Different Tales
Benvenuto su Different Tales
Prima di interagire leggi qui https://www.differentales.org/t1-regolamento-del-forum
Se hai già letto e compreso il regolamento è fantastico, nondimeno questo avviso apparirà per il resto dei tuoi giorni, e se non accedi ti apparirà in sogno.
Poi non dire che non ti avevamo avvisato.

Unisciti al forum, è facile e veloce

Different Tales
Benvenuto su Different Tales
Prima di interagire leggi qui https://www.differentales.org/t1-regolamento-del-forum
Se hai già letto e compreso il regolamento è fantastico, nondimeno questo avviso apparirà per il resto dei tuoi giorni, e se non accedi ti apparirà in sogno.
Poi non dire che non ti avevamo avvisato.
Different Tales
Vuoi reagire a questo messaggio? Crea un account in pochi clic o accedi per continuare.

Il forum di scrittura creativa che cercavi


Non sei connesso Connettiti o registrati

Racconti del vento

Andare in basso  Messaggio [Pagina 1 di 1]

1Racconti del vento  Empty Racconti del vento Mar Feb 23, 2021 5:47 pm

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
La cascata delle fate 


La vita nella bottega trascorreva tranquilla. Era quasi primavera e nel locale accanto a “L’angolo della meraviglie”, dove un tempo c’era una falegnameria, cominciarono lavori di ristrutturazione.
La gente curiosa si chiedeva chi avesse deciso di rimettere a nuovo il locale e cosa volesse farne.
Un giorno arrivò nella bottega di Alfonsina una cliente venuta a comprare capi ricamati per la figlia che stava per maritarsi.
— Mi hanno parlato molto bene di voi, abito in campagna verso Fontanelle e poi proprio qui accanto verrà ad abitare un mio parente. Berto si chiama.
— Ah, e riaprirà anche la falegnameria?
— Sì! È pratico del mestiere e ora anche suo padre è venuto a mancare ha deciso di ripristinare la vecchia bottega appartenuta a suo nonno Meo.
— Mi fa piacere che abbia deciso di stabilirsi qui a Roccaraldina. Verrà con la famiglia?
— Eh, poveretto, sua moglie è morta di parto dodici anni fa. Verrà lui e la figlioletta Clara —
Nel giro di poco tempo Berto e sua figlia andarono ad abitare nella piazza, nella casa sopra la falegnameria, accanto alla bottega di Alfonsina.  
Il giorno dopo l’uomo si presentò sulla soglia con aria compunta seguito dalla figlia, una bambina bionda vestita di nero, che si aggrappava alla sua giacca come se avesse paura del mondo intero.
— Sono Berto, il vostro vicino. Volevo dirvi che se avete bisogno del mio aiuto o di qualche lavoro di falegnameria, io sono a vostra disposizione— disse gentilmente ad Alfonsina.
Poi aggiunse: — Lei è mia figlia Clara.
— Grazie! Siete i benvenuti — sorrise la donna.
La bambina intanto si era staccata dal padre e incantata guardava i giocattoli in bella mostra sugli scaffali, tutte quelle bambole… non aveva mai visto niente di simile in vita sua, il padre dovette chiamarla due volte per attirare la sua attenzione.
Una ventata gioiosa entrò intanto nel negozio, Paolina aveva fatto il suo ingresso, sorridendo, accompagnata dall’ondeggiare dei suoi capelli. I riflessi accesi rosso brunito catturarono lo sguardo dell’uomo che parve ammaliato dall’immagine della fanciulla.
— I nostri vicini, mia figlia Paolina.
— I miei ossequi, signorina. Clara andiamo.
Avendo notato lo sguardo rapito della bambina, Alfonsina le disse: — Puoi venire a trovarci quando vuoi.
Per la prima volta da quando era entrata il volto della bambina s’illuminò e prima di andarsene si girò più di una volta, come ad accertarsi che fosse tutto vero.
Clara tornò spesso nella bottega. Ad Alfonsina faceva tanta tenerezza, al punto che chiese alle ragazze della scuola di ricamo di confezionare un vestito per il ballo della festa di primavera anche per lei. Quando la giovinetta lo seppe chiese titubante: —Ma io sono a lutto, posso indossare questa bellissima camicetta bianca e ballare?
— Oh, certo che puoi, anzi devi! Paolina ti farà vedere i passi principali.
— Però, devo chiedere prima a papà.
Suo padre che era molto severo rimase così frastornato da tutte queste novità, ma non seppe negarle il permesso.
— Basta che mi segui e fai come me, tutto andrà bene — le diceva Paolina e Clara imparava con diligenza. Pareva essere rinata e sebbene sentisse la mancanza della madre specie dentro casa, era infervorata da questa nuova vita, da queste donne che si occupavano di lei.  Alfonsina le insegnava a leggere, Lena a ricamare, Paolina a ballare e lei scopriva un mondo nuovo che scacciava via ogni pensiero triste.
Quando le due ballerine indossarono l’abito tradizionale per il ballo, Berto quasi svenne. Era emozionato per la figlia, ma anche estasiato da quella fanciulla bellissima coi capelli rossi che sembrava una fata. Alfonsina lo vide commosso, fuori la falegnameria, con l’aria persa e insieme a Lena gli portò i dolci e le focacce che avevano preparato per la festa.


I mesi volarono lesti, l’inverno con le sue gelate portò con sé anche i malanni. Alfonsina che ormai non era più tanto giovane si ammalò, Lena e Paolina l’accudivano con sollecitudine.  Lei le guardava con affetto, non era mai stata sola e il suo mondo fatto di sole donne era risultato forte e vittorioso. Non avrebbe potuto desiderare una vita migliore di quella che aveva vissuto, nonostante i momenti tristi.
A volte sedeva nella bottega con una coperta sulle gambe, Lena veniva a trovarla sempre più spesso, Clara seduta composta su una seggiola si accoccolava accanto a lei, mentre Paolina si occupava dell’andamento del negozio.
Col passare dei giorni il suo respiro a causa dell’infezione polmonare cominciò a diventare sempre più affannoso, fino a che Alfonsina non riuscì più ad alzarsi dal letto. Sentiva che la vita la stava abbandonando, avrebbe voluto ancora passare del tempo con le sue ragazze, specie con la sua adorata figliola, ma non era più possibile.
Con un filo di voce chiamò Paolina, il cuore d’oro al collo della giovane luccicava, lo prese tra le mani e disse: — È arrivata l’ora che tu sappia chi era quel signore che ti fece questo dono. — e con un filo di voce fece alla figlia il lungo racconto della sua vita e di quel padre che troppo tardi si era ricordato di lei. 
Un giorno di primavera Alfonsina morì. Tutti gli abitanti del borgo l’accompagnarono nel suo ultimo viaggio. Berto tremava vistosamente col cappello in mano, Clara nel suo vestito nero affiancava suo padre con gli occhi vuoti. Paolina guardava quel cielo azzurro e le sembrava di una tristezza infinita, stretta al braccio di Lena cacciava indietro le lacrime, seguendo sua madre nell’ultimo viaggio. Quando si volse verso il marmo bianco, prima di andar via dal cimitero, una tromba d’aria si fermò sulla tomba dove depositò una nuvola di fiori bianchi.
 
Paolina rimase sola, sebbene ci fosse sempre Lena accanto a lei, l’assenza della madre, la cui immagine riempiva ogni angolo della casa e della bottega, la faceva sentire come un naufrago sperduto. La piccola Clara a volte si affacciava sulla soglia, ma non riusciva a entrare nella bottega, per lei era come se avesse perso un’altra madre, ogni volta sull’uscio scoppiava a piangere e correva via e per Paolina erano momenti che le squarciavano il cuore. Berto non si avvicinava nemmeno alla porta, aveva paura di ogni sua reazione, ma quando lei usciva la seguiva con lo sguardo sospirando.
L’unica cosa che procurava un poco di sollievo alla giovane era disegnare. Cominciò così dalla sua finestra a osservare i paesaggi che si districavano nei dintorni del paese, testimonianza della bellezza di quel luogo, e a dipingerli.
Quando la madrina capì che la pittura poteva essere una medicina per l’anima della fanciulla, si ricordò del quadro che aveva acquistato tempo prima, alla festa di primavera, e il giorno del compleanno di Paolina glielo donò.
— Avevo deciso di scoprire il luogo fantastico qui raffigurato e lo farò, prima di diventare vecchia decrepita. Tu, naturalmente, verrai con me— disse Lena.
La giovane ne fu entusiasta il disegno era splendido, doveva averlo realizzato un bravissimo artista e il posto raffigurato doveva essere fantastico. Emozionata lo mise sul banco della bottega per tenerlo vicino e poterlo osservare a piacimento lasciando spazio libero ai suoi sogni.
Lena era stata capace di comunicarle energia, vitalità e questo per lei era molto importante.
La donna veniva quasi tutti i giorni a trovarla, col suo calessino da passeggio, e cercava di risvegliare il lei quella giovinezza che si era offuscata.


Un giorno arrivò animata da un entusiasmo così acceso che Paolina non riusciva a capire.
—L’ho trovato Paolina, ho trovato il luogo del disegno. Chiudi la bottega e andiamo— disse, abbracciandola con un sorriso beato.
— Ma andiamo dove?
— Cambiati le scarpe! Ci sarà da camminare molto.
Contagiata dalla madrina Paolina la seguì verso quel luogo sconosciuto inoltrandosi tra i viottoli che sinuosi serpeggiavano nella boscaglia. L’erba si piegava ai loro passi, accarezzando le caviglie in un fruscio. Attraversarono sentieri e s’inoltrarono tra la vegetazione con passo spedito, poi a rallentare fu proprio Lena, che non più giovanissima aveva il fiatone.
— Ci riposiamo? — propose Alfonsina
— No, no siamo arrivate, dietro quegli alberi.
Il mormorio dell’acqua che scorreva giungeva alle loro orecchie, poi apparve il luogo incantato, protetto dagli alberi, dove sorgeva una piccola cascata. Paolina ebbe la sensazione di essere arrivata nella terra delle fate, tanto quel luogo era di una bellezza rara. La cascata sgorgava tra il verde del bosco, fragorosa, e si tuffava in un abbraccio tra le acque del fiume, formando una tenda bianca di schiuma all’ingresso di una meravigliosa grotta naturale.
— È la cascata delle fate — disse Lena, — quando una donna si bagna in questo luogo e un uomo la vede non può fare a meno di innamorarsi di lei.
— Ma va, sono solo leggende — sorrise Paolina.
— Sarà, ma adesso facciamo un bel bagno che ne dici?  —disse Lena, togliendosi le scarpe e i vestiti.
La ragazza la guardava un poco titubante, ma era tanta la gioia che emanava la donna che non poté fare a meno di seguirla.
— Però non so nuotare, madrina.
— T’ insegno io!
S’immersero entrambe in quell’acqua gelida indossando solo la sottana e lasciarono che il corpo galleggiasse, poi, Lena una bracciata dopo l’altra, cominciò a insegnarle a nuotare.
I raggi del sole giocavano sulla pelle bianca, Paolina cominciò a capire perché quel luogo piacesse così tanto alla sua madrina e fu contagiata anche lei dall’euforia. Scherzarono a lungo tra le onde, poi però il sole cominciò ad allontanarsi dietro i monti e a malincuore dovettero andar via.
— Torneremo vero? — chiese Paolina.
— Ci puoi giurare! — rispose Lena al settimo cielo.
Arrivate a Roccaraldina si salutarono, Lena riprese il calesse e s’allontanò verso casa. 


Correva col suo calessino, spronando il cavallo, era già quasi buio lungo la strada che portava a Fontefredda. Sentiva addosso ancora i brividi provati, le sembrava di sognare, lei aveva sempre avuto sempre pochi entusiasmi, adesso si sentiva felice. Aumentò ancora l’andatura del cavallo incitandolo, quando, a una curva a causa della velocità, una pietra fece capovolgere il calesse e lei fu sbalzata dal sedile. Finì in un fosso battendo con la testa contro una quercia e svenne.
La trovarono il mattino dopo ormai senza vita, il cavallo, senza guida, aveva vagato nei boschi.
Fu un altro duro colpo per Paolina, ora era davvero sola. Di quel gruppo di donne era rimasta solo lei, le loro ombre parevano riaffiorare nella casa, nella bottega, risentiva le loro voci, ricordava i momenti belli vissuti insieme e adesso le sembrava di essere caduta in un incubo senza fine. Ormai trascorreva quasi per intero le sue giornate, dentro la bottega, era triste tornare in una casa vuota dove non l’aspettava nessuno.
L’inverno fu tremendo per il freddo e le nevicate che impedivano alla gente di muoversi, costringendole a rimanere chiuse tra quattro mura.  Lei usciva al mattino, chiudeva il portone ed entrava nella bottega, attraverso la porta accanto, il tempo di respirare appena quell’aria gelida che trasformava il suo respiro in fumo, e si ritrovava in quel mondo che si rinnovava, con nuovi oggetti, con capi ricamati, ed era l’unica testimonianza della vita che in qualche modo andava avanti.


Chiusa nel negozio riprese a disegnare, disegnava le sue bambole, la facciata della chiesa di fronte al suo negozio, rivedeva le immagini dei fiori, degli uccelli che adesso erano nascosti dalla neve e li faceva rivivere nei suoi disegni con i loro colori, era come se reinventasse la natura scuotendola dal sonno dell’inverno.
Le capitava a volte parlava di parlare con la bambola Betty, che, lì sullo scaffale, era una presenza fissa e le ricordava sua madre.
— Questa strada di neve mi gela il cuore, Betty e quest’inverno speriamo che passi— diceva sospirando.
L’inverno per fortuna passò.  Il sole tornò a baciare il piccolo borgo e Paolina ricominciò ad essere impegnata nell’attività frenetica della sua bottega. In occasione della “Festa della primavera” che si sarebbe svolta di lì a poco, bisognava preparare i costumi nuovi per le fanciulle e i giovanotti che avrebbero ballato attorno al fuoco. Lei vendeva molti di quei grembiuli con ricami e di quei fazzoletti bianchi con le trine che avrebbero indossato, sempre provenienti dalla scuola di ricamo che adesso era gestita dall’allieva più anziana della sua madrina.
Durante l’inverno aveva disegnato fiori, uccelli, stelle e forme varie, il suo tracciare figure che inventava con bravura e fantasia, più che una passione, come era inizialmente, era diventato in seguito un vero e proprio lavoro, impegnativo e meticoloso. Ora affidava i suoi disegni alle ragazze della scuola di ricamo che li riportavano su tovaglie, grembiuli e centrini di stoffa raffinata; i capi realizzati con somma bravura venivano esposti in un cesto per attrarre l’attenzione delle clienti.
C’erano però quei momenti in cui si rendeva conto di non avere nessun altro con cui condividere le piccole gioie e un affetto familiare, allora diventava improvvisamente cupa e irritabile.


Si sentiva prigioniera e soffriva sia dentro casa che in bottega, anche se adesso vedeva gente ed erano tutti buoni con lei, anche se i bambini a volte la facevano sorridere, non le bastava: il contatto con la gente che entrava in bottega era breve, fine a se stesso, e doveva fare i conti con le interminabili giornate, dense di un vuoto senza nome.
Non le bastava la compagnia di Clara che gironzolava, fuori la porta della bottega, con i suoi occhioni tristi, bisognosi di un affetto che lei non riusciva a darle, perché aveva bisogno a sua volta di essere amata, di conoscere il mondo al di fuori di quel guscio in cui era vissuta fino ad allora.
Non le bastava la bambola Betty, col vestito rinnovato con trine e merletti, che la guardava dallo scaffale, era un’amica che non poteva risponderle, ma lei le parlava lo stesso.
— Vedi Betty, qui dentro abbiamo tutto un mondo, ma è solo un riflesso di quello vero che sta là fuori, ed è proprio quello che io vorrei incontrare. Un giorno o l’altro dobbiamo andar via di qui.
 
A volte ricordava di Lena che era morta proprio nel giorno in cui le aveva fatto conoscere quel luogo incantato, nel quale erano state felici. Il suo cuore di fanciulla cominciò allora a fantasticare sulla bellezza di quel posto; provò anche a disegnarlo, ma si rese conto di non esserne all’altezza.
“Devo tornare in quel luogo” pensava tra sé e bramava di poter entrare in quella dimensione di sogno in cui era stata e che le aveva travolto i sensi.
Un giorno non riuscì più a frenare il suo desiderio e decise di andare. All’ora di pranzo, chiusa la porta della bottega, s’ inoltrò lungo il viottolo che mentalmente aveva ripercorso molte volte. Risentiva la voce di Lena che la spronava a proseguire e fu come se qualcosa si riaccendesse dentro di lei, un istinto libero, selvaggio. Cominciò a correre attraverso il bosco, il sorriso riapparve a illuminarle il volto. Era quella la strada della sua felicità e nuotare nella cascata delle fate era tutto quello che desiderava in quel momento.
Il luogo magico l’accolse in tutto il suo splendore, il sole brillava a pelo d’acqua, tutto aspettava lei, l’acqua per abbracciarla, il sole per baciarla, la natura cantava nei cinguettii degli uccelli sui rami e adesso non si sentiva più sola. Ricordava gli insegnamenti di Lena e con impegno cominciò a muoversi nell’acqua con armonia allontanandosi dalla riva fino a raggiungere la cascata.
— “Queste sono le lacrime delle fate “pensò. “Solo dopo aver pianto si può essere felici.”
 Decise che sarebbe tornata in quel luogo magico ogni volta che avrebbe potuto.

Spoiler:

2Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Mar Feb 23, 2021 6:18 pm

Ada Luci

Ada Luci
Viandante
Viandante
Bello! Questo tipo di racconto fiabesco mi intriga sempre. Ma come è cominciato? E finirà, ne hai ancora?
Ti è scappato un refuso, qui"Le capitava a volte parlava di parlare con la bambola Betty,"     la soluzione con "le capitava a volte di" fa di lei una persona più matura, concreta. "a volte parlava" è più immediato e dà un tocco di naturalezza al parlare con una bambola. Sono curiosa di vedere quale sceglierai. Smile ciao Gemma.

A gemma vitali garba questo messaggio

3Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Mar Feb 23, 2021 6:57 pm

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
Grazie Ada, Contenta che ti sia piaciuto e grazie per il refuso vado a correggere con la seconda opzione. Si tratta di un romanzo, per lo meno l'idea c'è, che ho frammentato, questo è il nono capitolo, se scorri nella sezione racconti progressivi trovi anche gli altri. Ti avverto xche i primi fino al sesto credo sono lunghissimi, l'idea di diviverli è recente. 
Ti auguro di trovarti bene sul forum . Benvenuta cara,spero di leggerti presto. flower cheers

4Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Mer Feb 24, 2021 3:36 am

Ada Luci

Ada Luci
Viandante
Viandante
Anche io avrei optato per la seconda; è più snella. Bene, allora spetterò, credo, se è un romanzo vorrei godermelo tutto di seguito. Buonanotte Gemma! (o buongiorno) 03:35:34 flower

A gemma vitali garba questo messaggio

5Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Mer Feb 24, 2021 8:58 am

Petunia

Petunia
Padawan
Padawan
Si sente che hai trovato il ritmo giusto. Il racconto scivola fluido come l’acqua della cascata🌸


______________________________________________________
Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
D.Buzzati 

Contenuto sponsorizzato


Torna in alto  Messaggio [Pagina 1 di 1]

Permessi in questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum.