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La casa di Elisabeth

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1La casa di Elisabeth Empty La casa di Elisabeth Gio Gen 07, 2021 9:42 pm

Giancarlo Gravili

Giancarlo Gravili
Younglings
Younglings
La casa di Elisabeth

Un velo notturno appariva all'orizzonte.
Delineava, in modo soffuso, lunghe ombre che scolpivano i tetti e si miscelavano al verde andare delle colline di Marvill.
Piccole case guardavano l'oceano sfogare il suo cupo impeto sulle scogliere, degradando poi docilmente ai margini d'una baia, porto naturale per molte imbarcazioni.
Quelle costruzioni davano l'impressione d'essere poste a guardia di remoti pericoli provenienti dal mare.
Il faro, arrampicato sull'alto promontorio, illuminava le tempestose serate.
Spesso il vento del nord spirava così forte da sospingere fin sulla strada, che costeggiava il dirupo, alti spruzzi di spuma bianca con maestosi salti sul mare agitato.
L'aria fresca della sera era solita invitare l'anima a rimanere chiusa in se stessa, in attesa di calde giornate.
Molti erano i pittori che stendevano i propri colori intrecciandoli con i pensieri e molte le tele che finivano per connotare più surreali emozioni che visive sensazioni.
L'atmosfera dei luoghi era ideale per chi voleva vivere nel proprio isolamento, lontano da un'abitudinaria esistenza.
Dell'antico villaggio, costruito a ridosso delle scogliere, col passare dei secoli era rimasto ben poco: qualche abitazione e una strada che portava verso la costa.
Spiccava tra esse una solitaria casa, costruita ai margini della strada.
Bello il suo aspetto, impreziosito da finestre bianche, un tetto di grigie tegole e perline decorative in legno d'un azzurro intenso.
Un piccolo cortile faceva da cornice e migliaia di asfodeli lo corteggiavano danzando inermi insieme alle onde del mare.
Il suo essere vecchia contrastava con i modi gentili con cui veniva curata.
Chissà, se il tempo avesse voluto fermarsi in quel posto, quanto della melanconica visione dei sogni avrebbe vissuto eternamente, accompagnato dalla staticità della vita...
Vi sono luoghi che vivono al margine del pensare, nel non esistere dell'esistenza, nella parvenza d'una strana appartenenza.
In fondo era solo una piccola baia, con un porto e alcune case aggrappate al promontorio che spiava il mare.
Immaginare di farne parte era possibile, eppure quel mondo non bastava per chi sognava un altro surreale universo.

Una ragazza viveva in quel tempo a Monroe.

«Dove vado sola su questo sentiero? Riesco ancora a respirare l'aria in questo stantio vento che mi solca il viso? Riesco ancora a immaginarmi in un altro vivere? Andrò lontano, con le mani protese sull'infinito buio che sembra voler ghermire il cuore. Andrò dove qualcuno capirà senza chiedere. Dove chiedere sarà inutile, perché tutto profumerà di vita e amore. Esisterà mai per me questo giardino di pace?
Ho vissuto sempre accanto alle storie del passato, non capendo quelle del presente. Ho vissuto cercando le mie origini senza mai trovarle, comprendendo dalle mie lacrime il segreto destino che cercavo. Qual era il mio destino? Suonava in me la voce dell'inconscio con note non conosciute, con melodie che rapivano il mio pensare...
Lasciando le ragioni appese al canto del mare che ogni volta cullava il mio dormire. Sì, Elisabeth, riposa nella tua notte, nel tuo sogno.»

Elisabeth Hamilton tornava sempre all'imbrunire, stessa strada, l'unica che dalla contea del NortShuffle arrivava sulla costa.
Stesso lavoro da anni, pochi amici, solite abitudini.
Questa era la sua vita, commessa di giorno in un negozio di stoffe nella vicina Monroe; di notte il sogno rappresentava il suo mondo.
Passo svelto, poche miglia separavano il mare dalla cittadina.
Sempre da sola, un buon paio di scarpe e tanti inesistenti amici accompagnavano il suo ritorno a casa che, pur appartenendo da tempo alla famiglia, meditava di vendere.
Così come il pensiero di lasciare il lavoro di commessa e cercare un'altra vita non l'abbandonava mai.
Amava molto quel percorso: le permetteva di scrollarsi di dosso le ore di lavoro e le concedeva il tempo d'essere sola con i suoi pensieri.
La tranquilla vita dei luoghi e l'assenza di pericoli rendevano il camminare tutto volto a un continuo interrogarsi.
La casa di Elisabeth, dall'alto, s'affacciava direttamente sul mare.
La voce dell'oceano spesso filtrava attraverso le finestre, dandole quella compagnia di cui aveva bisogno.
Nessuno aspettava. I genitori erano morti da tempo, lasciandole l'unica cosa che possedevano, quella casa in cima al promontorio.
Scorreva uguale il tempo nel NorthShaffle: ogni giorno in fila, uno dietro l'altro, come se la vita si fermasse sempre allo stesso istante.

Quella sera il lavoro era terminato in anticipo.
Mr. Benson, il titolare del negozio dove lei lavorava, era andato via nel primo pomeriggio.
Una sottile foschia saliva dal mare e il biancastro susseguirsi delle nuvole aveva lasciato il posto a ombre soffuse ed eteree, che donavano a tutta la piana un aspetto lugubre e sinistro.
Uno strano timore aveva preso l'animo di Elisabeth, per questo la decisione di chiudere bottega andava oltre la paura d'un eventuale rimprovero da parte di mr. Benson, uomo notoriamente dai modi non troppo gentili.
La strada sembrava lunghissima...
Elisabeth non faceva più caso al paesaggio circostante, troppe emozioni bussavano all'animo per distrarsi in altre visioni.
Il vento andava aumentando d'intensità e il suo viso, pallido e lentigginoso, pareva illuminarsi al freddo e a quella fioca luce biancastra, come una lucciola in un campo di grano durante la notte.
Finalmente il vialetto che portava alla dimora apparve, tra la sempre più fitta nebbia e, come d'incanto, il suo disagio si placò immediatamente.
Tre giri di chiave al nottolino e il mondo esterno non le apparteneva più.
Via le sneakers viola e al loro posto un paio di comode pantofole, naturalmente dello stesso colore.
Il giaccone nero sul divano e indosso il suo comodo maglione a cui non rinunciava mai.
Un paio di uova al prosciutto e una birra scura irlandese, questi erano i suoi pensieri più impellenti. Di corsa in cucina e poi un libro da leggere, magari d'avventura: la sua passione.

Quella sera però non tutto sembrava volgere alla normalità.
Impossibile scorgere il mare dalle finestre e il suo canto non arrivava più al cuore di Elisabeth.
Intanto la nebbia era divenuta padrona indiscussa di tutto e forse anche delle anime; eppure quel sentirsi estranea dal resto della natura, sicura nel suo rifugio, non la preoccupava più di tanto.
Consumò in fretta la cena e si sdraiò sul tappeto accanto al fuoco, tutta presa dalla sua lettura.
La stanchezza presto ebbe il sopravvento e, come un trapasso spirituale dell'anima, Elisabeth si addormentò profondamente.

Il giorno arrivò, penetrando all'interno della casa e svegliandola dolcemente.
Era solita di buon mattino aprire la porta e respirare a pieni polmoni l'aria fresca che saliva dal mare e anche quella volta fece così.
Immenso stupore e notevole smarrimento la colsero quando, nell'affacciarsi sull'uscio, vide che non vi erano più le case vicino alla sua.
Corse in giardino, con respiro affannoso, e veloce si guardò intorno.
Tutto era scomparso: apparivano solo il promontorio e il vecchio faro di fianco.

Con un balzo rientrò in casa, cercando istintivamente dei punti di riferimento oggettivi, presa dal dubbio di vivere un istante irreale, non comprendendo più quale fosse il confine tra il mondo del sogno e la vita vera. Per primo cercò il libro che stava leggendo, ma nonostante tutti i suoi sforzi non riuscì a trovarlo, eppure doveva essere lì, sul tappeto dove si era addormentata.
Vagò per un po' in tondo, poi, preso coraggio, decise di andare verso il luogo dove lavorava.
Percorse la strada di corsa; i secolari alberi che la circondavano erano lì ma il loro aspetto era rigoglioso e molto più verde del solito.
Anche la strada non era più la stessa, l'asfalto aveva lasciato il posto a un polveroso terriccio.

«Cosa accade? Mi ritrovo sul far dell'alba su questa strada, in questa mattina senza spiegazioni.
Immersa nel limbo delle ore. Da dove viene questo mio pensare? Dovrò tenerlo stretto a me.
E questa luce soffusa che sale imperscrutabile?
Ho paura, dove mi trovo? Vorrei tornare indietro ma devo proseguire. Confusione...
Mi fermerò per ascoltare i battiti che salgono.
Oramai non trovo traccia del mio volere.
Dio mio impazzisco!
Sento risvegliare le mie emozioni ed esse mi scrutano senza parlare, come qualcuno che ti sorride con un velo che nasconde il viso.
Questa strada con la sua ombra mi ghermisce, tenendomi compagnia...
Accidenti, quella è Monroe!».

La piccola città si presentò davanti e il cuore sussultò.
Era sempre al suo posto, le case diminuite, le strade strette e, lungo il loro perimetro, la gente si accalcava tra banchetti di pesce, taverne e un cattivo olezzo che veniva dai canali a cielo aperto scavati di fianco.

Una voce tuonante riecheggiava nell'aria e veniva fuori da una vecchia chiesa.
Un pastore anglicano, dall'alto del suo piccolo pulpito, parlava a un gruppo di persone che in assoluto silenzio lo ascoltavano.
Quell'uomo, vestito di nero, aveva un grosso colletto bianco che veniva fuori dalla camicia, dei calzini sdruciti che coprivano fin sopra alle ginocchia i pantaloni e scolorite scarpe dotate di enormi fibbie di ferro ai lati.
Tutti questi elementi lo connotavano in maniera ridicola agli occhi Elisabeth che nel frattempo era entrata dentro e osservava tutto con sguardo allucinato, tanto da sembrare una indemoniata.
Il pastore, che urlava improperi a destra e a manca sui doveri cristiani e sulla nobile arte della pesca, accorgendosi della sua presenza, interruppe il sermone e rivolgendosi a lei disse:
«È questa l'ora di presentarsi alla funzione?
Dove sono i tuoi genitori?
Mettiti a sedere e ringrazia il cielo, oggi sono di buon umore!».
Come se nulla fosse accaduto egli, con un grugno terribile a incorniciare il rugoso volto, riprese il suo discorso, scagliandosi contro chi osava andare in mare senza avere per esso e per le creature che lo popolavano il dovuto rispetto.
Ogni azione riconduceva al giudizio divino.
Elisabeth, seduta in silenzio, non riusciva a capire il perché di tutto quello che le stava accadendo.
Il disorientamento era tale da non accorgersi del vestiario indossato.
Un vestitino grigio, delle scarpette nere e un grosso fazzoletto nero in testa. Questo il suo abbigliamento.
L'assurdo aveva rapito Elisabeth in ogni aspetto della sua vita, anche quello della quotidianità.
Finita la funzione religiosa, in ordine, tutti uscirono fuori e ognuno si diresse verso i propri doveri.
Anche Elisabeth si accodò alla fila.
Le ritornarono in mente i vecchi racconti su Monroe che suo padre le raccontava da bambina per farla addormentare.

Nel 1800, Monroe aveva un porto dal quale partivano molte baleniere verso le acque del nord Atlantico o degli oceani del sud.
I racconti del mare invadevano le taverne ed essi erano tramandati oralmente da padre in figlio.
Tutto ora le appariva più chiaro: si trovava nella vecchia cittadina di due secoli prima.
Si rivide bambina in braccio a suo padre mentre, seduti accanto al camino, le leggeva fantastici racconti e il crepitio della legna teneva compagnia insieme a un leggero fumo che invadeva tutto.
I sogni e le avventure prendevano vita così in un mondo surreale e rassicurante che, con il passare degli anni, sarebbe divenuto l'unico che le avrebbe donato serenità e gioia.
Vi era una storia particolarmente cara a lei che, più delle altre, aveva preso sicura dimora nel suo animo.
Essa parlava di un veliero dal nome “Queen's Flower”.
Vascello trealberi della reale marina inglese, trasformato in baleniera, aveva sulla chiglia, aggrappata alla prua, la statua d'una sirena che dalle onde sorgeva con la sua bellezza a incantare i marinai.
Completamente adornato da fregi d'argento, il cassero arrivava sin sotto l'albero di mezza.
Il castello di poppa invece era snello ed elegante, completato da legni finemente intarsiati. La sua bellezza contrastava con il forte e inconfondibile odore del grasso delle balene che, salendo dalla stiva, impregnava tutto, quando veniva fuso.
Nel giugno del 1815 il vascello era partito, per la caccia, dirigendosi verso Capo Horn, nel Pacifico del sud, ma, per misteriose ragioni, non aveva più fatto ritorno nel porto di Monroe.
Imbarcato a bordo della Queen's Flower v'era un ragazzo dai modi gentili e garbati che poco si adattavano alla natura dell'incarico.
Egli era il secondo del capitano Brown, Peter Johnston il suo nome.
Aveva preso la via del mare lasciando la bottega di stoffe dove lavorava, in cerca d'una vita avventurosa e più redditizia.
Il padrone del negozio, un certo mr. Hamilton, a malincuore l'aveva lasciato andar via, proprio per quei suoi modi così rispettosi che ne facevano una persona unica.
Inoltre il buon mr. Hamilton, dopo la morte dei genitori di Peter, se ne era preso cura ospitandolo nella sua casa, non avendo egli alcun parente da cui andare.
Le storie sugli oceani tempestosi vicino alla terra del fuoco ai confini del mondo e gli incredibili racconti dei marinai che erano riusciti a superare Capo Horn, da sempre avevano affascinato Peter a tal punto da indurlo a imbarcarsi su di una baleniera diretta proprio verso quelle acque.
La bellezza di quella nave, il mistero dell'ignoto, la forza incredibile del mare e infine la figura di quel giovanotto, che tutti in quell'epoca conoscevano a Monroe per i suoi modi così raffinati, erano entrati nel cuore di quella ragazza solitaria e sognante.


La sera mostrava le sue prime ombre e la confusione aumentava nella testa della ragazza...
Elisabeth, disorientata da quello che le stava accadendo e presa dal panico, cominciò a correre verso casa, l'unico posto che le aveva sempre dato sicurezza.
Percorse la strada che separava la cittadina dal porto in un sol fiato e, arrivata in prossimità dell'agognato rifugio, trovò un'altra sorpresa ad aspettarla.
Una fioca e giallognola luce s'intravedeva dalle finestre.
Il timore la fece avvicinare con “discrezione” alla porta che di fianco recava una targa con la scritta Hamilton.
Non sembrava essere quella di sempre.
Bussò con forza, ritraendosi poi d'un passo, davanti all'uscio.
Un anziano signore aprì la porta e, vedendola scoppiare in un pianto dirotto, la prese per mano e la invitò a entrare.
Tutto era diverso, tranne le mura e l'enorme camino che s'appoggiava sulle pareti d'una ampia sala.
Una volta dentro, un senso di pace le percorse l'animo facendola sentire protetta e rassicurata.
L'uomo si presentò dicendo di chiamarsi Harrison Hamilton e di avere un negozio di stoffe a Monroe.
Elisabeth ebbe un lampo agli occhi: si trovava nella sua casa, di fronte al suo trisavolo.
Mr. Hamilton chiamò la moglie Doroty e, dopo i dovuti convenevoli, ascoltando le parole della ragazza che ripeteva di non sapere più cosa fare e dove andare, decise di ospitarla per un po'.
Disse anche che di lì a poco sarebbe tornato a casa Peter, un adorabile ragazzo trovatello che tempo addietro avevano accolto con loro come un figlio.
Sentendo quel nome, Elisabeth ebbe un sobbalzo.
Ormai la notte regnava e tutti si ritrovarono accanto al camino.
Peter, nel frattempo, era arrivato e non smetteva di togliere lo sguardo dal viso e dal sorriso di Elisabeth che, a sua volta, si sentiva attratta da quel ragazzone con due grandi occhi scuri.
I volti dei due rimasero immobili a lungo.
Peter s'immerse nei suoi pensieri.

«Inseguo i tuoi occhi, ma perché mi guardi?
Sei nel mio presente o vieni dal mio passato?
Ho inseguito l'amore sempre, ora mi attende il mio tempo, io devo andare per mare non posso fermarmi da te.
I miei pensieri si fermano sull'orlo della ragione, colmando quei vuoti che mi perseguitano.
Sono qui, sospeso sul tuo sorriso e sfoglio immagini future come petali di margherite.
T'immagino nuda sul letto.
Un brivido mi attraversa, devo rimanere cosciente, m'imbarcherò è questa l'unica verità per me.
Vorrei sfiorare la tua mano e baciare le tue labbra e incidere i nostri nomi sulle onde dell'oceano.
Vorrei...
Ti prego, voltati ancora, sì, sorridimi e fammi sentire vivo.
Io che cerco il mondo lontano dal mio.
Dovrò andare via da te e forse anche da me.
Presto partirò e tutto sarà solo ricordo.»

Peter, entusiasta, iniziò a parlare del suo futuro viaggio sulla Queen's Flower.
La sua attesa era grande per tutte quelle meraviglie del mondo che l'occasione gli avrebbe concesso di vedere.
Elisabeth lo ascoltava, in ammirato silenzio, ritrovando in lui e nel suo racconto la serenità delle storie che da bambina le raccontava il padre e la stessa voglia di avventura.
Mr Hamilton le chiese il suo nome, nella confusione degli eventi non aveva osato farlo.
Lei disse di chiamarsi Elisabeth Spring, nascondendo chi in realtà fosse e da dove veniva.
Troppo era il timore di non essere creduta e di passare per pazza.
Il vecchio Harrison che, oltre a essere un uomo di buon cuore, era molto pratico nei modi, colse l'occasione per chiedere a Elisabeth se avesse voglia di lavorare nel suo negozio di stoffe, visto che Peter sarebbe andato via per il suo viaggio.
Prima di partire, lui le avrebbe insegnato tutto.
Lei non si scompose, trattenne tutte le sensazioni che la scuotevano e, nell'incertezza di quello che le stava accadendo, annuì con la testa.
Mr Hamilton fu molto felice di questo e la serata si concluse con un boccale di birra scura per tutti, secondo la tradizione della famiglia che aveva origini irlandesi.
Accompagnò Elisabeth alla sua camera e, come un premuroso padre, le augurò buona notte.

La stanchezza degli eventi fece cadere in un sonno profondo tutti e ognuno per diversi motivi.
Peter era felicissimo per il suo viaggio e per aver conosciuto Elisabeth.
Harrison e Doroty erano contenti di aver trovato una figlia, dopo essersi rassegnati alla partenza del ragazzo.
Infine Elisabeth che stava ritrovando la sua serenità.

La mattina, dopo aver preparato la carrozza con i cavalli, svegliò i due ragazzi, e, tutti con aria allegra, si recarono al negozio di Monroe.
La strada, che tante volte aveva percorso, appariva diversa agli occhi di Elisabeth o forse tutto era diverso.
Peter, non riuscendo ancora a comprendere i suoi sentimenti, guardava lontano, voltandosi, di tanto in tanto, verso la campagna.

«Elisabeth, eccoci arrivati!» Disse Harrison «ora Peter ti spiegherà ogni cosa sul lavoro da fare, non preoccuparti è un ragazzo scrupoloso e serio, vedrai imparerai in fretta.»
«Mr. Harrison, farò quello che posso, si ricordi che mi ha promesso di lasciarmi andare fra due settimane, dovrò prepararmi per l'imbarco»
«D'accordo Peter.»
Tra il tenue rossore delle guance di Peter e i suoi piccoli sotterfugi per non sfiorare Elisabeth, trascorse la prima settimana.
Il bel giovanotto, nel suo atteggiamento apparentemente distaccato, nascose abilmente un sempre più acceso fuoco d'amore.
Elisabeth, non comprendendo la situazione, si incupì molto e questo fu notato da mr. Harrison.

Una sera, mentre la ragazza era in cucina, mr. Harrison si rivolse a Peter.
«Imbecille non vedi che ti ama? Cosa aspetti, ma al diavolo il mare e i tuoi viaggi, pensaci ragazzo, e poi non venire a lamentarti con me».
Parole apparentemente vuote, ma che non fecero chiudere occhio a Peter.
Il buon Harrison non si rassegnò e la mattina successiva, facendo finta d'assentarsi, lasciò soli i ragazzi nel negozio, urlando ben bene che sarebbe tornato nel pomeriggio.
Peter fu assalito da una miriade di sensazioni.
Nel frattempo Elisabeth fece cadere in terra un drappo rosso di purissima seta...
«Accidenti, stai attenta se si sgualcisce mr Harrison ci ammazza! Stupida!».
«Senti chi parla, il futuro mozzo di nave».
«Ritira quello che hai detto...».
I due si strattonarono fino a quando un incrocio di sguardi rappresentò il limite da passare.
Gli occhi si chiusero e la passione scese dal gioco di labbra e di saliva che grondavano con irrefrenabile pulsione. Le mani si cercarono con insistenza e i giochi dell'amore si svelarono ben presto in un irrefrenabile amplesso.
Peter con gesti convulsi sfilò via i suoi vestiti, allo stesso modo svestì Elisabeth.
Gettò in terra alcuni spezzoni di stoffe e sull'improvvisato giaciglio purpureo si scatenò il tripudio dei sensi.

Al ritorno di mr. Harrison ogni cosa era al suo posto.
«Ragazzi, venduto qualcosa in mia assenza?».
«No, oggi giornata magra».
Disse, con voce tremante, Peter.
Mr. Harrison sorrise e, con voce molto tranquilla, disse:
«È tardi, andiamo a casa.»

Le nebbie sembravano finalmente diradarsi sulla casa in cima al promontorio.

Trascorsero delle settimane e fra i due ragazzi nacque un forte sentimento.
Questa situazione allargò i cuori di Harrison e Doroty: speravano ancora che Peter cambiasse idea e non partisse più.
Col susseguirsi dei giorni il sentimento crebbe.
Il miracolo finalmente avvenne: Elisabeth e Peter avevano deciso di sposarsi!
Peter rinunciò a imbarcarsi sulla Queen's Flower, promettendo che avrebbe preso le redini del negozio.
La passione per il mare non sarebbe più albergata in lui.
Elisabeth aveva trovato tutto ciò che le era mancato nel suo tempo: l'amore e l'avventura che respirava attraverso gli occhi del suo bel Peter.
La famiglia Hamilton era rinata.

La storia aveva finito di leggersi da sola tornando al capitolo più gradito.
Mr. Harrison organizzò una gran festa.
Tutta Monroe fu invitata.
Selvaggina e arrosti, in un tripudio di fiori e ghirlande, s'unirono al profumo d'amore.
Non mancò la birra a fiumi.
Violini suonarono per tutto il giorno e si danzò senza sosta fino a notte.
La felicità del vecchio Harrison e della moglie fu incontenibile.
Peter ed Elisabeth non smisero un attimo di tenersi per mano.

Per l'occasione anche la luce del faro fu accesa.
Quella luce che, per l'ultima volta, salutò la partenza d'una nave in porto.
Era la mattina del quindici giugno 1815, in quel momento la nave baleniera “Queen's Flower” lasciava il porto di Monroe per non farvi più ritorno.

«Esiste un tempo nel non tempo in cui ogni cosa ha ragione d'esistere».

A Achillu garba questo messaggio

2La casa di Elisabeth Empty Re: La casa di Elisabeth Ven Gen 08, 2021 9:22 pm

Achillu

Achillu
Padawan
Padawan
Quando ho visto il titolo del racconto che hai scelto ho pensato subito: Giancarlo, hai fatto bene.

Questo tuo lavoro mi è rimasto impresso perché è quasi un unicum nella tua produzione, fin dal luglio 2018 ossia due anni e mezzo fa. L'ho riletto e ho ritrovato i difetti che ti avevo già segnalato, fatto salvo che poi tu mi hai corretto in particolare la questione del cassero.

Però ho ritrovato l'energia della tua opera, che ha fatto sì che me ne ricordassi immediatamente dal titolo, e me ne ricordassi con piacere.

3La casa di Elisabeth Empty Re: La casa di Elisabeth Ven Gen 08, 2021 10:04 pm

Giancarlo Gravili

Giancarlo Gravili
Younglings
Younglings
Grazie Achi, infatti alcuni aspetti della scrittura erano da rivedere mancando io d'esperienza in quel tipo di realizzazione. L'idea di quella scrittura avventurosa però ancora mi affascina, certo ora la scriverei in modo diverso.


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Le domande non sono mai invadenti, a volte lo sono le risposte...

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