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Racconti del vento

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1Racconti del vento  Empty Racconti del vento Mer Feb 03, 2021 6:34 pm

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
V
Attilio
 
Il conte Attilio aveva sentito il vagito che annunciava la nascita del suo primogenito.
- È nato!
Esultando alzò il bicchiere brindando con suo padre e attese di poter entrare nella camera della moglie per abbracciarla. I minuti passavano e nessuno usciva dalla stanza, che rimaneva avvolta in uno strano silenzio, si sentiva solo il pianto del neonato, ma non era affiancato dalla voce gioiosa di sua moglie e delle donne di casa. Gli occhi fissi alla porta, il giovane padre aspettava con ansia che qualcuno gli desse notizie.
Poi finalmente sua madre apparve sulla soglia con un’espressione più accigliata del solito e, uscita dalla camera, richiuse l’uscio frettolosamente, impedendogli di entrare.
– Cosa è successo, madre, che avete?
– Ti è nata una femmina, figliolo, ma ci sono stati dei problemi – disse la contessa, poi tacque.
– Parlate, per carità! – gridò Attilio.
– Ester – disse lei in un fiato.
Il conte spalancò la porta e lanciò un urlo da far accapponare la pelle.
– No, non è possibile – ripeteva col viso stravolto.
Sua moglie, la sua adorata Ester, giaceva nel letto con gli occhi chiusi, pallida ed esangue, ormai senza vita. I familiari attorno al conte cercavano di confortarlo, ma l’uomo appariva svuotato di ogni emozione, sembrava un pupazzo senza anima e con lo sguardo fisso nel nulla: non ansimava, non piangeva, non parlava. Lo fecero sedere su una poltrona accanto al camino, dove rimase immobile e muto. Ogni domanda e ogni frase che gli veniva rivolta cadeva nel vuoto, come se lui si trovasse altrove e infatti si era trasferito in una dimensione a lui finora sconosciuta, quella del dolore.
Sua madre, Ortensia, per cercare di scuoterlo dal quello stato di torpore, si avvicinò con la bambina tra le braccia e gliela mostrò. La piccola aveva la carnagione lattea e il visetto tondo, le mani scarne, la pelle lievemente rosea che profumava di vita. Era sua figlia, doveva pur reagire in qualche modo.
Come vide quel fagottino, vestito con panni pregiati e avvolto in una copertina di seta rosa, infatti, l’uomo parve risvegliarsi, ma il suo atteggiamento non fu quello che tutti si aspettavano.
— Portatela via! Non voglio vederla! – intimò risoluto, con gli occhi accesi da livore nei confronti di quella bambina, che non aveva commesso alcuna colpa se non quella di nascere.
La contessa con la bambina in braccio, seguita dalla nutrice, dalla governante e dalle domestiche, si allontanò, lasciando Attilio solo con suo padre. Il vecchio conte guardava il figlio con comprensione e cercava le parole giuste per confortarlo.
– Non puoi lasciarti abbattere dal dolore figlio mio. Sei un uomo e devi affrontare le avversità con determinazione. Questo è il tuo primo scoglio, ma certamente ne dovrai affrontare altri e dovrai essere preparato. Vivere è una continua lotta, ma i momenti felici prima o poi si ripresenteranno – disse il vecchio conte, con voce pacata.
– Andate via, anche voi! Via! Non voglio nessuno accanto a me. Quello che dite sono solo parole e se le porta il vento, ma il mio dolore è sempre qui, che mi annienta – insistette Attilio, prendendosi la testa tra le mani.  
Riviveva i giorni belli passati con la sua Ester: il ballo intorno al falò alla festa di primavera, le sere sotto l’albero a parlare d’amore, a inventare i nomi dei loro futuri bambini, alla felicità del giorno delle nozze, alla sua bellezza così straordinaria, immortalata in un ritratto.
Perché gli era stata tolta? 
Aveva rifiutato donne nobili e ricche per quella ragazza semplice e adesso era tutto buio per lui, ed era tutta colpa di quella figlia così desiderata che l’aveva uccisa, facendosi spazio per poter nascere. La odiava in modo innaturale e assurdo e non faceva altro che pensare: perché non è morta la bambina al posto di Ester?  
 Si tormentava continuamente senza riuscire a trovare un po’ di pace e la situazione sembrò peggiorare sempre più.  Attilio sembrava essere diventato folle. 
Una mattina si vestì con gli abiti della caccia e montato sul suo cavallo col fucile e l’attrezzatura necessaria se ne andò al galoppo nei boschi della sua tenuta. L’aria era dolce e il tempo sereno, gli uccelli della riserva, spaventati dal galoppo, andarono a nascondersi tra foglie. Il conte arrivato nella fitta boscaglia si fermò. Scese da cavallo e imbracciato il fucile lo puntò verso il cielo, non era un animale che voleva cacciare, ma la bestia era che era dentro lui, che lo rodeva caricandolo di un odio senza ragione.
– E allora chi è stato a togliermi Ester? Cielo sei stato tu? – e sparò uno, due, tre colpi verso quegli spicchi d’azzurro che s’intravedevano tra gli alberi.
– Sei stato tu fato? – E sparò altri colpi a caso, perché pensò che il fato si nascondeva ovunque.
–   Oppure tu, piccola neonata dai capelli rossi. Io voglio che tu muoia! Dove sei figlia ingrata? – e ancora sparò colpi ovunque, fino a scaricare tutto il caricatore del suo fucile.
Dalla villa si erano sentiti sparare numerosi colpi e i suoi genitori pensarono che forse la caccia lo stava distraendo dalla tragedia e magari pian piano tutto si sarebbe sistemato. Quando Attilio tornò a casa, verso sera, aveva il paniere vuoto e il fucile scarico. I familiari lo guardarono interrogativi.
“Ha sparato tutti i colpi a vuoto” pensò suo padre, e, inquieto, per cercare di capire cosa fosse accaduto domandò: – Che tipo di caccia hai fatto, figliolo?
– Caccia grossa. Mi sono proprio divertito oggi. Ho sparato contro il cielo, contro il fato e contro chiunque ha avuto il triste compito di provocare questo dispiacere che mi ha messo in ginocchio. Ora mi sento meglio – disse Attilio, sorridendo in modo del tutto naturale.
Il giorno dopo andò di nuovo a caccia, stavolta il suo obiettivo era la caccia di animali. Lui era nella posizione privilegiata del cacciatore, con il fucile che gli dava forza, e gli animali erano la preda: dovevano difendersi, scappare se ci riuscivano, ma non tutti avrebbero potuto farlo. Quelli più indifesi o meno lesti, avevano le ore contate ed era lui a decidere quando sarebbe arrivato il momento della loro morte. Il fucile brillava tra i rami, ma una pernice non ebbe scampo e il colpo fermò il suo volo, e il suo cuore. Cadde poco lontano e il cane del conte andò a recuperarla. Un fruscio inatteso tra i cespugli lo mise di nuovo in allarme, qualcosa cercava di sgattaiolare via per istinto di conservazione.
Aspettò con calma che l’animale nascosto uscisse dalla parte opposta e lo colpì al volo: era una lepre. Lui sorrise.
– Sono stato più svelto di te – mormorò.
 L’animale sanguinava da un fianco, il sangue rosso fuorusciva, la vita era andata via ed era stata opera sua.
 “Cosa si prova a fare questo? Niente, assolutamente niente. Sono solo un uomo pieno di cattiveria che provava gusto a uccidere: sono un assassino” pensò tra sé. Passò il dito sulla ferita della lepre e con il sangue che gocciolava fece dei segni sul suo viso. Quello non era uno sport per lui, non sarebbe più andato a caccia.
Suo padre lo vide tornare con una pernice e una lepre che sanguinava, sul viso di Attilio c’erano i segni rossi che si era fatto col sangue dell’animale. Mostrò le sue prede al genitore, ridendo a crepapelle, mentre il povero vecchio lo guardava allibito.
Ormai era chiaro che era fuori di senno e che aveva bisogno di cure, ma sua madre non volle saperne. – Il tempo è la medicina che ci vuole, null’altro. Mio figlio non è malato, è solo triste, soffre – disse al marito, che voleva affidarlo a un medico di sua conoscenza.
Non andando più a caccia, Attilio passava molto tempo nel suo studio, dove controllava le rendite prodotte dai suoi possedimenti. Gli affari di famiglia andavano a gonfie vele e in altre condizioni sarebbe stato motivo di tranquillità e orgoglio, ma a lui quel benessere dava quasi fastidio e decise che se c’erano soldi dovevano pur essere spesi.
Cominciò così a frequentare feste e spettacoli per divertirsi. La sera, spesso, andava a bere in qualche locanda, dove giocava tentando la sorte e lasciava laute mance ai servitori. Non gli importava di perdere, il denaro era solo un mezzo di scambio e lo usava per emozionarsi e divertirsi. Amava concludere le sue serate con donne di malaffare, ogni sera una diversa, per lui erano solo corpi senza volto.
Una volta gli capitò una ragazza madre che lo portò a consumare il loro incontro a casa sua. Era una bella donna, mora, con gli occhi vellutati e il conte sentiva i sensi già accesi dall’alcool, stimolati dai baci ardenti che la donna gli concedeva. A un certo punto il figlio della donna, che doveva essersi svegliato all’improvviso, si mise a piangere, con insistenza, nella stanza accanto a quella in cui i due si trovavano. Attilio che non si era neanche tolte le scarpe, gridò: –Portatela via–Si rese conto di essere ancora ossessionato ancora dal pianto di sua figlia, e quegli strilli infantili andarono a risvegliare quel ricordo doloroso che stava cercando in tutti i modi di soffocare.
La povera donna, mortificata, zittì il piccolo e chiese, umilmente, perdono al conte che la guardava furioso, non sapendo che altro fare. Lui allora con rabbia le intimò: – Spogliati, stupida! 
La donna si denudò e si stese sul letto.
– Chiudi gli occhi! – continuò il conte.
Lei distesa sul letto tremava, temendo chissà quale castigo da parte dell’uomo, ma nulla accadeva. Si sentì sfiorare come da una stoffa vellutata o era forse qualche insetto che lui aveva messo lì per spaventarla?
Non aveva il coraggio di riaprire gli occhi, ma dopo che furono passati molti minuti si mise a sedere sul letto e guardò. Il conte non c’era più, era andato via lasciando la porta di casa socchiusa. Accanto a sé una borsa di velluto. La aprì, curiosa, era piena di monete d’oro. 
Non sapeva se ridere o piangere di gioia, con quel denaro non sarebbe stata costretta a vendersi per molto tempo, forse mai più e poteva dedicarsi a suo figlio.
– Grazie, conte! – sussurrò, baciando la borsa preziosa che aveva tra le mani.
Attilio non andò più, la sera, in cerca di facile ed effimero divertimento: l’alcool gli appesantiva la testa e le donne gli alleggerivano la borsa, ma né l’uno né le altre gli davano soddisfazione. Cominciò a dedicarsi alle proprietà e agli affari di famiglia. Le terre dei conti De Fontana erano da tempo gestite da sottoposti che le coltivavano e ne decretavano il ricavo, senza che il padrone controllasse che quanto veniva riferito corrispondesse al valore effettivo.
Suo padre era ormai anziano ed era giusto che fosse lui a interessarsene. Un giorno mentre era a cavallo e si dirigeva verso le sue terre, vide una donna affacciata alla finestra di villa Sartori ai confini con la sua proprietà.
 Le terre e i possedimenti dei Sartori si estendevano ben oltre le sue Il duca Emidio l’uomo più ricco della zona.
Un viso ovale, occhi verdi dalle lunghe ciglia e capelli neri acconciati alla moda, una visione d’incanto, quasi come se fosse stata tratteggiata dalle mani esperte di un pittore, la figura femminile si stagliava nel vano della finestra. Attilio sollevò il cappello salutando e continuò a cavalcare verso i suoi poderi.
Chi era la misteriosa donna che aveva visto? La villa era disabitata da mesi, da quando il duca Emidio, che non aveva figli era deceduto.  Era forse stata venduta? Fu preso allora da un incontrollabile desiderio di sapere ogni cosa possibile riguardante la bella sconosciuta.
Si informò presso un suo fattore.
— Si tratta di una nipote del duca, arrivata dalla Toscana. Come unica parente prossima ha ricevuto in eredità tutti i beni del defunto.
Al ritorno verso casa, quando arrivò nei pressi della villa Sartori, guardò verso la finestra, ma la donna non c’era più. Progettò di tornare il giorno dopo e si sentiva come un giovanetto che non conosce ancora l’amore e ne inspiegabilmente soggiogato. Era mai possibile? Aveva da poco perduto la donna amata…
Sullo scrittoio di noce, posto all’ingresso, davanti alla porta del salone, con sua grande sorpresa, trovò un invito da parte dei duchi Sartori, che lesse e rilesse rigirandolo tra le mani.
La S. V. è invitata alla festa di incontro con i nobili del luogo. La scrivente, duchessa Emma, in qualità di nuovo membro facente parte della illustre società che vive in questa splendida cittadina ha l’onore di rivolgervi personalmente l’invito.
Duchessa Emma Sartori.
– Dicono che sia una donna giovane e molto bella, nipote del duca buonanima e che vuole inserirsi a pieno titolo tra di noi.  Tu che pensi di fare? — domandò suo padre.
Attilio fece finta di nulla.
 – Non saprei, padre, vedremo– disse con noncuranza.
Quando rimase da solo, però, si sentì invaso da una voglia matta di partecipare a quella festa e non per la festa in sé, ma perché avrebbe rivisto il viso ovale e i capelli neri di quella donna di nome Emma, che pareva uscita da un quadro. Chissà se era sposata? Ma che pensieri strani stava facendo?
Alla festa il conte Attilio De Fontana fu annunciato da un araldo e un domestico in livrea, con un inchino, lo introdusse nell’ampio salone. La padrona di casa era bellissima in un abito di seta di colore verde scuro, arricchito con ricami dorati, il busto stretto di modo che il seno prosperoso fosse messo in evidenza catturava molti sguardi impertinenti.
Al collo sfoggiava un collier d’oro e diamanti con orecchini coordinati, questo mostrare la sua ricchezza in maniera così sfacciata piacque al conte: era una provocazione. Lei era talmente bella che non le servivano certo quegli accessori per essere notata.  Gli piacque anche la risata argentina, con la quale la duchessa apprezzava le battute sagaci degli invitati, che cercavano di compiacerle, portando con delicatezza la mano sottile a coprire la bocca.
Il conte le si avvicinò e le fece il baciamano, guardandola intensamente in quegli occhi verdi che parevano piccole oasi luminose, lei ricambiò lo sguardo intenso e annuì con un lieve sorriso. Lo aveva riconosciuto o faceva così con tutti?
Un servitore si avvicinò con un vassoio e gli porse un bicchiere di cristallo contenente un vino bianco raffinato, prodotto dalle vigne dei Sartori, che aveva un soave profumo e un gusto sopraffino. Suo padre aveva sempre invidiato quel piccolo tesoro del duca, che in pubblico per convenienza lodava eccessivamente.
Mentre assaporava quel nettare, si accorse che la duchessa Emma dispensava a tutti i suoi ospiti quegli sguardi intensi e quei sorrisi di cui credeva di essere l’unico destinatario.
“Bene, dunque, cara Emma se le cose stanno così, dovrò trovare il modo di stupirvi per entrare nelle vostre grazie” pensò, assaporando il suo secondo bicchiere.
 
Al ballo la duchessa era molto contesa, mentre volteggiava tra le braccia dei damerini presenti, la crema della società del suo paese, Attilio era preso da una punta di gelosia senza senso nei confronti di quegli uomini. Furono pochi i momenti in cui poté stringerla tra le braccia e si sentì in quegli attimi come sollevato da terra, prescelto tra tanti a mettere le mani su un tesoro così prezioso.
Durante un ballo con fare disinvolto le chiese: – E una splendida donna come voi, amministrerà da sola tutte le terre dei Sartori?
– Perché credete che non ne sia capace? Rispose lei impertinente.
A questo punto doveva giocare a carte scoperte.
– No, intendevo se c’è un signor marito che l’aiuterà in questa attività.
– No, non c’è nessun marito, per adesso almeno – e rise e quella risata lo irritò, come una presa in giro.
Cosa voleva dire, che non aveva bisogno di un uomo o era venuta per cercarne uno? Certo a quella festa ce ne erano già troppi che avrebbero aspirato alla sua mano e alle sue ricchezze e lei ne era consapevole, ma si era rivestita di un’aria di innocente ingenuità, come una bambina che gioca graziosamente, ignara del suo candore.
I suoi ammiratori la squadravano da capo e piedi e le giravano intorno, pendendo dalle sue labbra, facendo complimenti, era tutta una farsa tra un frusciare di gonne e sventolare di ventagli, dove ognuno recitava la sua parte, considerò il conte al terzo bicchiere.
“Attento Attilio, devi fregarli sul tempo. Ma cosa sto pensando, io ho perso da poco Ester, che ho amato con tutto me stesso, come posso fare pensieri simili?”
Prese il cappello e salutando frettolosamente se ne andò a casa. Sviscerando le sue sensazioni, rifletté sul fatto che era vedovo, poteva quindi considerarsi alla stregua di un giovane, celibe, e quindi libero di potersi legare a qualcuno alla sua altezza. Eppure non era tutto così semplice. Se solo non ci fosse stata quella bambina, non poteva certo corteggiare Emma con lei al seguito.  
E così giorno dopo giorno cercava di convincersi che lui era libero e non aveva figli. Chiuso nel suo studio a far di conto, si estraniava da ogni cosa, si considerava un uomo, ligio al dovere, che rimasto senza moglie si impegnava a fondo nel lavoro e non cercava altre distrazioni.
La piccola Alfonsina intanto era stata affidata alla balia Anselma, che l’allattava e si prendeva cura di lei. Era una bimba quieta, e quasi non ci si accorgeva della sua presenza, ma come tutti i bambini piangeva per attirare l’attenzione quando aveva fame o quando voleva essere cambiata e quella volta la balia non riuscì zittirla in tempo, come faceva di solito per non infastidire il conte nello studio. Lui immerso nelle sue faccende, nonostante la porta della stanza fosse chiusa, udì il pianto della figlia e cominciò a urlare irato: ­– Fatela smettere, non voglio sentirla. Mi disturba, dite che la portino via!
– Figlio mio, è ora che tu lo accetti.  Questa è la sua casa, è tua figlia –– osservò il vecchio conte.
– Non ricordatemelo padre. È colpa sua se Ester è morta.
Con la disperazione negli occhi guardò suo padre e continuò: – Se io non posso avere più mia moglie, non voglio neanche questa figlia. Per me non esiste più. Poi abbassò lo sguardo e continuò a consultare le sue carte.
A questo punto anche sua madre, Ortensia, cominciò a preoccuparsi: temeva che suo figlio potesse fare del male alla piccola e faceva di tutto per tenerla lontano dalle stanze che lui frequentava. La bambina benché nutrita a sufficienza era pallida, perché non vedeva mai la luce del sole e rimaneva rinchiusa per tutto il tempo nella sua stanza con le domestiche che si occupavano di lei.
In realtà la contessa non aveva avuto mai il coraggio di confessarlo nemmeno a se stessa, ma quella bambina coi capelli rossi gli era sembrata un annuncio di sciagura, fin dal primo istante in cui l’aveva vista, e, dopo quanto era accaduto, non neanche riuscita ad affezionarsi a lei anche se era sua nipote, però non voleva che le accadesse nulla di male. Lei era una donna religiosa e cristiana che ogni domenica andava in chiesa e pregava. Cosa poteva fare?
–C’è solo una soluzione – disse suo marito, al quale aveva confidato i suoi dubbi: – Affidare la piccola a un istituto religioso, uno di quelli che possano accogliere orfani o trovatelli, se noi allontaniamo la bambina, Attilio non vedendola più, forse, riuscirà a trovare un po’ di pace.
La contessa concordò col marito, pensando che fosse il modo migliore di risolvere la questione. S’informò su quali fossero gli istituti che effettuavano questo tipo di attività caritatevole, chi li dirigeva, considerò se fossero fidati, poiché nonostante tutto voleva essere certa che la bambina sarebbe stata accolta bene e trattata con cura. Si occupò di come gestire la faccenda e, solo quando fu sicura di poterla affidare in buone mani, si decise.
 Nel giro di pochi giorni la piccola Alfonsina lasciò per sempre la casa in cui era nata.
Attilio, che era completamente perso nella sua storia e nel suo innamoramento, pareva aver trovato un poco di calma e di equilibrio e addirittura sotto la sua direzione gli affari progredivano con grande soddisfazione dei familiari.
Il fatto di stare più tranquillo però lo mise di fronte ad un senso di responsabilità. In casa non si parlava più della bambina, perché? Le era forse accaduto qualcosa? Essendo un uomo d’onore si sentiva responsabile di ogni cosa poco piacevole potesse esserle capitato a sua insaputa.
Un giorno parlando con sua madre chiese.
– Non sento più pianti di bambina in questa casa, come mai?
– Avevi detto che per te non esisteva più né moglie, né figlia– gli ricordò il padre.
– Mi dispiace, ma se le è accaduto qualcosa, credo di avere il diritto di saperlo.
– Non preoccuparti la bambina sarà curata e accudita, ma lontano da qui. Tua madre ti dirà dov’è, se vuole. Intanto alla gente del paese diremo che la bambina si è ammalata ed è morta.
– Morta?
– Vivrà lontano da qui, non le mancherà nulla e tu ti rifarai una vita.
 
Ricominciare di nuovo a vivere, ad amare, era ancora carico di energia e di amore da poter dare.  Tutte le mattine passava, con il suo cavallo, sotto la finestra di Emma che era lì a sorridergli e adesso si sentiva pronto a poterla desiderare, non aveva più nulla che potesse impedirglielo.
Quel giorno non si aspettava che la duchessa non fosse alla finestra, continuò mogio il suo percorso che lo portavano alle sue terre, quando dopo pochi metri fu raggiunto da un cavallo bianco che si affiancò al suo.
–Buongiorno, conte Attilio!
L’uomo sbiancò, vestita da amazzone, accanto a lui cavalcava Emma. Restò senza parole e fece un cenno rispettoso di saluto.
– Mi piacerebbe che mi mostraste dove finiscono le mie terre – chiese affabilmente.
–Sono a sua disposizione, duchessa! – si offrì Attilio e le fece visitare tutti i poderi dei Sartori, e anche i suoi spiegandole cosa vi si coltivasse e come i prodotti fossero di ottima qualità, alla stregua dei vini ottenuti nei loro vigneti.
Emma si mostrò molto attenta e di ottima compagnia, fu al ritorno verso casa che la duchessa con aria triste gli disse di aver saputo, andando a messa, della disgrazia che l’aveva colpito, privandolo della moglie e della figlia e gli espresse il suo cordoglio.
Attilio arrossì lievemente, e ringraziò.
Era considerato da tutti un uomo libero: vedovo, senza figli e poteva quindi disporre del suo futuro. Innamorato della bella duchessa, intendeva chiederne la mano. Ma era giusto tutto questo? I suoi gli stavano costruendo una felicità prestabilita, fondata sulla menzogna.
– Madre, fate in modo che la piccola abbia un avvenire assicurato e che non soffra per la mancanza dei suoi genitori.
– La fede e il buon cuore, che contraddistingue l’istituto che ho scelto per il suo affidamento, mi fa ritenere a cuor leggero che tutto andrà secondo la nostra volontà.
– E quella di Dio.
– Certo, naturalmente.
Dopo qualche giorno Attilio cominciò a corteggiare apertamente la bella Emma, che non disdegnava affatto il suo interessamento. Era un bell’uomo, maturo, con un gran cuore e gli sembrava molto più interessante di tutti quei giovanotti insipidi che non sapevano portare a termine un ragionamento serio.
Dopo pochi mesi Attilio ed Emma si sposarono, unendo le loro vite e le loro proprietà confinanti. E lui non domandò più alcuna notizia della bambina. Da quel momento fu come se Ester e la sua vita precedente non fosse mai esistita.

2Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Mar Feb 09, 2021 6:45 am

Petunia

Petunia
Padawan
Padawan
Bellissimo anche questo capitolo. La storia è ben articolata e compiuta. Attilio è un personaggio molto “umano” nei suoi difetti. Dare la colpa alla neonata di aver causato la morte della madre è un sentimento che non si giustifica ma che si può comprendere. Questo lo rende molto “vero”.
Avrà la sua seconda possibilità con la giovane e ricca Emma? E Alfonsina? Che ne sarà della figlia nata per magia? 🌺


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Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
D.Buzzati 

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