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Messaggio Da Different Staff Lun Ott 03, 2022 11:57 am

Tendendo l’orecchio si poteva sentire lo scorrere del fiume, non troppo distante dalle pareti artificiali che delimitavano il perimetro di quell’angusta cantina scavata nella terra. L’umidità e il buio erano una cosa sola. La vista, una volta abituatasi all’oscurità, avrebbe potuto scorgere il tenue riflesso ascendente delle bollicine nelle bottiglie, mentre l’olfatto avrebbe innescato l’acquolina, una volta percepito il profumo dei prosciutti.
Il pingue magazziniere Laurent giaceva stravaccato su una sedia di paglia accanto alla botola che copriva la scala che conduceva alla cantina. Sonnecchiava e non si curava del gran movimento che aveva intorno. Fervevano i preparativi per i negoziati, ma per lui non ci sarebbe stato nulla da fare fino a quando non sarebbero arrivati cuochi e camerieri per preparare il ricevimento.
Un botto, soffocato, chiaramente proveniente dalla cantina, lo fece trasalire. Un altro botto, della stessa entità, lo destò dalla sedia. S’affrettò dunque, con le mani tremolanti, a cercare nel mazzo la chiave del lucchetto che chiudeva la botola. Un altro botto.
Il peso di Laurent produceva un fastidioso scricchiolio ogni volta che un suo paffuto piede si posava sopra al piolo di legno. Un altro botto lo spaventò, ma finalmente capì cosa stava accadendo. Le bottiglie di Mazarin stavano scoppiando. Laurent si mise le mani nei capelli: il cardinale lo avrebbe fatto spellare vivo.
Giunto in cantina, accese una candela. Per un soffio schivò un tappo che come un proiettile stava per colpirlo in pieno volto. Udì, successivamente al botto, un rumore schiumoso, piacevole. L’odore d’alcool, di zucchero macerato, aveva quasi del tutto coperto quello dei prosciutti. Facendosi luce illuminò la rastrelliera e mise a fuoco l’immagine del collo di una bottiglia appena scoppiata. Ne fuoriusciva una schiuma biancastra, profumata. Laurent ci mise un dito sotto e l’assaggiò. Sopra la sua testa scoppiò un’altra bottiglia, la cui schiuma gli cadde sopra la pelata prima che si scostasse imprecando. Afferrò la bottiglia, fece un profondo sospiro e tracannò una generosa sorsata di quella schiuma. Espirò: strinse la bottiglia e come un pazzo risalì la scala a pioli verso la superficie.
Eminenza, il magazziniere Laurent desidera conferire con voi. Dice che è urgente” disse il cerimoniere al prelato. La scrivania era sommersa di carte. Mazzarino alzò lo sguardo e con un cenno del capo acconsentì.
Scocciato, il cerimoniere fece a sua volta un cenno alle guardie: “Fate entrare il ciccione!”
Spero tu abbia più di un buon motivo, Laurent, per disturbarmi in un momento simile!”
Eminenza! Un disastro! Le vostre bottiglie!” esclamò il magazziniere allarmato.
Il ricevimento!” urlò il cardinale Mazzarino mettendosi le mani nei capelli. Si calmò subito: “Che è successo?” chiese con sguardo perforante al povero Laurent.
Alcune bottiglie sono scoppiate,” ammise Laurent, “non me ne spiego la ragione. Da ogni bottiglia scoppiata fuoriesce una schiuma biancastra.”
E il vino?” lo interruppe il porporato.
Laurent, che fino al quel momento aveva tenuto le mani dietro la schiena, mostrò una bottiglia senza tappo: “Permettete?”
Mazzarino afferrò la coppa che aveva sulla scrivania e gliela porse. Il grassone mescette il nettare. Il cardinale scrutò a fondo il liquido rosso, come se volesse guardare a una a una quelle strane bollicine. “Abbiamo messo dei fiori di pesco per aromatizzare il vino” esclamò Mazzarino schioccando la lingua dopo aver assaggiato. Laurent lo guadava in silenzio.
Mi chiedo cosa abbia provocato questa schiuma”, disse il cardinale, “forse la temperatura della cantina?”
Là sotto è molto umido, ma fresco, ci sono anche i prosciutti spagnoli, eminenza”, rispose mestamente Laurent.
Nessuno ha chiesto la tua opinione!” urlò il porporato.
Mazzarino volle scendere in cantina a verificare di persona. Constatò che buona parte delle bottiglie conservate erano scoppiate, quindi inutilizzabili per il ricevimento. In cuor suo però, senza ovviamente proferir parola né con Laurent, né con chicchessia, sapeva che il risultato di quella reazione aveva creato un vino strabiliante. Prima di risalire, si raccomandò con Laurent: “Ti farò arrivare altro vino dalle mie tenute in tempo per il ricevimento. A parte i prosciutti da qui non deve uscire una sola bottiglia se non per mio ordine. Non devi muoverti da qui. Alla fine dei giochi, quando tutti se ne saranno andati, porterai tutte le bottiglie ancora sane alla tenuta. Ti farò avere una scorta adeguata.”
Il ciccione annuì. Sorrise quando l’ombra del cardinale sparì sopra la botola. Prima di tutto prese due bottiglie di vino chiuse e un prosciutto. Mise il tutto in un piccolo baule di legno che nascose nella zona d’ombra sotto la scala a pioli che saliva in superficie. Prese una bottiglia scoppiata e iniziò a sorseggiare il vino rimasto. Fece così con molte altre. Mentre Laurent rideva e vedeva le stelle, sopra di lui si poneva fine alla guerra dei trent’anni.


Jacques Lois raccolse da terra il quotidiano che giaceva davanti alla porta della sua bottega di Rue Richelieu. Stava per metterselo sotto braccio, ma il titolone in prima pagina attrasse la sua attenzione: Istituito ieri il tribunale per processare i criminali nazisti. Deglutì e si passò il dorso della mano sulla fronte imperlata di sudore.
Appena entrato, il profumo intenso delle rose lo stordì. Tutte le orchidee lo osservavano. Si girò di nuovo verso l’ingresso, pensieroso, e chiuse la porta a chiave. Lasciò la tenda tirata e il cartello girato su fermé. Neanche fosse in mezzo alla strada, con passi rapidi e fare circospetto guadagnò il retro bottega dal quale, attraverso la scala, poteva accedere alla cantina nel seminterrato. Accese la luce e sulle pareti, da una parte, comparvero le ombre irregolari dei bulbi, che sembravano tante braccia pronte ad afferrarlo per trascinarlo all’inferno. C’erano anche vasi di varie dimensioni, ceste, rami secchi per decorare le ghirlande. Dalla parte opposta tante ombre distese, regolari come una schiera di soldati, nobili.
Da un lato, uno scaffale brullo, scrostato, umido e ammuffito, dove giacevano tulipani, giacinti, narcisi, gigli e ciclamini come tanti piccoli embrioni in attesa di liberare la loro potenza vitale. Dall’altro una rastrelliera levigata e lucida, pulita, dalla quale sporgevano i colli di tante bottiglie, ciascuna col suo velo di polvere depositata, più spesso a seconda del tempo. E a spolverarle, quelle etichette prestigiose, avrebbero fatto fiorire i bulbi all’istante. Jacques non aveva bisogno di guardarle poiché le conosceva tutte a memoria: Dom Pérignon, Krug, Crystal, Poulet, Chateau Fuseaux, Gaions e molti altri. Sul ripiano più basso della rastrelliera, in fila, sei bottiglie tutte uguali, coricate a quarantacinque gradi, praticamente senza polvere.
Tra le bottiglie di prestigio, giaceva una cassetta di legno lunga e robusta. In origine conteneva un magnum di champagne da tre litri che fu stappato per un’occasione speciale. Fu il giorno in cui Jacques arrivò in Francia, a Parigi. Se lo ricordava bene. Fece schioccare la lingua come se avesse ancora in bocca il prezioso vino, con le bollicine che gli solleticavano il palato. Conobbe lo champagne quel giorno e non fu più capace di abbandonarlo.
I ricordi, scorrendo, sembra facciano fermare il nastro della vita. Almeno per un momento. E quando ci si accorge che è impossibile fermare il tempo, ci si rende conto di avere fretta. I fantasmi sono lì a guardarti e non si muovono, ti aspettano. Lo stesso fu per Jacques in quel preciso istante.
Aprì la cassetta di legno: conteneva una serie di carteggi, dalle svariate tonalità di giallo, a seconda della loro età. C’erano mappe, appunti, ricette. Dentro una provetta, un tappo di sughero.
Jacques prese una mappa e la aprì sul tavolo al centro della cantina. “Qui c’è la mappa dell’Isola dei Fagiani con tutte le distanze misurate in metri”, disse ad alta voce. I bulbi non risposero.
Accanto posò la ricostruzione di quella che doveva essere la struttura provvisoria in legno costruita per lo svolgimento dei negoziati che avrebbero portato alla firma della pace dei Pirenei tra regno di Spagna e regno di Francia.
Ora che la seconda grande guerra era finita, Jacques poteva dedicarsi anima e corpo alla passione della vita: lo champagne e la sua storia, ufficiale e non. Non avrebbe fatto il fioraio per sempre. Era convinto di poter dimostrare che l’invenzione del pregiato vino non fosse opera del monaco benedettino Dom Pérignon, ma che la tecnica, frutto del caso, sia stata scoperta almeno trent’anni prima.
Per dimostrarlo, c’erano soltanto due modi: trovarne una bottiglia, ancorché vecchia di almeno trecento anni, oppure riprodurre in proprio quel nettare favoloso. L’unico posto dove poteva trovare una bottiglia, in base agli antichi documenti in suo possesso, era su quell’Isola insulsa. Il vino era sicuramente esistito, il tappo di sughero nella provetta lo dimostrava. Presentava soltanto un’incongruenza che Jacques non si spiegava. Laurent Mazarin, c’era inciso orizzontalmente. Chi poteva mai essere questo Laurent? Il nome di battesimo del mastro vinaio che aveva creato il vino? Oppure il nome di un figlio illegittimo del cardinale? Le aveva pensate tutte, senza giungere a una conclusione. Le sue ipotesi, dopotutto, non erano altro che mere supposizioni.
Quelle carte, in originale, erano state scritte personalmente dal cardinale Giulio Mazzarino, legato del regno di Francia durante i negoziati con la Spagna proprio sull’Isola dei Fagiani. All’epoca Mazzarino produceva vino nei suoi feudi tanto da portarne cinquanta bottiglie per il ricevimento che si sarebbe svolto per festeggiare la buona riuscita dei negoziati. I mastri vinai del cardinale sperimentavano spesso nuove tecniche di produzione. In quel caso avevano aggiunto al vino dei fiori di pesco per aromatizzarlo e renderlo dolce. Il trasporto dal nord della Francia verso il confine, il cambio di temperatura e probabilmente lo stoccaggio in quel particolare ambiente nella pancia dell’Isola, avevano scatenato una reazione molto simile alla fermentazione, creando di fatto un vino spumante, uno champagne.
Grazie alla ricetta della quale era in possesso, il fioraio aveva ricreato, tra bulbi e vasi, quel vino così antico, anche se ignorava quanto questo s’accostasse all’originale.
Come Jacques era venuto in possesso di quei documenti era inenarrabile, persino per lui. Era sicuro che avrebbe pagato per quello e non solo. Non aveva guardato in faccia a nessuno, poiché la sua, da semplice passione era diventata un’ossessione.
Tra quei fogli antichi, il cardinale parlava inoltre del furto di alcune bottiglie, per cui la sua preoccupazione era dovuta al fatto che qualcuno potesse riprodurre il vino e prendersi la paternità dell’invenzione. La sua preoccupazione era fondata per due motivi: citava una lettera anonima ricevuta nel periodo successivo ai negoziati sull’Isola, che lo rassicurava sul segreto del vino. La missiva era sgrammaticata e vergata con calligrafia incerta, per cui questo lo fece pensare a un depistaggio. La seconda ragione, anche se egli non avrebbe mai potuto saperlo perché morì nel 1661, era strettamente connessa all’invenzione ufficiale dello champagne ad opera di Dom Pérignon, a quanto si dice anche quella frutto del caso, per un maldestro tentativo di aromatizzazione di un vino fermo. Jacques era determinato ad arrivare fino in fondo, per cui sarebbe andato su quella maledetta Isola in cerca del suo personale tesoro.
Fate attenzione monsieur”, disse il barcaiolo che aveva appena lasciato Jacques sulla sponda dell’Isola. L’uomo annuì: “Al segnale convenuto verrai a riprendermi.”
Era l’imbrunire di una calda giornata autunnale. Lo strido dei volatili che facevano la spola tra l’Isola e le sponde del fiume cullava il tramontare del sole. Jacques s’imboscò rapidamente dietro un cespuglio. Controllò il materiale nello zaino: mappe, vanga militare, torcia. Si tastò il fianco del gilet, la sua Luger era ben salda nella fondina interna.
Senza indugiare troppo, Jacques mosse verso il punto dove doveva essere stata scavata la cantina provvisoria al tempo dei negoziati. Aveva precedentemente traguardato il punto con la bussola e l’aveva confrontato sia con la mappa antica, sia con una più recente. L’incognita che lo assillava più di tutte riguardava per quanto tempo e fino a quale profondità avrebbe dovuto scavare. Non lo sfiorava minimamente il pensiero che tutto ciò che stava per fare potesse rivelarsi, era proprio il caso di dirlo, un buco nell’acqua.
Iniziò a scavare che il sole era già tramontato all’orizzonte e gli uccelli avevano smesso di cantare. C’erano soltanto lui, il rumore sordo della sua pala che affondava nella terra molle e argillosa e il chioccolio del fiume poco lontano.
I primi colpi furono energici, ma scendendo in profondità la fatica aumentava e la terra sembrava farsi più dura. Il buio aumentava e Jacques fu costretto ad accendere al torcia tenendola sotto il livello dello scavo per evitare che qualcuno potesse scorgerne la luce dalle sponde del fiume.
Sudato marcio, il fioraio fece una pausa per abbeverarsi. Dopo un sorso d’acqua, con la punta dello stivale, smosse un poco di terra. Fu in quel momento che s’accorse di un movimento. D’istinto, saltò fuori dalla buca, appena in tempo prima che s’aprisse una piccola voragine. La torcia precipitò illuminando una specie di volta. Jacques fissò una corda al fusto di una quercia, pronto a calarsi. Era euforico, si sentiva ad un passo dal suo obiettivo. S’ impose di restare calmo e attento.
Calandosi nelle viscere di quell’Isola infame, si faceva sempre più concreta l’idea che il fioraio si trovasse nel posto giusto. La luce della torcia conficcata nel fango illuminava una stanza non troppo ampia. Non c’era niente al suo interno, niente che potesse accostarla al luogo che Jacques cercava.
Era evidente che il pertugio nel quale Jacques stava per sprofondare, fosse a suo tempo una botola d’accesso a un piano inferiore rispetto a quanto c’era in superficie, ma nessun elemento dava certezze su quanto Jacques stava cercando.
Nella semi oscurità, girando per quello spazio angusto, la punta dello stivale di Jacques colpì un oggetto: lo illuminò con la torcia. Aveva una forma di piccolo baule, grande quanto un paio di scatole di scarpe. Sotto la fibbia per l’apertura, in lettere dorate si leggeva “Laurent”.
La titubanza di Jacques nell’aprire quella cassa svanì all’istante. Ignorava ancora chi fosse Laurent, ma a quel punto quel fantasma esisteva, era esistito. E volente o nolente l’avrebbe portato alla soluzione dell’enigma.
La scatola non sembrava volersi aprire ma facendo leva con la pala lo sforzo fu minimo. Come un pirata che apre uno scrigno le cui monete d’oro in esso contenute gli accecano al vista, così Jacques rimase basito di fronte alle due bottiglie e all’osso che trovò dentro quel contenitore. Sulla cotenna ritratta e rinsecchita di quello che poteva essere stato un prosciutto, il fioraio poté ben scorgere la parola Jamon, che indicava proprio la coscia di maiale in spagnolo. Il vetro delle bottiglie, opaco come gli anni trascorsi nell’oscurità, aveva lasciato un solo raggio di luce, proprio in corrispondenza del tappo. Apparentemente non danneggiato, verosimilmente intatto, molto probabilmente senza tempo: Mazarin.
A sera inoltrata, col suo zaino ben stretto tra le braccia, Jacques Lois s’apprestava a raggiungere la sua bottega ansioso di stappare una bottiglia di Mazarin. L’euforia era alle stelle ma l’ordine superiore andava oltre: con la sua scoperta avrebbe potuto scardinare la storia del più prestigioso vino di Francia, conosciuto in tutto il mondo.
Guardandosi intorno, con fare circospetto, più del solito, Jacques aprì la porta del suo negozio. Prima di chiudere l’uscio volle assicurarsi che nessuno l’avesse seguito. Ciò che avrebbe fatto di lì a poco era troppo importante per lui. Scese in cantina, ma il suo passo istintivamente rallentò: una luce soffusa proveniva dal seminterrato.
Jacques accese la luce e due figure apparvero nitide tra lo scaffale dei bulbi e quello delle bottiglie. Jacques fece per prendere la sua Luger da dentro il gilet.
Non vi scomodate monsieur Lois!” esclamò uno dei due individui in impermeabile.
Jacques abbassò lo sguardo.
Ma come?” disse l’altro individuo portando il flûte alla bocca, “non ci volete spiegare le proprietà organolettiche di questo, come si chiama, Laurent Mazarin?”
Oppure”, proseguì quello che aveva l’aria del capo, “mentre beviamo insieme, ci volete raccontare del vostro passato, monsieur Lois? O forse dovrei chiamarvi herr Joachim Leib?”


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Messaggio Da Petunia Mar Ott 04, 2022 2:35 pm

 non ci sarebbe stato nulla da fare fino a quando non sarebbero arrivati cuochi e camerieri per preparare il ricevimento. 
(Non fossero)


accanto alla botola che copriva la scala che conduceva alla cantina.

La costruzione della frase ė faticosa.


Il grassone mescette il nettare. (Il grassone la riempì, mi suonerebbe meglio)



Bello questo passaggio!


I ricordi, scorrendo, sembra facciano fermare il nastro della vita. Almeno per un momento. E quando ci si accorge che è impossibile fermare il tempo, ci si rende conto di avere fretta. I fantasmi sono lì a guardarti e non si muovono, ti aspettano. Lo stesso fu per Jacques in quel preciso istante.


Era convinto di poter dimostrare che l’invenzione del pregiato vino non fosse opera del monaco benedettino Dom Pérignon, ma che la tecnica, frutto del caso, sia stata scoperta almeno trent’anni prima.
(Fosse stata scoperta. Occhio ai congiuntivi)


Come Jacques era venuto in possesso 

(Come Jacques fosse venuto in possesso ecc.)


La missiva era sgrammaticata e vergata con calligrafia incerta, per cui questo lo fece pensare a un depistaggio.


(La missiva, sgrammaticata e vergata con calligrafia incerta, lo fece pensare a un depistaggio

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Messaggio Da Petunia Mar Ott 04, 2022 2:49 pm

Proseguo. Questo editor mi fa impazzire, scusa il commento a rate.

Lo strido dei volatili 
lo stridio

Allora. Il racconto è divertente da leggere. Mi sono piaciuti sia  l’antefatto storico che la rivelazione finale. La parte centrale è quella che ho trovato meno interessante. Mi aspettavo che la ricetta segreta del vino di Mazarin fosse molto più turpe. Mi ero imaginata che dentro le bottigli ci fosse del sangue dei condannati per esempio (ma è la mia mente “malata” che parla in questo momento.) quello che voglio dirti è che il segreto non è così avvincente come le aspettative create avrebbero fatto presupporre. 
Invece, come ti ho detto, mi è piaciuta l’idea in sé. Il testo può essere snellito (alcune frasi risultano poco scorrevoli) e curato meglio dal punto di vista grammaticale. Però l’ho letto con piacere e l’ho trovato interessante.

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Messaggio Da SCM Mar Ott 04, 2022 7:25 pm

Ciao autore/autrice

è il racconto che mi è piaciuto di più per ora. 
Divertente, non ovvio. Bel colpo di scena finale.
Interessante l'idea di un uomo che vuole, non solo riprendere la sua vita dopo la Guerra, ma che ha anche un obiettivo per il quali si dà da fare tra carte antiche, memorie e una caccia al tesoro.

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Messaggio Da Molli Redigano Mer Ott 05, 2022 10:49 pm

Tempo fa frequentai un corso serale di editing alla Scuola Holden. La prima frase del docente per introdurre il corso fu: "Lo scrittore fa lo scrittore, l'editor non è uno scrittore e fa l'editor." 

Dubbi a parte, penso che avesse ragione, ma fino a un certo punto. Nel senso: uno scrittore, inteso come "inventore di storie", qualsiasi esse siano, non guarda troppo alla forma o, come in questo caso, ai tempi verbali. Però, un minimo, l'Autore deve editare anche se stesso, secondo me. Ovviamente sono influenzato dal precedente commento di  @Petunia . Avrei dovuto (e voluto) arrivare prima di lei per scovare certi errori. 

Ed ecco che forse L'Autore di questo testo s'è fatto un po' prendere dalla storia, seminando strafalcioni verbali (non ne ho scovati altri per ora) qua e là. Io penso che possiamo perdonarlo (parlo al maschile ma vale lo stesso qualora fosse una Signora).

Passando al racconto, dunque, questo Laurent Mazarin è veramente la ricetta originale dello champagne? No perché il Dom Pérignon l'ho assaggiato ed è veramente tanta roba. Ma se c'è qualcosa di meglio io già sto sbavando.
Verosimile che un nazista avesse altri interessi e che fosse disposto a uccidere pur di raggiungere i suoi scopi extra, chiamiamoli così. Insomma, un criminale sia nel "lavoro" che nelle "passioni", diciamo così.

Grazie

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Messaggio Da Byron.RN Gio Ott 06, 2022 6:30 pm

Questo racconto mi è piaciuto a metà.
La parte iniziale, quella col cardinale Mazzarino mi ha preso molto, mi è piaciuta la figura di Laurent, l'incidente che ha provocato la trasformazione del vino, l'atmosfera storica in generale.
Poi per forza di cose ti sei dovuto spostare nel periodo storico oggetto del concorso e lì il mio interesse poco a poco è calato. Non so, forse si crea troppa aspettativa, ci sono troppi preparativi per costruire un mistero, ma poi alla fine succede davvero poco. 
Peccato, perché il racconto è caratterizzato da una bella scrittura, l'inizio come detto mi aveva proprio catturato, il prosieguo però non l'ho trovato all'altezza delle aspettative che eri riuscito a creare.
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Messaggio Da Arianna 2016 Ven Ott 07, 2022 12:38 am

In questo racconto ci sono alcune buone idee e dei passaggi simpatici: buona e originale è l’idea di centrare il racconto su un tema come il vino; simpatica la figura di Laurent; interessante quella del nazista esperto enologo; divertenti sono alcuni passaggi ironici.
La sensazione finale è che manchi qualcosa a livello di amalgama complessivo degli elementi, anche se fatico a dire esattamente cosa.
 
Nel complesso la lettura scorre, ma la forma è un po’ da sistemare. Ti segnalo alcune cose, soprattutto a livello lessicale e di uso dei tempi:
- le prime quattro righe hanno una sintassi un po’ pesante, involuta. Le alleggerirei oppure le toglierei  proprio, iniziando il racconto con “Il pingue…”.
- pareti artificiali= toglierei “artificiali”
- sguardo perforante= “perforante” non è bellissimo e di solito non si usa unito a “sguardo”
- scaffale brullo= “brullo” è un terreno, un campo, una collina è brulla, non uno scaffale
- “giacevano”= è un verbo che richiama la morte, invece le piante sono vive, anzi, il significato che si vuole veicolare è proprio opposto alla morte
- di prestigio= forse è meglio “di pregio”
- un magnum= forse “una magnum”? Nel senso di una bottiglia formato magnum. Però non ne sono sicura.
- “che fu stappato”= che era stato stappato; c’è un’antecedenza rispetto a un tempo imperfetto, per cui occorre il trapassato prossimo. Anche qui: “Fu il giorno in cui Jacques arrivò in Francia”= era stato il giorno in cui Jacques era arrivato.
- sia stata scoperta= fosse stata scoperta
- strido= stridio
- traguardato= forse “controllato” o qualcosa di simile?
- Abbeverarsi= è un verbo che si usa per gli animali oppure in un altro contesto (ad esempio: “abbeverarsi alle fonti della saggezza” o frasi simili)
- Isola infame: questo “infame”, usato almeno due volte, non trova spiegazione nel testo.
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Messaggio Da Antonio Borghesi Ven Ott 07, 2022 4:41 pm

Italiano massacrato per benino ma penso sia stata una questione di fretta e questa sia la prima bozza. Confido in ciò perchè la storia è simpatica e ha risvegliato la mia attenzione. Sapevo che lo champagne più antico era il Dom Ruinart contrariamente al famoso Dom Perignon di cui tutti parlano. La mia è esperienza personale di un ventennio in Francia. Non ho capito bene nemmeno chi sia questo Joachim Leib. Non ho trovato nulla su di lui. Magari era un boia di qualche campo di concentramento tedesco.
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Messaggio Da M. Mark o'Knee Sab Ott 08, 2022 5:43 pm

Un testo piuttosto trasandato nella forma e nel linguaggio e con diverse imprecisioni nei tempi verbali. Di conseguenza, la lettura risulta faticosa e il racconto stenta a decollare. Anzi, a parte l'inizio ambientato nel Seicento, un po' più gradevole, direi che non decolla proprio.
Anche quella specie di caccia al tesoro sull'Isola dei fagiani, in cerca del segreto del Dom Pérignon, manca di verve, non cattura l'attenzione più di tanto; come del resto tutta la passione maniacale verso lo champagne da parte dell'ex nazista.
A proposito della caccia al tesoro sull'isola, mi sembra ci siano delle incongruenze temporali. Quando Jacques/Joachim arriva sull'isola, sappiamo che "Era l’imbrunire di una calda giornata autunnale"; e, dopo la sua scoperta, "s’apprestava a raggiungere la sua bottega" "A sera inoltrata". Quindi, fra imbrunire e sera inoltrata, la sua permanenza sull'isola si riduce a una manciata di minuti: un po' poco tempo, considerando la ricerca del punto sulla mappa, lo scavo e tutto il resto. Né ci viene mai suggerito il fatto che ci passi la notte.
Senza contare che non sappiamo con esattezza da dove parta. Se la sua bottega è a Parigi (unica città francese citata nel testo), le incongruenze aumentano, dato che fra Parigi e l'isola ci sono più di 800 chilometri.
Un lavoro che non mi ha preso.
M.
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Messaggio Da paluca66 Sab Ott 08, 2022 6:41 pm

Errori / refusi ce ne sono tanti, troppi.
Sintetizzo:
- alla botola che copriva la scala che conduceva alla cantina: ripetizione
- per lui non ci sarebbe stato niente da fare fino a quando non sarebbero arrivati: fossero
- Il grassone mescette il nettare: ho controllato, è corretto; però non mi entusiasma.
- Da un lato, uno scaffale brullo, scrostato, umido e ammuffito, dove giacevano tulipani, giacinti...: scaffale brullo? giacevano?
- ma che la tecnica, frutto del caso, sia stata scoperta almeno trent'anni prima: fosse
- Come Jacques era venuto in possesso di quei documenti: fosse
- Aveva precedentemente traguardato il punto con la bussola: traguardato?
- fu costretto ad accendere al torcia: la
- S' impose di restare calmo e attento: attenzione allo spazio dopo l'apostrofo
- le cui monete d'oro gli accecano al vista: la
Ci sono troppi problemi con i tempi verbali e in particolare i congiuntivi, mentre sul finale sembra sia mancato il tempo di una revisione.
Paletti ben presenti e, mi viene da dire, anche inseriti in maniera originale; non era facile il passaggio dal seicento ai nostri anni '40. Interessante come la figura del boia sia affidata al semplice titolo di un articolo di giornale, mi è piaciuta molto.
Il racconto è diviso in due parti che non sembrano essere scritte dalla stessa persona: la prima parte è interessante, coinvolgente, scritta con brio, crea curiosità nel lettore.
Poi, purtroppo, i paletti ti hanno costrett* a fare un salto in avanti di trecento anni ed è come se la vena ti si fosse improvvisamente inaridita, almeno a mio modo di vedere.
Ho perso via via interesse per la storia fino al finale un po' troppo prevedibile.
Infine i complimenti per l'originalità dell'idea, scrivere un racconto sulla nascita dello champagne è sicuramente un punto a tuo favore.

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Messaggio Da FedericoChiesa Sab Ott 08, 2022 11:58 pm

Francamente ho trovato la scrittura troppo piena, a volte ampollosa.
Una frase come "La vista, una volta abituatasi all’oscurità, avrebbe potuto scorgere il tenue riflesso ascendente delle bollicine nelle bottiglie, mentre l’olfatto avrebbe innescato l’acquolina, una volta percepito il profumo dei prosciutti" mi rende difficile la lettura: forse ha condizionato l'approccio al seguito del racconto.
La parte centrale mi ha un po' annoiato.
Ottimo il colpo di scena finale, ma non mi basta per modificare il mio, personale, giudizio.
P.S. Per inciso, a quanto mi risulta, il Magnum è 1.5 litri mentre da 3 litri si chiama Jeroboam.
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Messaggio Da Danilo Nucci Dom Ott 09, 2022 6:16 pm

Premetto che ho gradito la lettura e l’idea generale del racconto. Ti segnalo qualcosa che spero non abbiano già fatto altri:
sedia di paglia  Avrei detto “sedia impagliata”
Laurent lo guadava in silenzio.
cartello girato su fermé. Userei il virgolettato in casi come questo: “fermé”
il titolone in prima pagina attrasse la sua attenzione: Istituito ieri il tribunale per processare i criminali nazisti. Idem c.s. per le virgolette prima di Istituto
I bulbi non risposero. Ho trovato questa esilarante e spiazzante, nel contesto del brano.
L’unico posto dove poteva trovare una bottiglia, in base agli antichi documenti in suo possesso, era su quell’Isola insulsa. Qui non ho capito bene che cosa abbia portato il protagonista a questa convinzione. Anche il passo dei documenti mi è parso poco chiaro.
Sudato marcio: ho sempre pensato che fosse un’espressione tipica del vernacolo fiorentino, ma forse non è così.
Sulla cotenna ritratta e rinsecchita di quello che poteva essere stato un prosciutto, il fioraio poté ben scorgere la parola Jamon. Ho qualche dubbio che nel ‘600 si timbrassero i prosciutti o che vi si facessero iscrizioni, ma tutto è possibile…
Hai inserito sia il fioraio che il boia. Quest’ultimo, inizialmente appena accennato, si scopre solo nel finale. L’uso di uno solo dei due personaggi ti avrebbe forse semplificato la vita nella costruzione della storia.
Confermo comunque la buona qualità della scrittura, in un racconto che ha un buon intreccio e che ha solo bisogno di qualche ritocco per renderlo più semplice e scorrevole.
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Messaggio Da caipiroska Dom Ott 09, 2022 10:10 pm

Ciao Autore,
la trama del racconto è ben studiata e originale, ma zoppica un pò nella realizzazione.
Ho trovato la prima parte (dove è in azione Laurent) molto più convincente e ben gestita rispetto al resto del testo: non nego che qui alcune parti hanno catturato poco la mia attenzione. La sensazione è che il testo si sgonfi un pò d'interesse e che non mantenga fino in fondo la promessa di una strepitosa scoperta.
L'inserimento del paletto temporale è inaspettato e davvero azzeccato.
C'è un uso abbondante e a volte eccessivo nell'uso degli aggettivi: a mio parere metterne così tanti appesantisce inutilmente il testo e spoglia le frasi d'incisività.
Frasi come "Tutte le orchidee lo osservavano" oppure "I bulbi non risposero" mi hanno un pò spiazzata: non ho capito la necessità di umanizzare le piante se poi nel racconto non c'è una svolta fantastica in questa direzione.
regolari come una schiera di soldati, nobili: questa virgola mette in crisi l'intera frase perchè non è riferita ai soldati (come probabilmente era nei tuoi intenti), ma apre una specie di elenco di chi è regolare (soldati, nobili...) e così la frase non ha molto senso.

L'autore non può farlo ma provo a rispondere al dubbio di @M. Mark o'Knee : credo che il fioraio rientri a Parigi, quindi quel rientro a sera inoltrata è da intendersi del giorno dopo. Almeno l'ho interpretato così.
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Messaggio Da Susanna Mar Ott 11, 2022 12:48 am

Parto sempre dal titolo, che mi deve incuriosire. Qui all’inizio sì, ma poi è diventato troppo scontato.
I personaggi sono stati entrambi declinati, il fiorista con maggior dettagli, il boia proprio nel finale, senza che nulla lo facesse presagire. Quel momento difficile all’inizio poteva essere legato alle sofferenze di un Jacques soldato o prigioniero dei nazisti. Bel depistaggio.
La cantina qui è davvero centrale e portante. L’Isola dei Fagiani che nasconde una cantina mi è piaciuta, e consente anche alla Penna di inserire un ulteriore componente storico che si aggancia poi agli anni ’40: le info su questa isola sono state inserite con equilibrio.
L’epoca è affidata alla creazione del Tribunale per i crimini nazisti.
Un dubbio mi si è palesato: il Tribunale Militare Internazionale venne istituito nell’ottobre del ’45 e già Jaques era riuscito a rifarsi una vita, per di più a Parigi e con un’attività particolare come quella di un fiorista, facendo perdere le sue tracce? Non lo trovo molto plausibile. Il nome che è stato scelto ricorda molto Joachim Peiper, tristemente famoso per l’eccidio di Boves, nel cuneese.
La base del racconto è buona, l’idea davvero originale è stata sviluppata bene, però la parte centrale del racconto è un po’ pesante, e perde quella verve iniziale che mi aveva regalato anche un che di umoristico, con la figura di Laurent. Il molto narrato sulla storia dello champagne, affidato a blocchi di testo senza dialoghi che alleggeriscano la lettura, alla fine non annoia, questo no, ma disperde l’aspettativa sul “cosa succede adesso”. Forse si può sfrondare di qualcosa senza perderne l’importanza.
C'è poi qualcosa che stride sulla sua escursione sull'isola: va bene che arriva al tramonto, ma tra tramonto e imbrunire tutto quel tempo per scavare, trovare il bauletto e tutto il resto... minimo doveva far mattina. E anche tutto quel segreto non c'è: si fa accompagnare da un barcaiolo che vuoi non sia un attimo curioso su cosa potrebbe esserci sull'isola? E' una storia di fantasia, ma anche i dettagli vanno curati.
Ci sono alcuni difetti strutturali, ma – per esperienza – sfuggono alle letture come “autore”; pare sempre che tutto fili liscio poi arrivano “occhi terzi” e…
 
Le mie note
accanto alla botola che copriva la scala che conduceva alla cantina – due che troppo ravvicinati: accanto alla botola, da cui si accedeva alla scala che conduceva alla cantina
ma a quel punto quel fantasma esisteva, era esistito – due quel troppo vicini: ma quel fantasma esisteva, era esistito
 Su uno scaffale brullo – di solito brullo viene riferito a un terreno privo di vegetazione
grande quanto un paio di scatole di scarpe – mi sembra un po’ piccolo per contenere due bottiglie – ancorchè di piccole dimensioni - e un prosciutto

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Messaggio Da ImaGiraffe Gio Ott 13, 2022 10:36 am

Possono tanti errori compromettere il giudizio finale del racconto?
È questa la domanda che mi pongo da ieri pomeriggio. 
La risposta è ancora incerta ma di certo qualche attenuante in più c'è. 
A volte agli errori si somma una trama magari non funzionale o altre cose.
In questo caso invece è tutto il contrario. Qui si errori passano un pochino in secondo piano rispetto all'originalità della trama.
Perché siamo onesti è una delle trame più originali che sono state presentate in concorso. 
La prima parte rapisce completamente. Mi chiedevo dove fosse il paletto temporale ma di certo mi stavo godendo la lettura.
Dopo un inizio scoppiettate però tutto diventa più piatto e meno brillante. il testo si appesantisce e alla fine il finale che dovrebbe sconvolgere non riesce a brillare. 
Credo che sia per mancanza di tempo che il testo sia stato presentato così. Immagino, e spero, che sia solo quello il problema. 
In conclusione sono ancora combattuto su alla promozione o sulla bocciatura del testo.
Grazie.

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Un caloroso benvenuto alle persone giunte fino a noi dal futuro. 

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Messaggio Da M. Mark o'Knee Dom Ott 16, 2022 2:59 pm

Ciao @caipiroska. Grazie della spiegazione, ma il mio dubbio resta. L’autore parla di un negozio in Rue Richelieu, e, guarda caso, è proprio la via di Hendaye che costeggia il fiume Bidasoa e il cui sbocco sul fiume è di fronte all’isola. Quindi, per me, l’incongruenza temporale c’è tutta.
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Messaggio Da tommybe Mar Ott 18, 2022 12:15 pm

La lettura del tuo bel racconto mi ha fatto fare un paio di scoperte: il vino Mazarin e il verbo chioccolare.
Il verbo mi piace poco, ma il vino, ovviamente non quello del tuo racconto,
se lo trovo né comprerò un paio di bottiglie, non è costoso.
Che dire... l'uniformità di certe scelte fa capire che gli autori si consigliano e dialogano tra di loro. Oppure è solo colpa di qualche paletto. Resta comunque la sensazione di una buona e interessante lettura.
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Messaggio Da Mac Mar Ott 18, 2022 2:06 pm

Ciao autore,
non mi soffermo sulla scrittura, tanti prima di me hanno fatto un lavoro egregio. Il tuo racconto andava riletto (tempo tiranno) e probabilmente ti saresti accorto dei refusi e anche della punteggiatura da sistemare.
Per quanto riguarda il testo mi è piaciuto molto la prima parte, ironica, i personaggi sono ben delineati e anche il contesto storico.
La parte sull'isola dei Fagiani ha un registro diverso, meno accattivante e un po' più confuso.
L'ultima parte devo dire ben congeniata ma, a mio avviso, avrebbe avuto bisogno di un po' più di respiro. E' un po' buttata lì.
L'idea della trama la trovo molto particolare, bravo. Nel complesso un buon lavoro, peccato per la parte grammaticale e di sintassi.
Dimenticavo i paletti: ci sono e sono stati inseriti abbastanza bene.
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Messaggio Da CharAznable Mar Ott 18, 2022 2:39 pm

Racconto davvero interessante. Non amo particolarmente le "bollicine" ma trovo molto sfiziosa questa ipotesi sulla nascita dello champagne e sulla doppia collocazione storica. Chissà se la prima parte è un progetto che avevi già in mente? Perchè è davvero molto suggestiva. Una riscostruzione davvero gustosa, sotto tutti i pinti di vista.
La seconda parte è quella "obbligatoria" e perde un pochino in freschezza.
Il risultatao è comunque molto piacevole.
Complimenti.
Grazie

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Messaggio Da Fante Scelto Mer Ott 19, 2022 12:56 pm

Che caos questo racconto: questo è l'input che mi ha un po' frastornato per quasi tutta la narrazione.
Il salto temporale tra le due epoche si intuisce abbastanza, ma in tante occasioni prima e dopo viene il dubbio di non aver capito in quale epoca si stiano davvero svolgendo i fatti, complici alcune espressioni forse non felici, tipo i fiori come soldati, che mi avevano fatto pensare a una sorta di distopia, o altri che ora non riesco a trovare nel testo. 
Da metà in poi si rimettono insieme i pezzi, ma i dubbi mi sono rimasti fin quasi alla fine.

Tra le due parti temporali ho preferito la seconda, quella più moderna.
La parte con Laurent soffre, secondo me, di una eccessiva cartoonizzazione, agevolata da tutti quegli appellativi (il porporato, il ciccione, il grassone, il piede paffuto, il nettare) che secondo me non ci stanno bene nel contesto e banalizzano la figura del magazziniere e l'intera scena.
Ho anche dovuto rileggere più volte la primissima parte, con la descrizione di dove si trovi seduto Laurent, se dentro la cantina, se fuori, se la botola è dentro una stanza e se la stanza sia la cantina o meno. Ancora adesso non l'ho capito.

Un peccato non aver saputo perché la cassetta coi prodotti trafugati da Laurent sia rimasta poi intoccata dal nostro magazziniere sovrappeso.

Già rilevate da altri lettori le incongruenze temporali e geografiche.

Parlando dello stile, poi, trovo inadatte quella serie di frasi complesse e ampollose che costellano la parte dedicata a Laurent: perché ti sei arrotato in costruzioni del genere? 
Specie quando il resto della scrittura è invece fluida e tutto sommato scorrevole.

Ti segnalo che la Guerra dei Trent'Anni andrebbe maiuscola, in quanto nome proprio.

Mi è piaciuto questo racconto?
Mmmm.
L'idea sì. L'idea era ottima, originale e anche interessante.
Ma la realizzazione mi ha lasciato molto interdetto.
Ti butto lì un'idea a posteriori: non sarebbe stato più avvincente invertire le parti?
Creare prima tutta l'aspettativa in epoca moderna sul vino misterioso, l'ingrediente segreto, ecc.
E solo alla fine, a scoperta avvenuta, inserire una breve parte ambientata ai tempi di Mazzarino in cui il lettore scopre come è stato ottenuto il fatidico "nettare" (mamma mia quanto trovo inadatta questa parola abbinata alle bevande, ma non è colpa tua, autore).

Certo, forse la scoperta in sé non è proprio avvincente, magari avresti potuto inventarla di sana pianta per un maggiore effetto shock su chi legge.

Alla prossima!
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Messaggio Da Resdei Ven Ott 21, 2022 12:40 pm

ciao.
finita la lettura di questo racconto, mi sento un pò sbron...alticcia!
mi piacciono molto le bollicine, pur non essendo una vera intenditrice.

racconto originale per la scelta del tema, e a me non è dispiaciuto.
ho preferito la prima parte, più dinamica e avvincente.
la seconda parte l'ho sentita meno fluida. 
come è successo per altri racconti, appoggio la tesi di Fante, cioè di invertire le due parti. 
ma questi sono gusti personali, poi sappiamo come funziona: la ricerca storica necessita di tempo, la scadenza di consegna arriva veloce.
a rileggerci presto
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Messaggio Da Achillu Mar Ott 25, 2022 6:33 am

Ciao Aut-

La prima cosa che ho notato sono i tempi verbali: diversi imperfetti che dovrebbero essere trapassati, congiuntivi presenti al posto di congiuntivi passati.
La seconda cosa: ti posso assicurare che non è possibile scavare una cantina in un'isola fluviale di tipo sedimentale a pochi passi dall'oceano.
Non mi è piaciuto che anche il narratore definisca "ciccione" il magazziniere, trattandosi di un appellativo con connotazione dispregiativa; giusto invece che la parola la usi il cerimoniere.
La parte del racconto in cui vengono descritte le azioni di Jacques per scavare, trovare la cantina perduta e aprire la scatola sono a mio gusto troppo dettagliate, con particolari non utili a caratterizzare il personaggio.
"Come Jacques era (fosse) venuto in possesso di quei documenti era inenarrabile, persino per lui." Invece sarebbe stato il caso di narrarlo, altrimenti non si capisce il senso delle figure in impermeabile alla fine del racconto.
Mazzarino tratta Laurent con sufficienza, per cui mi suona strano che poi usi anche il suo nome per il vino.
Il fioraio mi sembra inserito molto bene. Ci sono l'Isola dei Fagiani e gli anni 1940. Il genere non è azione e forse non è nemmeno storico, comunque si può dire che sì, lo è.

Grazie e alla prossima.


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Messaggio Da Midgardsormr Mar Ott 25, 2022 12:08 pm

Ciao autore.

Ho letto con piacere il tuo racconto, questo incipit sulla creazione dello Champagne mi è piaciuto, da operatore nel settore, questa potrebbe essere tanto una leggenda come quella sulla maionese, hotdog fino al gin tonic.
Mi sono piaciuti meno i salti temporali, in qualcuno mi sono perso ti dico la verità.
Alcune parti, sarebbero da rivedere. Quelle frasi così ampollose hanno stordito anche a me.
I refusi te li hanno segnalati e non mi dilungo oltre.

I paletti li ho trovati, il genere pure e anche il luogo.
Ti faccio i complimenti e a rileggerci.

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Messaggio Da ceo Mar Ott 25, 2022 12:09 pm

Ci sono diverse imperfezioni verbali, ma la lettura è stata piacevole. Mi sono piaciuti il cambio di epoca e il colpo di scena finale, dove tutta la faccenda del vino si arresta bruscamente per svelare la vera identità del protagonista. È una trama che meriterebbe più spazio, ma ovviamente lo spazio è quello che è: ne risulta una concentrazione di fatti eccessiva, passando per necessità dal cardinale Mazzarino agli anni 40 e dall'argomento vino all'argomento nazismo. Sono certo che con più spazio saresti riuscito/a a dare maggiore respiro a questi passaggi e salti. Nel complesso è un buon racconto e il mio giudizio è positivo.

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Messaggio Da Akimizu Mar Ott 25, 2022 2:42 pm

Ciao autore, hai avuto una grande idea, questo è innegabile, e anche il modo in cui hai deciso di strutturare il racconto, a mio parere, è funzionale. Questi salti nel tempo così arditi, nei racconti brevi, sono spesso fonte di confusione per il lettore, e anche qui un certo effetto da salto nel vuoto si è sentito, ma hai saputo comunque contenerla. C'è anche dello studio sull'argomento, a parte l'errore sulla Magnum, insomma, si vede che c'è stato impegno e tanto nell'organizzare e scrivere questo testo. Il problema, non trascurabile, è la confusione dei tempi verbali e soprattutto il grande stacco di stile tra la prima e la seconda parte. Cosa che risulta evidente soprattutto per il tono canzonatorio con cui descrivi le peripezie di Laurent. Nella seconda, soprattutto per via del finale, questo tono da burla era inadatto, lo capisco, quindi avresti dovuto, a parer mio, scrivere in maniera più "seria" anche la prima parte. 
A rileggerci!
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