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Racconti del vento

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1Racconti del vento  Empty Racconti del vento Mer Feb 17, 2021 11:22 am

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
Spoiler:
 https://www.differentales.org/t271-l-eremita-del-sangue-parte-1-di-3 
VI
Al convento
 
Era ottobre. Un vento stizzoso scuoteva le chiome dei faggi e i rami delle querce nella foresta. 
Una carrozza con un cocchiere, imbacuccato in un mantello, procedeva sobbalzando lungo i viottoli fangosi che costeggiando il faggeto portavano al convento. Si fermò nei pressi del vialetto antistante, un’ombra scura scese furtiva dal veicolo stringendo qualcosa tra le braccia e si diresse verso il vecchio portone, illuminato dalla luna piena.
Suor Maria, sorella guardiana, sentì bussare e si fermò stupita. Chi poteva essere a quell’ora? Non erano ancora suonate le sei del mattino. Aprì con cautela e sbirciò all’esterno: non c’era nessuno.
Per terra accostato all’uscio c’era un cesto coperto. 
La suora incuriosita lo prese e richiuso il portone lo portò dentro. Dopo pochi passi qualcosa si mosse nel cesto, spaventata e tremante, allora, poggiò il cesto per terra, sollevò il panno che lo copriva e guardò dentro. Si ritrovò a contemplare gli occhi chiari di un neonato. Una peluria rossiccia spuntava da una cuffietta bianca finemente ricamata.
– Oh, Santo cielo! – gridò la suora e si affrettò a raggiungere la Madre Superiora che era già in preghiera nella cappella poco distante. Mentre avanzava nel corridoio le consorelle che si apprestavano a recitare le lodi mattutine, circondarono suor Maria che emozionata e confusa mostrò il contenuto del cesto: — Guardate, sorelle, guardate. Era fuori, accanto al portone, qualcuno ha bussato e poi è scappato via.
Le suore osservavano quel piccolo esserino con gli occhietti vispi e sorridenti che sembrava l’immagine della serenità e agitava le manine davanti a sé, senza emettere neanche un vagito.
 
La Madre Superiora, dalla quale le religiose arrivarono facendo una gran confusione, guardò con aria preoccupata quel fagottino, lo sollevò dal cesto e si ritrovò tra le braccia una bambina con un vestitino rosa, anch’esso come la cuffia, di ottima fattura.
— Vediamo se c’è qualcosa, lì dentro, che possa dirci da dove viene questa creatura– disse la Superiora, indicando il cesto alle suore. Oltre a pochi panni le sorelle trovarono due lettere e una bellissima bambola che indossava i costumi tradizionali del luogo.
— Occupatevi della bambina. Io cercherò di capire chi l’ha lasciata a noi — disse la Superiora e affidò la piccina tra le braccia di suor Maria.
La Madre andò nel suo studio e si sedette alla vecchia scrivania. Osservò con attenzione le due lettere rinvenute nel cesto; una di esse era gonfia e come aveva intuito si trattava di danaro. Infatti, l’aprì per prima e ne tirò fuori una bella somma, nell’altra busta c’era una lettera che portava in alto uno stemma nobiliare: un’aquila. Incuriosita incominciò a leggere.
 
Alla Reverendissima Madre Superiora dell’istituto “Caritas et amor”
Località Fontefredda. Ottobre 1805
 
Reverenda Madre,
la donna che ha partorito questa creatura è morta nel darla alla luce, suo padre è quasi impazzito dal dolore e non ha voluto nemmeno vedere la neonata. Siamo una famiglia molto religiosa e credo che affidare questa bambina nelle vostre mani sia la cosa giusta. Saprete crescerla secondo retti insegnamenti e avrete cura della sua istruzione e della sua anima. Per le necessità materiali non dovete preoccuparvi: ogni mese riceverete una somma per le spese che dovrete sostenere. Vi prego pertanto di occuparvi di lei fino alla maggiore età. Desidero che le venga dato il nome di Alfonsina quando verrà battezzata. Le mie volontà sono state depositate presso un notaio. Tramite lui riceverete la retta mensile. Le istruzioni riguardo al futuro della bambina le riceverete a tempo debito.
N.D: Ortensia D.F.
 
La Superiora restò perplessa con la lettera tra le mani.
Dirigeva una scuola per bambine che negli ultimi tempi aveva poche iscritte. Delle ragazze più grandi alcune erano tornate alle loro famiglie per sposarsi, altre avevano intrapreso il noviziato, le più piccole erano una dozzina, si trattava di trovatelle o di orfane, solo poche provenivano da famiglie benestanti che pagavano la retta. Perché questa nobildonna aveva scelto proprio il suo istituto? Voleva far leva sullo spirito di carità che lo animava oppure era a conoscenza delle condizioni economiche precarie in cui versava il convento? Aveva chiesto aiuto alla Curia numerose volte, ma erano tempi difficili e le sovvenzioni si facevano attendere.
Era rosa da mille dubbi.  Certamente non poteva prendere decisioni avventate, doveva assolutamente consultare il vescovo. Passeggiando nel suo studio avanti e indietro si avvicinò alla finestra e guardò fuori. La struttura diventava sempre più fatiscente: il tetto era da rifare, la grondaia cadeva a pezzi, insomma, quei soldi erano una manna dal cielo… riceverne ogni mese avrebbe potuto risolvere tanti problemi.
“Oh, signore, come mi vengono in mente queste cose? Dammi un segno che io possa sapere cosa fare…”
Tornò dalle suore che coccolavano a turno la piccola. Suor Placida faceva le facce buffe per far ridere la piccola: — Lo sa, Madre, io credo le volessero bene, le hanno messo persino una bambola col vestito che si usa nei balli di montagna. Chissà perché l’avranno abbandonata...
— Com’ è quieta madre… possiamo tenerla, vero? — aggiunse suor Maria, che guardava la bimba con dolcezza.
— Voglio riflettere con calma.
Intanto mandò suor Maria, col carretto trainato da un vecchio asino, in paese per chiamare il vetturino a cui affidare il compito di accompagnarla in città, al Vescovado, per parlare con Monsignor Giellini dell’urgenza della situazione e anche della bambina che era come caduta dal cielo.
Suor Maria arrivò al villaggio e, dopo aver contattato il cocchiere, si fermò nella bottega di Grazia. Ogni settimana vi si recava per le spese del convento. Là trovava di generi per ogni necessità; Il marito della donna andava nei poderi vicini con un carro a rimorchio per prelevare nelle fattorie i prodotti da vendere: granaglie, semi, frutta, verdure e tanti altri articoli di vario tipo.
Quando insieme alle solite cose la suora chiese con aria tranquilla: latte, semolino, panni di lino per le facce. Grazia, sbarrò gli occhi dalla meraviglia: — Oh bontà divina, mica per caso qualche suora ha partorito?
La suora sussultò: — Ma cosa dite, Grazia? Sapeste cosa è accaduto al convento… — e con la sua semplicità raccontò alla donna del ritrovamento della piccola, chiedendo di non farne parola con nessuno. Però, prima ancora che la Madre Superiora parlasse col vescovo tutto il villaggio sapeva dell’esistenza della piccola. Cominciò una processione di gente che arrivava al convento per donare tutto l’occorrente per una neonata di pochi mesi, ma soprattutto per vedere che volto avesse. Quando la superiora fece ritorno al convento trovò nel vialetto una fila di carri e calessi, mezzo villaggio sembrava essersi trasferito presso l’istituto.
– Che succede? – disse irritata a Suor Maria e suor Placida, che le erano corse incontro.
Suor Maria arrossì: — Hanno saputo — farfugliò.
— Vieni subito nel mio ufficio — le intimò.
— E voi tornatevene alle vostre case, subito! — esclamò con voce autorevole rivolta ai paesani.
Suor Maria, ancora più rossa in volto, cercava di nascondere l’imbarazzo dietro un mezzo sorriso.
— Mi perdoni, Madre. Non volevo, ma mi facevano tante domande…
La superiora la guardava in silenzio e con occhi di ghiaccio.
— E poi adesso abbiamo anche una balia, che ha promesso di venire ad allattare la bambina – azzardò.
La Madre continuava a guardarla e a tamburellare con le dita sulla scrivania.
— Tutti hanno donato qualcosa appartenuta ai loro figli, la gente del villaggio ha proprio un gran cuore — continuò la suora tormentandosi le mani.
Finalmente risuonò, tranquilla, la voce della Superiora.
— Bene! Adesso vedi se sono andati tutti via e va a chiudere il portone.
— E quale la sarà mia punizione, Madre?
— Dovrai occuparti della bambina per tutto il giorno e senza trascurare quelli che sono i tuoi compiti e doveri abituali.
Suor Maria si illuminò e corse a dare alle consorelle la buona notizia.
 
Le allieve dell’istituto, saputo dell’evento accorsero e circondarono suor Placida con la bambina tra le braccia.
Lena la più piccola, di soli quattro anni, guardava stranita la neonata con ciuffo rosso e vestita con eleganza. Dopo averla scrutata a lungo le toccò con un dito una guancia e subito lo ritrasse quasi temesse di farle male.
—Non avere paura! È una bambina, proprio come te — disse la suora.
La piccola annuì e fece un mezzo sorriso poco convinta e fece spazio alle altre che curiose volevano vedere la nuova arrivata.
Lena aveva problemi di linguaggio e parlava poco o niente e nessuno sapeva quello che lei provava tranne provava a leggere nei suoi occhioni azzurri. Quella sera, nel letto posto accanto alla finestra, non riusciva a prendere sonno, pensava alla strana bambina col ciuffo rosso somigliante a una bambola fosse una principessa, ne immaginava un futuro da fiaba fantasticando.  Il freddo della notte intenso aggrediva il suo piccolo corpo infilato sotto le coperte e lei sembrò scaldarsi al calore delle sue fantasticherie fino a quando il sonno la vinse.

La neonata venne sistemata in camera con suor Placida, la suora più anziana, che per tutta la notte controllò il suo respiro, i suoi movimenti, allertandosi a ogni minimo gesto che le sembrava insolito. Non era abituata a prendersi cura di una bambina così piccola e quella presenza la colmava di responsabilità, ma anche di un’immensa tenerezza aprendole il cuore.
Al convento la vita scorreva rigida tra le varie funzioni e le incombenze delle sorelle. Bisognava alzarsi alle sei per le lodi, e poi c’erano le messe, ma con la bambina tutto cambiò: ci si alzava anche prima dell’orario prefissato e la sera dopo le nove, mentre prima il convento era avvolto in assoluto silenzio, si sentivano fino a tardi i vagiti della piccola e le ninna nanne cantate dalle sorelle per cullarla e farla addormentare.
Nel trambusto anche le lezioni avevano assunto un andamento irregolare, ma alle allieve non dispiaceva affatto che le rigide regole del convento subissero quel cambiamento.
La Superiora stabilì di non aspettare per il battesimo e mandò a chiamare il parroco del paese, don Crescenzio, affinché le somministrasse il sacramento. Ma chi di loro sarebbe stata la madrina?
Per evitare che ci fossero discussioni e malumori si decise che sarebbe stata la sorte a decidere.
La prescelta fu suor Placida che quando lo seppe fece salti di gioia, poi vedendo le consorelle dispiaciute, disse, con quell’ aria angelica che non l’abbandonava mai: — Sarete tutte vicino a me, non io da sola, ma ognuna di noi sarà la madrina.
Con una breve cerimonia a cui parteciparono le suore, il prete e il sagrestano, la bambina fu battezzata col nome di Alfonsina Innocenti.
 
Alfonsina era una bimba adorabile e tutte le suore si prodigavano per lei. Suor Maria le preparava dolci prelibati, suor Placida la coccolava e le raccontava favole, suor Bettina le cuciva i vestitini utilizzando quello che aveva a disposizione, in genere si trattava di abiti scuri o grigi che facevano risaltare la chioma rossa della bambina fatta di riccioli morbidi.
Come divenne abbastanza grande da poter dormire da sola le venne assegnato un letto nel dormitorio insieme alle altre bambine. La sua vicina di letto era la piccola Lena.
Alfonsina aveva ricevuto in dono tanti giocattoli dalla gente del villaggio, ma a lei era cara soprattutto la sua bambola, quella che le era stata messa nel cesto quando era stata trovata. La volle chiamare Betty, perché somigliava a suor Bettina con le sue guance bianche e rosee e non si separava mai da lei, neanche quando dormiva.
Fin dalla prima sera Alfonsina si mostrò vivace e chiacchierò a lungo con Lena delle passeggiate che faceva con la sua madrina e vedendola interessata le chiese: — Domani vuoi venire anche tu?
Lena non rispose, ma i suoi occhi azzurri dissero di sì.
Quando andavano a mensa Alfonsina chiedeva a Lena di darle la mano per aiutarla a scendere le scale e con una mano in quella dell’amica e l’altra stretta alla sua bambola entravano nel refettorio.
Una sera nel letto Alfonsina raccontava aneddoti alla sua amica e mentre parlava lisciava la bambola che aveva accanto. La sua voce giungeva serena a Lena e pareva cullarla, però d’un tratto, attratta dal calore che pareva emanare la bambina con la bambola, scese dal letto e si fermò davanti a quello accanto. Una testa rossa emerse dalle coperte: — Vuoi dormire con me? —
Lena scosse la testa e ritornò nel suo letto.
La mattina Alfonsina si svegliò e non trovò la bambola accanto a sé cominciò a piangere disperata fino a che Lena scese dal letto abbracciata alla bambola e gliela porse.
Passò il tempo e Alfonsina cominciò a frequentare la scuola. Le lezioni si tenevano in un’aula esposta al sole ma col freddo l’inchiostro gelava nei calamai e suor Maria accendeva una candela per farlo sciogliere col calore del fuoco.
Le bambine, nei loro abiti grigi con grosse tasche, sembravano fiori scoloriti che non riescono a sbocciare. Attente seguivano le lezioni di italiano, storia, geografia, e i corsi di cucito e ricamo, nonché le lezioni di cucina.
Lena si mostrò molto brava nel ricamo era un’arte che non richiedeva parole e molto adatta a lei, Alfonsina si appassionò allo studio delle erbe di cui suor Placida era esperta e un giorno sapendo che andava a raccogliere valeriana e camomilla, volle seguirla. Mentre la suora era intenta a selezionare le erbe, la bambina attratta da una farfalla si allontanò. Improvviso un tornado come dal nulla si avvicinò e sollevando Alfonsina come un fuscello la spinse sull’orlo di un burrone. La suora esterrefatta accorse e assistette a uno strano fenomeno. Una nuvola grigio scuro si fiondò sul tornado respingendolo sul fondo del burrone, pareva fatto di fumo ma doveva essere abbastanza consistente perché sollevò la bambina come portandola in braccio e la depose ai suoi piedi dissolvendosi.
—Alfonsina, stai bene?
La bambina annuì sorridendo. Suor Placida gettò via le erbe, l’afferrò per un braccio e insieme si avviarono verso il convento.
“Un miracolo? Possibile?” pensava la religiosa.
Raccontò lo strano evento a suor Maria che la sconsigliò di parlarne con altri specie con la superiora.
— Direbbero che hai le visione e poi ci sarebbe un gran clamore attorno a questa fanciulla. Se c’è stato un intervento divino pregheremo insieme per la nostra Alfonsina e ringrazieremo per la grazia ricevuta.

Lena ormai sedicenne ricevette la richiesta, da parte una nobildonna che amava l’arte del ricamo e voleva fondare una scuola per ricamatrici, di dirigere come maestra la nuova scuola. La ragazza accettò con entusiasmo, anche se dispiaciuta di lasciare la sua più cara amica.
Alfonsina cominciò a sentirsi sola. Lei era la più piccola, aveva solo dodici anni, le suore al convento erano tutte troppo grandi e delle ragazze che frequentavano la scuola nessuna pareva interessarsi a lei.
Quando vedeva uscire il carro allontanarsi per andare al villaggio diventava triste, un giorno suor Maria la vide seduta sulla panca, sotto il ciliegio, nei pressi del portone del convento che piangeva stringendo a sé la bambola Betty.
— Vuoi venire al villaggio? — le disse fermando il carretto.
Alfonsina la raggiunse e le ritornò il sorriso. Sedette sull’asse di legno che fungeva da sedile accanto alla suora, l’aria fresca le ravvivò le guance e il profumo del bosco fu un balsamo. L’asino procedeva piano tra le buche dei viottoli, facendo dondolare il carretto di qua e di là. Alfonsina ogni volta che rischiava di cadere rideva contenta, abbracciata alla sua bambola.
Alla bottega c’era anche la figlioletta di Grazia, Ada coetanea di Alfonsina.
Appena vide la bambina arrivare con la suora s’interessò subito a lei, un po’ per il suo aspetto, ma in particolare per la bambola che aveva con sé, non ne aveva mai visto una così, la sua era fatta di stracci e vestita come una mendicante, questa invece era bella, con la gonna elegante, la camicia di pizzo e il fazzoletto in testa ricamato. Senza nemmeno chiederle il nome le disse: — Vuoi giocare con me?
Alfonsina accettò con entusiasmo, mentre suor Maria snocciolava la lunga lista delle cose da comprare, le due bambine entrarono nel retrobottega e nella foga del gioco gironzolavano attorno a un tavolo, dove un ragazzino era impegnato a scrivere. Era Davide il fratello di Ada.
Distratto dalle bambine il ragazzino, arrabbiato, cominciò ad appallottolare fogli e a tirarglieli addosso, inveendo contro la sorella.
— Pure la piccola monaca, ci mancava adesso…
Alfonsina si bloccò. Guardò negli occhi quel moretto riccioluto con l’aria spavalda.
— Io non sono una monaca! — disse con un groppo alla gola.
— Ma sì, non vedi come sei vestita?
La ragazzina guardò i suoi abiti grigi che le suore le avevano confezionato con tanto amore, poi recuperò la bambola Betty e scappò via.

Tornata al convento chiese espressamente a suor Bettina di farle un vestito colorato, da poter indossare quando andava al villaggio.
— E quando pensi di andare al villaggio— chiese meravigliata la suora.
— Oh, appena il vestito sarà pronto, andrò ogni settimana con suor Maria alla bottega di Grazia per giocare con Ada.
Bettina sorrise sotto i baffi e recuperato un taglio di stoffa azzurro fece alla piccola un magnifico abito che impreziosì con perline bianche.
Il giorno che tornò a giocare con Ada le lasciò tutto il tempo la bambola Betty, mentre lei passava davanti al tavolo dove era seduto Davide che studiava fingendo di ignorarla.
— Oh, adesso ti sei vestita da bambola— disse lui sarcastico, stanco di vederla girare lì intorno.
— Non sono una bambola — sbuffò Alfonsina.
Lui rise senza darle importanza. Da allora le bambine non entrarono più nel retrobottega e quando si incontravano rimanevano a giocare in bottega o nei pressi del carretto per espressa volontà di Alfonsina.
Poi un giorno suor Maria le disse che era successa una cosa molto triste, il marito di Grazia era volato in cielo. Quando andarono alla bottega trovarono Grazia e Ada vestite di nero e Davide non più a studiare, ma a sistemare la merce nel negozio.
— Eh! — aveva sospirato sua madre, — povero figliolo, dopo la morte del padre ha dovuto interrompere gli studi per aiutarmi.
Alfonsina e Ada si abbracciarono, non c’era più quella magica complicità del gioco da condividere, ma un dolore che faceva stringere lo stomaco in una morsa.
Quando andava al villaggio adesso trovava Ada e sua madre tra le scansie della bottega, Davide era sempre in giro a procurare merci nuove come faceva suo padre.
Quei pochi minuti che trascorreva insieme alla sua amica erano preziosi, si raccontavano i loro sogni, le loro speranze di fanciulle; s’intendevano a meraviglia solo con uno sguardo.
Poi un giorno Alfonsina notò qualcosa di diverso nella fanciulla. Come la vide entrare nella bottega la prese per mano, la portò in un angolo appartato e disse: — Ho deciso, mi sposo!
Alfonsina cadde dalle nuvole; non sapeva di nessun eventuale fidanzato. — E con chi?
— Un mercante, mi ha vista e ha chiesto la mia mano.
— Ma se neanche lo conosci.
— Lo conoscerò amica mia, non voglio restare in questo villaggio sperduto, viaggerò e sarò una signora.
Alfonsina sapeva che le parole sarebbero state inutili. L’abbracciò, mentre le lacrime di entrambe si confondevano.

Dopo il matrimonio non andò più alla bottega del paese, la cara amicizia di Ada le mancava molto. Ogni fanciulla alla quale si affezionava spariva dalla sua vita e lei ritornava di nuovo sola, come era sempre stata. Quando non studiava si fermava spesso sulla panca di pietra, all’ombra del vecchio ciliegio, il suo sguardo era triste e spento. Un giorno suor Maria che si apprestava ad andare in paese la vide e ricordò quando l’aveva portata con sé la prima volta al villaggio.
— Dai monta su, un po’ di svago ogni tanto ci vuole.
 Fu così che Alfonsina rivide Davide. Fu come se lo vedesse per la prima volta: nella bottega si trovò davanti un giovane bruno, tutto muscoli, i riccioli neri; era sempre quello, ma lo sguardo adesso era tenero e triste, e quando Alfonsina lo guardò le sorrise dolcemente.
Rimasta affascinata dalla forza, dal sorriso e dai modi estremamente gentili di quel giovanotto, si ritrovò a pensare a lui e a desiderare di rivederlo.  Per cui aspettava col cuore in gola che suor Maria andasse al villaggio per chiederle di poter andare con lei.

Davide aiutava a caricare la loro spesa sul carretto, e si offriva anche di recapitarla personalmente se avessero avuto difficoltà.  Attratto dalla bellezza di Alfonsina, si perdeva in quegli occhi vellutati e sognava i suoi riccioli rossi, gli sembravano strani magici fili che lo tenevano legato a lei, fin da un tempo lontano.
Grazia che si era accorta dell’interesse del figlio per la fanciulla disse alla suora: — È cresciuta, Alfonsina, ed è proprio una bella ragazza, ma chissà se stando in convento non abbia deciso di diventare pure lei monaca.
— Ma no! Lei sta studiando per diventare istitutrice.
Mentre la suora e sua madre chiacchieravano, Davide aiutò Alfonsina a salire sul carretto e le strinse la mano: — Posso venire a salutarti al convento? — chiese timidamente. Lei divenne rossa e annuì.
 Si recò al convento quello stesso giorno. Alfonsina era seduta sulla panchina sotto il ciliegio, assorta nella lettura, cullata da una brezza che non mancava di soffiare spesso in quella regione tra i monti; accanto a lei la bambola che portava ancora con sé. Lo sguardo fisso sulle pagine pareva essere rapita in un mondo tutto suo. Al ragazzo parve misteriosa, sfuggente e nello stesso tempo bellissima, sentiva che anche il suo cuore era d’accordo, perché batteva come un matto. Stava per avvicinarsi a lei, quando una voce dall’interno intanto la chiamò: — Alfonsina è l’ora dei vespri —annunciò suor Maria.
Lui impacciato la salutò.
— Devo andare adesso, magari ci vediamo un’altra volta — lo congedò lei, con un risolino insolente.
 
Il giovane se ne andò corrucciato, un vento leggero tornò a giocare con i riccioli rossi della giovane. Infilandosi tra i bottoni della sua camicetta e sotto il suo vestito leggero, ma lei non se ne curò e rientrò, lieta come sempre, al convento.
Intanto il tempo passava e la ragazza terminò i suoi studi. Organizzarono una grande festa nel cortile del convento con lunghe tavolate imbandite. Tutto l’istituto fu addobbato con festoni. La superiora a capo tavola aveva gli occhi lucidi, ringraziò tutti e fece un discorso dove aprì il suo cuore. La gente applaudì commossa. Alfonsina che era frastornata dai complimenti di tutti. Notò che c’erano anche Davide e sua madre in fondo alla tavolata, il giovane le fece un cenno di saluto, poi facendosi largo tra gli invitati riuscì finalmente ad avvicinarsi e farle i complimenti.
— Andrai a lavorare lontano da qui?  
— Non lo so ancora, però non posso rimanere qui in convento.
Lui parve deluso di quella risposta e dopo un poco abbandonò la festa insieme a sua madre.
Il giorno dopo, mentre Alfonsina sedeva al solito posto sotto il ciliegio, Cesare tornò al convento.
Un poco impacciato si avvicinò: — Volevo parlarti da sola. Io credo che se tu vuoi non sarai costretta ad andartene, potrai insegnare anche qui. E poi metti di avere un fidanzato che ti vuole bene, credi che ti lascerebbe andar via?
Lei lo guardò… le stava forse dicendo di amarla?
Era così vicino e la guardava teneramente, poi andò più vicino e le labbra si sfiorarono.
Lei turbata disse: — Davide — e non riuscì a dire altro. Si diedero appuntamento per il giorno dopo.
La sera seguente Alfonsina aspettò che le suore dormissero e si recò all’appuntamento con Cesare. Sotto il ciliegio l’aspettava impaziente e lei volò letteralmente tra le sue braccia, il ciliegio fu testimone immobile e muto del loro amore.
Ogni sera Alfonsina approfittando del sonno profondo delle sorelle, scendeva le scale, attraversava di corsa il cortile e andava a raggiungere il suo innamorato che l’aspettava lì fuori, nascosti dal silenzio e dalla notte vivevano la loro storia facendo progetti per il futuro. Davide pensava di ampliare il negozio e anche la casa dei suoi, e di vivere insieme alla madre, Grazia. Pensando alla loro vita insieme la ragazza si sentiva protetta e felice.
 
Un giorno una carrozza con uno stemma nobiliare raffigurante un’aquila, giunse al convento, ne scese una signora, vestita di broccato blu con l’aria arcigna, che chiese di parlare con la Superiora. La Madre l’accolse cortese, sapeva chi era, anche se non aveva detto il suo nome.
— Mi perdoni, Madre, ma visto che la Alfonsina dovrà lasciare il convento volevo consegnarle di persona questa lettera coi documenti necessari. Ho stabilito tutto per il suo futuro: avrà una bottega d’artigianato e una casa tutta sua e vivrà nel paese della sua povera madre. Per ringraziarla, di quanto ha fatto lei e le sorelle, c’è qui un contributo che le permetterà di portare avanti il convento senza problemi.
La donna parlava e la religiosa ascoltava. Aveva pensato a tutto la contessa, ma di sua nipote non aveva chiesto. — Scusate, contessa, ma veramente noi pensavamo che adesso potesse fare l’istitutrice, voi sapevate che stava studiando, vero? — osò la superiora.
— Sciocchezze! Un po’ di studio non guasta, anzi, saprà fare bene i conti e scrivere correttamente, quando gestirà il negozio.
 Delusa la Madre cercava di capire fino a che punto quella donna fosse senza cuore, per cui le propose: — Quindi lei è venuta a prenderla. La faccio chiamare subito, è in camera sua.
— E perché mai? Ho fatto abbastanza per lei e ho troppo sofferto a causa sua, verrà qualcuno a prenderla domattina. Adesso, credo sia meglio che vada.
— E se Alfonsina non volesse fare quanto da lei richiesto?
— Allora sarebbero guai e non solo per lei, ma anche per questo miserabile convento — concluse la contessa e, senza neanche salutare, voltò le spalle e scomparve dall’uscio.
Quando La Madre Superiora fece chiamare Alfonsina, la fanciulla temendo che avesse scoperto i suoi incontri con il giovane che amava, arrivò agitata e tenne gli occhi bassi.
La Madre sembrava a sua volta impacciata nel doverle parlare, poi, tamburellando con le dita sulla scrivania, ruppe il silenzio.
— Mia cara, — sono passati molti anni e tu sei diventata adulta ed è giusto il momento che tu sappia chi sono i tuoi genitori.
Alfonsina la guardò strabiliata: Voi sapete?
— Non molto in verità, so che tua madre è morta di parto, e tua nonna ti ha affidato a noi.
— E mio padre?
— Tuo padre è un conte, quando tu sei nata era sconvolto; le mostrò la lettera di sua nonna.
Alfonsina lesse e dal suo volto scomparve quel sorriso fiducioso che l’aveva sempre accompagnata.
In tutti quegli anni, ogni mese era arrivato un assegno mensile da parte del notaio. Ma né sua nonna, né suo padre avevano mai chiesto sue notizie, c’era qualcosa di sbagliato in tutto questo, che andava contro i principi cristiani con i quali le buone suore l’avevano cresciuta. Ma adesso cosa doveva fare?
La voce della Superiora chiarì i suoi dubbi.
— Speravo che saresti rimasta da queste parti, ma tua nonna ha stabilito che andrai a vivere nel tuo paese d’origine, dove sono pronti per te una casa e una bottega, tutto è stato acquistato a tuo nome. Domattina verrà qualcuno a prelevarti. Nella tua casa troverai una governante che ti aiuterà. Questi sono i documenti — pronunciò queste parole con voce roca, sapeva di darle un dolore.
La fanciulla ascoltò in silenzio; aveva il cuore in gola. Sbalordita dalla precisione con cui era stato programmato il suo futuro esclamò: — Andare via, Madre! E se io volessi rimanere qui?
— Mi dispiace Alfonsina, la contessa tua nonna è stata molto insistente, un tuo rifiuto potrebbe avere conseguenze, anche gravi — concluse con gli occhi bassi.
— Mia nonna è stata qui, perché non mi avete avvertita?
La superiora taceva.
— Non ha voluto vedermi vero? No, non mi cercherà, non l’ha mai fatto in tutti questi anni. Si è messa a posto la coscienza sistemandomi. ­
Le lacrime si erano fissate nei suoi occhi, ma non scendevano.
— Loro sono ricchi e ti stanno offrendo la possibilità di vivere senza preoccupazioni, anche se tutto questo ha un sapore amaro devi accettarlo. È gente potente, e anche pericolosa.
— Ma è terribile… si tratta della mia vita.
— Alfonsina, sappi che se noi ti vorremo sempre bene come una figlia — disse la Superiora guardandola con tenerezza. Nel salutarla l’abbracciò e la strinse con forza; non l’aveva mai fatto prima d’allora.
 
Ora la giovane sentiva di essere una nuova persona e non era più sicura di niente. Il suo segreto le pesava inchiodandola in uno stato di confusa fissità. Il giorno dopo sarebbe andata via, verso una nuova vita, ma in quel convento lasciava tutti i suoi affetti; doveva avvisare anche il suo innamorato, per spiegargli la situazione. Come fare? Suor Maria con l’unico mezzo per raggiungere il villaggio non si trovava al convento, era andata a far visita a una parente molto malata. Scrisse una lunga lettera per Davide cercando di trovare le parole giuste, la strappò e riscrisse numerose volte, poi finalmente sentì il raglio dell’asino: suor Maria era tornata. La raggiunse ansiosa e le affidò la sua preziosa missiva, solo che ormai era buio, ed era pericoloso avventurarsi per quelle stradine.
— Andrò domattina prima delle lodi — disse commossa la sorella. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei.
L’ abbracciò con le lacrime agli occhi.
— Non mi dimenticherai piccola?
— Come potrei — disse la fanciulla tra i singhiozzi.



Ultima modifica di gemma vitali il Sab Feb 20, 2021 4:20 pm, modificato 1 volta

2Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Mer Feb 17, 2021 11:31 am

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
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Vista la lunghezza totale del testo avevo pensato di dividerlo in due parti, anche perché dal decimo capitolo in poi la narrazione assume caratteristiche diverse. Inoltre pensavo che ogni capitolo di quelli scritti potrebbe essere diviso in due vista la lunghezza forse eccessiva di ognuno di essi. Sarei grata se qualcuno vorrà esprimere il suo parere.  flower

3Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Mer Feb 17, 2021 7:54 pm

Petunia

Petunia
Padawan
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Secondo me puoi suddividere i capitoli in prima e seconda parte pubblicandoli in tempi ravvicinati. Forse è più agevole leggere🌟


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Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
D.Buzzati 

4Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Mer Feb 17, 2021 10:41 pm

gemma vitali

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Padawan
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Grazie Petunia. flower

5Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Sab Feb 20, 2021 4:10 pm

Petunia

Petunia
Padawan
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Alfonsina era una bimba adorabile e tutte le suore si prodigavano per lei. Suor Maria le preparava dolci prelibati, suor Placida la coccolava e le raccontava favole, suor Bettina le cuciva i vestitini utilizzando quello che aveva a disposizione, in genere si trattava di abiti scuri o grigi che facevano risaltare con la chioma rossa della bambina fatta di riccioli morbidi.


In questo racconto c’è tutta la magia di una fiaba. Alfonsina cresce e diventa una giovane donna innamorata, ma la sua vita è nata sotto una stella un po’ troppo malevola. Speriamo che il futuro le riservi un po’ di felicità.


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Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
D.Buzzati 

6Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Sab Feb 20, 2021 4:22 pm

gemma vitali

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Padawan
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Grazie Petunia, sto dividendo i capitoli il prossimo sarà più breve. Racconti del vento  1523606759

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