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Messaggio Da Different Staff Lun Ott 03, 2022 11:56 am

12 settembre 1947
Io, proprio io, Scharführer, Sergente Maggiore delle Schutzstaffel, costretto a vivere come un topo per mesi, nascondendomi di cantina in cantina, tra fogne e latrine, mangiando topi, quelli veri, o avanzi che riuscivo a racimolare, strisciando come un’ombra a ridosso di muri scrostati.
Io, proprio io, che i topi li schiacciavo, che contribuivo alla soluzione finale del problema, per rendere grande il mio Paese. Il boia di Flossenbürg mi chiamavano, quei parassiti, credendo che non li sentissi, credendo che quel soprannome mi ferisse, mentre mi rendeva fiero, orgoglioso. Boia io? Che alleviavo la loro sofferenza, soffocavo ogni loro dolore quando giungevano esausti e stremati dalle cave di granito, dopo estenuanti giornate a spaccare pietre, con ancora un misero alito di vita, in attesa che il forno ne smaltisse i corpi ossuti.
Io, proprio io, sostenitore senza riserve di ogni iniziativa per costituire una società che rispondesse ai canoni della razza ariana, la razza superiore, la cui purezza doveva essere difesa da ogni pericolo di inquinamento, costretto a mescolarmi tra esseri inferiori, che in questo periodo di falso e inutile riscatto, avanzano arroganti reclamando un posto nella società. Sono solo stupidi ratti, che non possono capire come il progresso delle nazioni, della Germania, possa essere messo in pericolo da queste contaminazioni.
Solo ora, sarà passato ormai quasi un anno, vedo la fine di questo incubo, vedo la luce alla fine di questo tunnel. Un paese nuovo ci aspetta, dove potremo fare grandi cose, dove potremo portare avanti il progetto che tanto ci sta a cuore, che compatrioti flaccidi, meschini e vigliacchi hanno fatto naufragare quando eravamo ad un passo dalla vittoria.
Solo, seduto in questo vagone di terza classe, che da München dovrebbe portarmi a Genova per imbarcarmi. La “via dei topi”, la chiamano: ancora quei dannati animali! Come su una nave segna l’ultima via di scampo in caso di naufragio per cercare la salvezza prima di essere inghiottiti dal mare, ora segna la via di fuga da una Germania sconfitta e devastata, per raggiungere un porto sicuro al di là dell’oceano. L’Argentina è pronta ad accoglierci a braccia aperte, a cominciare dal suo Presidente, Juan Domingo Perón.
Ora sono Frank Schulz, svizzero: nome forse troppo comune per non destare alcun sospetto, soprattutto considerando i miei occhi di ghiaccio e la carnagione diafana. La mia Patria, quella con la “P” maiuscola, non mi ha dimenticato: O.D.E.SS.A, l’organizzazione dei membri delle SS, si è presa cura anche di me recapitandomi un passaporto, ufficiale, con tanto di timbri.
Attraversare l’Austria non è stato un problema: un popolo amico con cui abbiamo condiviso sogni, battaglie e delusioni. Ma più mi avvicino al Brenner Pass, più il cuore mi scoppia nel petto. Non ti puoi fidare degli italiani, alleati fino a quando gli ha fatto comodo, e poi pronti a ballare e cantare col nemico, comprati da qualche barretta di cioccolato.
Devo raggiungere Genova, accompagnato solo da una piccola borsa consunta, traballante sulla rete dello scompartimento. Qualche abito dentro, civile ovviamente, come quello che indosso, a cui fatico ad abituarmi, sebbene sia trascorso ormai parecchio tempo da quando ho dovuto abbandonare l’amata divisa. Ho nascosto una piccola lama tra le pieghe dei vestiti, più per darmi sicurezza che non per potermi essere utile in caso di necessità. Meglio la boccetta che porto in tasca, con l’amaro contenuto da ingerire se la situazione fosse definitivamente compromessa.
Da quando Herr Carlos Fuldner è direttore della Dirección Argentina de Immigración Europea, a Genova, “evacuare” non è più un grosso problema. Dal suo ufficio partono le liste; dalla capitale argentina tornano visti d’ingresso, corredati da fotografie, identificati con i nomi dei documenti falsi. E chi avrebbe detto che ad orchestrare tutto fosse il Vaticano, con l’avvallo della Croce Rossa. Anche io dovrò attendere il mio, non ci metterà molto.


25 ottobre 1949
Fortuna che tutto era pronto nella cantina. Era la prima cosa che avevo organizzato, appena arrivato a Salta. Dovevo essere preparato ad ogni evenienza, per potere sopravvivere nelle viscere della terra per settimane, forse per mesi, come un topo che non vede mai la luce del sole.
Avevo scelto con cura la casa, poco fuori della città, isolata, per evitare incontri inutili, per non essere oggetto di sospetti o pettegolezzi. Nella cantina avevo allestito scaffali con ogni genere di provviste. Un piccolo foro di aerazione consentiva il minimo ricambio d’aria, necessario ad un mantenimento salubre dell’ambiente e della condizione fisica.
Un falso muro dava accesso ad un secondo locale, segreto: solo qualche metro quadrato, spoglio e angusto… un ulteriore rifugio in cui riporre le mie speranze di sopravvivere nei casi estremi.
Eppure, fortunatamente, tutto ciò non era mai servito. Uscivo poco, e le poche volte che lo facevo, mi aggiravo vigile, guardingo, diffidente. Mi erano bastate però poche settimane per allontanare ogni pregiudizio, per farmi capire che lì, in Argentina, non ero in pericolo, che il mio accento tedesco non veniva ascoltato con sdegno, che nessuno aveva risentimento nei miei confronti.
Forse avrei avuto anche l’occasione di riprendere i discorsi, i progetti, le idee che in Patria avevamo dovuto bruscamente interrompere, per creare una società superiore… ariana.
Ho trovato un lavoro, come fioraio, garzone al Mercado Municipal de San Miguel. Quattro soldi, ma il titolare non mi fa troppe domande e mi permette di usare il furgone per fare le consegne. Mi tiene occupato, evitandomi di sprecare inutilmente intere giornate: “Arbeit macht frei”, dicevamo.
Eppure, fortunatamente, tutto ciò che ho preparato con cura è diventato utile ora.
Lei mi ha aperto gli occhi, ha reso evidente la mia missione. Camminava sola, pura, bionda, occhi azzurri, trasparenti come il cielo a mezzogiorno, fiera. Il Führer avrebbe approvato la mia scelta; dovevo continuare la sua opera per arianizzare la popolazione, ripartendo da lì, dall’Argentina.
L’ho sorvegliata, da lontano, qualche giorno, qualche settimana. Era forse la figlia di un gerarca giunto come me in Argentina? Dovevo verificare, fugare agni dubbio. Eppure, a quel “Fräulein, sprechen Sie Deutsch?” mi ha guardato stranita e ha proseguito senza curarsi di me.
Ho pensato di avvicinarla di nuovo, col mio spagnolo traballante, ma i dubbi e la timidezza hanno vinto su tutto. Come l’avrebbe presa? Forse non mi avrebbe neanche capito. Come avrei potuto spiegare tutto? E se avesse rifiutato? No, non avrei potuto accettare un rifiuto.
Non si è insospettita quando, una sera, mentre calava l’oscurità, approfittando della strada deserta, ho accostato il furgone qualche metro avanti a lei. Ho atteso qualche secondo, che passasse in fianco e l’ho trascinata a bordo, la mano sulla bocca, che non urlasse, un tampone con qualche goccia di cloroformio, che non si dimenasse.
Si è svegliata: per precauzione l’ho chiusa nel locale segreto. Presto le spiegherò il progetto che la Germania ha per lei, si sentirà lusingata di essere stata scelta per uno scopo così nobile e superiore. Bisognerà solo attendere: deve conoscermi per fidarsi, metabolizzare e accettare.


Primo gennaio 1950
Di nuovo in fuga, di nuovo in treno, come uno di quei topi che vivono tra i vagoni, che deve adattarsi a vivere come capita, dove capita.
Ho preso solo lo stretto indispensabile: l’inseparabile borsa di pelle consunta, quattro vestiti, il piccolo pacco di banconote, nascoste dietro a un mattone, giù in cantina, quasi quei consunti pezzi di carta sapessero che prima o poi avrei avuto bisogno di loro. Poi dritto alla stazione, zoppicando: il treno già sbuffava… ancora un minuto e non ce l’avrei fatta. Ero affascinato da quel treno, che in poche ore ti portava al confine con il Cile: ero stato tra la folla ad acclamare, quando un Peron gongolante aveva inaugurato di persona la rampa C-14 della ferrovia Belgrano, un’opera di ingegneria senza paragoni.
Avrei voluto andarci, in gita di piacere, magari con Helen, come l’ho chiamata io. Un nuovo nome per una nuova vita… il nome vero neanche lo so.
Non avrei voluto prendere quel treno per cercare rifugio in un paese vicino, ma Helen non mi ha lasciato alternativa.
Sono stato così gentile con lei. Le ho spiegato l’importanza del nostro progetto, le ho parlato di Günther e di Mengele. Ho cercato di farle capire la teoria della razza, la razza pura, di come avrebbe potuto trasformare la teoria in realtà, di come diventare esempio per centinaia e centinaia di ragazze come lei.
In Germania, il mio Führer aveva pianificato l'unione fra perfetti esemplari, selezionando donne elette, cui era riservato un trattamento privilegiato… ma Helen non capiva.
Se avesse accettato… se mi avesse ascoltato, l’avrei fatta uscire dalla cantina, l’avrei trattata come una regina. Invece, ogni volta che scostavo quella porta, non faceva altro che singhiozzare, piagnucolare e chiedermi di lasciarla andare, di farla tornare a casa… senza capire che lei era a casa.
Cucinavo per lei, ma quasi non toccava il cibo. Non si lasciava sfiorare neanche per farsi lavare… forse voleva apparire deperita e sudicia di fronte a me. Quelle stupida! Neanche capiva che potevo prenderla quando volevo, ma non era quello il mio scopo: avrei atteso che capisse, che si sentisse pronta.
E invece, è stata lei ad attendere me! Ha atteso Capodanno, quella sgualdrina. Ero sceso, per festeggiare, lo champagne in una mano e due bicchieri di cristallo nell’altra. E lei? Ha spaccato la bottiglia contro il muro, minacciandomi prima e conficcando il vetro nella mia gamba poi. Dove aveva preso quella forza? Non so, ma non ho avuto nemmeno il tempo di reagire che lei era già scappata. Che stupido ingenuo sono stato! Avevo i minuti contati: la Guardia Civil sarebbe giunta all’uscio di casa da un momento all’altro.
La fermata a San Antonio de los Cobres è durata parecchio. Diffidente, ho guardato dal finestrino, cercando di registrare ogni movimento sospetto. Stavo immobile, tenendo premuta la ferita, accavallando le gambe per non far vedere il sangue che colava lungo la coscia. Quando il treno è ripartito, il cuore è tornato a battere, i polmoni a respirare. Manca poco al confine: un altro paese amico in cui dovrò ricostruire ancora una volta la mia vita… di topo in fuga.

Frank Schulz si alzò a fatica per raggiungere il corridoio. Aveva sentito dei rumori in carrozza, agitazione inattesa tra i passeggeri. Vide due guardie in lontananza: dalla testa del treno perlustravano ogni scompartimento, interrogando i viaggiatori, percorrendo lentamente ogni vagone. Si avvicinò a uno sportello per scrutare quelle cime, deserte, selvagge, aride, così diverse da quelle a cui era abituato quando era a casa, quando era in patria. Un piccolo cimitero, di fianco alla ferrovia raccoglieva croci bianche: lavoratori che avevano dato la vita per costruire quel capolavoro, per un progetto più grande di loro, del quale forse non avevano neanche capito di fare parte.
Il treno affrontava lento i lunghi viadotti, i binari sospesi nel vuoto su sottili tralicci, alti da dare le vertigini. Frank sentiva la testa leggera, intontita, ovattata. Era la paura? Il sangue che sgorgava dalla ferita? O solamente la mancanza di ossigeno a quelle quote a cui non era abituato?
Con la coda dell’occhio sorvegliava l’avanzare dei poliziotti: ancora qualche minuto e sarebbero arrivati da lui.
Si sentì stanco. Prese il pacchetto dalla tasca lasciandolo scivolare fuori dal finestrino: le banconote si sparpagliarono libere nel vento, svolazzando lentamente verso l’abisso. Poi, Franz ruotò la maniglia, spalancò lo sportello e, solo allora, si sentì per la prima volta leggero.
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Messaggio Da Danilo Nucci Mar Ott 04, 2022 7:13 pm

Ottima scrittura, anche dal punto di vista formale. Ho rilevato solo un “avvallo” che doveva essere “avallo”.
Quanto alla storia, ti faccio i complimenti per la ricerca storica molto accurata sulla “Via dei topi” e sulla descrizione psicologica del protagonista, con tutte le sue deviazioni e aberrazioni.
Gli elementi dello step ci sono tutti, compresa la cantina, in cui si svolge l’ultima delirante manifestazione del suo essere.
L’unica nota che mi sento di fare è sull’uso della prima persona per tutto il racconto che poi viene sostituita nel finale dal narratore. Ne capisco il motivo, dato che sarebbe stato poco credibile la narrazione del protagonista fino ai momenti conclusivi della sua vita, ma avrei forse preferito una narrazione in terza persona per tutto il testo, magari alleggerito con qualche dialogo (con la ragazza, ad esempio?)
Comunque il mio giudizio, per quel che vale, è molto positivo.

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Messaggio Da SCM Mar Ott 04, 2022 7:34 pm

Ciao autore/autrice,

grazie per aver condiviso un pezzo di storia di cui difficilmente si viene a conoscenza.
Mi è piaciuto molto lo spessore che sei riuscito/a a dare al personaggio principale, così complicato e allo stesso semplice nel suo essere fuggitivo dagli altri ma anche, forse, da se stesso.
Allora non sorprenderebbe il finale, come invece accade ad una prima lettura.

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Messaggio Da Petunia Gio Ott 06, 2022 8:11 am

Ciao autor@
un altro boia nazista che cerca di ricostruirsi una vita oltre oceano. In questo racconto, a differenza di altri sul medesimo argomento, si pone il focus nella mente “malata” dell’uomo. Non un semplice esecutore di ordini. Il gerarca ha sposato in pieno il progetto di purificazione della razza. Non ci troviamo di fronte a una persona “redenta” il male è incarnito, diventa follia. In certi momenti questa follia è così tangibile che mi ha fatto proprio paura. 
Un po’ sprovveduto, certo a lasciare delle bottiglie di vetro (armi potenziali) a disposizione della vittima, ma forse troppo sicuro di sé.
Ciò che mi è piaciuto di meno è la struttura del racconto. Cerco di spiegarmi.
Hai tenuto un registro quasi da diario, sebbene la prima parte sia al presente indicativo  e come lettore mi hai portata nella testa e nei ragionamenti del nazista.
Saltato il viaggio, hai narrato la storia al passato. Questa mancanza di continuità non mi è piaciuta.
La parte finale poi hai scelto di narrarla in terza. Oltretutto con dei passaggi che veramente distolgono dalla psicologia del personaggio come quello in cui si descrive il paesaggio o il cimitero dei lavoratori. Tutto ben scritto, per carità, ma così hai del tutto “tolto il piede dal gas” quando avresti dovuto spingerlo.
Certo l’uomo sceglie di suicidarsi e non potevi farlo raccontare a lui. Forse era meglio che il tutto fosse racchiuso in pagine di diario oppure se tu avessi continuato il racconto al tempo presente fermandoti proprio nel momento della scelta di saltare nel vuoto. 
Dunque un bel racconto scritto indubbiamente bene, cantina presente, boia presente, treno delle nubi pure.  Una storia che avrebbe potuto essere molto più potente per le motivazioni che ti ho espresso prima.
Vedo che hai utilizzato spesso (alme o tre volte, di cui due ravvicinate, la parola “consunto”. È una parola abusata. Cercherei dei sinonimi.
Ho preso solo lo stretto indispensabile: l’inseparabile borsa di pelle consunta, quattro vestiti, il piccolo pacco di banconote, nascoste dietro a un mattone, giù in cantina, quasi quei consunti pezzi di carta sapessero che prima o poi avrei avuto bisogno di loro.


Quelle stupida! (refuso)



Un piccolo cimitero, di fianco alla ferrovia raccoglieva croci bianche: lavoratori che avevano dato la vita per costruire quel capolavoro, per un progetto più grande di loro, del quale forse non avevano neanche capito di fare parte. (naaaa questa descrizione rompe del tutto il pathos)

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Messaggio Da Antonio Borghesi Gio Ott 06, 2022 5:34 pm

Molto interessante. Credo tu abbia reso al massimo il lavaggio del cervello sulla razza ariana praticato dal nazismo di quei tempi. C'è un'incongruenza sulla timidezza del tuo personaggio nel non riuscire ad approcciare la ragazza. Quelli erano nazi e non si facevano scrupoli. Poi la rapisce e così sistemi la cosa. Letto senza grossi problemi a parte qualche piccolo refuso ma niente di che.
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Messaggio Da Molli Redigano Ven Ott 07, 2022 11:31 am

Prima persona, terza persona. Tutto in prima, tutto in terza.

Io dico prima persona fino alla fine, come l'Autore ha saputo ben fare fino a poco prima del finale. Provare per credere (mi scuserà l'Autore ma il tentativo andava fatto):

"Mi alzai a fatica per raggiungere il corridoio. Avevo sentito dei rumori in carrozza, agitazione inattesa tra i passeggeri. Vidi due guardie in lontananza: dalla testa del treno perlustravano ogni scompartimento, interrogando i viaggiatori, percorrendo lentamente ogni vagone. Mi avvicinai a uno sportello per scrutare quelle cime, deserte, selvagge, aride, così diverse da quelle a cui ero abituato quando ero a casa, quando ero in patria. Un piccolo cimitero, di fianco alla ferrovia raccoglieva croci bianche: lavoratori che avevano dato la vita per costruire quel capolavoro, per un progetto più grande di loro, del quale forse non avevano neanche capito di fare parte.
Il treno affrontava lento i lunghi viadotti, i binari sospesi nel vuoto su sottili tralicci, alti da dare le vertigini. Sentii la testa leggera, intontita, ovattata. Era la paura? Il sangue che sgorgava dalla ferita? O solamente la mancanza di ossigeno a quelle quote a cui non ero abituato?
Con la coda dell’occhio sorvegliavo l’avanzare dei poliziotti: ancora qualche minuto e sarebbero arrivati da me.
Mi sentii stanco. Presi il pacchetto dalla tasca lasciandolo scivolare fuori dal finestrino: le banconote si sparpagliarono libere nel vento, svolazzando lentamente verso l’abisso. Poi ruotai la maniglia, spalancai lo sportello e, solo allora, mi sentii per la prima volta leggero."

Già che ci sono, dico subito che anch'io penso che "il cimitero dei lavoratori" spezzi l'atmosfera di tensione che era stata creata. Si potrebbe anche togliere quella frase, il testo (il finale) ne guadagnerebbe.

Il testo è scritto bene in tutte le sue parti. La tripartizione temporale è funzionale. Il personaggio, il topo nazista è veramente molto potente nella sua deviazione, nella sua follia. Avresti forse potuto rendere questa pazzia ancora più potente forse ampliando, magari attraverso i dialoghi (come già suggerito), la scena in cui l'aguzzino vuole festeggiare capodanno con la povera Helen. In fin dei conti il racconto è di neanche dodicimila battute, i margini c'erano. Un suggerimento eh, ci mancherebbe.

Grazie

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Messaggio Da Arianna 2016 Sab Ott 08, 2022 5:02 pm

Caro autore, in questo step te la devi vedere con un mucchio di altri nazisti in fuga. Nel tuo racconto, trovo interessante l’avere parlato della via dei topi e l’avere usato l’immagine del topo (e tutto quello che vi è legato) come filo rosso.
Nella prima parte, la necessità di spiegare al lettore un mucchio di cose ha reso la pagina di diario molto razionale, quasi un testo scolastico/enciclopedico più che un racconto o l’espressione di un sentire personale, che però forse tu hai provato a recuperare tramite un uso a volte eccessivamente enfatico del linguaggio. Questi due opposti, creano un effetto di non naturalezza.
“soprattutto considerando i miei occhi di ghiaccio e la carnagione diafana.”= soprattutto quegli “occhi di ghiaccio” suonano più come il commento di una persona esterna (in questo caso, l’autore che vuole suggerire qualcosa al lettore) che una considerazione che uno fa di se stesso guardandosi allo specchio; inoltre, non capisco perché dovrebbero essere dissonanti con una identità svizzera.
Mi sono piaciute di più le due pagine di diario seguenti, che illustrano bene la lucida follia del protagonista.
La necessità di non creare il problema di una persona morta che parla in prima persona ti ha portato a scrivere la fine del racconto in terza. Ti dirò che questa tua scelta non mi dispiace, nel senso che non vedo, in questo momento, come avresti potuto risolvere la cosa in altro modo, dal momento che avevi scelto la forma del diario.
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Messaggio Da Byron.RN Sab Ott 08, 2022 6:39 pm

Non so, a me non ha convinto molto.
La scrittura inizialmente mi è parsa troppo enfatica, sopra le righe. Quel io, proprio io, ripetuti più volte non mi sono piaciuti.
Anche il passaggio dalla prima alla terza persona non mi ha soddisfatto. Visto come finisce il racconto, a priori avrei fatto la scelta di raccontare tutto in terza persona, in modo da evitare questa dissonanza.
E poi la cosa che più mi ha lasciato perplesso e mi è sembrata incongruente: appena arriva a Salta, il boia si comporta con prudenza, esce il meno possibile, vive in una cantina, come un topo. Appena si sente un po sicuro che fa? Abborda una ragazza, le parla in tedesco e poi la rapisce? Per cosa poi? Un processo di arianizzazione in solitaria? Senza nessun appoggio? Senza un minimo di organizzazione? Senza un confronto con altri nazisti emigrati i n Argentina?
Non so, questa cosa mi sembra troppo azzardata, poco plausibile, a meno di non ricondurre il tutto a una follia esplicita e totale del tuo personaggio.
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Messaggio Da paluca66 Dom Ott 09, 2022 2:57 pm

Errori / refusi non ne ho trovati.
Ti segnalo solo attenzione all'utilizzo dei tre punti di sospensione (anch'io all'inizio ne abusavo ma in DT, per fortuna, mi hanno insegnato a diventare parsimonioso), soprattutto nella prima parte del periodo dedicato al rimo gennaio 1950, se ne contano ben cinque!
L'altra segnalazione riguarda la parola "timidezza" in questa frase:
Ho pensato di avvicinarla di nuovo, col mio spagnolo traballante, ma i dubbi e la timidezza hanno vinto su tutto.
Un efferato criminale, un boia, una persona che, tra l'altro, non si è pentito di ciò che ha fatto tanto da voler portare avanti il folle progetto, prova timidezza nell'avvicinare una ragazza? Mi stona un po'.
Paletti presenti, perfettamente integrati in una trama che non potrebbe farne a meno: meglio di così!
Il tuo racconto mi è piaciuto tanto, oltre a essere scritto bene ha una logica, una coerenza interna davvero encomiabili.
Non c'è una forzatura, non c'è nulla che faccia dire a chi legge "ma dai!"; anche la fuga della ragazza, che potrebbe apparire difficile al limite dell'impossibile, ha una sua logica e rientra perfettamente nella trama.
Trovo molto bello, infine, il passaggio dalla prima alla terza persona dell'ultimo periodo: il protagonista è morto e non può più raccontare (al presente, tempo perfetto nella logica del racconto, il protagonista vive in diretta le vicende narrate) quanto successo.
Difficilmente non sarai presente nella mia cinquina.

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Messaggio Da M. Mark o'Knee Lun Ott 10, 2022 1:20 pm

Un'accurata ricostruzione della via di fuga per i nazisti verso rifugi sicuri, nonché della mente distorta di un gerarca, ancora accecato da falsi sogni di gloria e grandezza.
Ma il racconto in sé non mi ha convinto del tutto.
Il paragrafo "12 settembre 1947" parte con un'eccessiva enfasi, sottolineata dalla reiterazione di "Io, proprio io", enfasi che poi si scontra con la necessità di spiegare fatti e antefatti: lo stile a quel punto si capovolge e, da melodrammatico qual era, diventa didascalico, quasi enciclopedico.
Anche la contrapposizione fra "i miei occhi di ghiaccio e la carnagione diafana" e la nuova identità svizzera risulta stonata, dato che svizzeri con gli occhi celesti e la pelle chiara non sono poi così rari. E la stessa descrizione che fa di se stesso non si confà alla narrazione in prima persona, come non si confà al racconto il passaggio finale dalla prima alla terza persona: un'intera narrazione in terza persona "immersa" (come quella utilizzata nel finale) penso avrebbe giovato alla fluidità del racconto.
Il paragrafo successivo ("25 ottobre 1949") dà troppo credito alla fortuna ("Fortuna che tutto era pronto"; "fortunatamente, tutto ciò non era mai servito"; "fortunatamente, tutto ciò che ho preparato con cura"), per essere frutto di un piano così ben architettato. E anche qui è presente un'incongruenza nel momento in cui lui, spietato nazista nonché "boia di Flossenbürg" si mostra timido, titubante, dubbioso, incapace di "accettare un rifiuto" da parte di una ragazza. Non è che si possano giustificare salti e stonature col fatto che siano ragionamenti di una mente disturbata.
La parte finale ("Primo gennaio 1950") appare più equilibrata nell'abbinamento di pensieri e retroscena, ma ha il difetto di passare dalla prima alla terza persona, difetto di cui ho già detto sopra. Ed è sbagliato il riferimento al treno che porta dall'Argentina al Cile "in poche ore", considerando che la tratta è lunga oltre 900 chilometri e la velocità media del treno era di circa 35 Km/h.
Ad appesantire la lettura, infine, anche una serie di imperfezioni lessicali, fra le quali una notevole quantità di d eufoniche utilizzate in modo non appropriato.
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Messaggio Da ceo Lun Ott 10, 2022 2:04 pm

Buona la ricostruzione storica e l'uso degli elementi. La scrittura è coinvolgente e personalmente mi piace il cambio di persona nel finale, anche se rappresenta una brusca uscita dal contesto in cui hai fatto immergere il lettore dall'inizio. È però un elemento da usare con gradualità. Forse un uso migliore sarebbe stato alternare la prima persona alla terza, mettendo brevi introduzioni in terza persona alle parti in prima persona, in modo da rendere meno brusco il cambio alla fine. Comunque, un buon esperimento e una storia coinvolgente.

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Messaggio Da CharAznable Lun Ott 10, 2022 3:12 pm

Raccolto molto interessante, intenso, particolare. L'ideologia rimane impressa nel protagonista anche di fronte all'evidenza della sconfitta, tanto da voler raggiungere una nuova terra promessa da rendere fertile.
L'utilizzo della prima persona rende il tutto molto più forte, perchè permette al lettore di seguire il malato ragionamento del protagonista, ti porta nella sua mente, ti permette di vedere con i suoi occhi. Proprio per questo mi sono trovato spiazzato nel finale, con il passaggio alla terza persona che ha reso il finale più debole.
La lettura è scorrevole e sono rimasto rapito subito dalla trama e da questa interessante via dei topi.
Ottimo lavoro.
Complimenti.

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Messaggio Da FedericoChiesa Lun Ott 10, 2022 11:42 pm

Prima o terza persona per chiudere?
Onestamente la terza non mi disturba, anche se forse occorrerebbe togliere la descrizione delle sensazioni di Frank e lasciare solo l'"azione" pura.
Tra i vari boia nazisti di questo step è quello che mi ha convinto di più, a parte qualche chiaroscuro da rivedere, come già ti è stato fatto notare nei commenti che mi hanno preceduto. 
Lettura scorrevole e pulita.
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Messaggio Da ImaGiraffe Gio Ott 13, 2022 10:01 am

Il problema più grande che ho con questo racconto è che non ci credo. 
Il protagonista anche se dice cose orribili non mi sembrano credibili. Non mi provoca il disgusto mi sembra appunto finto e costruito. 
Attenzione non intendo che la cosa non possa essere successa veramente. ma intendo da come è scritta. Soprattutto la prima parte mi è sembrata troppo marcata e quindi la realtà e la credibilità è andata perduta. 
Tornando alla trama mi è piaciuta molto mostra sicuramente qualcosa di originale ma sinceramente mi sarebbe piaciuta più continuità. Alcune scene le avrei gradite di più se fossero state in presa diretta e non raccontate. 
E poi il finale. Perché andare in terza persona? soprattutto nel momento in cui psicologicamente era molto interessante sapere cosa pensasse lui. 
È la prima volta in tutto lo step che mi dispiace tantissimo bocciare un testo ma purtroppo non mi ha convinto. Tutto aveva un potenziale di fuoco ma purtroppo il risultato mi ha un pò deluso. 
grazie.

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Un caloroso benvenuto alle persone giunte fino a noi dal futuro. 

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Messaggio Da Resdei Dom Ott 16, 2022 3:18 pm

Ciao
Racconto niente male. Mi è piaciuta la costruzione e come tu sia riuscito a inserire con naturalezza i paletti.
Convincente la descrizione e la psicologia del boia, vittima a sua volta di un’incomprensione collettiva…Ho cercato di farle capire la teoria della razza, la razza pura...

Scritto molto bene e con padronanza. Efficace anche il titolo.

Secondo me è stata vincente la scelta di scrivere l’epilogo in terza persona, hai evitato di far parlare il morto. Forse avrei spinto più avanti il racconto in prima persona per passare alla terza da questo punto in poi:
Con la coda dell’occhio sorvegliava l’avanzare dei poliziotti: ancora qualche minuto e sarebbero arrivati da lui.


Non so se entrerai tra i miei cinque, ma intanto complimenti.
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Messaggio Da tommybe Dom Ott 16, 2022 4:38 pm

Sono d'accordo con parecchi, il racconto è complicato e poco credibile. Ma cosa importa? Ho letto cose più difficili da assorbire e a me questo racconto è piaciuto. Il suicidio finale poi nemmeno mi ha sconvolto, era nell'aria.
Quella specie di pulizia etnica, quel voler controllare le nascite non è nemmeno troppo surreale. C'è stato e probabilmente ci sarà ancora anche se in modo diverso. 
Ti abbraccio.
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Messaggio Da caipiroska Dom Ott 16, 2022 10:48 pm

Ciao Autore,
riporto questo passaggio come esempio di alcune criticità che ho riscontrato nel testo dal punto di vista dei tempi verbali e dall'abuso degli avverbi in -mente:
Forse avrei avuto anche l’occasione di riprendere i discorsi, i progetti, le idee che in Patria avevamo dovuto bruscamente interrompere, per creare una società superiore… ariana.
Ho trovato un lavoro, come fioraio, garzone al Mercado Municipal de San Miguel. Quattro soldi, ma il titolare non mi fa troppe domande e mi permette di usare il furgone per fare le consegne. Mi tiene occupato, evitandomi di sprecare inutilmente intere giornate: “Arbeit macht frei”, dicevamo.
Eppure, fortunatamente, tutto ciò che ho preparato con cura è diventato utile ora.

Si passa dal trapassato, al passato, c'è una breve incursione nel presente per tornare di nuovo al passato: senz'altro il flusso di coscienza del protagonista permette molte libertà espressive, in quanto un pensiero può volgere sia al passato che al presente nella sospensione della realtà del flusso, ma forse avrei curato con più attenzione questo aspetto del testo, in quanto può sembrare un segno di trascuratezza.
Ti sottolineo inoltre i tre avverbi in -mente: davvero troppi in una manciata di righe e questa abbondanza si riscontra in tutto il testo.
La storia che racconti mi è piaciuta perchè in qualche modo trapela la follia dell'uomo e sono evidenti i solchi di un indottrinamento radicale che segnano la sua mente. Credo però che come hai deciso di raccontarla non sia stata una scelta attenta. Nelle prime tre righe, per esempio, a mio avviso manca qualcosa: si arriva al punto finale della frase quasi con il fiato sospeso, in attesa di una rivelazione che non arriva. Usi spesso frasi brevi, spezzate: di solito servono a rendere la storia concitata, mentre qui mi hanno dato un senso di approssimazione.
Il protagonista è chiaramente matto, si comporta da matto e fa cose da matto, quando invece è convinto di comportarsi nella maniera giusta e di essere perseguitato ingiustamente: questa è la potenza del racconto, l'aspetto che ho più apprezzato per come esce fuori dal testo.
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Messaggio Da Mac Lun Ott 17, 2022 12:07 pm

Ciao autore,
del tuo racconto mi è piaciuto il ritmo. Veloce, spedito l'ho letto con piacere.
Il vaneggiare di quest'uomo, la sua convinzione della superiorità ariana, il suo essere fedele all'ideologia mi è arrivato.
Mi è piaciuto molto la prima parte, sulla seconda ho qualche riserbo. Ci sta che lui viva ancora nell'ombra, che non si fidi, probabilmente più per i suoi problemi mentali che per il suo passato, visto che in Argentina (lo dice anche il tuo protagonista) a questa cosa dei nazisti non hanno dato molta importanza. La storia della ragazza rinchiusa per qualche mese in cantina mi lascia perplessa. Capisco che ti serviva un motivo per farlo scappare, forse bastava un'azione più veloce (tentata violenza, per stare sul banale). All'inizio non capivo nemmeno questa sua necessità di procurarsi un luogo sicuro, poi ho pensato che non ci stava con la testa e quindi tutto tornava.
Il terzo capitolo in terza persona non mi è piaciuto moltissimo. Ci sta a livello narrativo, esci dal personaggi e lo guardi da esterno. Questo però toglie, a mio avviso, potenza al racconto. Avrei continuata in prima persona.
Molto interessante la via dei Topi e come l'hai inserita mi hai invogliato a saperne di più.
I paletti ci sono, e sono inseriti con fluidità nel racconto.

Un'inezia:
Brenner Pass = Brennerpass

Finora il racconto che mi é piaciuto di più.
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Messaggio Da Susanna Lun Ott 17, 2022 4:42 pm

Parto come al solito dal titolo: mi è piaciuto, indovinato anche se inserito subito nel racconto, ma ci torno dopo.
Epoca: alla grande; le cantine ci sono così come i due personaggi: il boia con una presenza molto forte, il fioraio un po’di “ripiego”, nel senso che poteva essere qualsiasi altro lavoro, ma passava di lì un fioraio…
Quando affronto racconti in cui so che ci saranno cose che conosco, anche a grandi linee - come le tristi vicende del conflitto mondiale - cerco di leggerli come si trattasse non di una “prima volta” ma come una volta diversa. Oltretutto negli step sono sempre emerse vicende poco conosciute o addirittura sconosciute, quindi il tutto è sempre interessante.
All’inizio devo dire che tutto quel ripetere i dettagli del folle ideale nazista mi era parso un po’ pesante: non che conoscendole a priori non servisse o annoiasse, anzi. Poi, con l’idea che mi si è formata del personaggio, una interpretazione tutta mia, eh Cara Penna, mi sono detta che era tutto perfetto.
Uno psicopatico: ecco come l’ho classificato. Uno psicopatico di quelli che ci vuole un esercito di "quelli bravi” con quel continuo parlare di topi, e poi l’alta opinione di sé, della sua utilità, dell’essere stato bistrattato e non capito, dell’umanità che rifiutato di essere resa perfetta, dell’IO infallibile che vede solo nemici, tanto da vivere non solo molto defilato ma addirittura sottoterra... Idea suffragata dal rapimento della ragazza, da cui non accetta di essere respinto. Qui devo dire che veramente lo psicopatico è venuto fuori alla grande. Insomma un personaggio che, per come l’ho interpretato, è stato delineato benissimo. Ed è in questo contesto che il continuo riferimento ai topi si innesca: una fobia dentro la pazzia.
La scrittura è ottima, precisa e sicura, senza eccessi nè cali di ritmo: nozioni storiche conosciute sono state gestite bene nonostante siano ricondotte, data l'impostazione, a blocchi di testo senza dialoghi che scandiscano i tempi o alleggeriscano la lettura. Mi è piaciuto molto il passaggio dal raccontare in prima persona, sempre un azzardo ma ha retto bene, all’ultima parte in terza persona: rifacendomi allo psicopatico, ormai è la fine e di pensieri per lui lucidi e coerenti non c’è più spazio nella sua mente o per lo meno ce n’è uno solo: farla finita per sentirsi libero da se stesso. Quindi il passaggio ha una logicità che, per me, ha pagato.

Ora sono proprio curiosa di sapere chi sei: mi piace incontrare chi va fuori dai canoni.



Piccole note

Che alleviavo la loro sofferenza…corpi ossuti?--- metterei un punto interrogativo, collegandomi alla frase precedente
ma i dubbi e la timidezza hanno - sui dubbi non ho dubbi, sulla timidezza di un ex ufficiale così pieno di sé un po’ meno.

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Messaggio Da Asbottino Mer Ott 19, 2022 8:07 am

Parto dalla fine. Sembra chiaro che il protagonista farà la fine delle banconote, stufo di fare la vita del topo, fuggendo di cantina in cantina. Da qui la scelta dell'autore di passare alla terza persona: un morto non può raccontare la sua fine, gli ultimi istanti della sua vita. Ma in teoria non potrebbe nemmeno raccontare i mesi o gli anni precedenti, se vogliamo. Il cambio sa un po' di stratagemma per sfuggire a questo inconveniente, ma l'unico modo per sfuggirne davvero era fare una scelta radicale e sacrificare la prima persona. Avresti perso un po' di enfasi (forse troppa enfansi, ma ci torno dopo), ma avresti guadagnato in rigore.
Quanto all'enfasi ti serve per rendere al meglio la follia e la lucidità di un personaggio che forse poteva essere reso ancora meglio con i suoi gesti piuttosto che con le parole. In questo senso la ragazza nella cantina poteva essere sfruttata diversamente e in terza persona (di nuovo lì) avresti potuto affidare la follia ai dialoghi, rendendo anche il racconto più dinamico.
Detto questo il racconto è comunque scritto bene, si legge facilmente da cima a fondo, nonostante questa scrittura così ricca e sopra le righe, e quanto al paletto a cui affido la maggior parte delle mie aspettative, la stanza, direi che ci siamo assolutamente. Di cantina in cantina. Nulla da dire. Ambientazione e personaggio, il boia, ben gestiti. Avrei evitato l'accenno al fioraio. Alla fine è un di più che non porta dei veri frutti (o fiori, scusa la battuta). Mi spiego: non fa da controparte al boia, non sono due facce della stessa medaglia. Se il viaggio fosse stato da boia a fioraio, una specie di redenzione per assurdo (nemmeno tanto, poteva essere un'idea), allora ci stava. Ma il protagonista resta boia fino alla fine e forse il fatto che la sua ultima vittima, la ragazza da piegare alle follie di una razza eletta, gli si rivolti contro e gli sfugga, è il punto di non ritorno estremo, dopo il quale resta solo un treno da cui buttarsi.
Buon lavoro. Rivedrei solo certe scelte. Ma la penna c'è.

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Messaggio Da Fante Scelto Ven Ott 21, 2022 1:50 pm

Ciao autore, mi trovo a dover partire dalla cosa più grande che non mi ha convinto di questo tuo racconto: il primo "capitolo". Prova a rileggerlo immaginandoti che a parlare sia un tizio su un palco di teatro compassato, col microfono attaccato alla guancia, che si sbraccia e ha gli occhi spiritati.
Ecco, io ho visualizzato quello per tutto il tempo della lettura.
Terribile, perché, pur facendo io del teatro amatoriale, non mi piace molto questo tipo di approccio alla recitazione. Lo trovo finto, artefatto, troppo ricco di spiegazioni rivolte al lettore per istruirlo, nel senso che nessuno parlerebbe o penserebbe così, a meno di avere davanti un pubblico in penombra e una certa predisposizione all'autocompiacimento.
Esagero, scusami.

Dal secondo paragrafo in poi l'effetto cala, ma tutta la narrazione ha sempre un che, leggero, strisciante, di costruito. 

Non mi ha convinto neppure l'alternanza dei tempi verbali: avrei messo tutto al presente, più forte, più efficace, non lascia dubbi sulla collocazione temporale del narrato (sta parlando del passato, di prima, di dopo, racconta sul momento ma si esprime come se fosse ieri...?).
Ecco.

Il fatidico finale in terza persona: ci sta, non ci sta?
Non so dirti. Io sposo abbastanza la versione di Molli: si poteva finire in prima persona, dopotutto uno può anche "raccontare" i suoi ultimi istanti prima di uccidersi. 
Non lo trovo così necessario aderire alla logica stretta, in una narrazione di questo genere.
Ma, al tempo stesso, ti dico anche che forse scrivere tutto in terza persona era la soluzione migliore.

Passiamo però ai lati positivi, perché ce ne sono.
Di nuovo, l'idea. In tanti avete avuto delle ottime idee, molto interessanti, che però avrebbero meritato uno sviluppo più forte, più coerente.
Poi il personaggio. Folle o non folle che tu lo abbia inteso, l'ho trovato ben costruito, al netto del modo in cui si esprime.
L'idea di mandare avanti la razza ariana con una bionda che risponde ai canoni della suddetta? Diavolo, sì. Ottima interpretazione di una logica che per il protagonista ha ancora senso, nonostante tutto quello che è successo.
E poi la cantina, anzi le cantine: passare di cantina in cantina, come un topo.
Davvero un eccellente uso del paletto.

A proposito dei topi, il titolo mi aveva subito preso perché somiglia a uno dei miei (compare al fondo del topic tra gli argomenti simili, tra l'altro). 
Non conoscevo cosa fosse questa via dei topi e sono lieto di averla scoperta: la riutilizzerò sicuramente.

In conclusione, mi trovo a dover ripetere un giudizio già speso per diversi altri racconti in questo step: grande idea ma avrei voluto vederla resa in un modo diverso, più aderente.
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Messaggio Da Midgardsormr Ven Ott 21, 2022 3:03 pm

Ciao autore.

Principalmente voglio ringraziarti, anche tu, nel tuo racconto, mi hai fatto conoscere qualcosa che non sapevo. Questa Via dei Topi la approfondirò, anche solo per mera conoscenza.
Il testo mi piace, l'ho trovato fluido e scorrevole. Mi sono un attimino fermato sula cambio di narrazione, pensavo fosse uno dei miei racconti, spesso capita anche a me di farlo. Certo, non bene come lo hai fatto tu.
Errori e refusi già segnalati a parte, l'ho trovato particolarmente psicologico come racconto. Storico certo, ma per come lo hai tematizzato, abbiamo visto tutto dal punto di vista di questo pazzo e sadico personaggio. È stato interessante, poco da dire.
I paletti, ultimi ma non per importanza, ci sono e si vedono/sentono perfettamente.

Devo guardare bene, ma credo che un posto nella classifica dovrei ancora averlo, dopotutto perché non premiare qualcosa di diverso.

Grazie e a rileggerci.

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A Susanna garba questo messaggio

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Messaggio Da Achillu Mar Ott 25, 2022 6:34 am

Ciao Aut-

"E chi avrebbe detto che ad orchestrare tutto fosse il Vaticano, con l’avvallo della Croce Rossa." Questa frase non mi è piaciuta, sembra più un intervento/giudizio diretto dell'aut- piuttosto che il pensiero di una mente che ritiene che tutto le sia dovuto. Per esempio: "e bene hanno fatto il Vaticano e la Croce Rossa a orchestrare il tutto."
Per il resto ho apprezzato l'idea di mettersi dal punto di vista di un criminale nazista. Forse ci sarebbe voluto ancora più coraggio e calcare ulteriormente la mano, trattandosi di un lungo monologo ci poteva stare.
Il finale in terza persona è allo stesso tempo necessario e disallineato con il resto. Probabilmente si poteva risolvere mantenendo la narrazione al presente, come nella prima parte, mentre invece Frank usa il passato nella seconda e nella terza parte del monologo.
Il fioraio è marginale. Il treno a nuvole c'è e giustamente non è citato con questo nome (tra parentesi: il fatto che il vapore resti attaccato al treno e lo accompagni potrebbe essere usato per dare un ulteriore tocco allucinatorio al finale). Anche il genere è storico nell'accezione che a me piace di meno (ma è un gusto personale in questo caso ininfluente per il giudizio).

Grazie e alla prossima.


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Messaggio Da Akimizu Mar Ott 25, 2022 3:04 pm

Ciao autore, il mio giudizio, la mia impressione meglio, non siamo nessuno per giudicare, è positiva a metà. Condivido buona parte dei complimenti e delle perplessità di chi mi ha preceduto, io però voglio concentrarmi anche su un fatto mio personale, che riguarda come interpreto la psicologia di certi criminali di guerra. Ci sono altri due racconti che cercano di scavare un pochino nella mente di due nazisti in fuga, celebri e meno celebri, ma il tuo è l'unico che ha provato a immedesimarsi. Usando addirittura la prima persona. Ora, se pensavi di buttare giù la figura di un folle, be', ti sei trattenuto, avresti dovuto spingere di più, se volevi invece una lucida follia ti sei allontanato dal solco un po' troppo. Non ti ho ben capito ecco. Io, per tornare al discorso iniziale su come la vedo, avrei scelto la lucida follia, per quello che vuol dire, visto che per alcuni c'era solo lucidità. Mi rendo conto che il discorso è davvero complesso e poi è solo una cosa marginale, quindi lasciamo stare. Resta in piedi però l'impressione che il tuo personaggio alla fine non sia né carne né pesce. Per il salto in terza persona, non saprei, forse io avrei continuato in prima passando al futuro con l'ultima frase, una cosa tipo: e per la prima volta mi sentirò leggero.
A rileggerci!
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Messaggio Da Marcog Sab Ott 29, 2022 3:08 pm

Mi è piaciuta l'idea che il racconto sia frutto di una lucida, credibile, anche se inaccettabile, posizione di un boia fanatico nazista. Sono narrate anche le sue paure e insicurezze, soprattutto con la donna che è "costretto" a rapire. La scrittura è piacevole e scorrevole, il protagonista è ben delineato nelle sue sfaccettature comunque umane. Un buon lavoro, tra i miei preferiti, grazie.
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