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Racconti del vento

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1Racconti del vento  Empty Racconti del vento Mer Gen 27, 2021 5:27 pm

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
III
Febo
 
Nella contrada di Fontanelle, Maria e Peppe, sposati ormai da dieci anni, realizzarono il sogno insperato di poter avere un figlio. Per alcuni mesi Maria non uscì di casa; i familiari dicevano a tutti che era incinta e doveva stare a riposo per cui le imposte rimasero meticolosamente chiuse. Poi Peppe una notte uscì col calesse in tutta fretta, ma per rispettare i tempi della presunta gravidanza, solo dopo più di un mese fu annunciato a tutto il vicinato che era nato il bambino: un maschio.
Le comari, arrivate a far visita alla puerpera, scrutarono con curiosità il piccolo neonato. In realtà sembrava avere già qualche mese, ma tutto poteva essere visto che suo padre era un pezzo d’uomo, grande e grosso. Avevano però notato che durante la notte non c’era stato molto trambusto, come di solito avviene in questi casi e non si era udito alcun vagito, per cui le donne erano incerte riguardo alla provenienza del bambino e poi quel ciuffo di capelli rossi che spuntava dalla cuffietta era proprio un mistero.
– Ha preso da un mio vecchio zio, morto da tanti anni, che non è mai venuto qui in paese – disse l’uomo alle comari, per fugare i loro dubbi. In realtà nemmeno a lui piaceva quel pelo rossiccio, però in fondo era un minuscolo dettaglio.
Maria le prime sere era rosa dal dubbio e a sua volta tormentava marito.
– Peppe, che dici abbiamo fatto bene a prenderlo? E se qualcuno lo venisse a cercare?
– Tranquilla Maria, la comare Faustina mi ha assicurato che la madre è morta di parto. Cerca di non preoccuparti, abbi solo cura del bambino.
Il piccolo fu chiamato Febo e venne battezzato nella chiesa del paese. Maria, gli voleva un mondo di bene e il marito sperava che crescesse sano e robusto, in modo da poter essere da sostegno per la loro vecchiaia.
Fin da piccolo Febo cominciò a dare ai suoi un sacco di preoccupazioni: aveva ormai raggiunto l’età in cui avrebbe dovuto cominciare ad articolare i primi suoni, ma lui non voleva saperne. Vedeva i genitori che pendendo dalle sue labbra e lo incitavano a formulare delle sillabe.
—Febo, dici ma…
—Febo, pa…
Lui li guardava con i suoi occhioni curiosi e rimaneva zitto. Per cui il padre cominciò a temere che non avesse il dono della parola.
Una notte, accanto alla culla del bambino, era successa una cosa strana, senza che Maria e Peppe se ne accorgessero perché profondamente addormentati. Un’ombra scura si era profilata e un raggio di luna aveva rivelato la presenza di una donna vestita di nero, che, china sulla culla, contemplava il piccolo rapita e gli faceva cenno di stare zitto. Era una donna giovane e bella con lunghi capelli e occhi scuri, che si stringeva in uno scialle vecchio e bucherellato.
Prese in braccio il bambino e uscì fuori dalla camera. Febo, che si era svegliato, la guardò fisso in viso, ma non pianse; era come affascinato da quella donna che lo accarezzava e lo coccolava come faceva sempre Maria.
– Piccolo mio, finalmente posso vederti. Sono la tua mamma. Mi hai riconosciuta vero? Tra una madre e un figlio c’è un legame così forte che nulla può spezzare, neanche la morte. Io sono qui perché la mia anima inquieta voleva stare un poco con te. Sei il dono più bello che io abbia ricevuto nella mia vita. Volevo vederti.
Il bimbo le strinse un dito e lei gli baciò la piccola mano, allora lui sorrise.
– Sei bello sai, se non fosse per quei capelli rossi. Adesso so anche chi è quel vigliacco del tuo padre naturale, ma ha avuto quel che meritava e non potrà più farci del male – disse piano.
Poi cominciò a cullarlo e a cantare sottovoce fino a che si riaddormentò e andò a rimetterlo nella culla. Com’era apparsa così se ne andò, svanendo attraverso la fessura della finestra sotto forma di un filo di fumo scuro, senza lasciare tracce della sua presenza.
    Tornò spesso a trovarlo, facendo attenzione che i due sposi dormissero, e Febo amava talmente quei momenti che trascorreva con lei, e quel gesto che lei faceva di farlo stare zitto, che continuava a non parlare durante il giorno anche se era in grado di farlo. Voleva bene ai genitori che erano nei suoi confronti molto teneri e protettivi, ma era rapito da quella presenza che si rivelava a lui durante la notte.  Quando si rifiutò, per l’ennesima volta, di rispondere agli incitamenti dei genitori a parlare, il padre spazientito borbottò: 
 —Questo figlio è una maledizione, non dovevamo prenderlo per forza! Non volevo crederci, ma me ne sto convincendo. Avevi ragione tu, Maria! È come se in qualche modo fossimo stati puniti. –
Questa volta, però, fu Maria a negare quella che pareva l’evidenza. Stravedeva per quel bambino.
– No, ti sbagli Peppe! Vedi lui non è come gli altri bambini. È speciale, e ha bisogno di più tempo.
Da allora la donna vestita di nero non comparve più presso la culla e il bimbo pensò che la sua amica non volesse più giocare con lui, per cui decise di parlare: le parole gli parvero improvvisamente un gioco nuovo col quale stupire i genitori.
Si esercitò per conto suo e quando vide sua madre apparecchiare la tavola per il pranzo disse: –Ho fame! – e la donna gridò al miracolo. Guardava il figlio soddisfatta, Il tempo le aveva dato ragione: il bambino non aveva il benché minimo difetto fisico, era solo un poco particolare.
Tutti i giorni, Maria non faceva altro che preparare manicaretti apposta per lui. Aveva accolto quel figlio con tutto il cuore e adesso era così felice che non faceva altro che viziarlo e proteggerlo, a dispetto dei rimproveri aspri del marito.
– Non puoi trattarlo come se fosse di vetro. È un ragazzino e deve avere anche la sua dose di sculacciate – diceva continuamente l’uomo alla moglie.
Lei per tutta risposta cominciava a piangere e stringeva a sé Febo.
– Te ne pentirai, Maria, un giorno te ne pentirai.


Peppe cominciò a portare con sé il figlio a caccia, con l’intento di fargli conoscere la natura e i boschi dei dintorni. Gli spiegava come riconoscere i nidi e gli uccelli e Febo era molto contento e si appassionava a tutto, ma suo padre aveva l’impressione che anche se fisicamente il bambino era lì accanto a lui con la mente lo sentiva distante.
Il fatto che parlasse soltanto quando voleva e guardasse spesso il cielo, faceva pensare a sua madre che fosse costantemente assorto e che nascondesse chissà quale mente geniale, ma in realtà il ragazzino pensava a Menica che gli diceva di stare zitto, e a quando lo salutava e la sua ombra scura svaniva nel cielo. Sperava di vederla comparire un giorno o l’altro, per questo tra le nuvole cercava di cogliere qualche segno che gli parlasse di lei.
Intanto cresceva e andando a scuola cominciarono i problemi. Stando all'ultimo banco, alla prima occasione apriva la finestra e saltava giù. Andava a sedersi sotto un albero e faceva l'unica cosa che sembrava non costargli fatica: guardare il cielo.
Ora che stava diventando grande, però, non cercava più nel cielo tracce della donna vestita di scuro, che aveva accantonato insieme ai suoi sogni infantili, ma in quella striscia azzurra che vedeva lassù, cercava le rispose alle domande che cominciava a porsi.
La sua mente in continuo lavorio cominciava a chiedersi: chi sono io veramente? Sentiva dentro sé una voglia irrefrenabile di libertà, un istinto selvaggio che lo incitava a perlustrare i boschi nei dintorni, se vagabondare fosse stato un mestiere l’avrebbe scelto per sé. Era una dimensione unica, nella quale si sentiva tutt’uno con un mondo fatto di verde, di pietre sformate e di animali: scoiattoli, istrici e volpi, che comparivano improvvisi, come per magia e poi veloci scappavano a nascondersi tra i cespugli e fra gli alberi.
Quando suo padre gli chiedeva che lavoro volesse fare da grande, lui alzava le spalle, ma Maria interveniva dicendo che era ancora troppo piccolo per decidere e che sicuramente sarebbero stati orgogliosi di lui quando avrebbe scelto.
Peppe che non sapeva più cosa proporgli, una sera, mentre erano a tavola, gli disse: – Guarda figliolo che c’è Meo, con la falegnameria in piazza, che ti prenderebbe come garzone, quando avrai deciso cosa fare ce lo dirai, sappi però che io e tua madre non siamo eterni.
– Ci penserò, papà, magari più in là, intanto visto che adesso che è il periodo giusto, perché non mi mandate a raccogliere frutta? –
In realtà non gli sarebbe dispiaciuto imparare il mestiere di falegname che considerava creativo, però nei frutteti sarebbe stato all’aria aperta e lui sentiva di averne davvero bisogno.
Suo padre allora concordò con un fattore che cominciasse con qualche lavoretto stagionale. Era tempo di raccolta delle mele e Febo andò a raccoglierle nella contrada vicina, felice di poter stare a contatto con la natura.
I lavoranti erano tutti giovani che affrontavano le ore di lavoro con buonumore, e lo precedevano, lesti, lungo i sentieri. Gli alberi, carichi di mele, profumavano l'aria; lui però guardava quei pomi rossi, stranito, assente. Avevano un profumo dolce, ma si chiedeva se non fosse un delitto strapparli dalle braccia della pianta madre. 
Dopo aver raccolto i frutti che si potevano cogliere da terra, occorreva salire su una scala a pioli per raccogliere il resto. Quando Febo salì sugli alberi, però, gli sembrò che quelle mele mature e profumate gli chiedessero di essere lasciarle lì e lui che sentiva in cuor suo quanto fosse giusto ne lasciò molte tra i rami frondosi.
Alla fine del raccolto, tutti gli alberi dove era passato lui avevano un ciuffo di frutta colorata nella parte superiore: sembrava l'opera di un bizzarro artista.
Quando si presentò al padrone per la paga, l'uomo prese il denaro, lo mise sul tavolo e lo spinse verso di lui e quando il ragazzo allungò la mano per prenderlo, svelto se lo riprese.
–Torna sugli alberi a raccogliere il resto e avrai quanto ti spetta – gli disse severo.
Il ragazzo mise le mani in tasca e si allontanò senza dire una parola, avrebbe voluto camminare all'infinito. 
No, quel lavoro non faceva per lui. Invece di tornare a casa si avventurò per i boschi, dimentico del tempo che passava, avanzando nello spettacolo della natura che pareva parlargli.
Il paesaggio sembrava disegnato dalla mano di un pittore: il profilo dei monti pareva tratteggiato a matita, con un segno preciso, netto, che ne definiva l’immagine e il cielo era una pennellata incantevole d’azzurro, dove qua e là spuntavano nuvole a fiocchi. Il sentiero che aveva intrapreso saliva verso l’alto e le nuvole si dirigevano verso ovest, cominciò a seguirle, sentendo dentro sé un senso di beatitudine che lo avvolgeva.
Dopo aver camminato a lungo, appoggiandosi a un ramo che gli faceva da bastone, si fermò per una sosta in una radura. Seduto su un frammento di roccia col sole sul viso e le efelidi che apparivano come bizzarri nevi di colore chiaro, lasciava che i raggi del sole gli sfiorassero la pelle.
Quanta bellezza in quell’angolo di mondo, ed era tutta per lui. Un cinguettio sommesso gli faceva compagnia, l’odore di resina degli alberi permeava l’aria di magici profumi.
La vegetazione era fitta e attorno agli alberi spuntano selve di cespugli, uno scoiattolo sgusciò all’improvviso si fermò a guardarlo e poi andò a rintanarsi in un albero cavo. Alzando gli occhi notò un gheppio in volo, la coda dritta e le ali spiegate, andava avanti e indietro doveva aver notato qualcosa tra l’erba e aspettava il momento buono per ghermire la preda.
Febo si ritrovò a seguirlo nei suoi voli: era una femmina perché aveva le penne bruno rossastre con striature nere, glielo aveva insegnato suo padre. Quando il momento fu propizio si fiondò su un lombrico, che quieto scivolava tra l’erba, lo strinse con forza tra gli artigli e lo divorò col suo becco vorace. Poi si librò in alto nel cielo e si sentì il suo verso stridulo che andò scemando mentre si allontanava.
– Povero lombrico era così innocuo…– pensò Febo.
Il tramonto avanzava rosseggiando, doveva tornare a casa. Che avrebbero detto i suoi genitori della deludente esperienza del raccolto delle mele?
Sicuramente suo padre gli avrebbe allungato uno scappellotto e sua madre lo avrebbe guardato triste, ma questa volta se lo era proprio meritato.
Mogio e pentito decise di tornare a casa. Si era allontanato troppo col suo vagare e si rese conto di essersi inoltrato verso i monti di Roccaraldina, dove c’era quella sporgenza detta quel “Picco del diavolo”.
“La prossima volta voglio proprio arrivare lì vicino” pensò.


Dopo più di un’ora arrivò a casa. Da lontano vide la sua abitazione tutta illuminata e affrettò il passo preoccupato, qualcosa non andava per il verso giusto.
Sua madre lo vide arrivare e gli andò incontro: sconvolta, col volto pallido, tremando come una foglia lo strinse in un abbraccio.
– Cosa è successo?
– Tuo padre…
Peppe si era sentito male. Avevano chiamato il medico e l’uomo giaceva nel suo letto con gli occhi chiusi. Febo sedette accanto a lui. L’uomo era immobile e si sentiva solo il suo respiro lieve, nel silenzio della stanza. Impaurito il ragazzo vedeva lo spauracchio della morte aleggiare nella stanza. “Perché? È ancora un uomo giovane” si chiedeva.
 Appena sua madre si allontanò, andando nell’altra stanza, cominciò a parlargli: – Padre non andate via. Lo state facendo apposta, vero? Per farmi paura. Pensate così di spingermi a essere responsabile? L’ho già capito da solo, sai. Datemi pure gli schiaffi, forza! Non ho combinato niente di buono al lavoro, ma non lasciatemi, ho bisogno ancora della vostra presenza, dei vostri consigli, siete un uomo forte, ce la potete fare.
L’uomo aprì gli occhi e sorrise, lo aveva sentito, poi li richiuse di nuovo, dopo avergli stretto la mano sorridendo. Quante cose avrebbe voluto dire al suo ragazzo, ancora fragile e spaurito. Cercò nel suo corpo malato la forza fisica per reagire alla malattia, ma il suo cuore tornò a fare capricci, non gli lasciò scampo e si fermò.
Febo attonito guardava quell’uomo grande e grosso che il gelo della morte aveva avvolto in una dimensione eterna. Aveva perso il sostegno di qualcuno che lo amava e aveva da insegnargli molte cose e che lui nella sua incoscienza non aveva capito. Era stato affascinato da un’idea di libertà: voleva essere libero, ma libero da cosa? Quanto tempo aveva perso a fare niente, ma tutto sarebbe cambiato.
Le lacrime cominciarono a rigare il suo volto, mentre tra le braccia di sua madre sentiva di dover proteggere quella donna così fragile che lo aveva difeso sempre e adesso si affidava a lui chiedendo protezione. Stava diventando adulto in una sola notte.
I giorni seguenti furono molto tristi, la gente del villaggio veniva a trovarli e lui ascoltava in silenzio parole di conforto con gli occhi bassi. In quei giorni si sentì l’essere più solo al mondo. Pur volendogli bene non era riuscito a stabilire un rapporto d’intesa con Peppe e tra loro due c’era sempre stato qualcosa in sospeso che così era rimasta, fino al giorno in cui era morto.
 La scomparsa del padre lo aveva cambiato. Ormai si sentiva capace di affrontare la vita, solo che quell’uomo gli mancava molto, ora che non c’era più. Quante volte aveva rifiutato di ascoltarlo e si era sentito offeso per un rimprovero, come se fosse ben lontano dal poterlo capire.


Sentiva la necessità di voler rimanere da solo e il bosco era l’unico posto dove riusciva a smorzare un poco il dolore. Maria lo lasciò andare in silenzio, anche lei doveva affrontare a modo suo la bestia del dolore che la dilaniava per la perdita del marito.
Febo si avviò lungo il sentiero che aveva percorso la volta precedente tornando dal frutteto. S’inoltrò tra i viottoli erbosi e arrivò nel luogo dell’altra volta, ma non gli parve così fantastico. Gli animali erano tutti acquattati tra i cespugli e le cavità degli alberi e in cielo non c’era nemmeno una nuvola da poter seguire o un falco pellegrino in volo. Era solo. Una scia scura che pareva fumo apparve da lontano e si diresse proprio nel luogo dove lui seduto, sulla roccia, cercava di ascoltare le voci del bosco.
Stava pulendo un ramo dalla corteccia col suo coltello, forse poteva fare un pizzuco per sua madre, per scavare le buche dove piantare le verdure nell’orto. 
– Sei bravo col legno Febo, forse dovresti fare il falegname. Una voce femminile lo fece voltare.
Davanti a lui stava una donna vestita di nero stretta in un vecchio scialle, aveva un volto conosciuto, ma non ricordava dove l’aveva vista.
– Mi conoscete, signora?
Lei scoppiò a ridere – Non mi riconosci? Eppure quando eri piccolo venivo a trovarti spesso, quando i tuoi genitori dormivano.
– Io… io credevo che fosse un mio sogno di bambino. Si può sapere chi siete?
– Sono la tua vera madre, quella che ti ha partorito, e voglio starti accanto, ma io non posso farlo come quella brava donna di Maria. Io posso solo parlarti.
– Non credo a niente di quanto dite. Dimostratemi che siete mia madre e che non siete un’allucinazione.
– Dietro la nuca alla tua destra hai un grosso nevo e sotto la pianta del piede una voglia di fragola grossa come un oliva.
– Va bene, ma magari eravate presente quando mia madre ha partorito, perciò sapete queste cose.
– Puoi chiederlo a lei stessa se credi, quello che io voglio è seguirti, figlio mio, ed essere testimone del tuo vivere felice; solo così la mia anima troverà pace.
Poi la sua figura si dissolse, un filo di fumo scuro svanì nell’aria.
Febo si girava intorno incredulo.
– Dove siete? Fatevi vedere! Volete spaventarmi? Avete sbagliato persona.
Arrabbiato e sicuro di aver avuto una visione tornò a casa. 
Il giorno dopo parlò a sua madre come non aveva mai fatto: – Mamma ho deciso, voglio fare il falegname, quando avrò imparato il mestiere avrò una falegnameria tutta mia e voi non dovrete più preoccuparvi.


Maria contenta della decisione del figlio andò a subito parlare con mastro Meo che lavorava nella falegnameria di sua proprietà appena dopo la piazza.  L’uomo, che era una gran brava persona, conosceva la sua condizione di vedova con un figlio giovinetto e tempo addietro aveva parlato della questione col povero Peppe.
Accettò di prendere il ragazzo a bottega, sperando in cuor suo che quel ragazzotto rossiccio avesse la volontà di imparare il mestiere.
Quando tornò a casa, Maria gettò le braccia al collo del figlio, confermandogli con entusiasmo che era stato preso come aiutante falegname e corse in cucina a preparargli una pietanza di cui lui era ghiotto.
Davanti al suo piatto fumante di zuppa di lumache, Febo era titubante.
– Madre vi ricordate delle donne che erano presenti, quando sono nato?
Maria impallidì. – Veramente non ricordo, ero così emozionata…
– Ma io sono il vostro unico figlio, dovete per forza ricordare.
– Ah ecco! Sì, c’era la comare Faustina e mia madre, del paese non c’era nessuno, era notte, dormivano – disse e si allontanò girandosi di spalle, per non mostrare il suo turbamento.
– Ditemi la verità: sono o non sono vostro figlio? – disse Febo, afferrandola per la braccia e costringendola a girarsi.
Maria aveva le lacrime agli occhi.
– Eri rimasto orfano… tua madre era morta di parto e tuo padre non si sapeva chi fosse.
Febo la lasciò a piangere e andò a rinchiudersi nella sua camera.
Sua madre era morta e quello che aveva visto era il suo fantasma, ed era venuta per stargli vicino, come quando era piccolo.  Ormai era tutto chiaro, ma lui non poteva amare uno spettro che si presentava quando poteva, quella povera donna che lo aveva cresciuto gli aveva dato tutto il bene che una madre può dare a un figlio, non l’avrebbe certo abbandonata.
La mattina dopo trovò la colazione pronta, e Maria in un angolo con gli occhi bassi.
– Non crucciatevi, stamane vado a lavorare da Meo. Mia madre siete voi – e per la prima volta, da quando era diventato grande, l’abbracciò.
Consapevole di fare la cosa giusta, con aria spigliata, il ragazzo si presentò alla falegnameria. L’uomo lo vide arrivare con ciuffo rossiccio arruffato, le braccia ciondoloni. Era lì sulla soglia e continuava a fissarlo senza parlare, con gli occhi vispi, come se le parole fossero superflue da dire.
L’uomo dietro al suo banco di lavoro, col grembiule del lavoro legato in vita, lo guardò a sua volta tacendo per qualche minuto, poi disse:
– Bene! Febo, vieni avanti! – e gli porse un grembiule uguale al suo.
– Questi che vedi sul banco sono gli strumenti che useremo. Segui ogni mia mossa e impara. 
Con un mazzuolo batteva su uno scalpello col quale stava lavorando il legno e i riccioli di segatura finivano sul pavimento; l’odore che si sentiva nella bottega era quello insito nell’albero, dava l’impressione che si animasse diffondendosi intorno.
Ogni tanto mastro Meo alzava gli occhi per vedere se il discepolo fosse attento e si accorse che Febo seguiva ogni sua mossa pur senza domandare niente.
– Ora ti indicherò i vari attrezzi, così tu potrai passarmeli.
Il ragazzo annuì.
Il falegname gli indicò gli utensili presenti sul banco: squadra, compasso, sgorbia, morsetto, pialla, raspa e Febo memorizzava ogni cosa nella mente.
Gli piaceva l’odore che c’era lì dentro, persino quello della colla messa a sciogliere nel pentolino, lavorando il legno si potevano creare cose e oggetti del vivere quotidiano. Sì, aveva scelto bene, quel lavoro era fatto apposta per lui.


La bottega si trovava dall’altra parte della piazza e proprio nel tragitto da casa alla falegnameria Febo vide per la prima volta la splendida Ester. Camminava sollevando le lunghe gambe come una gazzella, nel volto aveva un sorriso fresco di primavera e negli occhi dolcezza smielata. Il cuore del giovane si fermò per un istante, poi ricominciò a battere, ma solo per lei.
Da quel giorno bighellonava nei pressi della piazza nella speranza di vederla, seppure da lontano. Conobbe altri giovani, ma lui era di poche parole e nulla aveva della spudoratezza e intraprendenza dei suoi coetanei e, specie se si fermava qualche fanciulla, diventava completamente rosso e ogni parola scompariva dalle sue labbra.
– È muto poverino – dicevano i giovanotti, ghignando, alle fanciulle che lo guardavano incuriosite.
– Ma, no! È soltanto un po’ strano, però è innocuo. – replicavano le voci femminili, prendendolo in giro.
Ma lui lasciava correre. Prima o poi si sarebbe fermata anche lei, avrebbe potuto vederla da vicino, sentire il suono della sua voce. Pensava a lei anche quando era al lavoro e mentre si dava da fare cercava dentro sé le parole giuste da poterle dire. A volte prendeva un pezzo di legno e lo lavorava abbozzando piccole creazioni: una farfalla, un colibrì, una civetta. Voleva diventare bravo in quell’arte, in modo da poterle regalare una sua creazione.  
Un giorno vicino al gruppetto di giovani si fermò anche Ester. Febo sentì le parole che si affollavano nella sua mente e la voce della fanciulla che conversava guardando tutti, compreso lui, gli sembrava una celeste melodia. Il cuore che gli faceva capriole e non riusciva a contenere l’emozione e quando lei guardandolo negli occhi gli chiese: Come vi chiamate? –, non seppe far altro che scappare via di corsa, tra l’ilarità generale.
Si chiedeva perché non fosse come gli altri: libero di dire ciò che pensava, di essere capace di guardare negli occhi la fanciulla di cui si era innamorato.
Ester era la figlia della sarta e spesso la madre la mandava a consegnare i vestiti che cuciva per le donne del paese. Febo aveva cominciato a seguirla, usciva di casa la mattina presto, e tranne le ore passate in bottega col suo maestro, ovunque lei andasse, c’era sempre lui, che sorrideva e le andava dietro. Ossessionato da lei, faceva in modo di mettere i piedi là dove lei aveva prima poggiato i suoi; quel semplice gesto dava forma nella sua mente a un’unione con la donna amata, che lo mandava in estasi.
Ester faceva finta di niente: “Per fortuna è completamente innocuo” pensava, anche lei come le sue amiche, e in fondo era quasi divertita da quel buffo personaggio che sembrava vivere alla sua ombra ed esistere solo per poterla guardare. A lei piaceva essere ammirata: quando camminava per le strette stradine del villaggio, tutti gli occhi maschili erano puntati su di lei. I capelli color miele ondeggiavano e sembravano emanare un odore inebriante che stordiva; quando aveva la fortuna di avvicinarsi a lei, Febo aspirava quel profumo a pieni polmoni.
Un giorno Febo la vide accanto alla fontana mentre aspettava che la sua cannata si riempisse, un uomo non più tanto giovane le si avvicinò facendo apprezzamenti.
Febo li raggiunse in un attimo e disse alla ragazza: – Vi accompagno –   il suo gesto scoraggiò, l’uomo che si allontanò. Il coraggio di difenderla gli aveva fatto dire quelle due parole ed ora camminava affianco a lei e si sentiva un eroe.
–Grazie! – sussurrò Ester e cercò di farlo parlare, ma lui non riusciva a dire altro che monosillabi in sua presenza.
La sarta, che si era affacciata sulla soglia, vide la figlia arrivare con quello strano ragazzo e domandò:
– E questo chi è?
– Non preoccupatevi, madre, è Febo, ve ne ho parlato… è innocuo– ridacchiò la giovane, mentre lui corse via impacciato e rosso fino alla punta del naso.
Però una parola continuò a girare e rigirare nella sua testa lui era “innocuo”, proprio come quel povero lombrico che aveva visto nel bosco e se prima o poi la sua bella avrebbe cacciato gli artigli, facendogli del male? No, non poteva essere, lei era così dolce, così bella, e lui stava bene solo in sua presenza e non gli importava nient’altro. 


Quando tornava a casa aveva sempre la testa altrove, la madre sulle prime credeva fosse a causa del lavoro, ma fu rassicurata da Meo, che le disse che il ragazzo apprendeva con passione e si mostrava diligente e preciso. Fu per caso che una sua lontana parente le confidò che quando Febo era in piazza non faceva altro che seguire una ragazza e nientemeno la più bella del paese: Ester, che aveva dato filo da torcere persino a conti e ricchi pretendenti.
– Cerca di dissuaderlo – suggerì la comare.
Quando la sera il figlio tornò a casa Maria aspettò che finisse il suo piatto di minestra e fagioli e poi gli disse: – Febo, tu sai che per me sei importante più di ogni cosa al mondo, quello che ti dirò è solo per il tuo bene.
Lui la guardò tacendo come sempre e lei continuò: – Si dice che tu vai dietro una fanciulla, bella sì, ma molto altera e presuntuosa e potrebbe farti soffrire e io…io posso solo consigliarti di lasciarla perdere – terminò sospirando.
Febo la guardò serio e, sempre senza dire una parola, prese la giacca appesa e uscì di casa. Maria lo aspettò fino a tarda notte poi si addormentò sulla sedia di cucina, ma lui non tornò. Al mattino andò alla falegnameria sperando che fosse andato lì, ma mastro Meo disse che non si era visto.
“Questo è un nuovo tipo di dolore che il mio figliolo deve sopportare, resterà nel bosco qualche giorno e poi tornerà a casa, come l’altra volta. Ha bisogno di rimanere da solo.”

2Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Gio Gen 28, 2021 6:55 am

Petunia

Petunia
Cavaliere Jedi
Cavaliere Jedi
Ciao Gemma
ho riletto e apprezzato questo racconto. Azzeccata la scelta del titolo che aiuta a concentrarsi di volta in volta sui protagonisti della saga. Il filo conduttore è unico, ma ogni personaggio ha una vita compiuta che ci sai raccontare come una fiaba. La magia, il mistero, quella vena di esoterico è sempre presente. Bella la figura della vera madre che non si da pace per aver perso il figlio e che continua a seguirlo anche dall’aldilà.Racconti del vento  1845807541


______________________________________________________
Divido tutti i lettori in due classi; coloro che leggono per ricordare e coloro che leggono per dimenticare.
(William Lyon Phelps)

A gemma vitali garba questo messaggio

3Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Gio Gen 28, 2021 11:45 am

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
Pet sei unica, sempre presente e dolce  Racconti del vento  1824946657
grazie

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