempie S con il calcio della pistola, stordendolo tanto da fargli perdere i sensi. Nel silenzio della stanza, Harris accatasta sedute sedie e banchi sopra e tutto intorno al povero S, creando un trambusto non indifferente e rompendo anche qualche banco. Quindi recupera la pipa e la LeMat, lasciando poco dopo la stanza. All’esterno, sale su Dred e si allontana al trotto dalla scuola, in una delle mattine più calde di quel periodo estivo, tra le salsole che vengono mosse dal vento.
 
Sulle rive del Naumkeag, sorge un hotel, un casinò e un luna park a tema indiano. Di quelli veri, dei superstiti wampanoag, non si sa più nulla da anni ormai. A Travis, ora disabitata, si è raccontato per anni di quella sanguinosa mattina, dove centinaia di bianchi vennero trucidati da un gruppo di indiani armati e di come poi questi ultimi, presero possesso della città, svanendo negli anni per la poca conoscenza di una vita “da bianco”. La Marygold School è una delle poche strutture ancora in piedi, restaurata e trasformata in museo. I fori di proiettile sono ancora lì.
 
A Washington, Harris il mercenario, era finito in bancarotta: il suo affare con la grande pipa, non era decollato. Aveva subito cercato di piazzarla a S. P. Langley, direttore del famoso museo della città, che però aveva valutato il reperto come un gran bel falso. In seguito, dopo aver estratto le foglie d’oro vendendole poi a peso, aveva scoperto che il kalumet era composto da catlinite. Dopo aver cercato di vederlo per materiale, lo dona allo stesso museo, nella sezione dedicata agli indiani ad opera di George Catlin.
 
A Londra, S era invecchiato abbastanza da essersi perso qualche particolare, ma in quei quasi vent’anni passati, era riuscito a passare (ripetizione. Raccontare?) la vera storia a suo figlio Robert, avuto con Mary. I pochi risparmi che aveva nascosto, avevano consentito alla coppia di investire nuovamente in una banca a conduzione famigliare. Mary era tornata a insegnare in una scuola primaria. Avevano una bella casa vicino a Buckingham Palace, un appezzamento di terra fuori città e una vettura. La villa colonica l’aveva scelta Mary, poiché in qualche modo le ricordava la casa di Travis. Al secondo piano della struttura, l’ampio bagno adornato da drappeggi e ceramiche e profumava di uno spiccato sentore di rose; nel loro atto odierno, la coppia si trovava lì in quel momento.
«Alla finesiamo riusciti ad andarcene, questo era l’importante, no (non mi convince) Albert?»
«Più o meno. Fossi stato più furbo, avremmo vissuto decisamente meglio. Se quel maledetto non mi avesse fregato come un fesso.»
«Si. Jackson, me lo dici tutti i giorni, da settimane.»
«Scusa Mary, le abitudini sono dure a morire. Passa bene la spazzola dietro la schiena, mi raccomando.»
«Ti sei abituato alla fine eh!»
«No. È che alcune cose cambiano. Altre, per fortuna, no. E se devo proprio essere sincero, la grande pipa a me ha portato fortuna, con te e Robert. Non posso proprio lamentarmi.»
«Via signor S, così mi fai arrossire. Chiudi gli occhi, che il sapone poi ti brucia.»"
Giuro, una faticaccia. Ma ne è valsa la pena. Domani, comunque ci ritorno.

Ci ritorno per dovere nei confronti dell'Autore. Non ti sarai offeso spero, ma il testo aveva così tante cose da sistemare che ho preferito editarlo per intero. Mi sono divertito anche se ho faticato. Spero di essere stato utile.

Vengo ora al commento sulla trama in sé, dunque. C'è una base molto buona, che però non è stata sviluppata come meritava. I caratteri a disposizione sono stati utilizzati praticamente tutti, ma le vicende narrate sono risultate abbastanza contorte e l'intreccio che ne è derivato non ha giovato sul ritmo. 

Harris rimane un personaggio controverso: non si è capito bene a quale scopo abbia voluto fottere Mister S (è quello di MecontroTE) e gli indiani della riserva. La pipa d'inestimabile valore non ha avuto il ruolo adatto al suo valore morale, economico e mistico. Come avresti potuto fare? Forse creando una sorta di ossessione nella testa di Mister S, come una leggenda tramandata dai suoi avi per esempio. Un oggetto per cui lui avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di entrarne in possesso. Ed ecco che l'intermediario Harris avrebbe avuto più senso come "cacciatore di taglie" prima e truffatore dopo.

In tutto questo comunque, credo che il personaggio di Mister S sia veramente ben reso come protagonista. Sia come banchiere avido che come padrone (di Mary), disposto a tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi.

In definitiva un racconto migliorabile aldilà degli errori tecnici che mi sono permesso di segnalarti.

Aggiungo il mio augurio perché tu possa risolvere presto i problemi che hanno fatto rinunciare alla gara. Grazie.


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Branzagot senz'onma.

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39Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Dom Lug 04, 2021 7:53 am

Midgardsormr

Midgardsormr
Younglings
Younglings
Ciao a tutti.
Innanzi tutto grazie per i commenti che avete lasciato, inutile dire ( come faccio sempre ) che serviranno per il mio proseguo.
Volevo solo precisare e spiegare soprattutto, il motivo per il quale ho ritirato il mio racconto, che di certo è molto lontano dalla difficoltà di accettare i commenti critici; come ben sapete, non è così strano averne sui miei racconti, anche tra molti commenti entusiasti.

Dicevo, come ho scritto agli admin, il lavoro del ristorante è ripreso in maniera esponenziale e se da titolare dico "per fortuna" potete ben capire che da "scrittore" dico mannaggia.
Il tempo è quello che è, e sui commenti non ne ho avuto proprio, ma riprenderò in mano ciò che devo e finirò di commentare tutti, prima della fine del prossimo step.

Per quanto riguarda il racconto, ho avuto lo stesso problema: si, non ho riletto. Si, non ho riedidato. Ho semplicemente scritto nelle ultime 70 ore disponibili e questo è il risultato. Ci sono errori che ormai non facevo più o per lo meno correggevo prima di inviare.
Ma tant'è.

Chiedo scusa e nello stesso tempo ringrazio tutti, compresa la amministrazione per la possibilità di partecipare al prossimo step. Perché si, c'è molto da fare ( molli grazie ) ma mi sono messo in testa di partecipare a tutti gli step, perché tutto sarà collegato.
Il lavoro è immenso, ma qualcosa già è stato fatto.

Grazie ancora a tutti e scusate, presto commenterò i vostri.

Gabriele


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Valar Morghulis. Valar Dohaeris.

Tutti devono morire. Tutti devono servire.

40Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Dom Lug 04, 2021 8:09 am

paluca66

paluca66
Padawan
Padawan
Gabriele hai scritto un gran bel messaggio. Ho avuto il tuo stesso problema visto il periodo di intenso lavoro e ho scritto il racconto al volo pubblicando senza rileggere e scoprendo poi errori che di solito critico nei commenti agli altri racconti. Ciò detto sono contentissimo per il tuo ristorante e ti auguro una stagione ricchissima.

41Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Dom Lug 04, 2021 8:44 am

Susanna

Susanna
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
Grazie per aver condiviso le motivazioni, che rendono più "accettabili" e anche ora comprensibili le pulci che ti sono state fatte, nel senso che in altro periodo non ci sarebbero state perchè avresti riletto ecc. ecc.  E' encomiabile il tuo aver voluto esserci nonostante il periodo così intenso lavorativamente (vedo su fb i tuoi attentati alla dieta Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 4049221606 ) che però mi fa piacere, riprendere qualcosa che ci è stato tolto e in cui crediamo è forse più entusiasmante e stimolante degli inizi veri e propri.
Ti aspettiamo al prossimo step.


______________________________________________________
"Quindi sappiatelo, e consideratemi pure presuntuoso, ma io non scrivo per voi. Scrivo per me e, al limite, per un'altra persona che può capire. Spero di conoscerla un giorno… G. Laquaniti"

42Takoda e la leggenda della grande pipa - Pagina 2 Empty Re: Takoda e la leggenda della grande pipa Dom Lug 04, 2021 8:47 am

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Grande necromante, un abbraccio

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