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Messaggio Da Different Staff Dom Dic 04, 2022 4:19 pm

La grande cucina profumava di torta di mele, di stufato e di brodo: profumi avvolgenti come il calore che emanava dalla stufa a legna dove le pietanze erano tenute in caldo, in attesa degli ospiti di Matilde: Sergio e Clelia, gli amici di sempre.
La donna prese le stoviglie da una vecchia credenza e apparecchiò un tavolo che era stato nuovo qualche decennio prima, così come datate erano le sedie, tutte scompagnate.
Matilde amava quella stanza, colorata e intima, così simile alla modesta cucina della sua infanzia, dove si cucinava e si stirava, la radio per compagnia e un angolo del tavolo per i compiti. Nei due anni che ci erano voluti per ristrutturare Ca’ Cicogna, Matilde aveva girato i rigattieri e i piccoli antiquari della zona, recuperando mobili e quant’altro per creare quella che lei chiamava “rilassante comodità”.
L’arrivo degli amici la riscosse dai ricordi. Rabboccò la legna nella stufa e li accolse con un abbraccio: quando, poco più che ventenni, avevano cercato le loro strade, si erano ripromessi di non perdersi di vista e di incontrarsi almeno una volta l’anno. Ora che Matilde era rientrata da Londra, era tutto più semplice.

«Davvero vuoi fare questo? Beh, ricca come sei, puoi farlo, vero Yoghi?»
Clelia non aveva mai smesso di chiamare così Sergio, che tra stazza, cappello e carattere ne era la versione umanizzata.
«Schifosamente ricca!» Sergio lanciò a Matilde uno sguardo divertito, mentre controllava la moka.
Il tavolo ora era occupato dal Mac di Matilde e da una cartina geografica, su cui spiccava una spessa linea rossa, quasi un circolo.
«Come ti è venuta ‘sta idea?» chiese Sergio.
«Non è mia, è sua. Lord Byron, prego.»
Nella stanza era entrato, silenziosamente, un uomo alto, sui settanta, dall’aspetto distinto: si presentò, con un marcato accento inglese, come Gordon Whistley.
«Lord Byron: nickname o discendente del poeta?» chiese Clelia, ironica.
«Alla lunga e alla larga, discendente.»
«Traduco: i vari lord Byron non riuscivano a tenerlo nei pantaloni.» Clelia amava le biografie, soprattutto se un po’ pruriginose.
«Anche le ladies hanno piedi freddi da scaldare e here I am
Il rametto di Gordon nell’albero genealogico dei Byron era di quelli molto sottili:
«Mia madre mi concepì con l’undicesimo lord Byron, che era già sposato, in Australia. Un accordo per un sostegno fino al termine dei miei studi evitò lo scandalo. Io lo seppi solo a trent’anni, nel ’75, alla morte di mia madre, quando trovai, assieme a una lunga lettera, copia dell’accordo, alcuni scritti del poeta e questo quaderno, che lei aveva sottratto a mio padre, più per rancore che per altro.»
«Fatto bene. E quindi?» Clelia, l’impaziente.
«Ritengo che George Byron abbia mascherato, in questi appunti di un viaggio un po’ stravagante, le località segrete in cui incontrò membri della Carboneria, in cui era entrato nel 1821. Forse con l’idea di trarne un nuovo canto di Childe Herald, come dice in una delle lettere, ma l’ultimo appunto è del giorno prima della sua fuga a Pisa. Poi più nulla.»
«E tu, eccentrico inglese, vuoi rifare quel viaggio. Uno scopo, tuo, ci sarà, ma noi che c’entriamo? Perché ho l’impressione che mi sfugga qualcosa, Matilde?» domandò Clelia, fissando Lord Byron.
«Davvero non ti ricordi? 2015, i nostri sessant’anni, viaggio a tre? Anzi, a quattro, visto che loro stanno insieme. O sbaglio?» Farfugliò Yoghi, alle prese con la torta di mele.
Clelia, che si stava pericolosamente dondolando sulla sedia, finì di dondolare, rovinando a terra. Ci mise due secondi a rialzarsi, infuriata:
«Cosa? E non mi hai detto niente! Stronza.» E corse via, seguita da Matilde.
Ci volle un po’ prima di vederle tornare, rasserenate e trovarono Sergio e Gordon che studiavano l’itinerario e il piano del viaggio sul Mac: era fatta.
«E con che viaggiamo? Carrozza o camper?» Clelia aveva ancora una puntina di acido da spendere.
Con un sorriso malizioso, Matilde richiamò un’immagine al computer.
«Nooo! Con… » Sergio e Clelia rimasero senza parole: il loro sogni da ragazzini.
«Yesss! Ecco il piano di viaggio. Ci vediamo tra due settimane.»

Si ritrovarono in stazione due settimane dopo: una compagnia a dir poco pittoresca.
Clelia infilata in una salopette anni ’70, che ancora le stava bene; Matilde che pareva pronta per un safari, mentre Gordon era in camicia e jeans con la piega perfetta. Sergio aveva preferito maglietta e bermuda, col solito cappello e i chili di troppo al seguito. Ad attenderli, oltre al capostazione e ad alcuni curiosi, un militare sui cinquant’anni con un corvo appollaiato sulla spalla. Matilde lo presentò come Josè, ma preferiva essere chiamato Fante: si sarebbe occupato della cucina.
«Mi scusi, ma lei non è in servizio, cioè alla sua età…» Sergio si era avvicinato, tenuto d’occhio dal corvo.
«Mai fatto il militare. Riformato. La divisa era di mio zio buon’anima, mi piaceva un casino e me l’ha regalata. Aveva ragione, sa? Divisa e ragazze… avevo la fila dietro. Le mostrine le ho trovato a un mercatino, ma non so che cosa significano. Lei piuttosto, non ha caldo? Con tutto quel pelo, che se tanto mi dà tanto… sembra un orso col cappello. Guardi che io roba da dieta non ne cucino, sia chiaro.»
Furono distolti dalle presentazioni dall’arrivo del loro treno: una magnifica locomotiva a vapore, una versione più piccola di un modello Rocket della Stevenson, che trinava due vagoni, rossi con fregi nero e oro.
Matilde l’aveva comprata in Scozia, ingombrante eredità di un duca in ristrettezze economiche con la passione per i treni. Una locomotiva era anche il logo della sua società di informatica, una delle prime a produrre videogiochi e che l’aveva resa ricca. Quando si era ritirata, ai nuovi proprietari non interessava “quella ferraglia” e, con gran sfoggio di generosità, gliel’avevano regalata.
Dalla locomotiva scesero due uomini sulla quarantina, gemelli identici in tutto, anche nelle movenze. Si presentarono - Ugo e Lino - caricarono i bagagli e poi risalirono a bordo, non senza aver allontanato con fermezza alcuni curiosi che cercavano di arrampicarsi sulla locomotiva.
Li avrebbero visti solo al momento dei pasti, sempre impegnati con Giuditta, la locomotiva battezzata col nome della loro madre. Difficile capirli, avevano un linguaggio tutto loro. E non era importante sapere chi erano in caso di necessità: o Ugo o Lino, rispondevano sempre.
Partirono tra i fischi della locomotiva e poderosi sbuffi di vapore, salutati come personaggi famosi: impiegarono un paio d’ore a sistemarsi negli scompartimenti trasformati in piccole camere, ritrovandosi poi nell’altro vagone, adibito a zona giorno.

Nei giorni successivi il viaggio procedette lentamente, su linee secondarie che consentirono loro di arrivare nei paesi segnati sul quaderno o nelle immediate vicinanze. Si godettero la campagna tranquilla, le prime colline dai colori intensi: anche le periferie di alcune cittadine finirono per avere un loro fascino particolare.
Gli orari concordati per occupare i binari, frutto di un anno di lavoro da parte di Gordon e Matilde, erano molto precisi, così come le soste per i rifornimenti, lasciando però loro il tempo di visitare piccoli borghi, qualche chiesa o convento, anche un paio di musei.
Clelia, che aveva un blog in cui parlava di viaggi brevi, aveva iniziato a commentare il viaggio. Tempo tre giorni, grazie al tam tam del web, e all’arrivo nelle stazioni cominciarono ad essere accolti da gruppi di curiosi festanti, alcuni regalarono anche cesti di frutta e verdura, formaggi e quant’altro, che qualche volta divisero poi con i vagabondi che giravano tra i binari.

Matilde e Fante di davano il cambio in cucina, che si trovava nel primo vagone: una cucina piccola con un bancone che era stato di un pub, rimesso a nuovo e attrezzato a dovere.
Sergio, che si occupava di fare le riprese per il diario del viaggio, mantenne la fama di orso Yoghi: al minimo sentore che Josè fosse al lavoro… posto in prima fila e spuntini anche a mezzanotte, spesso in compagnia dei gemelli.
Il suo slogan era: in cucina non si avanza nulla.
Oltre al tavolo per i pasti c’era un salottino, dove si riunivano dopo cena a parlare della giornata appena trascorsa: anche qui i profumi del cibo avevano qualcosa di speciale, che andava oltre il sapore o la novità di una ricetta. Furono le ore per i ricordi, per raccontare le fatiche di trovare un posto nel mondo, le avventure finite in niente, qualche amore importante, di amici che non c’erano più. Se non arrivavano le risate a stemperare la nostalgia, ecco che partiva il momento caipiroska, un cocktail che Fante preparava in modo superbo. Scoprirono che mentre Fante era astemio, quindi andava a occhio con le dosi e con la sperimentazione di fantasiose varianti in base alla frutta disponibile, il corvo - detto Corvo - non lo era. Una sera bevve qualche goccia di liquore da un bicchiere e mentre si posava ciondolando sulla spalla di Clelia, si sentì distintamente un sonoro “Stronza!”
«Ehi, ha detto stronza! Ma i corvi parlano?»
«Questo sì, ma solo se incontra l’anima gemella.»

Gordon controllava sul quaderno l’itinerario: molti paesi o villaggi segnati non esistevano più o erano ormai abbandonati: Fontenera, la Cupolotta, Briantino erano solo ricordi lontani, tra campi incolti e ruscelli impetuosi. Qualcuno era stato fagocitato da paesi più grandi e di essi rimaneva solo il ricordo nel nome di qualche contrada.
Nel quaderno di Lord Byron, a parte qualche breve descrizione di usi locali e schizzi del paesaggio, era frequente trovare riferimenti a qualche giovane pulzella che aveva conquistato declinando poesie col fascino dello staniero, con un certo disappunto di Gordon, che si aspettava ben altro dal suo avo.
Forse era un modo escogitato per mascherare i nomi dei Carbonari incontrati, ma cominciava a dubitarne.
Incrociarono anche un paio di stazioncine abbandonate, dove vecchie piante ornamentali, sistemate in grandi mastelle, continuavano però a fiorire, rigogliose e ormai inselvatichite.

Un venerdì pomeriggio arrivarono a Castagneto, un borgo dove era rimasto un solo castagno, proprio in mezzo alla piazza. Era il giorno della sagra e gli amici si aggirarono tra le bancarelle del mercato, comprarono cose di cui non avevano bisogno, si fecero persino qualche giro in giostra. Il Fante di salire sulla “calcinculo” proprio non ne voleva sentire, preferì girare tra le giostre: incrociò alcuni militari di una vicina caserma, che lo salutarono rispettosi. Forse loro sapevano riconoscere quei gradi comprati su una bancarella. Rispose al saluto con gran sussiego.
Gordon andò invece alla ricerca di un vecchio convento, ormai abitato solo da pochi di frati, nessuno dei quali sapeva se ci fossero documenti relativi al periodo in cui Lord Byron si era fermato. Tornò mestamente al treno per dar modo anche a Ugo e Lino di farsi un giro per la fiera: trovarono i due che oltre a farsi fotografare in posa sui predellini della Giuditta, distribuivano pure autografi.

Alla stazione di Corte dei Topi, Gordon riuscì a intravedere oltre un boschetto, quello che rimaneva del castello citato da Lord Byron, di cui c’era anche un bel disegno, ricco si particolari.
Profittando di una lunga sosta, vi arrivarono in bicicletta: era chiuso al pubblico, parzialmente diroccato e coperti di edera. Il parroco della vicina chiesa mostrò loro quei pochi documenti antichi custoditi in una teca e Gordon trovò una labile traccia della visita di un gentiluomo inglese, tale Lord Burun, nome dell’antico casato dei Byron.

Gordon ormai aveva capito che il viaggio non era quello che si aspettava, anche se scartabellando i documenti che aveva trovato durante i suoi studi, ogni tanto pareva riprendere fiducia.
«Sapete quel castello che abbiamo visto oggi, a Castel dè Torti? Mi ricorda tanto il castello dove mio zio George - ormai il Lord Byron originario era diventato zio George - impalmò la…. ecco, ne ho un ritratto… Virginia Toderi. Bella donna eh, che ne dite?»
La valigia di George era una fonte inesauribile di documenti, tracce della vita del poeta e di quella che oggi verrebbe chiamata famiglia allargata.

A Campinelli lo persero di vista mentre, assieme a Sergio pedalava verso una grande tenuta dove si allevavano Angus: quando tornarono, appena in tempo per la partenza, Sergio, che di professione faceva il veterinario, aveva un quadernetto con un sacco di annotazioni che quella sera Clelia, l’unica che sapesse decifrare la sua scrittura, trasferì su un file.
«Ragazzi, vi ricordare quando Sergio è stato bocciato in seconda media? Sua mamma me lo rifilò per un’intera estate, per studiare. Un giorno, faceva un caldo che non vi dico, mia madre lo trovò in bagno, steso nella vasca, vuota ovviamente, col libro di matematica. Non vi dico la scena. Mia madre per diversi giorni bussava alla porta anche se era aperta.»
«Dai, pubblichiamolo sui giornali…» Incredibile, ma Sergio era arrossito. Pochi secondi e tutti stavano ridendo a crepapelle, compresi i gemelli che però ci misero un po’ a immaginare la scena.

Capitava che di notte dovessero fermarsi per lasciare i binari a lunghi treni merci. Una sera di fermarono a Torrazza, un paesotto proprio a ridosso della ferrovia.
Le prime case erano appena oltre la massicciata: piccole palazzine, alcune case a schiera.
Le luci nelle case erano accese e potevano vedere famiglie a tavola, altre davanti alla tv, qualcuno sul balcone a godersi le ultime serate settembrine.
Matilde e Clelia se ne stavano volentieri ai finestrini, godendo dei suoni della campagna o dei rumori che arrivavano sfumati e al contempo chiari. Motorini, schiamazzi di bambini, abbaiare di cani, muggiti dalle stalle.
Ad un certo punto sentirono un fischio: da una finestra qualcuno faceva loro dei segnali con una torcia. Era una ragazzina che li salutò sbracciandosi:
«Salve, gente del treno rosso! Siete famosi, lo sapete? Buon viaggio! Ehi Gordon, sei un mito!»

La sera in cui sostarono a Torre dei Torti, Lord Byron era stranamente silenzioso e non aveva portato con sé la valigia-archivio. Non era il suo turno per riordinare la cucina ma si offrì di farlo: lo lasciarono fare, consapevoli che qualcosa non andava. Svuotò i pensili, i cassetti e gli stipi, pulendo tutto con cura, quasi con rabbia. Lavò piatti e bicchieri con cura maniacale: alla fine tutto era lucido e in perfetto ordine.
Poi, sempre nervosamente, andò a prendere la sua valigia e, quasi piangendo, sparpagliò fogli e cartelline sul tavolo. Nessuno si mosse, era un momento tutto suo: quando si calmò, abbassarono le luci, cosicché i volti restassero in ombra.
«So che la gente ride alle mie spalle e che all’inizio ero anche per voi una macchietta.»
Cercò in tasca un fazzoletto.
«Un professore inglese, maldestro e un po’ suonato, che non parla altro che del suo antenato o presunto tale, ogni occasione è buona per infilarlo nei discorsi. Patetico. Lo so.»
«Ehi, nessuno ti trova patetico.»
«Me lo dico da solo, Clelia. Vedete tutti questi documenti? Quando ho saputo del mio avo, ho fatto ricerche su ricerche, volevo sapere tutto su di lui. I miei corsi sul poeta, al college, erano seguitissimi e dentro di me mi vantavo, sempre col desiderio di poter dire al verità. Spesi un sacco di soldi per tentare un riconoscimento ufficiale, ma non ci fu nulla da fare. Rischiai anche una denuncia da parte dei miei “cugini” Ecco il perché di questo viaggio: condividere qualcosa della famiglia, di quella famiglia, ma qualcosa da cui loro fossero esclusi. Sì Clelia, è patetico perché ho quasi settant’anni.»
Prese i documenti, compreso il quaderno, scese dal treno e girò lì dattorno finché non trovò un bidone e bruciò tutto. Si chiuse nel suo scompartimento e ne uscì solo a mattina inoltrata, confabulando poi a lungo con Matilde.
Il viaggio continuò comunque, anche se con uno spirito diverso.
Arrivarono a Ponte di San Guelfo, ormai quasi alla fine del viaggio, dove Fante aveva dei parenti. Lo aspettavano alla stazione, con cassette di frutta e verdura, persino un paio di galline, vive. Erano di quei parenti che ci vuole parecchio per districarne i collegamenti, ma tutti si ricordavano di quello che per comodità Gordon tradusse in “cugino”.

Quando Giuditta, tirata a lucido, entrò nella stazione di Valdibasso, fine del viaggio, ad attenerla c’era mezzo paese, il sindaco addirittura con la fascia tricolore. La segretaria della scuola consegnò a Matilde una cartellina in cui aveva raccolto gli articoli di giornale che parlavano di una vecchia locomotiva a vapore e di un gruppo di amici che aveva ridato lustro, sia pure per qualche ora soltanto, a posti dimenticati. Finirono sui giornali locale ed ebbero anche un trafiletto sul Corriere. Gordon Whistely era diventato famoso.


Due anni dopo
Il cortile di Ca’ Cicogna ospitava ora, in un angolo ben ombreggiato e su dei binari regolamentari, Giuditta e un vagone, uno solo, rosso con scritte dorate e nere.
Accanto, la voliera per Corvo.
Una sorta di serra collegava la cucina al vagone: all’esterno alcuni cespugli di rose rampicanti crescevano rigogliose, mentre all’interno, durante la stagione fredda, venivano sistemate piantine di limoni.
Per festeggiare il loro quarto anniversario di matrimonio, Matilde e Gordon invitarono “La compagnia del treno”: apparecchiarono come al solito in cucina. A cucinare, anche per Corvo, ci aveva pensato Josè. Al momento del dolce, Gordon invitò tutti a trasferirsi sul treno: quando si furono accomodati, con aria da cospiratore dapprima abbassò le tendine, poi armeggiò con un telecomando.
Si udì il fischio della locomotiva e il vagone parve muoversi sui binari, con un effetto davvero molto realistico. Su un grande schermo, cominciarono a scorrere le immagini di quel viaggio.
Dalla piccola cucina arrivava un buon profumo di crostata e di caffè. Di amicizia.
«Biglietti, prego!» Il Fante alle divise proprio non rinunciava.
«Stronzo!» Anche Corvo aveva il suo posto in prima fila.

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Messaggio Da Byron.RN Lun Dic 05, 2022 3:40 pm

Ho notato tre o quattro errori di battitura con qualche consonante mancante, per il resto la forma mi sembra buona e scorrevole.
Il limite della storia, per come la vedo io, è la mancanza di spunti e vivacità.
Mi pare troppo lineare, un pò piatta, senza scossoni e così facendo si rischia di perdere l'attenzione del lettore.
Non che in un viaggio debba sempre succedere qualcosa, ma secondo me per catturare il lettore ci voleva qualcosa di più.
Qualche incontro particolare, qualche disavventura lo potevi inserire, per vivacizzare il tutto.
Non è scritto male questo testo, però fa fatica a emergere, rimane abbastanza in ombra.
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Messaggio Da Molli Redigano Mar Dic 06, 2022 1:42 pm

Riepilogo di seguito gli errori di battitura che ha già notato  @Byron.RN:


"Le mostrine le ho trovato a un mercatino, ma non so che cosa significano."

"Le mostrine le ho trovata un mercatino, ma non so che cosa significano."

In questa frase ho un dubbio "estetico" circa l'utilizzo di "a un mercatino" invece di "in un mercatino" e su "significano" invece di "significhino".


"che trinava due vagoni,"

"che trainava due vagoni,"


"Matilde e Fante di davano il cambio in cucina"

"Matilde e Fante si davano il cambio in cucina"


"e coperti di edera"

"e coperto di edera", riferito al castello.


"Rischiai anche una denuncia da parte dei miei "cugini" Ecco" 

Credo manchi il . dopo "cugini".


Ho trovato discordanza sul cognome di Gordon: quando entra in scena all'inizio del racconto si chiama Whistley, alla fine del viaggio è diventato Whistely.


"a Castel dè Torti?"

Non dovrebbe essere "a Castel de' Torti?"


Segnalo inoltre, in questa frase: "le località segrete in cui incontrò i membri della Carboneria, in cui era entrato nel 1821." la ripetizione di "in cui" ravvicinato che secondo me suona male. Il primo potrebbe essere sostituito con "nelle quali".

Il termine "scompagnate", all'inizio del racconto e relativo alle sedie, non lo conoscevo. S'impara sempre. E a tal proposito pensavo che "dattorno" fosse sbagliato e invece no, significa appunto "attorno".

Il racconto non mi è per nulla dispiaciuto. A parte quanto sopra che è trascurabile, l'ho trovato ben scritto, aspetto che ne ha facilitato la lettura. 
Ho apprezzato particolarmente i personaggi principali, soprattutto nel loro affiatamento come gruppo che intraprende questo viaggio particolare. 
Tuttavia, anch'io noto una linearità marcata della trama, che si dipana fin troppo regolare, come se fosse lo specchio di un ruolino di marcia definito senza possibilità di "deviazioni". Non posso dire adesso se questo sia determinante o meno nell'economia di questo racconto e nell'economia di questo racconto paragonato agli altri perché devo ancora leggerne molti.

Grazie

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Dui di'd vin a dan di causs aij medich.
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Messaggio Da tommybe Mar Dic 06, 2022 2:22 pm

Proprio oggi discutevo degli effetti speciali che si usano in campo musicale, effetti che coprono perfino cantanti stonati e chitarristi sbrindellati. l'esempio di Clapton e di Hendrix che con la loro bravura non avevano assolutamente bisogno di aggiunte speciali per stupire mi ha fatto guadagnare punti. La discussione non è andata a fondo e mi sono salvato con un ciao frettoloso che ha coperto tutte le mie lacune musicali.
Perché racconto questo? Perché mi è piaciuto tanto questo racconto. Non c'è il botto, non ci sono gli effetti speciali, ma sono restato incantato nel leggerlo. Non risponderò a domande, dirò un ciao frettoloso a chi vorrà sapere perché lo amo tanto. Citerò qualche grande autore che scriveva così e dirò che gli somiglia il tuo stile. Ma ho imparato che se ti sbilanci e dici che un racconto vale il podio scateni contraddizioni e gli fai solo del male. Quindi non dirò nulla, e ogni tanto lo rileggerò. Senza farlo sapere a nessuno.


Ultima modifica di tommybe il Mar Dic 06, 2022 2:26 pm - modificato 2 volte.
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Messaggio Da Petunia Mar Dic 06, 2022 2:23 pm

Un bel viaggio insieme a compagni interessanti. La parte che ho preferito del racconto, sono i dialoghi. Mi sembrano naturali e caratterizzano bene i personaggi. In generale ho apprezzato molto la prima parte che mi ha incuriosita e invogliata a proseguire la lettura. Poi, col procedere della storia, mi sono trovata, in alcuni momenti, a dover rileggere il periodo. Questo mi capita quando mi distraggo durante la lettura. Ho ripreso ma sono arrivata in fondo con un po’ di fatica. A parte gli inciampi che ti sono già stati adeguatamente segnalati, mi è mancato un effetto sorpresa. Ho iniziato il viaggio con curiosità e alla fine mi sono chiesta dove volesse condurmi l’autore. Un viaggio “estetico” con ottime descrizioni e dialoghi ma avrei voluto qualcosa di più. 
Comunque si sta parlando di un buon lavoro.
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Messaggio Da Arunachala Mer Dic 07, 2022 7:03 pm

se tiro le somme a fine lettura, mi spiace ma rimane pochino.
storia piuttosto lunga e complessa, con tante forzature, compresi alcuni paletti, tipo lord Byron o il corvo.
ci sono alcuni errori, ma nulla di particolare. il problema è che la storia non prende il volo, non arriva dove vorrebbe.
in pratica, non riesce ad esprimere la potenzialità di cui dispone, ed è un vero peccato, perché poteva dare molto di più.

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Messaggio Da Nellone Ven Dic 09, 2022 2:21 pm

Mi verrebbe da definirlo un racconto fra il serio e il faceto, con quel corvo parlante che ogni tanto salta fuori. Purtroppo non mi ha preso più di tanto, pur cogliendo l’originalità e l’ardimento di alcuni elementi, primo fra tutti la locomotiva/copia di quella di Stephenson: una grande cura e un grande studio. Vengono descritte le numerose tappe del viaggio, senza che però siano dati troppi particolari o che succeda nulla di eclatante. Quando si arriva al culmine del racconto, ovvero il falò degli appunti di Lord Byron, questo viene liquidato in poche righe, senza lasciare particolare traccia di sé. Interessante la chiusura anche se, come detto in precedenza, la vedo molto descritta e poco narrata. Paletti presenti, con il corvo e Lord Byron caratterizzati egregiamente; cucina non fondamentale.
Fin qui, dunque, un racconto senza guizzi ma senza nemmeno particolari infamie. Dove noto meno cura è nella scrittura: la punteggiatura in alcuni casi è davvero scorretta, rischiando di alterare il senso della frase, mentre il lessico cerca di essere impreziosito di qualche termine altisonante, che però muore appena dopo essere nato. Le frasi sono molto brevi, forse troppo, senza scala gerarchica. Nel complesso, mi dispiace per l’autore, ma ho fatto abbastanza fatica ad arrivare alla fine e forse per questo non riesco ad apprezzare una storia che avrebbe potuto dare molto.

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Messaggio Da Antonio Borghesi Lun Dic 12, 2022 2:43 pm

Un po' blando nel rispetto della grammatica e con quei refusi che ha me personalmente fanno inciampare e mi bloccano nella lettura. Mi è piaciuto quel trenino speciale che porta una comitiva d'amici sulle tracce di Lord Byron. Simpatico il corvo con quella sola parola (titolo un po' fuorviante). Quindi un'ottima idea un po' sprecata. Pazienza.
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Messaggio Da Asbottino Mar Dic 13, 2022 12:18 pm

Due difetti, vedo. E due pregi.
Tra i difetti vedo l'accumulazione eccessiva di paletti e più in generale un viaggio che è fatto di continuo movimento piuttosto che di fermate. Mi spiego: ho avuto l'effetto di quando in macchina guardi fuori dal finestrino e tutto ti passa davanti, più o meno veloce, ma se non ti fermi e non scendi va a finire che tutto è già passato, resta indietro, come uno sfondo che si sposta e diventa una macchia indistinta. Alla fine mi sembra che tu abbia lavorato più sui personaggi, sulle dinamiche tra loro, sul creare una compagnia viaggiante con cucina. Il motivo del viaggio forse viene un po' meno. Perde di importanza man mano che proseguono.
Tra i pregi vedo sicuramente la qualità della scrittura. Una scrittura ispirata, spigliata, trascinante. Ma anche qui la mancanza di pause rischia un po' di renderla sempre uguale a se stessa. L'altro pregio è che la cucina ha sicuramente un ruolo centrale, prima per la pianificazione del viaggio e poi come mezzo per il viaggio stesso. Come spesso ho detto nei commenti la stanza resta l'elemento principale da utilizzare per giudicare il racconto. Non l'unico ovviamente, ma la base su cui appoggiare le proprie preferenze.
Nel complesso è un lavoro che ha la sua personalità, che si diverte e diverte nei suoi momenti più riusciti. Forse un po' lungo e sovraccarico di personaggi e situazioni non tutte necessarie, ma animato da passione e voglia di raccontare.

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Messaggio Da Danilo Nucci Mer Dic 14, 2022 8:38 am

Ho apprezzato molto la fantasia e la sottile ironia che percorre tutta la storia, oltre alla freschezza di molti dialoghi.
Mi è piaciuto meno l’inserimento sovrabbondante di paletti, ben oltre il richiesto e la maggior parte dei quali solo citati o non attinenti al personaggio o elemento di riferimento: Yoghi, Mac, Lord Byron, corvo, Fante, caipiroska. Questo eccesso di vincoli, in parte autoimposti, ti hanno costretto ad avventurosi slalom che hanno penalizzato un po’ il racconto che poteva essere più gradevole.
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Messaggio Da Arianna 2016 Ven Dic 16, 2022 12:18 am

Davvero simpatica questa scanzonata truppa di viaggiatori “diversamente giovani”! Giovani nello spirito, anche se un po’ meno a livello anagrafico, pronti a partire per una piccola avventura tra amici.
Simpatico il clima che si crea. Spesso lo scrittore, al di là degli eventi che narra, trasmette quello che è nelle sue parole, e qui si respira un’atmosfera di simpatia e vitalità.
Uno spirito di allegra e serena vacanza aleggia su tutto il viaggio, nonostante la malinconica parentesi in cui Byron brucia le sue carte.
Ho letto con piacere questo racconto, che mi ha fatto ricordare e sentire che la vita non è finita finché non è finita, che c’è sempre la possibilità di godere del paesaggio che attraversiamo nel nostro viaggio, accompagnati da amicizia e relazioni positive.
Credo che questo racconto dica molto più di quello che racconta in apparenza. 
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Messaggio Da Susanna Ven Dic 16, 2022 12:28 am

Stavolta parto dalle note: refusi davvero inaspettati e qualche inciampo qua e là, che purtroppo si notano. Forse una Penna arrivata col fiatone alla scadenza?
Quando sono usciti i paletti, stavo leggendo, anzi sto leggendo, “Notizie da un’Isoletta” di Bill Bryson, bellissimo tomo su un viaggio in Inghilterra, in cui l’autore rivisita i posti dove aveva vissuto. 320 pagine. Mi ero detta che lo spazio qui previsto era davvero troppo poco per narrare di un viaggio. Invece vedo che, come in altri racconti già letti, tutto sommato si può fare. Almeno per l'idea di racconti di viaggio che ho.
Di paletti la Penna ne ha inseriti diversi: nessuno emerge in modo particolare sugli altri, ognuno ha la sua parte, anche piccola, e tutto serve alla fine. Non è un viaggio in solitaria o a due, quindi per avere anche visivamente l’idea delle giornate che scorrono, vedere personaggi - e anche cose, tipo il mac - che si alternano/popolano la scena è servito.
La cucina, anzi le cucine, sono funzionali alla storia: lì si prende la decisione del viaggio, dopo una bella cena, e, durante il viaggio, è un po’ come la cucina di casa, dove ci si ritrova a fine giornata.
Non sapevo che i corvi potessero parlare. I merli sì, ne ho incontrati un paio, bravissimi imitatori. Certo questo ha un linguaggio limitato ma efficace.
Il racconto parla di un viaggio in cui, in apparenza, non accade nulla di particolarmente eclatante, come qualcuno ha fatto notare. Tutto fila liscio, niente imprevisti, brevi escursioni e tanti paesaggi dal finestrino. Eppure qualcosa accade, secondo me anche di una certa importanza. C’è Gordon, che spera di riscattarsi agli occhi della “non famiglia” scoprendo tracce del suo avo: qualche scritto dimenticato, lettere, anche aneddoti tramandati. Non trova nulla ma con la saggezza dell’età accetta lo smacco: amareggiato dal dover ammettere la sconfitta e disilluso, trova però il coraggio di bruciare tutto e non ne parla più. Capita di riuscire a dare tagli netti e non è proprio un momento facile.
Poi ci sono gli amici: un viaggio ipotizzato anni prima e che poteva anche non funzionare. Un conto è vedersi una volta o due l’anno, giusto il tempo di raccontarsi le cose belle, ma rimanere tanti giorni assieme, in uno spazio ristretto, facile che qualche sassolino nella scarpa torni a far male: per il classico effetto domino, belle amicizie potrebbero deragliare per invidie nascoste, recriminazioni ecc.
Alla fine, per me ovviamente, il viaggio di questo racconto è solo in parte fisico: l’ho visto più come un viaggio di “vite vissute” che salgono o scendono a ogni fermata, con ricordi e bilanci da condividere, qualche confessione e buon cibo.
Un viaggio lascia sempre qualcosa, pure se alla fine è stato noioso: bella l’idea di ridare vigore ai ricordi con effetti speciali che accompagnano la visione del documentario.
 
Del libro citato sono arrivata al decimo capitolo (capitoli decisamente lunghi): ironico, divertente, interessante, ma non farò le ore piccole per arrivare alla fine. Lo centellino a colazione, in cucina. Finora i momenti di azione sono stati: sopravvivere alle regole ferree di una piccola pensione, far coincidere orari delle ferrovie e dei bus, perdersi nella campagna inglese grazie a una dettagliatissima cartina

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Messaggio Da vivonic Lun Dic 19, 2022 8:51 am

Questo è un ricordo che ricordavo abbastanza bene e che ho riletto volentieri, nonostante la lunghezza che – diciamo – un pochino mi aveva preoccupato, a prima lettura, ma non tanto per sé stessa, quanto per il muro di parole che mi ero trovato davanti a livello di formattazione, proprio.
Ho trovato un uso eccessivo di paletti, che snaturano e mortificano un po’ il testo; tanto da farmi dire: “Tre validi ci sono sicuramente”. Non credo ci fosse bisogno di tutto ciò e, probabilmente, il difetto più grande di questo testo è la sua sovrabbondanza, come afferma anche Asbo parlando del genere (osservazione che condivido anch’io).
Un lavoro discreto, nel complesso. A me non è dispiaciuto, e ti faccio i miei complimenti!

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Un giorno tornerò, e avrò le idee più chiare.
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Messaggio Da Fante Scelto Mer Dic 21, 2022 11:18 am

La cosa che più mi è saltata all'occhio in questo racconto, e forse non era intenzione dell'autore, è la "luccicanza" di cui è ammantato.
Ed è una cosa che mi capita di notare con una certa frequenza nei racconti di DT, a prescindere dal genere, il tema e la storia che c'è dietro.
Cos'è la luccicanza?
Dovevo introdurla prima o poi.
E' quel velo di bellezza, poco realistica anche se coinvolgente a livello emotivo, che viene posato dall'autore sulla sua storia, sensorialmente parlando. Tutto è bello, gradevole, delicato, tutto buono o delizioso al gusto, tutto piacevole a livello di emozioni.
Ecco, in questo viaggio non ci sono note stonate, non ci sono cose fuori posto. A parte forse il turpiloquio del corvo, che è però innocuo.
Qualcuno ha definito il racconto lineare e senza sussulti: lo è, non succede davvero quasi nulla di rilevante, Gordon persino fallisce il suo obiettivo di esploratore storico, è come una vacanza itinerante. Una vacanza itinerante ammantata di luccicanza, come spiegavo più su.

Intendiamoci, la luccicanza non è un male, però tende a banalizzare i contenuti. Ce la vedo bene in una fiaba, o in un racconto-cartoon, meno in una storia che vuol essere in qualche modo realistica.

Fatta questa premessa, il racconto non mi ha coinvolto più di tanto. Mi aspettavo che succedesse qualcosa, una scoperta, un colpo di scena, oppure un disastro, anche solo emotivo. Invece, persino la delusione di Gordon e i suoi appunti bruciati scorrono via con molta leggerezza (e un po' di luccicanza pure lì).
Qualche singolo passaggio mi è oscuro, ad esempio all'inizio: Gordon entra nella stanza presumibilmente dopo che i tre amici hanno pranzato/cenato, come in certe scene dei film d'azione americani ("ma noi abbiamo un piano, signor Segretario. Mai sentito parlare dell'Operazione --NomeAltisonante--?" segue ingresso marziale di tizio nerboruto fino a quel momento in ombra).
Ecco, non capisco perché Gordon non fosse già lì con tutti come sarebbe stato più naturale che fosse. Specie se sta con Matilde.
E Matilde non ne ha mai parlato con Clelia (molto strano). Che giustamente si offende.
Molto strano e molto giustamente. Le interpreto come esigenze di copione.

Poi non ho capito questa frase di Yoghi.

«Davvero non ti ricordi? 2015, i nostri sessant’anni, viaggio a tre? Anzi, a quattro, visto che loro stanno insieme. O sbaglio?» Farfugliò Yoghi, alle prese con la torta di mele.

Non ho capito perché il 2015, i sessant'anni di chi, perché il viaggio a tre anzi a quattro dato che loro stanno assieme.
Deduco che Yoghi e Clelia stiano assieme da sessant'anni nel 2015 (oppure abbiano compiuto i 60 nel 2015) e che abbiano fatto un viaggio in tre per celebrarli.
Ma perché "anzi quattro" e cosa c'entri il "Non ti ricordi" mi è del tutto oscuro.


Lo stile di scrittura non è male, specie nella seconda parte del racconto.
Ma tanti refusi, autore, e diverse virgole fuori posto.
Inoltre, ho trovato tanti inserti secondo me superflui, da narratore onnisciente onnipotente, tutti nella primissima parte, poi tendono a scomparire o comunque sono molti meno.
Te li evidenzio.

«Davvero vuoi fare questo? Beh, ricca come sei, puoi farlo, vero Yoghi?»
Clelia non aveva mai smesso di chiamare così Sergio, che tra stazza, cappello e carattere ne era la versione umanizzata.
«Schifosamente ricca!» Sergio lanciò a Matilde uno sguardo divertito, mentre controllava la moka.
Il tavolo ora era occupato dal Mac di Matilde e da una cartina geografica, su cui spiccava una spessa linea rossa, quasi un circolo.
«Come ti è venuta ‘sta idea?» chiese Sergio.
«Non è mia, è sua. Lord Byron, prego.»
Nella stanza era entrato, silenziosamente, un uomo alto, sui settanta, dall’aspetto distinto: si presentò, con un marcato accento inglese, come Gordon Whistley.
«Lord Byron: nickname o discendente del poeta?» chiese Clelia, ironica.
«Alla lunga e alla larga, discendente.»
«Traduco: i vari lord Byron non riuscivano a tenerlo nei pantaloni.» Clelia amava le biografie, soprattutto se un po’ pruriginose.
«Anche le ladies hanno piedi freddi da scaldare e here I am
Il rametto di Gordon nell’albero genealogico dei Byron era di quelli molto sottili:
«Mia madre mi concepì con l’undicesimo lord Byron, che era già sposato, in Australia. Un accordo per un sostegno fino al termine dei miei studi evitò lo scandalo. Io lo seppi solo a trent’anni, nel ’75, alla morte di mia madre, quando trovai, assieme a una lunga lettera, copia dell’accordo, alcuni scritti del poeta e questo quaderno, che lei aveva sottratto a mio padre, più per rancore che per altro.»
«Fatto bene. E quindi?» Clelia, l’impaziente.
«Ritengo che George Byron abbia mascherato, in questi appunti di un viaggio un po’ stravagante, le località segrete in cui incontrò membri della Carboneria, in cui era entrato nel 1821. Forse con l’idea di trarne un nuovo canto di Childe Herald, come dice in una delle lettere, ma l’ultimo appunto è del giorno prima della sua fuga a Pisa. Poi più nulla.»
«E tu, eccentrico inglese, vuoi rifare quel viaggio. Uno scopo, tuo, ci sarà, ma noi che c’entriamo? Perché ho l’impressione che mi sfugga qualcosa, Matilde?» domandò Clelia, fissando Lord Byron.
«Davvero non ti ricordi? 2015, i nostri sessant’anni, viaggio a tre? Anzi, a quattro, visto che loro stanno insieme. O sbaglio?» Farfugliò Yoghi, alle prese con la torta di mele.
Clelia, che si stava pericolosamente dondolando sulla sedia, finì di dondolare, rovinando a terra. Ci mise due secondi a rialzarsi, infuriata:
«Cosa? E non mi hai detto niente! Stronza.» E corse via, seguita da Matilde.
Ci volle un po’ prima di vederle tornare, rasserenate e trovarono Sergio e Gordon che studiavano l’itinerario e il piano del viaggio sul Mac: era fatta.
«E con che viaggiamo? Carrozza o camper?» Clelia aveva ancora una puntina di acido da spendere.
Con un sorriso malizioso, Matilde richiamò un’immagine al computer.
«Nooo! Con… » Sergio e Clelia rimasero senza parole: il loro sogni da ragazzini.
«Yesss! Ecco il piano di viaggio. Ci vediamo tra due settimane.»


Infine, una menzione per i paletti. Secondo me ne manca uno.
Il Mac e la caipiroska sono poco più che accenni. Yoghi è una "omonimia", il paletto doveva essere l'orso o qualcosa di estremamente simile.
Byron è l'elemento portante della storia, e ci sta anche se non c'è lui fisicamente.
Il corvo va bene, è un comprimario discreto, anche se non ha una reale funzione.
Il fante invece non c'è proprio. Jose non è un soldato di fanteria e neanche se ne fregia abusivamente del titolo, dato che non conosce il significato delle mostrine né in qualsiasi modo si atteggia a militare. E' solo un amante delle divise.
Non so, su questo aspetto non sono convinto.

In generale, il racconto aveva un buon potenziale. Il viaggio sulle tracce di Lord Byron era interessante come intenzione. Lo sviluppo, però, tra luccicanza, assenza di spunti di rilievo, refusi vari e paletti secondo me poco incisivi, non me lo fanno apprezzare come avrebbe potuto.

Dimenticavo: anche il titolo lo trovo mal speso in rapporto alla storia.
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Messaggio Da FedericoChiesa Mer Dic 21, 2022 11:54 pm

Un viaggio può essere tra sentimenti, non solo tra paesaggi.
All'inizio mi è sembrato il racconto fosse indirizzato lì, ma poi, sul più bello, quando si deve affrontare la famiglia e un avo ingombrante, non scavi tra i sentimenti.
Alla fine rimane poco, anche perché la storia, quella di viaggio, è piuttosto piatta.
I paletti, numerosi ma forzati, non mi hanno convinto.
Grazie comunque.
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Messaggio Da caipiroska Lun Dic 26, 2022 10:44 pm

Confesso di aver fatto un pò fatica ad entrare nel mood del testo.
Sono rimata anche molto basita da come viene presentato agli amici il signor Gordon: loro cenano e lui rimane nell'altra stanza? Probabilmente non ho ben capito, tanto più che nell'ultima parte denominata Due anni dopo viene detto che Gordon e Matilde festeggiano quattro anni di matrimonio... Quindi nella scena iniziale perchè Gordon viene fatto entrare a fine cena, quasi fosse una persona misteriosa ed esterna, senza presentarlo invece come marito di Matilde?
Anche la frase sottolineata da Fante, quella del 2015 per intendersi, rimane davvero ostica da decifrare.
In generale ho trovato il testo un pò confuso e difficile da seguire: in alcuni passaggi sono dovuta tornare indietro per capire, e alcune cose continuano a non avere (a mio avvio) una certa coerenza.
I paletti inseriti sono davvero tanti ma, a parte Lord Byron, non mi sembrano essenziali e convincenti.

Poi c'è una cosa che mi ha lasciata un pò perplessa.
Questa è la spiegazione che dà Gordon per questo viaggio:
Ecco il perché di questo viaggio: condividere qualcosa della famiglia, di quella famiglia, ma qualcosa da cui loro fossero esclusi.
Cioè, praticamente è quello che ha fatto... Quindi perchè alla fine brucia tutto e sembra deluso e si piange addosso? E' riuscito a rifare quel viaggio di duecento anni prima, ma non riesco a capire tutta la sua amarezza: cosa sperava di trovare che non ha trovato?
E poi: Gordon Whistely era diventato famoso... Ma famoso per cosa? Perchè la moglie schifosamente ricca lo porta a giro su un treno? Anche perchè, alla fine della fiera, che meriti ha lui? Non mi convince
Al di là di paletti, tema e genere, a me sfugge proprio il perchè del testo: senz'altro è colpa mia, perchè vedo che nessun altro ha sollevato la questione e me ne scuso, ma credo sia corretto fartelo sapere.
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Messaggio Da Akimizu Mar Dic 27, 2022 11:16 am

Ciao autore, il tuo racconto, nonostante l'abbia letto con piacere, vista l'ottima scrittura, che per un esteta come me rimane sempre un bel vedere, non mi ha convinto. Forse lo hai voluto rendere troppo "vicino" al concorso, lo hai forzato in alcuni punti per fare rientrare una quantità davvero eccessiva di paletti e riferimenti che non serviva. Oltre alla forzatura di alcuni elementi hai ottenuto anche il risultato di bloccare il lettore (quello interno al forum sia chiaro) che conosce tutti i paletti e ogni volta che se ne ritrova uno davanti esce dalla magia del racconto e si "sveglia". Spero si capisca cosa voglio dire. L'altra cosa è un gusto personale ma te lo scrivo lo stesso. Non ho mai apprezzato più di tanto i racconti corali, neanche i film a dire il vero, anche se nella storia del cinema italiano ce ne sono a iosa, quello con gruppi di persone come protagonisti per intenderci, parenti o amici o compagni di scuola che siano. Sono dispersivi, cercano di creare un'atmosfera più che una storia, che è una cosa difficile, e soprattutto hanno difficoltà a tenere incollato il lettore (o lo spettatore) sino alla fine, vista anche la debolezza della trama. Il segreto in questi casi potrebbe essere giocare coi conflitti tra i protagonisti, ma i tuoi vanno evidentemente troppo d'accordo. A rileggerci!
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Messaggio Da ImaGiraffe Mer Dic 28, 2022 11:56 am

Un racconto che alla fine non mi ha convinto però c'ha una scintilla, un potenziale, un qualcosa che mi piace parecchio. 
Inizio col dire una cosa che spero faccia piacere all'autore. Nel racconto ci ho visto qualcosa alla Wes Anderson. Questi settantenni che si metto in viaggio su un treno personale seguendo le tracce dettate da un discendente di lord Byron. 
NOn solo questo ma anche le ambientazioni, i personaggi di contorno, tutto mi ha ricordato quel tipo di estetica. E non posso che farti i complimenti per questo. 
Quello che non ha funzionato? Il troppo. Hai usato tutto troppo. Troppi paletti, troppo viaggio che alla lunga è diventato noioso e un finale Troppo sbrigativo. Quel salto in avanti di due anni ci stava ma in un racconto, se vogliamo, più compresso. 
Sul fronte cucina... le prime righe ero in estasi perché mi sono detto "ecco qualcuno che mi fa vedere la cucina me la sentire, me la fa vivere" e invece tutto finisce... che peccato. 
In conclusione mi dispiace tantissimo perché questo racconto ha un'estetica che mi piace tantissimo peccato sia mascherata da molti orpelli non necessari. 
Comunque ci penso.
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Messaggio Da paluca66 Mer Dic 28, 2022 6:48 pm

Errori / refusi tanti, davvero troppi anche se si tratta per lo più di errori di battitura per cui è chiaramente mancata un'attenta revisione finale (peccato, perché così il lavoro finisce per sembrare un po' troppo trascurato).
- Le mostrine le ho trovate a un mercatino
- Matilde e Fante si davano il cambio in cucina

- ormai abitato solo da pochi di frati

- c’era anche un bel disegno, ricco di particolari.

- era chiuso al pubblico, parzialmente diroccato e coperto di edera

- «Ragazzi, vi ricordate quando Sergio è stato bocciato 

- Una sera si fermarono a Torrazza

- ad attenderla c’era mezzo paese

- Finirono sui giornali locali ed ebbero anche un trafiletto sul Corriere.

La scrittura, a dispetto dei refusi, è scorrevole e di facile lettura adatta al tono leggero e scanzonato del racconto.
Paletti: ce ne sono in abbondanza ma alla fine quelli veramente centrati son o molto pochi, direi lord Byorn (anche se ilo vero protagonista è un suo erede), il corvo e poi fatico a trovare il terzo; anche la cucina, nonostante tutto, non è così centrale e protagonista come l'inizio, davvero bello, lasciava presagire.
Un merito per il genere, non so se l'odeporico è centratissimo, ma solo il fatto di non avere scritto un racconto steampunk ti fa guadagnare punti per quanto mi riguarda.
Il racconto è "leggerino" e questo non sarebbe un male in sé, se non fosse che a un certo punto, nella sfilata di luoghi appena accennati ho finito per perdermi e vagare con la mente altrove.
Quello che mi è piaciuto molto, invece, è questo gruppetto di anziani in giro per l'Italia quasi fossero dei ragazzini alle prese con il loro primo "interrail"; mi rendo conto che il genere ti ha imposto di parlare soprattutto dei luoghi ma a me sarebbe piaciuto molto più conoscere qualcosa di maggiormente approfondito sui quattro protagonisti che, alla fine, vengono solo accennati e abbandonati alla loro locomotiva.
fuori di contest credo sia uno di quei racconti che merita di essere ripreso e riscritto.

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Messaggio Da SuperGric Lun Gen 02, 2023 7:03 pm

Non so perché ma ci vedo qualcosa di autobiografico in questo racconto. Come se l’autor abbia voluto, oltre ai paletti, infilarci qualcosa della propria vita. Come se il racconto fosse stato scritto per qualcun altro che potesse capire i messaggi sotterranei che a noi sfuggono. Così compaiono il treno, l’amica Clelia, Ugo e Lino, 2015, i sessant’anni, il viaggio a tre, il racconto del libro di matematica di Sergio, che per noi, lettori esterni, risultano un po’ oscuri e inutili al fine del racconto.
Il treno poi è il mezzo più scomodo per un viaggio che deve toccare delle cittadine e villaggi di un elenco di inizio ottocento, visto che non tutti saranno collegati dalla ferrovia, immagino.
Mi ha fatto sorridere il blog di Clelia. Credo che ormai il blog sia un mezzo un po’ obsoleto per gli influencer, meglio viaggiare sui social ora.
Comunque il racconto regala un bel senso di amicizia e di cose che durano nel tempo, di campagne e di allegria. Dunque devo dire che, nonostante tante cose mi siano risultate poco chiare, mi è piaciuto.
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Messaggio Da Achillu Mer Gen 04, 2023 12:14 pm

Ciao Aut-

Ho trovato alcune sviste: "Le mostrine le ho trovato" (trovate), "che trinava due vagoni" (trainava) "ad attenerla" (attenderla).
Alcune scene non le ho capite alla prima lettura. Ho dovuto soffermarmi e rileggere diverse volte. Per esempio:

Clelia, che si stava pericolosamente dondolando sulla sedia, finì di dondolare, rovinando a terra. Ci mise due secondi a rialzarsi, infuriata:
«Cosa? E non mi hai detto niente! Stronza.» E corse via, seguita da Matilde.
Alla fine ho capito che quelli che stavano insieme sono Matilde e Gordon (a fine racconto si parla di "due anni dopo" e "quarto anniversario di matrimonio" quindi erano già sposati da due anni, addirittura) e Clelia non sapeva/non aveva capito.
Altro esempio:

Matilde l’aveva comprata in Scozia, ingombrante eredità di un duca in ristrettezze economiche con la passione per i treni. Una locomotiva era anche il logo della sua società di informatica, una delle prime a produrre videogiochi e che l’aveva resa ricca. Quando si era ritirata, ai nuovi proprietari non interessava “quella ferraglia” e, con gran sfoggio di generosità, gliel’avevano regalata.
Non riuscivo a capire se la società di informatica fosse del duca o di chi altri, per quale motivo fosse citata e chi fosse stato ad aver regalato la ferraglia e a chi. Troppe informazioni in troppo poco spazio.
Poi ho provato a immaginare in che modo la locomotiva fosse arrivata in Toscana, ma all'ennesima lettura ho dedotto che Matilde è davvero molto ricca.
Non ho trovato appigli per comprendere il motivo per cui Gordon sparpagli i fogli, poi li raccolga e infine li bruci.
Segnalo anche che il titolo parla di "corvi che parlano" ma di corvi parlanti in realtà ce n'è uno solo.
La parte della trama che mi è piaciuta di più è quella per cui il treno diventa famoso grazie ai social, con tanto di festeggiamenti finali e fasce tricolori.
Paletti: ci sono due cucine; la prima più dettagliata. Lord Byron c'è, pur non essendo quello originale; un corvo che parla (in realtà conosce una sola parola); il Mac; la caipiroska. Abbiamo anche un fante che però non è un fante e l'orso Yoghi che però non è l'orso Yoghi. Genere odeporico.

Grazie e alla prossima.

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Messaggio Da Petunia Mer Gen 04, 2023 12:42 pm

Ho riletto il racconto e grazie ai commenti degli altri dove certe dinamiche vengono spiegate bene l’ho capito meglio e ancora più apprezzato. Davvero buoni i dialoghi e pure il titolo anche se di corvi c’è n’è uno solo. Qualche imprecisione frutto di una insufficiente rilettura finale non pare inficiare il buon lavoro.
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Quando i corvi parlano Empty Re: Quando i corvi parlano

Messaggio Da Menico Lun Gen 09, 2023 4:54 pm

Un bel racconto di viaggio, una compagnia di amici di vecchia data con un'aggiunta dell'ultimo momento. Si legge con facilità e, anche se non ci sono eclatanti colpi di scena, tiene alta l'attenzione del lettore.
Bello il finale di convivialità sul vagone che sembra muoversi al fischio della locomotiva.

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Messaggio Da Susanna Ven Gen 13, 2023 10:58 pm

Forse coi miei pochi punti un terzo tempo non servirebbe, ma l’avventura in DT passa anche attraverso questi momenti di ulteriore condivisione sul come ci siamo/non ci siamo percepiti, senza da parte mia sassolini da togliere dalle scarpe, fedele al motto che “ogni testa è un piccolo mondo”.
Questo decimo step proprio ho fatto fatica a portarlo a casa pertanto i soli tre punti - grazie a @ImaGiraffe (che ci ha pensato su) e @Danilo Nucci  - valgono tanto.
A un certo punto ero pronta a buttare la spugna, ma la mia sfida personale non intendo perderla. Quindi ho sviluppato la storia praticamente in un giorno - partendo dall’immagine finale, transitando per l’incipit - e scritto il resto nei tre giorni a ridosso della prima scadenza: nonostante le enne riletture col lanternino acceso, evvai di refusi e scorrettezza grammaticali! La stanchezza e l’orologio che corre assieme fan dei danni e in diversi me li avete giustamente segnalati. Grazie.
Mi ero imposta di usare il minimo dei paletti necessari e invece ne ho scelti troppi, come hanno commentato @DaniloNucci e @Vivonic e @paluca66
@Vivonic! Sei riuscita a stupirmi a inizio e fine commento
Aspettavo il genere steampunk fin dall’inizio del contest, con un’idea generale che sarebbe andata bene con la cucina. Ho scritto di un viaggio.
Ho fatto le ore piccolissime coi romanzi di Wilbur Smith, pieni di imprevisti e disavventure che potevano darmi una traccia, ma ho scelto un viaggio tranquillo, in cui ci fosse posto per le persone più che per i posti e gli imprevisti che @Byron.RN  e penso anche a @Molli Redigano @Fante Scelto  avrebbero gradito.
Mi è piaciuto il commento di @Asbottino, sempre puntuale e soprattutto chiaro nell’esprimere cosa funziona e cosa non funziona nei racconti.
Ma sono contenta ugualmente, anche perché alcuni di voi - @Molli Redigano @Asbottino @Arianna 2016 @Supergric, @menico hanno compreso cosa c’era dietro o forse nascosto - amicizia, affiatamento, il viaggio come riscoperta anche di sé stessi - e questo è ovviamente gratificante, al pari di un buon giudizio sulla scrittura (esenterefusi).
@Arianna 2016 e @paluca66  accetto il vostro consiglio di riprenderlo sfoltendolo/sistemandolo un po’ (ma quando, col prossimo step che si sta avvicinando?)
Grazie a @tommybe  per la sempre presente delicatezza nei commenti, a @Petunia per aver rilevato il passaggio di ritmo e per aver gradito al caratterizzazione dei personaggi anche attraverso i dialoghi
Essendo le letture obbligate, mi spiace per @Arunachala @Nellone @Antonio Borghesi @Fante Scelto , @FedericoChiesa @caipiroska  @Akimizu @achillu che si aspettavano qualcosa di più: spero di fare meglio.
@Nellone: ho liquidato la questione Lord Byron con il falò delle carte e poi più niente perché Gordon - complice l’età della saggezza e dell’esperienza - vuol chiudere definitivamente e in quel momento la sua forse assurda ricerca durata troppo tempo e inutilmente.
Spero di non aver scordato nessuno: ci vediamo al prossimo step.

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Messaggio Da Susanna Ven Gen 13, 2023 11:22 pm

Per @Fante Scelto

Per te un terzo tempo “ad personam”, partendo da alcune precisazioni e una piccola nota, senza assolutamente intento polemico. Siamo qui anche per confrontare il nostro modo di sentire la scrittura.
Gordon compare alla fine della cena perché prima Matilde voleva illustrare il progetto agli amici, che ancora non lo conoscono, e il marito “a sorpresa” serviva a dare un significato più marcato a quel viaggio, nonché una spintarella se gli altri fossero stati titubanti, oltre che presentarlo finalmente agli amici, scegliendo un’occasione per lei speciale.
Quella di un viaggio che avevano immaginato di compiere nel 2015, al compimento dei sessant’anni. Una sorta di appuntamento a un’età che a vent’anni sembra tanto lontana, solo un numero che sa di traguardo, e Sergio lo ricorda anche agli altri.
Il riferimento al 2015, i sessant’anni mi sembravano chiari, ma forse non è passato bene. Perché Matilde tiene segreto il suo matrimonio? Sinceramente non lo so, la cosa è capitata tra le righe e l’ho tenuta.
Quanto allo scrittore onnisciente, a me non disturba trovarlo in un racconto perché se anche il lettore del suo deve lavorare per immaginare i personaggi attraverso i dialoghi o le descrizioni, non vedo perché non lo si debba aiutare con quel qualcosa che a volte fa la differenza, come nel caso di Clelia, soprattutto quando non hai a disposizione tanto spazio. Quelle parti che hai evidenziato ne delineano meglio certe sfaccettature con poche parole.
Mi piace molto “la luccicanza” e la faccio mia come caratteristica per tanti racconti che ho scritto, che hanno spesso un che di malinconico, ma mai di “tragico” o con troppi imprevisti, anche nei momenti difficili che faccio vivere ai personaggi, ma sempre senza esagerare, quasi a non voler far loro del male, loro che a volte tanto mi somigliano. O forse perché vorrei che le cose siano sempre ordinate e pulite, che filino lisce come la seta.
Un po’ come chi, non potendo vivere certe avventure, ne scrive, sognando di essere il protagonista indiscusso.
Può essere anche uno stile. O forse anche il desiderio, almeno per il tempo di una scrittura, di non vivere momenti opachi, eliminando le storture o gli inciampi che inevitabilmente ci troviamo attorno
Solo in un romanzo molto lungo - il primo lavoro in cui mi sono cimentata - non sono stata luccicante, anzi solo verso il finale ho inserito qualcosa di positivo, ma complicando parecchio il cammino ai i protagonisti. Riletto, mi avevano colpito certi passaggi - sono riuscita a emozionarmi da sola, pensa te - poi ho preso altre strade.
Ma, per assurdo, i commenti più belli in DT li ho avuti per racconti - soprattutto l’ultimo - in cui sono riuscita a eludere la luccicanza. E non è stato facile.

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