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Il fiore del cactus

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1Il fiore del cactus - Pagina 2 Empty Il fiore del cactus Sab Feb 27, 2021 4:26 pm

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Admin
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Promemoria primo messaggio :


 
Alison Mc Donald si alzava ogni mattina prima dell’alba; si lavava con acqua fredda anche in inverno, beveva il suo caffè e cominciava a pulire. Alle otto del mattino, l’atrio del vecchio edificio, la scala e perfino i pomelli d’ottone sulle porte degli uffici al piano terra e le targhette degli appartamenti al primo piano brillavano.
 Non era una maniaca della pulizia, ma era sua convinzione – e di convinzioni ne aveva poche, ma ferme – che la pulizia fosse l’eleganza dei poveri, il loro unico lusso. Così curava molto l’igiene personale e i suoi abiti fuori moda erano sempre puliti, come quelli del piccolo Rich che alle otto meno un quarto era pronto per andare a scuola, scarpe lucide e capelli in ordine.
«Mommy, anche oggi no, ti prego, fa freddo!»
«Ogni giorno, certo, non vorrai prendere i pidocchi e poi è primavera.»
 
Dalle otto alle nove Alison teneva chiusa la guardiola e si infilava nei negozi dei vicoli attorno alla Wapping High Street, la lunga strada che costeggiava il Tamigi, per fare un po’ di spesa: non mancava mai la bistecca per Rich che doveva crescere, per il resto si limitava all’essenziale. Risparmiava su tutto, non sui detersivi.
Nei giorni meno grigi o quando il mattino d’una bella giornata d’aprile esplodeva sul fiume, colorandolo, si attardava ammirata a guardare.
 Pur sapendo che era un’imponente massa d’acqua limacciosa pressoché immobile e rifletteva quasi sempre un cielo piatto e grigio, Alison si beava dello spettacolo, lasciando liberi i suoi pensieri fuori corso. Poi correva a casa, sentendosi quasi in colpa per aver tolto tempo al lavoro.
La casa era una portineria: due stanze anguste, un cucinino e un piccolo servizio. Una volta rientrata, cominciava a lustrare la base in legno della guardiola, ne lucidava i vetri, dava mezzo bicchiere d’acqua al piccolo cactus mai fiorito che si ostinava a tenere sul tavolo, poi passava a riordinare le stanze. Lo faceva tutti i giorni, ma nei giorni dispari ci metteva più cura, perché alle cinque del pomeriggio veniva il reverendo John Steel a prendere il tè e ad aiutare Little Rich a fare i compiti; poi s’intratteneva a parlare con lui. Alison allora spegneva la radio a transistor e ascoltava.
 
La maestra aveva dato un compito difficile per Little Rich, doveva descrivere la sua stanza, la sua casa, il quartiere. 
«Che può scrivere il mio ragazzo, reverendo,  che non ha una stanza tutta sua? Che vive nella portineria d’uno stabile a ridosso dei docks in Saint Katharine Dock?»
«Ora vediamo Alison. Gli farò delle domande e poi gli chiederò di scrivere quello che risponde.»
«L’ho vista un paio di volte, quella maestra, con gli occhi bistrati e la minigonna, agghindata come per andare al Crawdaddy, non a scuola. Una persona sbagliata nel posto più sbagliato.»
«Non giudichi Alison: in fondo non la conosce.»
La teacher apparteneva a un altro mondo, un mondo in evoluzione negli anni sessanta, Alison ne percepiva il cambiamento dalla musica che trasmetteva la sua radiolina a transistor. Non se ne separava perché l’aiutava a rompere il silenzio e la monotonia  delle ore trascorse in guardiola. Attraverso la ricerca  delle frequenze giuste della BBC o di radio Luxembourg  la portiera, ancora giovane, scopriva il rock di artisti come Chuck Berry e il blues intenso di Howlin Wolf  e ascoltava brani di giovanissimi musicisti, dal futuro promettente, che si esibivano nei jazz club come il Marquee di Oxford street o il Crawdaddy.
Alison aveva un animo blues, la teacher invece – lo avrebbe giurato – doveva essere una fan del rock e il reverendo, le poche volte che aveva parlato dei giovani, si era  rivelato fin troppo  indulgente.  Era anche un bell’uomo con lo sguardo dolce.  Quando lo vedeva entrare nell’atrio, dirigendosi verso la guardiola, il cuore di Alison si metteva a correre e le si imporporavano le guance.
Era l’unico uomo che frequentava da oltre dieci anni perché, dopo la nascita di Rich,  Alison aveva dimenticato d’essere una donna per essere solo una madre. Però, qualche volta, nel porgere al reverendo la tazza di tè, ne aveva sfiorato la mano provando una sensazione forte. Una sorta di effetto rock di cui non sapeva spiegarsi il motivo, infatti non aveva mai avuto un buon rapporto con gli uomini e Rich non aveva mai conosciuto suo padre.
 
Il reverendo John Steel quel mercoledì s’era attardato a Saint Dunstan in the East Curch Garden. Era uno dei luoghi più nascosti in città, non distante dalla torre di Londra ma lontano dal traffico, un’oasi verde e silenziosa dove era solito recarsi a meditare quando aveva il cuore in disordine e i pensieri confusi.
Non lo turbava tanto il pensiero d’essersi affezionato a Little Rich, non era il solo ragazzino di cui si prendeva cura e i bambini gli erano sempre piaciuti. C’era stato un tempo in cui avrebbe desiderato avere un figlio, ma aveva dovuto rinunciare per la malattia  della moglie, morta dopo nemmeno due anni di matrimonio. Si era rifugiato negli studi teologici, nelle pratiche religiose e nell’attività di insegnante che svolgeva insieme alla sua funzione di priest. Il problema, ormai lo aveva capito, non era il ragazzino ma sua madre.
Il reverendo guardò l’orologio: era ora di andare da Alison.
 
La trovò nella guardiola, in lacrime davanti a un foglio di quaderno.
«Buonasera Alison, che succede?»
 Lei non rispose, gli mostrò il foglio e scappò nel retro a lavarsi il viso.
 Era il compito di Little Rich, il reverendo cominciò a leggere.
La mia casa è piccola e non ho una stanza tutta mia. Divido il letto con mia madre ed è una cosa bellissima  perché lei mi legge delle storie prima di addormentarmi e mi abbraccia nelle notti più fredde.  Mommy mi ha spiegato che le case possono essere grandi o piccole, ma non conta se dentro ci abita la gioia.
Io non vorrei vivere in una casa più grande o più bella perché sono felice dove vivo e ho tanti amici.  Nel mio quartiere vivono gli operai del porto, come Alain che sta al primo piano nella stessa casa dove abito io. È un marinaio francese che fa l’operaio, lui mi spiega tante cose sulle manovre delle barche e mi dice sempre che questo posto è una finestra sul mondo. Mi piace molto passeggiare tra i moli e guardare le imbarcazioni ai grandi attracchi riparati da muri. Alain mi ha raccontato che  il primo dock è antichissimo, è stato fatto nell’ottocento dalla  Compagnia delle Indie. Dopo il West India Dock ogni compagnia commerciale aveva un dock e  il fiume si copriva di navi.
Oggi però costruiscono  i containers perciò i docks chiudono…
 
Alison era tornata nella guardiola.
«Perché piangere, Alison? È un bel compito, vedo.»
«Mi scusi, mi sono commossa.»
«Non deve scusarsi. L’emozione non è vergogna. Deve essere contenta invece; è una buona madre, lo sta educando bene.»
«Little Rich è di là, alle prese con l’aritmetica. L’aspetta» tagliò corto lei.
 
Controllati i compiti, il reverendo cominciò a raccontare un fatto accaduto al porto pochi giorni prima. Era arrivata una nave speciale, che aveva risalito il Tamigi a vele spiegate; un’impresa quasi impossibile a motore spento, ma lo splendido veliero era il Vespucci, la nave più bella del mondo, e il suo comandante, era chiamato “il padrone del vento”. Gli operai del porto non facevano che parlare di lui.
Dicevano che giunto a Porthsmouth, dovendo ormeggiare tra un incrociatore e una portaerei, al pilota del porto venuto a bordo per assisterlo, come avveniva secondo la consuetudine, il comandante aveva detto che poteva farcela da solo.
Rifiutava i rimorchiatori; inaudito!  Il pilota era quasi svenuto dalla paura perché prevedeva un disastro a quel punto inevitabile. Invece, tra lo stupore generale, la nave  veniva ormeggiata con una manovra perfetta.
Little Rich ascoltava affascinato il racconto del reverendo e più volte nei giorni che seguirono Alison sentì parlare  di quel marinaio che veniva da una piccola isola del Quarnaro. Fin da ragazzo aveva imparato ad andare in barca a vela, a sentire da dove veniva il vento, con che forza e come tenerlo, manovrando la vela in modo da mantenere la rotta.  Da adulto era diventato sempre più esperto e intrepido, veleggiando per i sette mari, dal Mediterraneo all’Atlantico  ai Mari del nord.
Una sera, prima di addormentarsi,  Little Rich disse: «Mommy, da grande voglio andare per mare, come Tino.»
«Tino…  chi è?»
«Il marinaio del racconto del reverendo.»
«Non volevi fare il calciatore?»
«Sì, prima. Ora voglio fare il marinaio.»
«Dormi su, hai tempo per pensarci.»
 
Un pomeriggio il reverendo non trovò Alison nella guardiola come al solito; era nel retro e stava preparando il tè. Il ragazzo non c’era.
«Little Rich?»
«Mi ha chiesto di andare a giocare a pallone con i suoi amici; ritarda un po’, ma arriva. Si accomodi, intanto prendiamo il tè.»
«Alison, non è che lo ha mandato a giocare per parlare con me?»
«Sì» ammise lei, rossa in viso «sono preoccupata per lui perché si sta riempiendo la testa di sogni da quando lei gli parla di quel marinaio, cos’è una leggenda?»
«No, è una persona reale dalla vita avventurosa, oggi*comandante della nave italiana giunta al porto qualche giorno fa con una manovra che ha lasciato tutti col fiato sospeso.»
«Ah, lei ne parla come fosse una leggenda e Little Rich sogna.»
«Che c’è di male a sognare? I ragazzi devono avere dei sogni.»
«Non lo credo. Sono convinta che è meglio abituarli alla realtà da subito. Magari, se fossero coscienti che sono solo sogni… »
«Ma allora non lo sarebbero» la interruppe «però, visto che me lo chiede, cercherò di evadere le richieste di Little Rich; è lui a chiedermi del marinaio.» 
«Il fatto è che Rich ne ha fatto una specie di amico immaginario, credo che lo sogni; si agita mentre dorme e a volte gli parla nel sonno.»
«Stia tranquilla, a poco a poco non gliene parlerò più.»
 
Il reverendo era perplesso, in quella madre affettuosa c’era una strana durezza che lo sconcertava. Era come una pianta piena di spine che, se fosse stata ben curata, avrebbe dato fioriture splendide. Era evidente che doveva essere stata maltrattata o forse, come il cactus della guardiola, non aveva visto il sole. Glielo disse, poi aggiunse con la voce di un ragazzino che ha fatto pipì nei pantaloni.
«Qual è il suo mistero, Alison?»
Lei gli rovesciò il tè sulla manica della giacca, la tazza finì in terra a pezzi; confusa si affrettò a pulire.
«Scusi» mormorò paonazza.
«Scusi lei, le ho rivolto una domanda inopportuna.»
Alison scoppiò in un pianto irrefrenabile.  Lui rimase alcuni secondi interdetto, poi si avvicinò e col suo fazzoletto le asciugò le lacrime.
«Lo so che sei pulita» mormorò, fissandola dritto negli occhi.
Sembravano due piccole pozzanghere grigie schiarite dalla pioggia. Non s’era accorto di averle dato del tu. Nemmeno Alison ci aveva fatto caso.
«No. Non è vero. Sa perché Little Rich non sa chi è suo padre? Vuole scoprire questo mistero?»
«Non voglio saperlo, se non vuole dirmelo.»
«Invece voglio dirlo: è perché non lo so nemmeno io.»
«Sst» fece lui abbracciandola.
 Alison non si aspettava quel gesto, investita tutto a un tratto da un’emozione che intuiva uguale nell’uomo che la stringeva a sé.
Assuefatta da tempo a un equilibrio raggiunto a fatica in austera ma serena solitudine, si sentiva frastornata, eppure colma di dolcezza; stava abbandonandosi a sensazioni che non è possibile provare se non in complice compagnia.  Era la prima volta che le capitava di sentirsi rilassata accanto a un uomo.
L’arrivo di Little Rich con un ginocchio insanguinato ruppe l’incanto di quei momenti.
Il pomeriggio trascorse come al solito tra compiti e discorsi, ma prima di andare il reverendo si fermò davanti alla guardiola.
«Non sentirti in colpa, Alison.»
«Dici? E Come si fa?»
«Dico per il ginocchio di Little Rich, di altre cose riparleremo. Ora che ci diamo del tu possiamo essere amici.»
«Sì, possiamo essere amici e tutto quello che vogliamo.»
«Questo è certo, Alison, da me non devi difenderti e comunque le tue spine non mi pungono.» 
 
 
 
*Nel 1965 Agostino Straulino assunse il comando dell’Amerigo Vespucci, e qui iniziò la sua seconda vita, quella da ammiraglio. “Gli inglesi – scrisse Paolo Venanzangeli – ancora raccontano di quando risalì a vele spiegate il Tamigi, fino a Londra”.:
 
 


26Il fiore del cactus - Pagina 2 Empty Re: Il fiore del cactus Ven Mar 12, 2021 10:50 am

Arunachala

Arunachala
Admin
Admin
molto molto bello, piaciuto davvero tanto.
al netto dei refusi già segnalati credo sia il miglior rosa letto fino a questo momento.
le due figure sono ben caratterizzate ed entrambe risaltano nettamente.
le descrizioni sono più che buone, sia a livello materiale che emotivo.
storia ben esposta, scorre liscia fino in fondo senza incepparsi mai.
un rosa degno del nome.
molto bello il titolo.
peccato per i refusi, ma i pregi sono molti, per me


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27Il fiore del cactus - Pagina 2 Empty Re: Il fiore del cactus Lun Mar 15, 2021 7:08 am

SuperGric

SuperGric
Younglings
Younglings
Bel racconto rosa, molto pulito, piacevole.
Ho apprezzato molto i dettagli storici che hai usato per inquadrare l’anno: la contrapposizione culturale di Alison verso la maestra in minigonna, la musica, l’Amerigo Vespucci.
I personaggi, soprattutto Alison, sono proprio vividi, anche se della donna avrei apprezzato anche dei dettagli sull’aspetto fisico, per visualizzarla meglio. Me l’immagino rotondetta e dunque fatico a comprendere i turbamenti del reverendo John.
Ho trovato alcune frasi poco lineari (es.:  Pur sapendo che era un’imponente massa d’acqua limacciosa pressoché immobile e rifletteva quasi sempre un cielo piatto e grigio, Alison si beava dello spettacolo, lasciando liberi i suoi pensieri fuori corso.) disturbano per me il ritmo del racconto e lo rendono in alcuni passaggi poco fluido. Si potrebbero semplificare forse. I doppi spazi poi sono un altro elemento di disturbo.
Comunque un bel racconto!

28Il fiore del cactus - Pagina 2 Empty Re: Il fiore del cactus Lun Mar 15, 2021 6:56 pm

Asbottino

Asbottino
Padawan
Padawan
Racconto molto delicato, scritto in punta di penna, che ha il solo difetto evidente di non lasciarsi andare, di mancare di passione. Gli manca qualcosa che alzi la temperatura, che renda il rosa pallido un po' più acceso. Anche perchè il punto di contatto tra i due, il figlio, è tra i più solidi che ho letto tra i vari racconti. Bello il discorso sui generi musicali, ma poi non ritorna più. Lo avrei approfondito o tagliato in favore di altro, forse qualche accenno in più al passato di Alison. Anche i punti di vista diversi su sogni potevano avere più spazio. Titolo molto evocativo, tra i migliori scelti. Un buon lavoro

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