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Avventura a Pettinengo

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1Avventura a Pettinengo - Pagina 2 Empty Avventura a Pettinengo Lun Giu 07, 2021 12:11 pm

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Promemoria primo messaggio :

Jesse Dooney aveva girato molto in vita sua e non teneva più il conto di quante città o paesi avesse visitato. I nomi e i volti si confondevano nella memoria in un puzzle frammentato, ma di quel viaggio avrebbe conservato la memoria fino alla fine dei suoi giorni.
 
Era una mattina come tante. Jesse si trovava nella stalla a mungere le vacche quando si sentì chiamare per nome.
«Sto cercando Jesse Dooney.»
L’uomo indossava un gran sombrero con un nastro verde e stivali così lucidi che pareva fosse arrivato in sella a un proiettile anziché cavalcando tra la polvere; l’aveva guardato dritto negli occhi e costretto a terminare in fretta la mungitura con inevitabili rimostranze sonore della vacca.
Jesse rispose senza scomporsi. «L’hai trovato, straniero.»
Il misterioso visitatore rincarò la dose: «Si dicono certe cose di te in giro.»
«Cerchi guai, amigo?»
La pazienza stava per terminare e Jesse era pronto a far suonare la sua Jingle Bell, una Colt 45 placcata in argento con manico in madreperla, quando lo sconosciuto rivelò la propria identità.
«Pat Garrett non cerca guai. Però, se vuoi, può fartene trovare.»
Jesse incassò il colpo. Non avrebbe mai potuto riconoscere lo sceriffo più famoso del momento vestito così.
Ora, bisogna sapere che Jesse Dooney era un uomo dall’apparenza mite, il cervello sopraffino e la mira micidiale. Pare che avesse un metodo infallibile per catturare i ricercati e si fosse arricchito grazie alle numerose taglie incassate girando in lungo e in largo ogni buco del West per ripulirlo dalla feccia.
Nel ranch di Dooney, appeso alla parete della latrina, faceva ancora bella mostra di sé il manifesto con la taglia da cinquecento dollari per la testa del fuorilegge più ricercato del west: Billy the Kid. Era stato proprio lo sceriffo Pat Garrett a risolvere la questione mesi prima e Billy, ormai, non era che cibo per i vermi.
Vi chiederete perché Jesse non avesse dato egli stesso la caccia a Billy the Kid, ma il fatto è che, quando era ancora un ragazzino innocente, lo aveva ospitato per un periodo nel proprio ranch e gli si era affezionato. Non lo avrebbe mai potuto fottere: anche i cacciatori di taglie hanno una loro etica.
 
La cifra offerta per la testa del Kid era davvero succulenta, ma il governatore Lew Wallace non l’aveva mai scucita. Con la scusa che Garrett aveva fatto solo il proprio dovere di tutore della legge, aveva tenuto ben stretti i cordoni della borsa e se l’era cavata con un elogio pubblico.
La cosa non era andata affatto andata giù allo sceriffo poiché aveva promesso fior di dollari agli uomini che lo avevano aiutato a catturare il fuorilegge e ora pretendevano di incassare.  Da mesi, gli stavano incollati alle costole come mosche intorno al culo di un bisonte.
Desideroso di vendetta, per risolvere la questione senza sporcarsi le mani, Garrett aveva deciso di rivolgersi al leggendario cacciatore di teste della contea di Lincoln: Jesse Dooney.
 
Fu così che, nel giro di qualche minuto, l’uomo di legge e l’assassino di professione si trovarono seduti a un tavolo per mettere a punto l’incarico: lo sceriffo lo avrebbe pagato profumatamente per riempire di piombo nientemeno che il governatore Lew Wallace.
L’accordo fu sancito davanti a una bottiglia di dynamite, una mistura di whisky scadente addizionato di tabacco e zucchero bruciato che Dolores, la governante, teneva sempre pronta per le occasioni speciali.
Prima di montare con un balzo sul cavallo e sparire in una nuvola di polvere, Pat Garrett gli mise in mano cinquanta dollari come anticipo; per il saldo, si sarebbero rivisti a lavoro concluso.
Per Dooney, far fuori il governatore sarebbe stato un gioco da ragazzi. La cosa si sarebbe risolta in breve tempo, come al solito. Si mise subito al lavoro.
Rimasto solo, Jesse si avviò verso la latrina, ci entrò e chiuse bene la porta. Con il calcio della Colt assestò due o tre colpetti nel centro della parete esposta a nord. Si aprì un piccolo portello che conteneva uno strano marchingegno pieno di fili e pulsanti colorati.
Dooney armeggiò qualche minuto e, infine, si avvicinò alla buca del cesso. Aveva inventato uno speciale tappo in legno per coprirla e contenere gli odori sgradevoli. Tirò la corda per scoperchiarla e tutta la latrina iniziò a vibrare. Un vapore denso come una nuvola carica di pioggia iniziò a sbuffare dal soffitto prima di incanalarsi in un piccolo tubo che sbucava in un comignolo nel tetto. In men che non si dica, il casottino puzzolente si sollevò da terra. Con gesti rapidi ed esperti Dooney teneva dritta con la mano destra la barra che era emersa dal buco nel pavimento, mentre con la sinistra sorreggeva una mappa. Individuato con l’indice il punto esatto da raggiungere, premette il bottone rosso che lo avrebbe fatto atterrare direttamente nell’ufficio del governatore.
Grazie dalla latrina volante di sua invenzione, Jesse Dooney cacciava le prede facendole prima morire d’infarto per lo spavento e poi, una volta stecchite, finiva il lavoro piazzando loro un buco nel centro del petto.
Era così che si era costruito la fama di gran pistolero. Colpire Lew Wallace sarebbe stato un lavoretto semplice e pulito.
La latrina smise di vibrare, la Colt già fremeva dal desiderio di sputare piombo. Jesse Dooney spalancò la porta, ma non si trovò affatto nell’ufficio del governatore...
 
Dall’altra parte del globo, Orazio Colombo detto l’americano per via del suo cognome, stava seduto sotto il filo d’ombra che tagliava in due il piazzale di fronte alla scuola di Pettinengo.
La sottile striscia di frescura proveniva dal tetto della latrina che si trovava all’esterno dell’edificio scolastico e offriva un po’ di refrigerio dal riverbero del sole.
Nel piccolo paese abbracciato dalle Alpi non mancavano certo alberi e aria fresca, ma gli abitanti del luogo avevano assecondato le richieste della maestra e disboscato l’area di fronte al fabbricato. Con la visuale libera, la donna riusciva senza sforzo a tenere sotto controllo gli alunni durante la ricreazione e a evitare di perderli di vista.
Orazio faceva il custode; un compito che, il ragazzone di vent’anni o poco più, prendeva molto sul serio.
Gli allievi più svegli avevano imparato presto che l’unico modo per salvarsi dalla noia delle  lezioni era chiedere di uscire per i propri bisogni e l’americano approfittava senza scrupoli della situazione: pretendeva che i ragazzini gli pagassero un pedaggio per accedere al bagno. Che fosse un boccone di merenda, un frutto oppure un dolcetto, egli riusciva sempre a sbafare qualcosa di buono da mettere sotto i denti.
Orazio sedeva davanti alla porta della latrina a gambe allungate. Con la stazza imponente e l’inseparabile Stellina, un gioiello di pistola marchiata Regia Manifattura d’Armi di Torino bene in vista, incuteva un certo timore e teneva lontani dalla suola i malintenzionati.
Calzava degli stivali che, a giudicare dalla polvere e dai buchi nelle suole, dovevano aver fatto almeno due volte il giro del mondo ed esalavano un odore pestilenziale in perfetta sintonia con il luogo.
Ogni tanto si attaccava alla fiaschetta per un sorso: una sublime grappa alle castagne che avrebbe fatto un buco nello stomaco senza prendere la mira.
Suo padre avrebbe voluto che lavorasse insieme a lui all’allevamento, ma Orazio non se la diceva proprio con pascoli e pecore. Preferiva avere a che fare con quei lupi dei ragazzini e poi pensava che l’aria della scuola gli facesse davvero bene: aveva molto tempo per pensare e di certo non gli sarebbe mancata l’occasione di dimostrare il proprio valore, prima o poi.
 
Sembrava un giorno come un’altro: qualche allievo aveva già fatto visita al bagno e la maestra, come sempre, si sgolava per spiegare non so più quale regola di grammatica a quei piccoli zotici. Non erano ancora le dieci e Orazio già ciondolava stravaccato sulla sedia mezzo sbronzo. All’improvviso il terreno tremò così forte da farlo rovinare a terra. Uno sbuffo di vapore gli inzuppò i capelli all’istante. Orazio alzò lo sguardo al cielo giusto in tempo per vedere atterrare nel cortile della scuola la latrina volante.
La porta dello strano oggetto si aprì di scatto. L’americano balzò in piedi col cuore in gola ed estrasse l’arma dalla fondina.
Orazio Colombo e Jesse Dooney, le pistole strette in pugno e lo sguardo smarrito, si trovarono faccia a faccia guardandosi a lungo senza capire. Il primo ad aprire bocca fu Dooney:
«Diablo! Hombre, donde terminé?»
Orazio aprì la borraccia e la scosse: non uscì neppure una goccia. “Ho esagerato” pensò “chissà con cosa l’hanno annacquata questa merda...”
Ma Jesse lo prese per un braccio, e guardandolo dritto negli occhi, cercò di scandire bene le parole:
«Amigo, cual es el nombre de este pais
Orazio Colombo non aveva voglia di scervellarsi. Con il caldo gli faceva fatica persino pensare.
«La scuola è laggiù in fondo al piazzale.» Rispose senza impegnarsi.
Jesse Dooney scosse la testa, rientrò nella latrina, controllò la mappa e provò di nuovo ad azionare la leva.
Nulla da fare. Era atterrato in un posto assurdo e, per di più, il cowboy che si era trovato davanti, oltre a non capire una parola, non era neppure morto di spavento. Una volta uscito dall’incubo avrebbe dovuto aggiornare il programma della sua meraviglia.
Si chiuse di nuovo dentro e rovistò tra chiodi e bulloni. Svitò il tappo del serbatoio e… capì. Quella scansafatiche di Dolores doveva aver usato la riserva speciale di carburante alcolico per preparare i suoi intrugli anziché rifornirsi del solito whisky al saloon.
La straordinaria macchina volante era rimasta irrimediabilmente a secco. Ma dove trovare il propellente in quel paese dal nome impronunciabile?
Dooney non era certo uomo facile a scoraggiarsi. Vivendo nella frontiera del New Mexico, aveva avuto modo di incontrare gente che parlava le lingue più disparate e aveva messo a punto un congegno per interpretarle. Non avrebbe mai dimenticato la dolce Filomena, che gli aveva insegnato a tradurre i suoi besos calientes in baci ardenti. A orecchio, il ragazzone doveva essere italiano.
Col translinguatore appeso al collo, uscì dalla latrina e tentò di nuovo di comunicare col ragazzo. “¿Cómo se traduce saloon en italiano?” disse Jesse rivolgendosi allo strano aggeggio.
Passò qualche istante e il congegno rispose con voce metallica: “Luogo dove si possono trovare donne, cibo, carte e whisky.”
Orazio comprese al volo.
«Straniero, non c’è un sal...cosa da queste parti ma, se vuoi da bere, seguimi.»
Al Caffè del Centro l’aria era greve, il fumo stagnante impregnava abiti e pareti.
Gli avventori abituali erano i giocatori incalliti e qualche alcolizzato che barcollava tra i tavoli. Delle belle donne italiane, neppure l’ombra. Ma Jesse Dooney non si trovava lì per cercare amore.
«Americano, sei rimasto a secco?» La vecchia ciabatta del barman, senza attendere la risposta, gli riempì il bicchiere fino all’orlo. «E il tuo amico non ha sete?»
Non aveva fatto in tempo a versare il liquore nei recipienti, che entrambi lo avevano scolato in un fiato.
Il cacciatore di taglie non aveva mai assaggiato niente di più forte e delizioso. Ruttò soddisfatto, si avvicinò a Orazio e gli bisbigliò all’orecchio: «Dí al vecchio di darti tutto l’alcol che ha.»
«Ma… amico, io non ce li ho i soldi per pagare» rispose balbettando.
«Fattelo dare o ti faccio un buco in quella testa vuota.»
Così, Orazio, nel giro di cinque minuti divenne il bevitore più indebitato di Pettinengo. Suo padre, Batista Colombo, detto Batí, era un brav’uomo e avrebbe senz’altro onorato il pagamento a costo di ammazzarsi di fatica.
Jesse fece caricare il barile sulle spalle al ragazzo e salutò il barman toccando con la mano la falda del cappello e aprendosi in un largo sorriso.
Tornato alla latrina si mise al subito lavoro. Orazio lo trovò poco dopo con le mani imbrattate, il viso nero fino agli occhi. Il barile di grappa era completamente vuoto.
«Hai bevuto tutta quella merda e sei ancora vivo?»
«Non ti impicciare, hombre.»
Orazio si prese la testa fra le mani e cominciò a piagnucolare. «Ti sei scolato la paga di un anno di mio padre e dovrei anche stare zitto?»
Jesse Dooney era un duro ma aveva il cuore tenero e si mosse a compassione.
«Apri la mano, ragazzo. Veloce! Prima che mi penta.» Si frugò in tasca e gli mise sul palmo i cinquanta dollari che aveva ricevuto come anticipo da Pat Garrett.
«E cosa dovrei farmene di questi?» disse Orazio che non aveva mai visto un simile denaro prima di allora.
Dooney, estrasse la pistola con la rapidità di un mamba e gliela puntò in mezzo alla fronte.
Non fu necessario dire altro.
La grappa alle castagne si rivelò un carburante portentoso. La latrina sparacchiava vapore a meraviglia: il motore non aveva mai funzionato meglio di così. In un attimo si sollevò in volo e, davanti a un Orazio sbalordito, sparì tra le nuvole.
Le mani stringevano ancora le banconote, dunque non poteva trattarsi di un sogno. L’americano non era mai stato un tipo sveglio, ma quella volta gli venne in mente di rivolgersi alla banca.
Il cassiere, senza fargli troppe domande, incassò i dollari e in cambio gli diede giusto il denaro sufficiente a ripagare il debito al bar. Il resto lo trattenne come commissione per il servizio, ma si dice che il bancario poté fare una vacanza lunga un anno.
 
Orazio Colombo fu cacciato dalla scuola: pare che passasse tutto il giorno con lo sguardo rivolto al cielo invece che occuparsi della sicurezza degli alunni. L’ anziano padre lo accolse a braccia aperte e l’americano imparò ad amare pecore e pascoli.
Jesse Dooney non uccise mai Lew Wallace: ormai, gli era passata la voglia di farlo.
Al contrario, avrebbe avuto un gran desiderio di tornare a Pettinengo per fare rifornimento di grappa alle castagne, ma non riuscì mai più a trovare sulla mappa le coordinate del ridente paesino abbracciato dai monti.


26Avventura a Pettinengo - Pagina 2 Empty Re: Avventura a Pettinengo Gio Lug 01, 2021 10:17 pm

Hellionor

Hellionor
Admin
Admin
Un racconto pieno di pazza fantasia, brav. L'ennesima lettura conferma la prima e anche la seconda e la terza impressione.
Però la parte iniziale è davvero troppo lunga, troppo, rischi di perdermi, devi introdurre l'elemento surreale un po' prima. Però che trovata, la latrina volante ma anche macchina del tempo e chissà quante altre cose fa... Una bella trovata davvero, complimenti.
Lavorerei sull'azione nella parte ambientata a Pettinengo, arricchirei quella parte, magari inserendo qualche altro scambio tra Jesse e Orazio. Son certa che sarebbero esilaranti.
Una lettura che in questo step non mi aspettavo e che mi ha lasciata soddisfatta e stupefatta.
Brav.
Ele

27Avventura a Pettinengo - Pagina 2 Empty Re: Avventura a Pettinengo Mer Lug 21, 2021 1:51 pm

Petunia

Petunia
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
Ciao
Con un po’ di ritardo ringrazio tutti per i commenti. 
Quoto interamente il commento di  [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]. Il racconto non voleva che essere una parodia ironica. 
Dopotutto, se un cesso vola come puoi fare le pulci ad altro?”
Detto questo, ringrazio di cuore tutti coloro che hanno corretto il testo nei refusi, virgole e altre mancanze. È un aiuto prezioso.

Approfitto di questo spazio per fare di nuovo una riflessione stimolata dal commento di  [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]
 Il punto è che ci sono tanti racconti davvero ottimi in questo step, che riescono a soddisfare i requisiti e allo stesso tempo potrebbero vivere ovunque, fuori dai confini del concorso. Ecco forse il reale problema di questo racconto è che lo vedo vivere solo all'interno di quei confini. Lì funziona che è una meraviglia, ma fuori lo vedo fermo come la latrina volante rimasta senza carburante.”


Questo è  un contest e il premio consiste nella pubblicazione. Non scrivo racconti per poterli utilizzare altrove. Certo, se capita benvenga! Ma non è il mio scopo primario. Quindi, se in questo contesto il racconto funziona, mi ritengo soddisfatta. Questa è quello che penso io.


______________________________________________________
Divido tutti i lettori in due classi; coloro che leggono per ricordare e coloro che leggono per dimenticare.
(William Lyon Phelps)

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