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Un Natale copia e incolla

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1Un Natale copia e incolla Empty Un Natale copia e incolla Sab Gen 09, 2021 7:02 pm

Ospite


Ospite
Un Natale copia incolla.
 
 
Dove prima c’era un cielo c’è un altro cielo, scuro, senza luna e senza stelle.
Il traffico è un cibo naturale per una città che altrimenti morirebbe di noia,
i SUV non sono più SUV, le macchine sono tutte piccole, compresse come aspirine.
Io continuo  a leggere il giornale con accanto il liquido nero del caffè, le mie sigarette,
e la novità di imparare a memoria che faccio bene a starmene seduto per i fatti miei senza farmi
demolire da incauti sguardi estranei.
Il vantaggio di vivere da solo è proprio questo, evitare troppi spostamenti, e godermi la scena di chi
si sposta. Fuori dalla mischia riesco a ruminare più facilmente i ricordi infantili felici

della vigilia di Natale.
Con la faccia vicina più del mio dentista, una donna canticchia: - Si è fatto buio fratello, si è fatto
buio, non so tu come la pensi.
L’agguato è indolore, sono abituato agli sguardi dolci femminili gitani, che vogliono farti apparire di bella
presenza se gli molli qualche moneta. Può capitare pure che una sconosciuta mi avvicini calorosamente
reputandomi  distinto, serio, coscienzioso o semplicemente esperto in una materia a caso.
Chiudo il giornale su una notizia scaduta, a una pagina dispari perché sono dispari pure io.
- Buon Natale fratello, buon Natale, - canticchia.
Il segnale è forte, e anche se sa di imparaticcio sembra dire non voglio metterti di cattivo umore.
O me la squaglio o la invito a prendere un caffè.
- Siediti, ti offro qualcosa, - dico.
 No no, non voglio nulla, - dice.
L’ unica informazione che ho di lei è la cura e la bellezza del viso.
Dà l’idea di una che ama arrampicarsi sugli alberi per guardare il lontano che è in te, e da lassù vede tutto,
anche che non hai nessuno con cui ricominciare daccapo.
- Faccio solo il mio lavoro, fratello, - dice.
- Se continui a chiamarmi fratello il tuo lavoro è illegale, io non ho sorelle.
- Sembra un’altra città con tutte queste luci, - dice.
-  Sono belle, ma ora lasciami in pace, è quasi ora di cena e io ho fame e la compagnia delle peggiori
notizie della giornata non è rassicurante, non ho voglia nemmeno di respirare più.
 
- Non ti lascio, ma cosa pensi, che se tu smetti  di respirare tutto finisce?-  Povero illuso. -La città
continuerà la sua vita convulsa,  la stazione di servizio sarà ancora una stazione di servizio con il suo  bar e il
suo piccolo negozio di merce incellofanata, il traffico sarà ancora  traffico, e ci sarà sempre tanta gente che
metterà le luci intermittenti avvitate alle ringhiere, e ci sarà un altro Natale e un altro ancora, e ci saranno
le decorazioni, ci sarà l’erba, la pioggia, la neve, le piante, gli alberi, gli animali, il mare, e ci sarà tutto,
sempre  tutto,  tutto quello che vedi.
Le sue lacrime schioccano rapide come una bandiera a un vento improvviso.
Si sente il rumore, non  racconto balle.
- Non volevo turbarti, scusa.
- E che scusa, che scusa.
Comincio a sentirmi un vicino sgradevole, metto lo zucchero nel caffè e lo giro lentamente,
 dimenticando che lo bevo amaro.
Penso, è un’anomalia questa donna, prima o poi sparirà, devo solo aspettare che se ne vada.
- Ti sto trattando come una sana di mente.
- Io pure.
- Senti,  non vuoi un caffè e qui non ci sono caminetti, non posso invitarti a mangiare castagne davanti al
fuoco, quindi  lasciami in pace.
Mi guarda come di solito la gente guarda la mia automobile invecchiata, senza ammirazione.
- Va bene, allora siedo, a stare in piedi mi si addormentano le gambe.
Abbassa lo sguardo e sorride, ora, con più intensità.
Paradossalmente il suo indice di ascolto si è elevato, anche se sono solo io l’utente.
Seduta ha la struttura semplice delle cose belle. Non penso a lei come a una persona.
Eppure tocca a me conservarla, chi altro potrebbe farlo in questa stazione di servizio?
 Anche se non riesco a immaginare un  protettore peggiore.
Alle brutte posso sempre far marcia indietro,  sono bravo a far marcia indietro.
La sua gratitudine per starmi seduta vicino è toccante, è gioia.
Quando si accorgerà che sono  un perditempo buono a nulla le passerà il sorriso, le passerà eccome.
L’inverno è di una crudeltà spietata, fa freddo per niente. La gente è quasi tutta sparita, il piccolo
negozio della stazione di servizio sta per chiudere  e tra poco sparirà pure lui, il Natale per lui è una festa
occasionale.
Guardando il nulla intorno esordisce con un:
- Ci si riunisce tutti a casa di qualcuno che cucina, tu sai cucinare?
- Macchè, mi alimento con  scatolame e frutta.
Si aggira nell’area limitata per la sosta guardando dentro la luce gialla dei lampioncini, come se non ne
avesse mai visto uno,  seguo con la vista il rumore dei  suoi tacchi, poi sprofonda fino al busto nel buio del
bagno delle donne e la perdo d’occhio.
Dopo cinque minuti torna  a sedersi  accanto a me e sussurra: scusami.
- Ma figurati, posso chiederti come mai sei qui?
- Ho la macchina in panne, il meccanico mi ha consigliato dii non
farci un metro e io non ce l’ho fatto e visto che questa era l’unica sedia del posto mi sono avvicinata a te,
 poi se credi che l’abbia fatto perché sono una facile conquista, sei fuori strada. Ride.
- Con tutta onestà un pochino mi ero illuso. Rido  - Vengo spesso in questa stazione di servizio, è l’unico
posto fuori mano che conosco e a me piace essere fuori mano.
- Perché?
- Perché scrivo, leggo, bevo, fumo e non ho nulla da temere.
- Bevi caffè o…altro.
- Solo caffè, anzi cappuccino al mattino.
- E cosa scrivi?
- Favole. Scrivo favole per bambini.
- Non ci posso credere. -  Quando ti ho visto mi sono detta ecco lo sciupafemmine di provincia in posa.
- Sciupo solo me stesso, mai sciupato altri, cara mia.
- Ti credo e scusami se ho pensato male di te.
- Hai fatto bene a pensare male. Rido.
- Favole per bambini,  e ora quale stai scrivendo?
- Questa.
La donna ha un sussulto,  trafitta da un incontro non  previsto : il racconto di se stessa.
Si asciuga le mani, improvvisamente sudate, sulla gonna.
- Stai scherzando vero?
- Mai stato più serio.
- Si soffia il naso , è la prima volta che vedo i suoi occhi.
Sono occhi che si pagano da vivere da soli, il resto del corpo potrebbe sparire e loro continuerebbero a
essere autonomi, a osservare e a essere osservati per come sono belli, lucidi e innocenti.
Mi metterei a pregare per avere il prodigio di vederla contenta, ma posso solo scrivere che è una donna in gamba,
con devozione.
- Perché stai zitto?
- Sto analizzando un po’ di dati.
- Tipo?
- Sono quasi le diciannove, sta chiudendo tutto e noi non avremo neppure un panino da mettere sotto i
denti la vigilia di Natale.
- Il benzinaio è di turno, me lo ha detto prima, sofferente, ci faremo invitare da lui. Ride.
- Chi Piombo? Come candidato chef lo vedo male.
- Piombo? Si chiama Piombo?  Un killer? Ride.
-  Uno sempre a fondo con i debiti, e gli hanno mollato questo soprannome.
- Mi sta simpatico se sta a fondo, diamogli il benvenuto e invitiamolo, dai.
- E cosa gli offriamo? Un wafer, un cappuccino e una Winston Blu? 
- Lo vado a cercare.
- Quello ha la capacità di dormire ovunque, ma se lo trovi sarà perfettamente lucido in un secondo.
Acchiappa una mia carezza di incoraggiamento sulla spalla, mentre sfilo la mia mano paffuta continuo a
osservarla.
- Il gabbiotto è inquietante per sporcizia, ma Piombo mi ha mostrato una bella dispensa di scatolame e
pasta, e due fornelli elettrici collegati con un congegno strano per consumare meno corrente, dice lui.
E poi ha la camicia a fiori, sai non avevo mai visto prima un benzinaio con la camicia a fiori.
- Se è roba chiusa non mi schifo, e un figlio dei fiori non può che essere dei nostri. Rido.
- Sìììììì!
- Come fai ad essere così contenta?
- Proprio non lo so, ma sono contenta, sta brutto se sono contenta?
- No…  - Maria, mi chiamo Maria.
- Ecco Maria, non sta brutto per niente, - To’…io sono Tommaso.
Maria è vergognosamente bella e felice sotto il suo cappotto di vigogna celeste.
L’unico vento disponibile sposta l’intervallo di nubi e appare un gigantesco cielo di stelle artificiali, senza
marca, ma con molta luce. Una, grossa come un camion sta proprio sulla nostra testa, e sembra dire:
  - non sono uno di quei stupidi satelliti o un errore stenografico del cielo, sono una cometa.
Piombo apparecchia con una tovaglia rossa di carta, l'unica che non puzza di benzina, poi tira fuori la sedia
della cassa, quella con lo schienale imbottito  e un taglio di vecchiaia sul cuscino e la offre a
Maria, io resto seduto su quella di alluminio.
 A tavola c’è una foresta di lattine di coca del distributore più una bottiglia grande di minerale
incominciata.
- Quando deciderete butterò la pasta, - urla Piombo affacciandosi dal gabbiotto fumante di vapore acqueo,
con l'eccitazione della grande impresa.
- Butta, lo dice un coro duale,  mio e di Maria.
Sento sulla lingua il sapore del tonno in scatola cucinato bene. Piombo mette gli occhiali da vista con le
stanghette convergenti, è buffo il suo modo concentrato di mangiare gli spaghetti. Maria con una mano
scansa un ciuffo di capelli dalla bocca e con l’altra fa lavorare la forchetta di plastica. Mangiamo tutti con
appetito senza imbarazzo, con la competenza dei vecchi amici.
-          Non c’è nemmeno un bicchiere di vino.
-           
-          Ma tu non bevevi cappuccino, To’?
-           
-          Per la cena di vigilia farei un’eccezione.
-           
-         Ho dei pacchi regalo che mi hanno lasciato i clienti affezionati, ora guardo se c’è del vino.
Torna simulando malamente di non aver trovato nulla, poi  tira fuori una bottiglia
di Barbera da dietro la schiena.
-        ' Evviva, evviva il Natale, evviva Maria, evviva Piombo'. 
-           
-          To’ non chiamarmi Piombo, lo dice con occhi infinitamente infelici.
-           
-          E come?
- Mi chiamo Giuseppe, nessuno lo sa, ma mi chiamo così.
-          Perdonami, Giuseppe, perdonami davvero.
- Ma niente dai.
E mi abbraccia, commosso.
Maria soffia via la schiuma rossa dal suo bicchiere e sorride.
-Cin cin agli uomini più amabili del pianeta.
Io e Piombo  ci guardiamo negli occhi delusi da quel brindisi collettivo e restiamo in  rancoroso
silenzio.
- Ma a voi, solo voi lo siete, amabili.
 Lo dice con forza inaudita come se noi avessimo sostenuto a lungo il contrario.
- Bè, allora, grazie e cin cin alla donna più bella del pianeta.
- Lo ero To’, una volta, ma desso in queste condizioni…
- Che condizioni? Lo chiedo spaventato.
- Ho il ventre che lievita come una focaccia, non vi siete accorti che aspetto un bambino?
- Ma dai.
-E si, ottavo mese e non so nemmeno chi è il padre.
- Sarà stata opera dello Spirito Santo, spara  Piombo con stravagante gelosia.
La fissa all’altezza della fibbia del cappotto, poi si alza di scatto per fare un pieno di benzina a un cliente.
Quando torna ha un mazzetto di foto in mano.
- Queste le ho scattate questa estate, così ci scaldiamo un po’. Ride.
- Sei tu quello che rema?
- Si sono io, lo dice con una punta di orgoglio.
-          To’, non mi sento bene, forse il vino è stato troppo.
Piombo è più veloce di un tiro di sigaretta, resto testimone oculare di dolori di Maria, e lui ha già messo in
moto la macchina. Andiamo in ospedale, Maria non  sta bene e nelle sue condizioni non si può sottovalutare
nulla.
Al mattino ho lo sguardo di chi ritorna da qualche altra parte.
Sento il rumore di una tastiera e il cinguettare di un messaggio telefonico.
- Lei è un parente? Lo chiede una donna in garza bianca con il nome sul seno e la sensazione che abbia
avuto la laurea da infermiera con un voto truccato.
- Guardi ho passato qui tutta la notte, sono tornato a casa per sistemarmi un po’.
- Si è sistemato male, data e firma,  grazie.
-          Mi suggerisce la data?
 
- Non sa che oggi è il 25 dicembre 2020, ed è Natale?
La presa è brutale, ma non reagisco.
- Si che lo so, volevo una conferma umana.
- Ha voglia di scherzare, beato lei.  Stanza 126.
La camera è tutta bianca, profuma d’ammoniaca. C’è un letto  con l’anima di alluminio accostato alla parete
 insieme a un comodino da dove sbucano le sue scarpe con i tacchi alti sopra  un vecchio cruciverba
 lasciato dalla mamma  precedente come souvenir.  In bella vista un’insalata di cioccolatini.
Una  sedia di metallo è il resto dell’arredamento, ma la stanza non sembra vuota, tutt’altro.
Le mie rose mi restano in mano, mi avvicino alla finestra grande per  dargli un posto all’aperto, l’aria fresca
le conserverà meglio. Trovo un vaso di ciclamini e un altro di vetro, incrinato e  vuoto.
In lontananza si vede l’autostrada e il suo fiume di traffico, qualche collina coperta di case, qualche
montagna coperta di neve, qualche cipresso, le ombre verdi dei biancospini, ettari di campi di granoturco
 
 mietuti e non  mietuti. Il panorama finisce lì, accanto ai secchioni per l’immondizia differenziata.
 Un volo di beccaccini si ficca in una nuvola bassa e distante, bucata da un campanile.
Piombo è seduto piuttosto comodo sul letto accanto a lei, con le sue attenzioni si è guadagnato un posto in
 prima fila, tra le mani  gli galleggia un fiocco celeste, ha la giacca e gli occhi rossi di chi è stato
sveglio tutta la notte perché non ha ancora imparato  a dormire.
Abbraccio Maria con lo sguardo indolenzito.
Pezzi di sole si riflettono sulle maioliche del pavimento.
Maria è serenamente felice e si gira su un fianco.
- Farai meglio a sederti To’, tra poco mi porteranno il Bambino.

2Un Natale copia e incolla Empty Re: Un Natale copia e incolla Mar Gen 12, 2021 12:37 pm

Byron.RN

Byron.RN
Padawan
Padawan
Ciao Tom,

anche in questo brano la tua poetica c'è tutta, compresa una delle tue ambientazioni più ricorrenti, l'area di servizio.
La data del 25 dicembre 2020 mi ha un pò stupito, perché avrei scommesso che questa sia, se mi passi il termine, una tua opera giovanile.
Come detto la tua poetica, il tuo stile, i tuoi accostamenti di parole, il tuo tocco surreale ci sono tutti, ma la lettura non mi è parsa fluida come altre volte.
A me ha dato l'idea che sia appunto uno dei tuoi primi scritti, istintivi, buttati giù di getto, senza quel lavoro di sfoltimento e di cucitura che hai imparato a fare negli ultimi anni per rendere il tutto più armonioso e scorrevole, a cui hai cambiato solo la data.
Oppure, seconda ipotesi, è un racconto nuovo buttato giù di getto, istintivo, senza nessun opera di revisione. 
Io propendo per la prima ipotesi, anche perché ho notato alcuni periodi molto lunghi che solitamente tu non usi; oramai ti sei specializzato a dare pennellate veloci e precise che rimangono in mente, senza perdersi.
I tuoi personaggi comunque anche qui ci sono tutti e arrivano.

3Un Natale copia e incolla Empty Re: Un Natale copia e incolla Mar Gen 12, 2021 12:46 pm

Ospite


Ospite
@Byron.RN ha scritto:Ciao Tom,

anche in questo brano la tua poetica c'è tutta, compresa una delle tue ambientazioni più ricorrenti, l'area di servizio.
La data del 25 dicembre 2020 mi ha un pò stupito, perché avrei scommesso che questa sia, se mi passi il termine, una tua opera giovanile.
Come detto la tua poetica, il tuo stile, i tuoi accostamenti di parole, il tuo tocco surreale ci sono tutti, ma la lettura non mi è parsa fluida come altre volte.
A me ha dato l'idea che sia appunto uno dei tuoi primi scritti, istintivi, buttati giù di getto, senza quel lavoro di sfoltimento e di cucitura che hai imparato a fare negli ultimi anni per rendere il tutto più armonioso e scorrevole, a cui hai cambiato solo la data.
Oppure, seconda ipotesi, è un racconto nuovo buttato giù di getto, istintivo, senza nessun opera di revisione. 
Io propendo per la prima ipotesi, anche perché ho notato alcuni periodi molto lunghi che solitamente tu non usi; oramai ti sei specializzato a dare pennellate veloci e precise che rimangono in mente, senza perdersi.
I tuoi personaggi comunque anche qui ci sono tutti e arrivano.

Proprio vero, è un racconto di almeno 8/9 anni fa che mi costrinsero a leggere sul palco accanto a una statua gigantesca della Madonna. Giuro che è vero. Il primo premio lo vinse una signora di SPS della quale non ricordo il nome. Che nemmeno mi salutò, sicuramente aveva un compagno geloso. Io ritornavo dalle vacanze a Sibari, e feci tappa a Ottaviano, in virtù del terzo posto di questo racconto. L'accoglienza locale fu magnifica. Ho un bel ricordo di quella serata. Al ritorno mi fermai al primo Autogrill per andare in bagno e bere un caffè. E con quella fermata rivoluzionai tutti i miei racconti, che da allora ebbero uno sviluppo autostradale.
Un abbraccio e grazie.

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