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Racconti del vento

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1Racconti del vento  Empty Racconti del vento Ven Feb 19, 2021 6:20 pm

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
Roccaraldina


 
Il mattino dopo, Alfonsina, prese commiato dal luogo che aveva tanto amato.  Seduta sulla panca, sotto il ciliegio, ascoltava la voce del vento che le trasportava in grembo teneri fiori bianchi.
Non sapeva se avrebbe fatto in tempo a salutare Davide, ogni tanto guardava verso il viottolo, con la speranza di vederlo arrivare, ma invano. Lei lo amava e anche se andava in un altro paese potevano lo stesso sposarsi, avrebbero trovato il modo di poter stare insieme. 
 
Le suore come uno stormo di rondini si avvicinarono a lei e una dopo l’altra la salutarono commosse, poi in silenzio rimasero tutte ad aspettare la vettura che l’avrebbe accompagnata.  Accanto a sé sulla panca un solo bagaglio; conteneva le poche cose che possedeva, compresa la bambola Betty sua amica inseparabile. Era tutto quello che avrebbe portato nella sua nuova vita.
 
Dopo aver guardato, per l’ennesima volta il viottolo, Alfonsina capì che il giovane non sarebbe arrivato in tempo. Giunse invece la carrozza, con tende di velluto e sedili imbottiti, non avrebbe avuto problemi di comodità, pensò avviandosi mogia verso il suo destino. Stava per salire sul predellino della vettura, quando giunse a tutta velocità Davide col suo calessino. Saltò giù con un balzo e raggiunse Alfonsina prendendola tra le braccia.
— Ci scriveremo e appena posso verrò a trovarti — le sussurrò d’un fiato. Poi si baciarono al cospetto delle suore che fecero finta di non guardare e al vetturino che aspettava impaziente.
— Devo andare — sospirò la fanciulla dispiaciuta e, prima che le lacrime le rigassero il volto, salì in carrozza.  Salutò dal finestrino con la mano le religiose vestite di nero che erano state la sua famiglia: suor Placida si asciugava gli occhi col fazzoletto, suor Maria aveva un sorriso stampato sopra una faccia da funerale, e tutte le altre, compresa la Superiora, erano visibilmente commosse. Davide sembrava un guerriero sconfitto al quale avevano tolto tutto, non staccò un attimo gli occhi dalla carrozza fino a che svoltò nella strada allontanandosi.  Una scia di fiori bianchi caduti dal ciliegio, sollevata da vento, seguì la vettura che portava via la fanciulla dal convento.
 
Dopo oltre un’ora di viaggio, la carrozza imboccò una strada di montagna. Alfonsina sussultò. Era da sola per la prima volta ad affrontare la vita. Cosa l’aspettava? Avrebbe avuto una casa tutta sua e addirittura avrebbe gestito una bottega, sarebbe stata in grado di farlo? Il dolore per la lontananza dalle sue care suore e dal giovane che le aveva fatto battere il cuore, si alternava alla curiosità per quella vita sconosciuta che accendeva in lei la speranza di poter conoscere i suoi familiari di nobili origini.
 
Arrivati al paese la carrozza s’addentrò in una piazza ampia. In un angolo notò una fontana sovrastata da un leone di pietra con l’acqua che sgorgava dalle fauci della belva, più avanti una chiesa imponente, dopo pochi metri la vettura si fermò davanti a un portone dove una donna attendeva.
Alfonsina aprì lo sportello e scese. L’aria limpida le portò profumi nuovi, che le riempirono la mente con note nuove che sentiva, però, stranamente familiari.  La donna le andò incontro con un sorriso: — Benvenuta a Roccaraldina, signorina Alfonsina. Io sono Anselma — furono le sue prime parole, mentre con lo sguardo scrutava con attenzione la giovane donna col viso circondato da riccioli rossicci. 
 
Con calma le mostrò ogni angolo della casa e quella che sarebbe stata la sua stanza. La casa, sebbene non fosse molto grande e di vecchia costruzione, era pulita e si conservava in buono stato. La bottega che lei avrebbe dovuto gestire era proprio adiacente all’abitazione. Un’insegna laccata di rosso invitava ad entrare: “L’angolo delle meraviglie” si leggeva, la dicitura, scelta dalla stessa Anselma, era fatta apposta per stimolare i bambini e gli adulti a vedere e scoprire tutte le novità e le attrazioni custodite lì dentro.
Appena sistemate le sue cose, Alfonsina volle ispezionare la sua bottega.
 
Quando aprì la porta fu investita da un odore di nuovo. Ogni cosa era sistemata con un ordine meticoloso. Gli scaffali di legno erano stati dipinti di recente e odoravano ancora di vernice. Gli oggetti in vendita erano tantissimi e di vario genere e lei volgeva lo sguarda in ogni angolo meravigliata e strabiliata di vedere quanta bellezza, raffinatezza, eleganza ci fossero in quel luogo.
 — Bello, vero? — le chiese la governante che cercava di cogliere le sue emozioni.
— Sì! — rispose lei, mentre lisciava gli scaffali di legno quasi carezzandoli.
 
Era rimasta incanta in maniera particolare dalle bambole che avevano un reparto tutto per loro.
Quelle più pregiate erano di porcellana: avevano capelli veri, vestiti eleganti, alcune raffiguravano neonati , altre stavano sedute accanto a tavolini di legno in miniatura con minuscoli servizi da tè. Non mancavano quelle più economiche fatte di cartapesta, con capelli dipinti, di lana o di stoppa. L’insieme era uno spettacolo che lasciava senza fiato e pensare che lei aveva conosciuto solo la bambola Betty e quella di pezza della sua amica Ada.
Esaminò gli scaffali che traboccavano di ninnoli: trottole, birilli, biglie, giochi di abilità- costruiti in legno- che lei non conosceva.
— Di questi due dovrai spiegarmi il funzionamento, Anselma.
— Oh non è difficile il primo è il bilbo. Il gioco consiste nell’agitare la pallina attaccata al filo e farla arrivare in cima al dispositivo dall’altro capo del filo. Questo a forma di clessidra si chiama diabolo e bisogna farlo girare manovrando queste due asticelle attorno alle quali è avvolta la cordicella che si avvita attorno alla clessidra stessa.
Alfonsina, che aveva guardato con attenzione, volle provare a giocare e mentre vedeva la clessidra roteare rideva come una bambina, quel luogo le sembrava semplicemente magico.
Oltre ai giochi c’erano anche libri illustrati e carillon con dolci melodie da ascoltare sognando a occhi aperti.
Infine, c’era il reparto dedicato al ricamo: erano in bella mostra fazzoletti, centri, centrini, tovaglie, lavori di ottima fattura e abilità.
Tutta la bottega era come una favola in cui una volta entrati non si aveva più voglia di uscire.
— Abbiamo collegamenti con laboratori che ci riforniscono di bambole e giocattoli di legno, gli articoli ricamati invece ci arrivano da una scuola di ricamo che è stata fondata qualche anno fa nella contrada di Fontanelle.
— Sono veramente oggetti preziosi, chi dirige questa scuola.
— Si tratta di una giovane, credo si chiami Lena Trovati.
Alfonsina ebbe un sussulto, si trattava proprio dell’amica che anni prima era andata via dal convento.
Il primo giorno di apertura al pubblico del negozio portò con sé la bambola Betty.
— È il tuo posto — disse sistemandola sullo scaffale in mezzo alle altre bambole, avendo cura di mettere accanto alla bambola il cartello: “Non in vendita”.
 
Davanti alla porta mise una tendina frusciante e una campanella, che avrebbe suonato quando qualcuno attraversava la soglia. Era intenta ad osservare che ogni cosa fosse al suo posto, quando la campanella suonò e la porta si aprì. Un venticello vorticoso fece vibrare la tendina facendo spalancare la porta, quindi la folata raggiunse gli scaffali, sollevò il grembiule della bambola Betty e poi continuò la sua corsa fino a raggiungere Alfonsina. Su di lei si soffermò scompigliandole i folti capelli ricciuti.
— Vento dispettoso, vai fuori subito! — intimò.
Come obbedendo al suo ordine il vento ritirò, facendo richiudere la porta con uno scatto e la campanella tintinnò di nuovo.
 
La finestra della sua camera affacciava su un panorama di boschi e rilievi montuosi.
In lontananza si vedeva una cima dalla strana forma. Quando lo aveva indicato incuriosita ad Anselma, la donna l’aveva guardata seria e aveva detto: — Quello è il “Picco del diavolo”, un luogo maledetto, chiunque si è avventurato da quelle parti non è più tornato indietro. Le raccontò la storia di Febo, scomparso nel nulla su quei monti venti anni prima, e tante altre storie, conosciute in paese, che facevano riferimento a quel picco di montagna dove secondo le credenze popolari dimorava il diavolo.
 
Alfonsina aveva avvertito un brivido di paura nel sentire quei racconti misteriosi, ma non aveva osato chiedere altro e aveva finto di essere indifferente e realista. Durante la notte, però, il pensiero di quel rilievo, che pareva avere un ghigno satanico non la fece dormire. Un temporale fragoroso arrivò ad alimentare le sue paure. I lampi si accendevano illuminando il cielo e i vetri tremavano per il frastuono dei tuoni. Il vento sibilò tutta la notte, insinuandosi tra le fessure dei vecchi infissi, logorati dal tempo, e le arrivò sul viso freddo e insistente. Insieme al vento le arrivarono i profumi misteriosi del mondo che la circondava e lei lì aspirò a pieni polmoni: era la natura che le parlava di quei boschi in cui era nata e lei accolse quei messaggi insoliti e scacciò via ogni timore. Non doveva avere paura, non era più una bambina.
 
La sua bottega era un faro per i bambini del luogo. Le mamme spesso erano costrette a fermarsi per accontentare i propri figli comprando giocattoli, non molto costosi, che la bella Alfonsina presentava ai piccoli con una dose fantasiosa di magia. La governante era molto affettuosa con lei, le insegnava cose che lei non sapeva fare come le marmellate e i manicaretti propri del luogo e a sera accanto al camino le insegnava anche a lavorare all’uncinetto. Alfonsina cominciò ad affezionarsi a lei, spesso le chiedeva di sua nonna, la contessa Ortensia, e di suo padre, ma la donna era sempre molto vaga e rispondeva senza mai guardarla in viso.
 
Un giorno mentre erano entrambe nella bottega e Anselma stava mettendo a posto delle cuffiette per neonati con tanta cura e amore che Alfonsina le chiese: — Ma tu non sei sposata, non hai figli?
— Mio marito è morto da tempo e i miei figli hanno lasciato il paese. Ho tre nipotini che vedo solo una volta l’anno, sono sola ormai — disse sospirando.
— Adesso però sei con me, Anselma, anzi puoi darmi del tu se vuoi.
La donna la guardò commossa e ricambiò l’abbraccio della fanciulla. Era dispiaciuta di non poterle rivelare tutta la verità sui conti De Fontana e del ruolo che lei stessa aveva avuto sul suo destino. Scoppiò in singhiozzi e andò a rifugiarsi in casa. Alfonsina tentò di raggiungerla, ma una cliente entrò nella bottega e dovette rimandare.
Quando a sera chiese spiegazioni alla governante, la donna fu molto evasiva.
— Perdonami Alfonsina, Tu sei molto buona con me. Vorrei dirti di più di più non posso, temo soprattutto per te.
— Stai tranquilla Anselma, lo sai che mi fido di te. Proprio per questo vorrei chiederti un favore. Ho visto che a volte usi il calesse quando ti allontani dal paese, potresti insegnarmi a guidarlo?
— Ma mia cara, tu hai a disposizione una carrozza per viaggiare nei dintorni.
— Quella messa a disposizione dalla mia amata nonna? No, grazie, ne faccio volentieri a meno, a questo almeno posso rinunciare— disse rabbuiandosi. Poi aggiunse: —Prometti che m’insegnerai?
— Va bene prometto.
 
Anselma mantenne la promessa e le insegnò come condurre il calesse tirando le redini oppure allentandole per favorire l’andatura del cavallo e come maneggiarle per svoltare a destra o sinistra. Alfonsina ricordò il tragitto con suor Maria con l’asino e capì che in fondo era la stessa cosa, così dopo alcune lezioni disse alla governante di voler avventurarsi da sola.
— Dove vuoi andare, mia cara? — le chiese Anselma vedendola emozionata.
 — A Fontefredda, alla scuola di ricamo, conosco la direttrice.
Raccontò alla donna della sua amicizia con Lena e del suo desiderio di rivederla, visto che col calesse bastavano solo quindici minuti per raggiungerla.
Anselma ne fu contenta. Alfonsina aveva bisogno della compagnia di persone giovani e chi meglio di un’amica, che già conosceva, poteva allietarla e distoglierla dai pensieri cupi che ogni tanto la rattristavano.
 
Seguendo le indicazioni ricevute Alfonsina giunse alla scuola di ricamo di Fontefredda.
Quando le chiesero chi cercasse rispose: — La direttrice.
Dopo un minuto alla porta apparve Lena, ormai donna, che la fissò con i suoi occhi azzurri come fosse una visione.
— Alfonsina.
Si gettarono una della braccia dell’altra ridendo, poi Lena la prese per mano.
 — Come ai tempi del convento—   le sussurrò e la condusse a visitare la scuola.
Alfonsina ammirò il lavoro magnifico che le ragazze, tutte molto giovani, eseguivano sotto la guida attenta di Lena.
— Vieni sediamoci, così parliamo di noi.
Rimasero molto tempo insieme e la cosa strana fu che Lena ,che era sempre stata avara di parole, fu un fiume in piena. Le disse che era felice con la sua scuola, non pensava a sposarsi, ma soltanto a formare le giovani in modo che, quando lei sarebbe stata anziana, la scuola di ricamo potesse continuasse a esistere.
Alfonsina le disse della sua bottega e del suo innamorato Davide, che sperava di vedere arrivare presto; gli aveva scritto una lettera, ma non aveva ancora avuto risposta.
Si lasciarono con il proposito di rivedersi ora che si erano ritrovate.  
 
 
Tutto sembrava andare in maniera eccellente per Alfonsina, l’unica cosa che non riusciva a capire  
era quel silenzio da parte di Davide e delle suore del convento che a volte la facevano diventare triste, possibile che le sue lettere non fossero ancora arrivate?
Intanto da alcuni giorni aveva cominciato ad accusare alcuni malesseri: aveva spesso nausee e capogiri. La governante l’accompagnò dal dottore, che dopo una breve visita chiamò in disparte Anselma e le disse sottovoce: — Niente di grave... la fanciulla è incinta. —
 Si avviarono verso casa e  quando la giovane preoccupata le chiese : — Sto male? Dimmi la verità, è grave?
La donna rispose con un’altra domanda: — Chi è stato a fare questo guaio? 
Alfonsina la guardò stranita: — Chi è stato a fare cosa?
— Figlia mia, sei incinta!
— Non può essere — rispose d’impeto, poi ripensò alle sere vicino al ciliegio con Davide, non credeva che un figlio, una cosa così importante per la vita di una donna, potesse essersi rifugiato dentro di lei con tale semplicità.
 
Vedendola assorta Anselma disse: —Povera cara, sicuramente qualcuno si è approfittato di te.
Sei una brava ragazza, cresciuta in convento, ma un uomo ci deve essere stato per forza.
Allora la fanciulla le confidò dei suoi incontri con il suo innamorato.
— Ah, lo vedi. Almeno sappiamo che c’è un padre. —
— Già, anzi sarà bene che lo avverta di questa novità.
 
Scrisse di nuovo una lettera al giovane e l’affidò al vetturino postale con mille raccomandazioni perché la portasse a Fontefredda. Passò del tempo, Alfonsina continuò con la sua abilità a gestire la bottega con energia e dedizione, ma la voce della sua gravidanza si sparse. Le donne la guardavano male, chiedendosi chi fosse l’uomo misterioso che si era unito con lei. Davide non rispondeva alle sue lettere, possibile che l’avesse dimenticata?
Quella notte fece uno strano sogno.
Si era messa in testa di conoscere la famiglia di nobili che l’aveva abbandonata.
— Voglio proprio vedere chi sono questi conti che hanno deciso della mia vita — aveva detto ad Anselma, ma la donna aveva scosso il capo in segno di dissenso.
Lei testarda però aveva noleggiato una carrozza come quella che era venuta a prelevarla al convento.
Era notte e la vettura avanzava lentamente alla luce di una lanterna agganciata accanto al sedile del cocchiere. Era quasi arrivata a destinazione, ma prima che avvistasse la villa De Fontana, una persona in mezzo al viottolo aveva impedito alla carrozza di proseguire, si era sporta dal finestrino e aveva visto che si trattava della madre superiora.
— Non andare, Alfonsina. Ricordati che quella è gente potente e molto pericolosa.
 
Si svegliò di soprassalto. C’entrava sua nonna in tutta questa storia? La contessa tanto crudele che non aveva voluto nemmeno vederla.
“No! Non era possibile, non poteva essere cattiva fino al punto di impedire che lei si ricongiungesse al padre di suo figlio.”
Quando per l’ennesima volta rispose, a chi le chiedeva notizie del fidanzato, che sarebbe arrivato presto, Anselma la prese in disparte e le disse: –Ascolta Alfonsina. Lui non si è ancora fatto vivo, non vorrei che le lettere fossero state intercettate da qualcuno; scrivigli un’altra lettera, ma questa volta dovrai fare come ti dico.
Lei scrisse, col cuore in mano, una lettera fatta di pagine fitte di amore e commozione che avrebbero scosso anche le pietre.
Stavolta invece di affidarla al postale, consegnò la lettera al parroco, don Achille, affinché la recapitasse a don Crescenzio il prete che l’aveva battezzata, di modo che a sua volta la consegnasse direttamente nelle mani di Davide. Non sapeva che anche il prete era in combutta con la contessa Ortensia e che la lettera non sarebbe mai arrivata a destinazione.

 
Spoiler:

2Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Sab Feb 20, 2021 4:20 pm

Petunia

Petunia
Padawan
Padawan
Le suore come uno stormo di rondini si avvicinarono a lei e una dopo l’altra la salutarono commosse.


Una immagine molto efficace! 


Povera Alfonsina, quel vento le ha giocato un brutto tiro. Speriamo...


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Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
D.Buzzati 

3Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Sab Feb 20, 2021 4:27 pm

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
Già, e   oltre al vento ci si mette nonna, la contessa.Basketball

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