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Una tranquilla notte in campagna

2 partecipanti

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1Una tranquilla notte in campagna Empty Una tranquilla notte in campagna Ven Feb 26, 2021 11:22 pm

Ospite


Ospite
https:

Era un pomeriggio d’autunno e il sole stava placidamente calando sulla desolata campagna spoglia, trasmettendo a ogni persona sensibile un opprimente senso di malinconia. In quel paesaggio brullo e novembrino viaggiava verso casa a bordo della sua vettura Simone Magola, completamente assorto nei suoi pensieri. Rifletteva sulla giornata appena trascorsa, uguale a quelle passate e, come sperava, uguale a quelle future che si frapponevano tra lui e la tanto agognata pensione. Dopotutto, essendo il direttore di una piccola filiale bancaria, la monotonia non poteva che essergli gradita, visto che implicava il non aver a che fare con ladruncoli e rapinatori, ai suoi occhi la peggior piaga del genere umano e una minaccia costante per la sua tranquilla esistenza. Nel frattempo, il sole tramontava al di sotto dell’orizzonte e la luce fioca e diffusa del crepuscolo dipingeva il cielo con vivaci tinte rosseggianti, dando la sensazione di trovarsi in quadro impressionista. Dopo circa venti minuti di viaggio era finalmente arrivato a quello che gli piaceva definire il suo “podere rustico”, ovvero un vecchio edificio, risalente al primo dopoguerra e restaurato a villetta, che sorgeva un chilometro circa al di fuori del piccolo paesello dove viveva ormai da venticinque anni. Per raggiungere casa sua passava sempre attraverso la cittadina, cosa che, nonostante gli allungasse il tragitto di tre chilometri, non gli dispiaceva affatto, poiché ogni volta che percorreva la via principale, tutti i passanti lo salutavano rispettosamente, in quanto per loro Simone Magola era una sorta di sindaco de facto, avendo la fama di uomo onesto e carismatico. Quando Simone parcheggiò la macchina sul piazzale ghiaioso antistante alla villa, la sera era già scesa e si potevano iniziare a scorgere le prime stelle che risplendevano e brillavano tenuemente, quasi aspettassero la notte profonda per rifulgere in tutto il loro splendore, mentre la luna piena rischiarava con la sua pallida luce il cielo autunnale. Senza fermarsi a contemplare gli astri che lo fissavano dall’alto, Magola aprì il cancello di ferro battuto della sua villetta e si diresse verso la porta d’ingresso attraversando il selciato che divideva in due il cortiletto anteriore, infestato dalle erbacce. Molte volte gli abitanti del paese si erano offerti di aiutarlo a curare il giardino come ringraziamento per i preziosi consigli che elargiva loro, ma Magola aveva sempre declinato con garbo, asserendo che l’aspetto selvaggio del giardino faceva da delizioso contraltare alla rigida compostezza della magione. Arrivato sull’uscio di casa, si fermò a cercare le chiavi nella tasca del cappotto quando, allungando distrattamente una mano verso il pomello, si accorse che la porta era aperta. 
«Eppure,» disse fra sé e sé a bassa voce, «mi sembrava di averla chiusa stamattina. Mah, mi sarò confuso. O almeno lo spero, perché in caso contrario…». Non riuscì a completare la frase per il timore che la sua congettura, troncata a parole, ma marchiata a fuoco nella sua mente, fosse vera. 
«No, non è possibile. È chiaro come il sole che stamattina mi sia scordato di chiudere a chiave. Dopotutto, ho cinquantacinque anni: è normale che a una certa età si inizino a perdere i colpi.» Tuttavia, per quanto cercasse di convincersi, sapeva fin troppo bene che tentare di illudersi gli avrebbe causato più problemi che affrontare la realtà, specialmente nel malaugurato caso in cui i malviventi avessero trovato la cassaforte. 
«Maledizione!» pensò Magola, ora più arrabbiato e rassegnato che preoccupato. «Non posso permettere che dei ladri qualunque rovinino la mia vita, non dopo che ho ceduto l’anima al Diavolo per arrivare fino a questo punto. Speravo che questo giorno non sarebbe mai giunto, che le probabilità fossero a mio favore, ma la fortuna è venuta a riscuotere il suo debito. Oggi come allora, mi resta una sola cosa da fare: affidarmi alla mia mira.» Facendo attenzione a non far rumore, il banchiere si allontanò dall’ingresso e si inoltrò furtivamente fra le erbacce del suo giardino, quasi fosse lui il ladro. Fortunatamente per lui, la luce lunare, benché tenue e fredda come un asettico LED, fu sufficiente per permettergli di individuare la scatola che teneva nascosta fra le frasche.
«Mai come ora mi pento di non averla pulita e rodata più spesso,» rimuginò stizzito Magola,«almeno sarei sicuro che funzioni e non faccia cilecca, o peggio. Certo, è anche vero che non avrei potuto testarla in un poligono poiché non possiedo né il porto d’armi né tantomeno alcuna denuncia di detenzione… no,no,no! Devo stare concentrato, cazzo! È in gioco la mia vita qui, non posso distrarmi così. Non posso impiegare preziose energie psichiche per controllare le mie inutili divagazioni, men che meno quando devo già fronteggiare questo opprimente senso di déjà-vu.» 
Magola rimase un minuto accovacciato in quell’angolo del suo cortile, la pistola in mano e la mente focalizzata il più possibile sulla sua missione. Egli cercava con tutto se stesso di non permettere al ricordo del passato e al timore per tutti i possibili futuri di distogliere la sua attenzione dal presente, dal piano che stava elaborando per impedire che la vita che si era ricostruito finisse in rovina. 

Simone Magola entrò in casa sua il più silenziosamente possibile, e con movimenti cadenzati e lenti iniziò a perlustrare il piano terra. Le grandi finestre presenti in quasi tutte le stanze facevano filtrare abbastanza luce da aiutarlo a distinguere meglio le sagome in penombra e a non sbattere contro i mobili, visto che sulla sola memoria non poteva contare. Un cielo meno terso, e il suo piano sarebbe fallito ancor prima di incominciare. Purtroppo, dei ladri non c’era traccia. A quel punto, Magola aveva due opzioni: attendere pazientemente che i malviventi scendessero le scale per assalirli prima che si dessero alla macchia, o giocare d’anticipo salendo al primo piano. Il banchiere aveva deciso di aspettare, evitando così il rischio di allertare gli intrusi della sua presenza salendo le scale scarsamente illuminate. Tuttavia, mentre stava riflettendo velocemente su quale sarebbe stato il miglior punto per tendere l’imboscata ai delinquenti, un dubbio atroce lo assalì: e se i malviventi se ne fossero già andati?
«Porca troia, questo non va bene, questo non va per niente bene!» urlò Magola nella sua mente, mentre iniziava a sentire le spire dell’ansia avvolgerlo in una soffocante presa. «E ora che faccio? Se sono già fuggiti, non ha senso che io resti qui. Ma se salgo e scopro che non ci sono, devo sperare che non siano entrati nello studiolo, o che non abbiano cercato dietro il quadro, o che non siano riusciti a forzare la cassaforte, o che non si siano accorti de… ah è inutile! Inutile! Non ha senso salire se mi hanno già svaligiato, ma ha meno senso che resti qui, ma se salgo e scopro che non c’è più… non… non voglio saperlo, ma devo… ma comunque non cambierebbe, o forse sì… non lo so… non capisco… far cosa, devo, non so, dove… io devo ma, salire… perché… aiuto, aiutatemi perché questo… sto soffrendo, aiuto… che fare… perché perché perché?! Aaaaaaaaaaaaah!»
Tutta la calma, tutta la concentrazione che Simone Magola aveva accumulato prima di entrare in casa e fronteggiare il suo incubo peggiore, era svanita. Il banchiere era ormai incapace di formulare un pensiero razionale, da come era stritolato dalla paura ed eroso dal timore per quello che gli sarebbe successo. E mentre era lì, barcollante, tramortito, tenuto assieme da una tenue speranza che moriva e rinasceva in un ciclo continuo, sempre più rapido, sempre più serrato, l’intera casa sembrava muoversi velocemente, continuamente, in un vortice di penombre e luci spettrali, un lugubre maelstrom di puro incubo. Le ombre assumevano forme assurde, bizzarre, fuori da questo mondo e da ogni logica come era lui in quel momento ormai quasi completamente impazzito vedeva fantasmi del suo passato e i ricordi che lo assalivano prendendolo per le caviglie come cadaveri che escono dalle tombe sotto il suo pavimento e da ogni angolo su cui posava lo sguardo e non c’era un posto doveva nascondersi rifugiarsi perché il suo cuore gli usciva dal petto veloce veloce veloce nel battito col fiato che era sempre più asfittico e le parole meno articolate mentre la mente lanciava pistole e ricordi ancora e ancora e ancora e sempre più buio anulare e soffocante asfissiante in un mare di angeli mentre nella cassaforte stava il suo futuro nero come un animale in gabbia spaventato a morte fugge o combatte fugge o combatte fugge o combatte.

Fugge e combatte.
In un impeto di istintiva follia mista a quel poco di sanità mentale che gli era rimasta, Simone Magola, infischiandosene completamente di essere scoperto e ignorando i rischi connessi a questa scelta, corse ferocemente su per le scale urlando come un ossesso, si fiondò nel suo studiolo e sparò all’impazzata, mentre le sue grida animalesche e i colpi di pistola squarciavano il placido silenzio della campagna, diffondendosi e rimbalzando sull’aria cristallizzata dal gelo novembrino. Tuttavia, mentre il paesaggio circostante non impiegò molto per tornare al suo naturale stato di quiescenza notturna, Simone Magola, ancora ansimante, impiegò due minuti buoni per tornare in sé e per redensi conto di quel che era successo. Accesa immediatamente la luce, il banchiere notò, abbastanza sollevato, che tutti i proiettili si erano conficcati nelle pareti, tranne uno che si era piantato nella scrivania di mogano. Eppure, per scacciare definitivamente i suoi timori, doveva controllare che la cassaforte dietro il suo quadro preferito fosse intatta e il suo contenuto doveva essere lì. Magola si avvicinò al dipinto, con passo incerto ma solenne, quasi si trovasse di fronte al giudizio di Anubi. E invero, come il destino delle anime era deciso dalla bilancia del dio sciacallo, il suo avvenire era legato indissolubilmente al contenuto di quella cassaforte. Il banchiere digitò il codice, e a ogni numero le sue palpitazioni aumentavano e l’aria si faceva sempre più tesa e carica di nervosismo. Inserita l’ultima cifra, Simone Magola strinse la maniglia, rimase immobile per un attimo lungo un millennio, e tirò a sé lo sportello.
«O tutto, o niente!»

Era lì. L’anello di suo padre, era ancora lì. In mezzo a vari documenti e scartoffie legate al suo lavoro, il prezioso rubino era al suo posto, lucido e splendente. Estasiato, Magola si lasciò andare a una lunga e liberatoria risata isterica. Alla fine, aveva avuto ragione fin dall’inizio: si era solo dimenticato di chiudere la porta. Non gli era ancora chiaro cosa lo avesse indotto a ritenere che dei ladri fossero penetrati in casa sua, ma al momento aveva altre faccende più importanti su cui concentrare la sua attenzione. In primis, doveva nascondere i fori lasciati dai proiettili che aveva esploso alla cieca. Di sicuro, non c’era nulla di concreto che potesse fare nell’immediato, ma aveva già trovato una soluzione: comprare altri quadri con cui tappezzare i muri in corrispondenza dei buchi. Fra l’altro, non aspettava che una scusa per poter acquistare altri dipinti per adornare il suo studiolo. Quanto all’unico proiettile rimasto incastonato nella sua scrivania, ritenne che potesse essere lasciato lì dov’era, anche perché non c’era il rischio che qualcuno notasse il danno, visto che nessuno veniva a trovarlo da parecchio tempo. A pensarci bene, per lo stesso motivo avrebbe potuto anche risparmiare il denaro per comprare gli altri quadri. Terminate le precedenti considerazioni, a Simone Magola non rimaneva nulla da fare se non nascondere nuovamente la sua pistola, e possibilmente ricordarsi di ripulirla ogni tanto e di acquistare altre pallottole. Giunto nuovamente di fronte alla scatola in cui conservava la sua arma illegale, Magola, per la prima volta in tutta quella travagliata notte, sollevò lo sguardo al cielo, a quella luna diafana e glaciale, e allora capì per quale motivo era stato vittima di quelle orribili illusioni. La luna che con algido chiarore sovrastava la silente campagna era la stessa di quella fatidica notte. 


A Magola non piaceva ricordare il suo passato. Non andava fiero di quando, venticinquenne prossimo alla laurea, era caduto rovinosamente nel giro della droga e dell’usura. Rimasto orfano di entrambi i genitori, aveva sfruttato l’ingente eredità per trasferirsi nella città dove studiava, vivendo di rendita senza dover lavorare e potendosi concentrandosi solo sullo studio. Purtroppo, non ci volle molto perché, solo in una grande metropoli e senza alcuna guida, fosse risucchiato in un vortice vizioso e deleterio. L’abuso di acidi gli aveva offuscato la mente e svuotato le tasche, perciò aveva pensato bene di introdursi in casa di un caro amico di suo padre e svaligiarla. Se glielo avesse chiesto, magari quel conoscente gli avrebbe dato del denaro in prestito, ma Magola aveva sempre avuto un rapporto difficile con quell’uomo: aveva sempre avuto l’impressione che suo padre fosse più fiero di lui che del suo unico figlio. Intrufolarsi nella sua abitazione non fu difficile, ma l’uso massiccio di droghe allucinogene aveva fatto scordare a Magola che l’amico del padre aveva un sonno molto leggero, e così fu scoperto mentre tentava di arraffare l’argenteria. Simone rimase per un attimo pietrificato, non sapendo che fare per cavarsela. Aveva portato con sé una pistola che aveva comprato da uno spacciatore, ma non aveva alcuna intenzione di usarla. Improvvisamente, però, notò che quell’uomo, che nel frattempo lo stava pregando a mani giunte di non fargli del male, indossava un anello con un rubino, lo stesso appartenuto a suo padre. L’anello che fin da bambino aveva ammirato per la sua rubra bellezza, l’anello di famiglia che per generazioni era stato passato di padre in figlio. A quel punto, il futuro banchiere, in un misto di rabbia e rancore mentale, mirò con feroce decisione al cuore di quell’uomo. Presa la refurtiva, sfilò l’anello al cadavere e se ne andò. Tuttavia, sebbene nel momento dell’omicidio Magola non avesse avuto un attimo di esitazione, accecato com’era da quello che considerava un imperdonabile tradimento, quando tornò completamente in sé e realizzò quale efferato crimine avesse commesso, lo shock e il disgusto che provava verso ciò in cui si era trasformato lo indussero a cambiar vita e a disintossicarsi. Mentre riportava ordine nella sua esistenza, Magola era comunque certo che nessuno sarebbe venuto a rendergli conto della sua colpa, anzi era assai probabile che gli inquirenti avrebbero bollato il tutto come l’ennesimo caso di rapina finita in tragedia. Eppure, Magola non aveva fatto i conti con una giovane recluta, un tale di nome Angelo Marino, che, più per intuito che per una vera ragione, incominciò a credere che quel giovane studente, conoscente della vittima e diventato più strano del solito negli ultimi tempi, potesse essere coinvolto in quel brutale assassinio. E così, qualche tempo dopo l’omicidio, Angelo si presentò improvvisamente sull’uscio di casa Magola. Simone, che si stava ancora riprendendo dai fatti di quella notte, quando sentì la giovane recluta identificarsi si rese conto che la pistola e l’anello erano ancora in bella vista, pronti per essere usati contro di lui in tribunale. Dovendo agire velocemente, Magola aprì la finestra che dava sul cortile e da lì gettò l’arma del delitto e l’anello nel giardino. Tuttavia, non fece in tempo a disfarsi anche del borsone in cui aveva nascosto il resto della refurtiva, pensando che più avrebbe fatto attendere Angelo e più a fondo il poliziotto avrebbe ispezionato casa sua. Fortunatamente per lui, la solerte recluta non riuscì a esaminare nemmeno una stanza per intero che il suo cercapersone squillò: bomba esplosa in pieno centro, tutti gli uomini richiesti sul posto. Magola poteva leggere chiaramente il disappunto dipinto sul volto di Angelo, ma la recluta non poteva far altro che ubbidire agli ordini. In più, la sua non era nemmeno una visita ufficiale. Da quel momento in poi, Simone Magola visse convinto di essere profondamente in debito con la fortuna, e anche quando si rese conto che ogni prova trovata in quella circostanza sarebbe stata inammissibile in tribunale, egli rimase della sua idea. Per questo teneva la sua pistola in giardino, per superstizione e per rispetto verso la sorte che lo aveva ingiustamente salvato dalla punizione che meritava. Quanto all’anello, invece, non c’era rituale che tenesse: doveva stare sempre in suo possesso, perché non poteva permettere che qualcuno glielo sottraesse nuovamente.


Rientrando in casa, il bancario sentì un rumore provenire da lontano, verso la strada che era solito percorrere, un rumore angosciosamente pertinente al suo passato criminale: delle sirene. A Magola sovvenne il dubbio che forse le sue urla e i colpi di pistola che aveva esploso avevano allertato qualcuno al paesello. Chissà, a capo di quell’unità poteva esserci persino la sua vecchia nemesi. 
«Penso che questa volta non sfuggirò al mio destino, non dopo questa notte.» sospirò Magola nella sua mente «Sono già troppo in debito con la fortuna. Aspetterò qui fuori, sotto questa luna: se sono venuti per me, bene, altrimenti… bene uguale.»

«Brr, certo che fa freddino, stasera.»



Ultima modifica di Martin Della Cappa il Sab Feb 27, 2021 11:43 pm - modificato 5 volte. (Motivo della modifica : Correzione del testo secondo i consigli.)

2Una tranquilla notte in campagna Empty Re: Una tranquilla notte in campagna Sab Feb 27, 2021 11:07 pm

vivonic

vivonic
Admin
Admin
Eccomi qui, come promesso Smile
Il racconto non è niente male, mi ha tenuto col fiato sospeso dall'inizio alla fine, con grande curiosità su dove sarebbe andato a parare. 
Ci sono alcuni spunti che posso segnalarti, in ordine sparso: le parole straniere, solitamente, è meglio metterle in corsivo in una prosa. Questo vale, sempre solitamente, anche per il latino. Se l'occhio vede un corsivo, automaticamente decodifica e la lettura evita di incepparsi.
Poi ci sono alcuni refusi, tipo qualche spazio di troppo prima di ",quando", e qualche d eufonica che sarebbe meglio cominciare a evitare.
L'unico errore che ho riscontrato è una terribile virgola tra soggetto e predicato (la luna, era); per il resto è scritto davvero splendidamente.
Mi è piaciuto molto. Li leggerei, i tuoi racconti Wink
Complimenti!


______________________________________________________
Un giorno tornerò, e avrò le idee più chiare.

3Una tranquilla notte in campagna Empty Re: Una tranquilla notte in campagna Sab Feb 27, 2021 11:48 pm

Ospite


Ospite
@vivonic ha scritto:Eccomi qui, come promesso Smile
Il racconto non è niente male, mi ha tenuto col fiato sospeso dall'inizio alla fine, con grande curiosità su dove sarebbe andato a parare. 
Ci sono alcuni spunti che posso segnalarti, in ordine sparso: le parole straniere, solitamente, è meglio metterle in corsivo in una prosa. Questo vale, sempre solitamente, anche per il latino. Se l'occhio vede un corsivo, automaticamente decodifica e la lettura evita di incepparsi.
Poi ci sono alcuni refusi, tipo qualche spazio di troppo prima di ",quando", e qualche d eufonica che sarebbe meglio cominciare a evitare.
L'unico errore che ho riscontrato è una terribile virgola tra soggetto e predicato (la luna, era); per il resto è scritto davvero splendidamente.
Mi è piaciuto molto. Li leggerei, i tuoi racconti Wink
Complimenti!

Ti ringrazio per i consigli e le correzioni, sono sempre ben accetti (oltre che utili). Fra l'altro, io con le d eufoniche ho un bel problema, perché mi sfuggono sempre. Comunque, sono piacevolmente sorpreso di constatare che questo mio racconto sia stato di tuo gradimento, dato che finora non aveva convinto nessuno di quelli a cui lo avevo sottoposto (dei betareader e mia madre). In particolar modo, trovavano tutti (mia madre compresa) che il finale fosse affrettato, quasi troncato. A me, sinceramente, non dispiace, lo vedo come l'unione fra il tormento interiore del protagonista che si dissolve e lui che finalmente si accorge del paesaggio che lo circonda. In ogni caso, grazie ancora per avermi letto.

4Una tranquilla notte in campagna Empty Re: Una tranquilla notte in campagna Dom Feb 28, 2021 8:59 am

mirella


Padawan
Padawan
Ciao Martin, il tuo racconto a mio parere è pieno di difetti, ma non ti condanno al rogo visto che lo hai scritto alle medie. Ti elenco di seguito alcune note.
- Placidamente/ completamente/ rispettosamente/ tenuemente/ distrattamente/ specialmente/ furtivamente: sette avverbi in prima pagina, nelle successive ne ho contati altri dieci.
- Doppia aggettivazione, uso scolastico di far precedere l’aggettivo al sostantivo, improprietà lessicali(es: “magione” indica grandi costruzioni nobiliari, pertanto non si addice a un vecchio edificio “restaurato a villetta” come viene descritto) o anche l’uso di parole dotte, come “nemesi”, che stonano col contesto.
- Lungo periodo poco chiaro “… e le parole meno articolate mentre la mente lanciava pistole e ricordi ancora e ancora e ancora e sempre più buio anulare e soffocante asfissiante in un mare di angeli mentre nella cassaforte stava il suo futuro nero come un animale in gabbia spaventato a morte fugge o combatte fugge o combatte fugge o combatte.”
- Un tempo sbagliato: “…aveva già trovato una soluzione: comprare altri quadri con cui tappezzare i muri in corrispondenza dei buchi. Fra l’altro, non aspetta…” (non aspettava)

- Articolazione della trama: All’esordio, lungo e ripetitivo, che tuttavia mostra una serie di azioni e reazioni del protagonista, segue uno spiegone sul passato di Mengola. Il finale mi sembra appiccicato e denota un cambiamento non giustificato nel bancario, prima in preda all’angoscia e ora di colpo indifferente, quasi paziente in attesa del castigo meritato. Niente a che vedere con la trasformazione del personaggio che, in tal caso, necessiterebbe di passaggi ulteriori.

- Personaggi: uno solo e - a mio parere- poco convincente.

Spero di rileggere qualcosa di più recente. Coraggio, l'imporante è non ripetere gli stessi errori!



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