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Racconti del vento

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1Racconti del vento  Empty Racconti del vento Sab Feb 20, 2021 5:09 pm

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
Quando fu chiaro che il fantomatico padre del nascituro non sarebbe mai arrivato, i paesani cominciarono a consigliare ad Alfonsina di sbarazzarsi del figlio.
“Perché mi dicono queste cose, io sono felice di avere questo bambino, anche se suo padre non verrà” pensava la donna.
Aveva una casa, una bottega e non aveva nessuna intenzione di disfarsi quella creatura nata dal suo amore con Davide, certamente c’era un motivo per questo suo strano comportamento. E poi non poteva, proprio lei che era stata abbandonata, fare lo stesso col sangue del suo sangue.
 
Un giorno Anselma si ammalò. La febbre alta la faceva straparlare e nel delirio raccontò, con frasi smozzicate, ad Alfonsina, la sua storia nei minimi particolari. Le disse che le aveva fatto da balia, era stata lei stessa sotto minaccia della contessa a portarla al convento, mentre con tutto il cuore avrebbe voluto tenerla con sé e adesso si sentiva inutile e incapace di difenderla.  Aggiunse che era stata proprio la contessa Ortensia a imporle di farle da governante e di starle vicino e lei aveva accettato perché le voleva bene, gliene aveva voluto fin da quando l’allattava e cercava di proteggerla dalle grida del conte che non voleva sentirla piangere.
Quando la febbre diminuì, Anselma guardando la giovane che le stava accanto e l’accudiva le disse: — Hai tutte le ragioni per essere arrabbiata con me. Scusami, per non essere riuscita a proteggerti come avrei voluto.
— Ti voglio bene Anselma — guarisci presto, dovrai aiutarmi a crescere questo bimbo.
— Resterò sempre al tuo fianco. Puoi contare su di me.
 
Da quel giorno Anselma cominciò a cucire camiciole, cuffiette, a ricamare lenzuolini, a fare copertine di lana, realizzando con amore i capi del corredo per il bambino che sarebbe nato.
La sua amica, Lena, veniva spesso a trovarla e le portava regali per il bambino che doveva nascere.
— Questo bambino sarà molto amato — diceva Lena, mentre cercava di insegnare a Alfonsina le basi del ricamo.
— E non sarà mai lasciato solo — replicava l’amica. Entrambe ripensavano al freddo stanzone del convento che nemmeno la bontà delle suore riusciva a riscaldare.
 
Un giorno una donna elegante scese da una carrozza con uno stemma nobiliare, un’aquila, e si fermò davanti casa di Alfonsina; entrò e s’intrattenne a parlare con Anselma che sembrava conoscerla molto bene.
Alfonsina che era rientrata in casa per prendere delle matassine di cotone che aveva lasciato in camera sua, sentì che Anselma parlava con qualcuno. Era una voce femminile cupa e stridente. Stupita si mise in ascolto dietro l’uscio per non essere vista.
— Cosa crede questa fanciulla che solo perché ha una bottega e una casa può fare quel che vuole? Non ha voluto abortire! Ma cosa pretende, crede forse che io la faccia sposare con quel debosciato di un fruttivendolo. Ah, ma a quello ci ho già pensato io. Se lo può scordare!
— Contessa la prego, la lasci in pace, è una brava figlia.
— Alfonsina è stata la nostra sciagura da quando è nata, per fortuna suo padre non sa che lei è qui e della sua condizione, morirebbe dal dispiacere povero Attilio.
 
Quella megera che minacciava lei e Davide era sua nonna… era ancora più tremenda di quanto non avesse mai immaginato e adesso doveva anche stare attenta: avrebbe potuto fare del male al bimbo che portava in grembo. Aveva detto che suo padre, Attilio, non sapeva che lei fosse lì. Chissà se conosceva i raggiri della madre? Forse sì, ed era come lei o addirittura peggio.
 
Doveva raggiungere Fontefredda per scoprire tutta la verità. Una sera pagò una carrozza e, facendosi accompagnare da Lena, si fece portare al convento. Bussarono alla porta e venne ad aprire suor Maria. La suora emise un gridò di gioia abbracciò le due giovani, suor Placida che era andata a letto si presentò in camicia da notte e quando le vide quasi svenne per l’emozione.
— Non svegliamo tutto il convento, venite! — disse suor Maria e raggiunsero la sala cucito che era nella parte più isolata dell’istituto. Sedettero vicine.
 
— Lena che bello vederti, abbiamo ricevuto la tua lettera due giorni fa — disse suor Placida.
—E tu perché non ci hai mai scritto. Tutto bene? — chiese suor Maria ad Alfonsina.
— Io vi ho scritto, ma qualcuno non vi ha fatto ricevere le notizie che volevo condividere con voi.
— Oh, figliola e chi può essere così cattivo? — intervenne suor Placida.
— La contessa, mia nonna.
Raccontò alle sorelle quanto era accaduto, della sua gravidanza e chiese notizie di Davide. Fu suor Maria a parlare, mentre suor Placida piangeva in silenzio.
— Un giorno è arrivato un uomo a chiedere tasse sempre più alte sulle granaglie, e sulla frutta che proveniva dai poderi dei conti De Fontana. Poi è venuto fuori un documento che dichiarava che la casa non apparteneva a Grazia e che lei era solo un’affittuaria e doveva pagare la pigione, quei due poveretti erano disperati. Poi è intervenuto don Crescenzio che ha combinato il matrimonio di Davide con una ragazza benestante del paese, non ha potuto rifiutare.
Alfonsina sgranò gli occhi. Lui non aveva mai ricevuto le sue lettere e si era sposato. Con la sua crudeltà la contessa aveva minacciato Davide e sua madre ricattandoli ed era ricorsa a subdole manovre per far in modo che non la cercasse più. Ricordò le parole della Superiora: —È gente potente e pericolosa.
— Ma come farai col bambino? Le chiese suor Placida.
— Questo bambino è solo mio, adesso. Suo padre gli è stato tolto con l’inganno, ma sua madre ci sarà sempre.
— Andiamo via! — disse Lena; non ne poteva più di sentire cose che facevano male.
Sorresse l’amica, troppo sconvolta dalle notizie che aveva ricevuto, insieme abbracciarono le sorelle, sapendo che le vedevano per l’ultima volta e si rimisero in viaggio verso Roccaraldina.
Alfonsina sulla vettura si accucciò piangendo sulla spalla di Lena che cercava di confortarla.
— Io ti sarò vicina, non temere, per me sei la sorella che non ho mai avuto— le disse, stringendole la mano.
Quando arrivò a casa, Anselma le andò incontro. – Mi hai fatto stare in pensiero, per fortuna eri con Lena.
Alfonsina fece un timido sorriso; non era sola, c’erano persone che si preoccupavano per lei, che le volevano bene, doveva farcela a tutti i costi.
Alla bottega la fida Anselma la aiutava in tutti i modi possibili, Lena veniva a trovarla spesso e a volte si fermava a cenare con loro due, era come se si fosse formata una famiglia tutta al femminile. Una sera accanto al fuoco l’amica disse sorridendo: — Quando nascerà voglio fargli da madrina, sono sicura che sarà una femmina. —
— Anch’io penso che sarà femmina, la pancia è bella rotonda e tu sei bellissima — aggiunse Anselma.
Alfonsina si accarezzò il pancione, si sentiva coccolata, sarebbe andato tutto bene.
In primavera nacque una bambina che chiamò: Paolina.
 
Un fiocco rosa fuori la bottega ne annunciò la nascita e i bambini che andavano nel negozio si fermavano incantati a guardare la neonata che vestita come una principessa stava quieta in una culla, in angolo, o tra le braccia della mamma. La piccola fu battezzata nella chiesa della Madonna del Carmine da don Achille e Lena le fece da madrina; Anselma commossa come se fosse stata sua nipote si asciugava gli occhi e tutto il vicinato partecipò festeggiando la nuova arrivata dimenticando i pettegolezzi del passato.
Paolina cresceva bene, aveva pochi mesi e sua madre la teneva accanto a sé nella bottega in una culla per poterla allattare quando aveva fame, sotto gli occhi attenti della governante. Un giorno una domestica dei conti De Fontana si fermò a chiacchierare con Anselma; quando andò via raggiunse Alfonsina e le disse quello che la donna le aveva riferito: la contessa Ortensia era morta.
Si era ammalata gravemente e in punto di morte aveva cercato di pentirsi dei suoi peccati e delle sue malefatte rivelando ad Attilio che sua figlia viveva in paese poco distante dalla loro casa.
I funerali della nobildonna coinvolsero tutto il paese. Fuori la chiesa della Madonna del Carmine era un brulicare di gente e di carrozze; quella donna aveva intimorito tutte le famiglie povere del paese e ora la sua anima faceva i conti con il giudice supremo. Alfonsina affidata la piccola ad Anselma salì i gradini della chiesa e si fermò sul fondo.
– Dinanzi alla morte siamo tutti uguali — predicò il sacerdote.
I contadini che avevano visto la carrozza a sei cavalli e la bara di mogano scossero il capo. Alzandosi sulle punte la giovane cercò di individuare suo padre, tra la folla accanto all’altare, ma la calca si fece pressante e non riuscì a scorgerlo.
 
Il conte Attilio dopo la morte della madre, e le rivelazioni che aveva ricevuto, stava vivendo un incredibile travaglio interiore. La maturità l’aveva reso più assennato e non riusciva a capacitarsi. Sua madre con la sua smania di onnipotenza aveva disposto non solo la sua vita, ma anche quella di Alfonsina.
Sua figlia aveva mostrato carattere e nonostante avesse un figlio maschio con Emma, il pensiero di quella figlia che aveva ignorato, lasciandola in balia di sua madre non gli dava pace. Era stato un vigliacco. Doveva vederla, parlarle.
Un giorno si presentò alla bottega, dove Alfonsina stava in compagnia della bambina e della governante. Gli scaffali erano pieni di manufatti, giocattoli artigianali, bambole di pezza. Anselma ricamava in un angolo un lenzuolo bianco con fili colorati.
— Anselma, come stai? Quanto tempo…
— Signor conte — sussurrò la donna.
Poi si rivolse alla giovane con la bimba in braccio.
— È lei la bimba che piangeva e io ti dicevi di portarla via? – disse Attilio, la donna annuì.
— Ora ti chiederei, per favore Anselma, puoi riportarmi la mia bambina?
Si avvicinò a sua figlia e con aria sincera le disse prendendole le mani: — Perdonami, Alfonsina, la morte di tua madre è stata devastante e tu mi ricordavi lei, non volevo vederti, ma ora sono a tua disposizione e voglio aiutarti a crescere la tua bambina… È bella come te e come tua madre, Ester.
L’uomo aveva le lacrime agli occhi, ma la fanciulla non s’intenerì.
—Troppo tardi signor padre, la cara contessa, Ortensia, ha fatto di tutto per togliermi l’uomo che amavo e c’è riuscita, ma per fortuna ho ancora la mia piccola e non ho bisogno di nient’altro. Non vi rinnego, ma il negozio va bene e possono provvedere a lei e a me e anche Anselma mi è d’aiuto benché anziana. Voi e la vostra famiglia avete fatto anche troppo, è meglio che mi lasciate in pace.
Attilio addolorato andò via con l’intento di fare qualcosa per riconquistare l’affetto di sua figlia, ma era necessario che lei si sentisse libera di vivere come voleva e non si presentò più alla bottega.
 
Paolina crebbe amata in maniera totale dalla madre e senza un padre, di lui sentì solo raccontare strane storie legate a un convento di cui riuscì a capire molto poco. Coccolata da Anselma, volle seguire ogni giorno sua madre al negozio. Lì faceva i compiti in compagnia della bambola Betty, che aveva tolto dallo scaffale dicendo con sicurezza: — È mia!
Un giorno mentre la bambina giocava vide che la governante, con un colpo di tosse, aveva arrossato di sangue il fazzoletto. Spaventata chiamò sua madre.
— Da quando ti succede, Anselma.
— Da un po’, ma non volevo spaventarvi.
Il medico confermò i sospetti di Alfonsina, si trattava di tisi. Una brutta sera l’anziana donna che ancora faceva lavori di ricamo, senza un grido, né una parola chiuse gli occhi per sempre, lasciando scivolare a terra la tovaglia alla quale stava lavorando.
Intanto Paolina cresceva e somigliava sempre più a sua madre, aveva un carattere molto gioviale ed espansivo. Cominciò a frequentare la scuola di ricamo diretta dalla sua madrina, ma, come Alfonsina, non si dimostrò molto portata per quest’arte, con dispiacere di Lena che si dedicava a lei con entusiasmo.
Un giorno tornò dalla chiesa dove era stata insieme alle altre ragazzine. Si celebrava un matrimonio ed erano andate per vedere la sposa. Arrivò di corsa da sua madre tutta contenta.
— Mamma, mamma ecco i confetti e poi ho incontrato un signore su un cavallo e mi regalato questo.
Porse un pacchetto a sua madre e dentro c’era un cuore d’oro.
— Non devi parlare con chi non conosci, questo lo tengo io! — disse.
— Ma è mio… l’ha regalato a me.
— Glielo andrò a restituire, lui… lui non può fare questo.
Salì sul calesse e si diresse alla villa del conte Attilio. La duchessa Emma era in casa e disse che suo marito non c’era. Allora Alfonsina si avviò verso le terre dove il conte andava ogni giorno.
— Il conte è andato via da poco dissero i suoi lavoranti.
Tornò indietro e nel passare davanti alla villa vide uno strano trambusto e il parroco del paese che stava entrando dal portone, accorrendo spedito.
— Che succede? — chiese ad alcuni curiosi che erano lì presenti.
— Il conte Attilio è morto.
Alfonsina ebbe un sussulto. Suo padre era morto e lei sentì un dolore profondo, capì in quel momento che l’aveva perdonato e non avrebbe più potuto dirglielo.
Tornata a casa prese dall’astuccio l’oggetto d’oro e lo mise al collo di sua figlia.
— È tuo! Puoi portarlo, è il dono di qualcuno che ti voleva bene — disse con le lacrime agli occhi, quando sarebbe diventata grande le avrebbe spiegato.
 
Quell’autunno sembrò che il freddo avesse aggredito Roccaraldina prima del tempo. Un vento gelido imperversava nel paese. Ovunque l’aria era grigia, di nebbia e di fumo che fuorusciva dal camino. Durante la notte la finestra della camera di Alfonsina parve scricchiolare più del solito. “Non cedere proprio adesso” pensò la donna, mentre cercava di usare stracci vecchi per tappare le fessure e supporti di legno per sostenere le imposte.
Improvviso un fragore: la finestra si spalancò, un vento gelido si fece largo, lei si alzò per richiuderla. Era arrivata quasi vicino all’imposta e stava per essere investita da un gelo mortale, quando rimase immobile e non riuscì più a fare un passo; avvertiva davanti a sé un muro invisibile le impediva di raggiungere la finestra. Sentiva il vento sibilare attorno a sé, ma non un refolo d’aria riusciva a raggiungerla, un groviglio grigio filamentoso aveva formato una rete che la teneva imbrigliata, come se volesse proteggerla. Poi il vento s’acquietò la finestra si rinchiuse e lei rimase esausta, cercò comunque ancora di rinforzare gli infissi e tornò a letto. Aveva davvero vissuto quella strana cosa o aveva sognato?
Un’ombra scura si alzò piano nel cielo, svanendo come un filo di fumo. La voce fioca di donna sussurrò nel buio: –Riposa, Alfonsina, avrai ancora tanti inverni e tante primavere da passare insieme alla tua bambina.
Il vento parve rispondere a quella voce con strane parole.
— Questa volta hai vinto tu, madre. Ma la mia maledizione continuerà.
Poi ogni nube si dileguò e il cielo tornò limpido.


Alfonsina vedeva crescere sua figlia e la seguiva in ogni cosa, col cuore gonfio di orgoglio. La fanciulla amava molto stare nella bottega. “L’angolo delle meraviglie” era il suo mondo, dove fantasticava, dove aveva accanto sua madre e non avrebbe rinunciato a quella magia per nulla al mondo.  Era ormai adolescente, e spesso restava da sola nella bottega. Le bambole in bella mostra sullo scaffale erano sempre più belle e più alla moda, ma tra di esse la bambola Betty col suo abito tradizionale e il cartello “non in vendita” aveva qualcosa di eterno, racchiudeva la storia della loro vita.
Quell’anno “la festa della primavera” fu stupenda. Paolina indossò per la prima volta l’abito, per il ballo attorno al falò, che le aveva cucito e ricamato personalmente la madrina.
— Sembri la bambola Betty, ma molto più bella, le disse sua madre contenta.
Era stata organizzata una festa in grande e sarebbero venuti persino dei pittori per riprendere scorsi di paesaggi. Il quadro più bello sarebbe stato premiato e venduto al miglio offerente, il ricavato offerto in beneficenza alla chiesa della Madonna del Carmine e don Achille l’avrebbe distribuito ai poveri.
Paolina ballò col gruppo attorno al falò, si distingueva per i riccioli rossi che le cadevano sulle spalle; la madre e Lena la covavano con gli occhi, tra la folla di gente che si accalcava in mezzo alle bancarelle.
— Voglio comprare un quadro— disse Lena ad Alfonsina a un certo punto. — Vieni con me!
Sul sagrato della chiesa c’erano quadri di ogni tipo che ritraevano la chiesa, scorci del paese, la fontana col leone, il Picco del diavolo, erano tutti molto belli, ma Lena volle comprare un disegno a carboncino di un luogo da sogno che raffigurava una cascata.
— Deve essere un posto bellissimo e io lo troverò.   

Spoiler:

2Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Mar Feb 23, 2021 7:49 am

Petunia

Petunia
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
La perfida Ortensia se n’è andata. Alfonsina incontra di nuovo il vento, ma per il momento tutto sembra andare bene. Cosa c’entra la bambola Betty? E perchè Lena è così tanto attratta da un disegno a carboncino? ... Attendo il seguito Racconti del vento  1845807541


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Divido tutti i lettori in due classi; coloro che leggono per ricordare e coloro che leggono per dimenticare.
(William Lyon Phelps)

3Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Mar Feb 23, 2021 5:18 pm

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
La bambola Betty  indossa l'abito tradizionale del ballo attorno al falò, è stato detto in precedenza, lo stesso abito che danzatori e danzatrici rinnovano ogni anno per la festa di primavera. 
Il disegno è molto bello e Lena presume che lo sia altrettanto il posto che lo ha ispirato che deve trovarsi nei dintorni, l'euforia della festa stimola la curiosità e ricerca di ogni cosa o luogo che sia bello.
Grazie per l'interesse che dedichi al mio racconto. Racconti del vento  1523606759

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