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Messaggio Da Different Staff Lun Ott 03, 2022 11:42 am

Il mago schioccò le dita e sul tappeto comparve un’elegante borsa da viaggio; due schiocchi ed ecco un baule finemente decorato. Tre, e al cospetto del re apparve una bellissima dama, con abiti di seta dai colori delicati.

L’arrivo di Colette al vecchio villino dei Bonnet, nel dicembre del ’42, fu meno fiabesco: il suo bagaglio, un baule e due grosse valige, fu scaricato di malagrazia davanti al cancello.
«Puttana!»
Colette aveva letto nei pantaloni di Hector il desiderio di qualcosa in più dei dieci franchi pattuiti per il tragitto dalla stazione di Hendaye fino a quella casa in riva al fiume, e per un momento temette che la fitta nebbia diventasse complice del rancore dell’uomo per il suo rifiuto.
Ma di lì a poco sarebbe scattato il coprifuoco e, mentre Colette trascinava il baule sul vialetto, il camioncino malandato fu inghiottito dal grigiore: la nebbia nascondeva ogni cosa ma non la voce del fiume, che scorreva vicinissimo. La casa era fredda, umida: nessun mago aveva acceso il camino e tenuto in caldo un po’ di minestra, né scaldato il letto su cui Colette si coricò, senza togliersi il cappotto.
Era stanca ma il sonno tardava ad arrivare e la donna, ancora una volta, si raccontò la fiaba preferita di Jolie, l’amica che l’avrebbe raggiunta a giorni.
Il giorno dopo Colette andò nel solo negozio nei paraggi per un po’ di spesa. Accontentò la bottegaia curiosa con quel poco che aveva deciso di raccontare di sé:
«Abito nella villetta degli zii, i Bonnet. I miei genitori sono morti alcuni mesi fa, nell’incendio della nostra casa di Bordeaux e… ora sono qui.»
«Poverina! Ah, mi ricordo bene dell’incendio: era sul giornale. Avevo letto…»
«Ma una bella signorina come lei, in questo buco di paese, tutta sola…» si intromise una donnetta, tenendo ben stretto il borsellino.
«Beh, di questi tempi è meglio della città! E non sarò sola, a giorni arriverà un’amica.»
Fu a sua volta curiosa, chiedendo se qualcuno abitasse sull’isolotto al centro del fiume, proprio dietro casa sua. Risposero con delle alzate di spalle:
«Sull’Isola dei Fagiani non ci abita nessuno. Neanche i fagiani!»
«Magari ci fossero! Un po’ di carne senza spendere… di questi tempi!»
Colette uscì dal negozio con nella sporta tanti consigli per cucinare le patate e sguardi sospettosi alle spalle.

Jolie arrivò due giorni dopo e una volta sistemate le loro cose, portarono bauli e valigie in cantina. Come tutte le cantine delle vecchie case era buia, umida, odorava di muffa e negli angoli c’erano grosse ragnatele. Sugli scaffali trovarono qualche bottiglia di vino, vecchi stivali e scatole con ciarpame di ogni tipo.
«Beh, un po’ di pulizia e poi possiamo vuotare un paio di armadi!»
«Oh sì, e un po’ anche la cucina: troppe pentole!» Jolie detestava cucinare. «Domani però.»

***
Mancavano ormai poche ore alla fine dell’anno: un decennio pieno di dolori e lutti si stava concludendo. Colette mise della legna nella stufa, poi cominciò a scrivere su un quaderno dalle pagine bordate di rosso, con una grafia minuta e ordinata.
Mi chiamo Colette Meyer, ma non è il mio vero nome. Quello mi è stato rubato, assieme alla verginità, il 15 marzo del ’38 da Auguste M., Jean B. e Yann R.
Avevo quindici anni, un corpo di donna e sogni ancora bambini.
Due giorni in mano a quei pervertiti e per tutti diventai una puttana.
Loro erano i signori di M., un paese dove la povertà trasformava sovente le figlie in merce con cui ripagare debiti. In tanti sapevano dei loro vizi e delle loro violenze, ma tutti si voltarono dall’altra parte: troppe le cambiali firmate per disperazione.
Padre Lazare convinse i miei a ritirare la denuncia:
«Pagheranno per delle falsità, se ne vanteranno. È già successo e vostra figlia, mi perdonino la crudezza, passerà per una che si è tolta le mutande e li ha lasciati fare. Diranno che prima si è divertita e poi pentita.»
Mille franchi buttati sul tavolo come fosse sterco mi tolsero la dignità.
Trovai ben poco da lavorare, dopo, e c’era sempre qualcuno che raccontava in giro di avermi portata a letto. Non era vero, ma persino i miei genitori non mi guardavano più negli occhi.
Un anno dopo il prete mi consegnò una busta: soldi e un indirizzo di Bordeaux.
«Vattene da qui e se avrai bisogno, vai da questa persona. Fidati.»
Quella sera stessa misi in una sacca quanto di meno liso avevo, rubai ciò che era rimasto dei mille franchi e salii sul primo treno.
Avevo sedici anni e tanto odio dentro.”

Colette si interruppe per scaldarsi un po’ di zuppa: una cena parca, consumata ripensando al suo vivere in solitudine in una città che la respingeva. Erano bastati un paio d’anni di lavori dignitosi ma sempre malpagati per perdere le ultime speranze di una vita diversa.
I venti di guerra spiravano ormai impetuosi, la povertà avanzava e tanti lasciavano Bordeaux per fuggire dai nazisti, ma al contempo il conflitto rendeva commercianti, industriali e faccendieri sempre più ricchi. Il denaro aveva una sola bandiera: quella dell’avidità.
Alla fine Colette si arrese, ricordando le parole della madre, che tanto l’avevano ferita ma che si erano rivelate premonitrici: «Hai tra le gambe un’arma. Usala se devi sopravvivere. Chiudi gli occhi e non pensare.»
Cominciai a vendere quel corpo che odiavo. Le ragazze come me erano ancora una volta merce di scambio: per oliare un affare, per ingraziarsi un potente, per sfamare famiglie senza più uomini. Mi chiamarono in tanti modi: troia, puttana, mantenuta. Avevano ragione. La guerra era anche questo.
Ma quel mondo che non mi apparteneva: tolti i begli abiti, la sporcizia non se andava con un bagno profumato. Una mattina riempii una piccola valigia e andai all’indirizzo che mi era stato dato tanto tempo prima.
Conobbi così il giudice Gérard Bonnet e una giovane donna, Babette.
Ascoltarono la mia storia e per la prima volta qualcuno, Babette, pianse per me e con me.
«So come ti senti, conosco il vuoto che hai dentro. Ascolta…»
Mi fecero una proposta. L’accettai senza indugio alcuno. Da perdere non avevo più nulla e il vuoto dentro era tanto.
Quel giorno nacquero Colette e Jolie, con le loro false vite passate.
Quel giorno io e Jolie diventammo i boia segreti del giudice.

La villetta dei Bonnet aveva un segreto.
Il giorno dopo il suo arrivo, con aria da cospiratrice, Jolie riportò Colette in cantina, nella carbonaia: un varco ben dissimulato si aprì quando tirarono con forza un anello infisso nel muro. Fatti pochi passi una pesante porta di quercia sbarrò loro il passaggio, ma Jolie aveva con sé una grossa chiave di ferro.
Scesero cautamente parecchi gradini sdrucciolevoli:
«Dimmi che non ci sono topi! Mi fanno schifo. Sei sicura che la torcia…»
«Colette, per favore! Fidati.»
Alla fine della rampa di scale c’era un corridoio che portava in un’altra cantina, molto più grande e dalla volta molto alta. Sulle pareti della stanza c’erano tante piccole targhe, alcune quasi illeggibili, tutte con quella che somigliava a una data.
«E voilà! Siamo sotto l’Isola dei Fagiani: sarà un posto perfetto. Niente scartoffie da firmare: Gérard pagherà di tasca sua e se stiamo attente, nessuno se ne accorgerà.»
«Sarà giustizia o vendetta?» le chiese Colette.
«C’è differenza? Il boia fa quello che tanti vorrebbero fare, ma al momento buono non ne avrebbero il coraggio. Noi due sì.»

Colette uscì nel buio per prendere ancora un po’ di legna: il bisogno di raccontarsi stava scemando, ma se doveva lasciarsi il passato alle spalle, doveva farlo, scegliendo le parole giuste e definitive, non solo per lei ma anche per l’amica.
Babette, anzi Jolie, era, se così si può dire, figlia d’arte. Le aveva raccontato di essere figlia illegittima di André Obrecht, nipote e assistente del boia Anatole Deibler.
André, giovane padre “con la testa sul collo” come celiava spesso, coltivava in segreto il sogno che lei potesse diventare un giorno il primo boia francese donna, non una semplice bourrelle come nel medioevo. L’aveva istruita in segreto e nel ’41 si era rivolto al giudice per perorare la sua richiesta, che venne respinta: niente donne, figurarsi una giovane bastarda.
Jolie, che adorava il padre, si infuriò e il giudice, colpito dalla sua risolutezza, le fece una proposta: diventare un’esecutrice segreta.

Mentre ravvivava il fuoco, la donna si perse nei ricordi degli anni più bui della guerra: avevano condiviso la rabbia per le angherie gratuite dei nazisti, sopportato la dura legge dei razionamenti, imparato a coltivare un fazzoletto di orto. Si erano pure mangiate un paio di gatti. Avevano imparato a difendersi. Denaro ne avevano, non molto, ma la bottega del villaggio era sempre più vuota.
C’erano stati anche momenti delicati.
Gérard mi somigliava ma non saprei dire in cosa. Ci somigliavamo e basta.
In casa ci sono tanti libri: ogni volta che veniva a trovarci ne sceglieva alcuni e io, chissà perché, mi rifugiavo in cantina a leggere. Era freddo, là sotto, ma mi sentivo al sicuro, avvolta dal calore del pensiero che lui aveva trovato tempo per me.
Quando cominciarono i bombardamenti, trasformammo la stanza segreta nel nostro rifugio: qualche coperta, un materasso, un po’ di cibo e un paio di candele. Lo utilizzammo tante volte, consapevoli che se la casa fosse stata bombardata non ci avrebbero mai trovate. Per questo lasciammo sempre, in una cassetta sepolta a fianco della stele che c’è sull’isola, due lettere per Gérard, con l’assurda speranza che riuscisse a recuperarle.”

La villa dei Bonnet divenne una sorta di Tribunale Speciale.
Con del materiale trovato in cantina costruirono una rudimentale ghigliottina: il padre di Jolie
le fornì la lama e lei passò ore a lucidarla, affilarla, con uno sguardo che più di una volta allarmò Colette.
Avevano carta bianca, purché dalla faccia della terra sparissero quegli stupratori, omicidi e torturatori, orchi di bambini che per qualche cavillo, per un’indagine condotta male o corruzione, avevano beffato la giustizia.
Gérard era cauto e li sceglieva con cura; per non destare sospetti li contattava tramite persone di fiducia: in fuga dopo un’evasione ben organizzata o non appena scarcerati, li blandiva con la promessa di proteggerli dalle vendette o di farli espatriare.
Arrivavano alla villetta, spesso dopo giorni interi di cammino nei boschi per aggirare i posti di blocco tedeschi o della Gendarmerie: ospiti del misterioso benefattore, mangiavano a sazietà e si svegliavano nella cantina segreta.
La sorpresa di trovarsi di fronte al giudice che li aveva assolti, non potendo fare altrimenti, toglieva loro ogni speranza di averla fatta franca. Nuove sentenze venivano lette.

Ci siamo occupate di quattro uomini e una donna. Dopo ogni esecuzione pulivamo con cura: dei resti se ne occupava l’uomo, incaricato da Gérard, che portava legna, carbone e un po’ di cibo. Veniva da un paese vicino o forse lontano, non lo abbiamo mai saputo di preciso. Cose ne facesse dei corpi… una volta lo sentimmo bofonchiare di maiali, mentre, nell’oscurità, caricava il corpo su una barca. Non mangiammo più carne di maiale: non fu un sacrificio, la carne scarseggiava comunque e noi finimmo per diventare delle benefattrici, regalando le nostre razioni a famiglie con tante bocche da sfamare.
In quegli anni, studiammo tanto: Gérard non transigeva e il tempo non ci mancava.
«Dovete costruirvi un futuro diverso: più imparate e meno vi imbroglieranno. E sarete rispettate.»
Fu in un quadernetto di appunti del fratello di Gérard, Theò, che trovammo le risposte a cosa significassero le date sulle targhe in cantina: quell’isoletta insignificante aveva fatto parte della storia, ospitando, forse in quella stanza segreta o sotto sontuose tende, la firma di trattati di pace, scambi di prigionieri importanti, nozze nobiliari… fidanzamenti per consolidare alleanze. Ancora una volta donne erano state merce di scambio.
Jolie si inventò un sacco di storie:
«La vuoi sentire la storia del principe senza un braccio? Magari scrivo un romanzo, che dici? Anzi, io detto e tu scrivi, così fai pratica con la macchina da scrivere.»

La mezzanotte si avvicinava e a Colette rimaneva solo un paio di paginette bianche: prima di affrontarle si concesse un bicchiere di champagne dall’ultima bottiglia rimasta.
L’ultimo ad essere giustiziato è stato Auguste M.: nel ’47 aveva violentato una bambina e il paese, o almeno quello che ne era rimasto, si era ribellato. Incarcerato, era riuscito a fuggire mentre lo portavano a Bordeaux: chiese aiuto alle persone sbagliate. Ufficialmente annegò.
È stata l’unica volta che Jolie mi ha lasciato fare.
Non ho reso onore al lavoro di un boia: sono diventata una carnefice. Ha sofferto, urlato, chiesto quella pietà che lui non aveva avuto. Mi chiese perdono e clemenza, con gli occhi, perché non aveva più voce né lingua. Ma era buio e non vidi.”
Colette era rimasta a letto per una settimana, tra incubi, vomito e febbre. Jolie l’aveva vegliata per lunghe ore, raccontandole favole. Quando si riprese, chiese all’amica:
«Siamo pazze, Jolie? O sadiche? Abbiamo ancora una coscienza?»
«Noi pazze, sadiche? Coscienza? Con tutto quello che è accaduto nel mondo? No, non siamo pazze.»
Su ordine di Gérard smantellarono tutto, la Francia stava tornando alla normalità e loro dovevano pensare ad un futuro che non si consumasse in quella cantina.
Trovò loro un lavoro: Jolie aveva imparato a battere a macchina su una vecchia Olivetti, Jolie era una brava ricamatrice. Appena poteva passava con loro qualche giornata.
Non parlarono più della loro doppia vita.

Nella stufa c’erano ora solo braci tiepide: Colette infilò nel quaderno un foglietto, scritto con una grafia incerta:
Mi chiamo Jolie Ferod, ma non è il mio vero nome. Sono stata il boia del giudice Bonnet per quattro anni, il suo boia personale, cui ha affidato il compito di fare giustizia, quella giustizia che non gli era riuscita nelle aule del tribunale.»
Poi ripose il quaderno in una scatola, assieme a fotografie, ciondoli e piccoli ricordi e la portò nella cantina sotto l’isola, dove Jolie e Gérard attendevano.
Gérard si era impiccato, lasciando a Colette denaro, nuovi documenti e un futuro. Per tutti aveva deciso di ritirarsi a vita monastica, in Italia, dove era morto il fratello.
Jolie lo aveva preceduto di qualche ora: la morfina, risparmiata goccia a goccia da quando la malattia aveva cominciato a divorarla, un anno prima, l’aveva addormentata serenamente.
Si erano amati profondamente, fino alla fine.
Si congedò con una carezza: niente preghiere, aveva smesso da tempo di credere in Dio e nella sua giustizia infallibile.
Chiuse l’accesso alla scala, gettò la chiave nel fiume e se ne andò, nascosta ancora una volta dalla nebbia.

Mi chiamo Colette Meyer, ma non è il mio vero nome: domani ne avrò un altro e cercherò un posto in cui crescere i miei sogni bambini.”
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Messaggio Da FedericoChiesa Mer Ott 05, 2022 1:15 am

Un racconto che mi lascia tra luci e ombre.
E’ scritto bene, ma ho faticato a seguire i tempi della storia.
“… un decennio… si stava concludendo.” me lo aspetterei nel Capodanno del 1940, non del ’42, poi parecchio dopo, con un riferimento al ’47, mi viene da pensare che sia il Capodanno del 1950.
Ci sono frasi potenti, come “Il denaro aveva una sola bandiera: quella dell’avidità.” Ma anche altre eccessive, come “Hai tra le gambe un’arma. Usala se devi sopravvivere. Chiudi gli occhi e non pensare.”, soprattutto se detta da una madre.
Faccio notare:
Perché ci sono nomi troncati, sia di persone che di paesi?
“Trovò loro un lavoro: Jolie aveva imparato a battere a macchina su una vecchia Olivetti, Jolie era una brava ricamatrice.”, forse la seconda è Colette.
Non lo trovo un racconto d’azione, né storico, e questo mi lascia qualche dubbio.
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Messaggio Da Petunia Mer Ott 05, 2022 2:20 pm

sono morti alcuni mesi fa, nell’incendio della nostra casa 
Toglierei la virgola


due giorni dopo e una volta sistemate le loro cose, p

(Inciso) e, una volta sistemate le loro cose, 

Ma quel mondo che non mi apparteneva: tolti i begli abiti, la sporcizia non se andava con un bagno profumato.
Ma quel mondo non mi apparteneva: ecc. toglierei il “che” altrimenti la frase non gira bene.


Sulle pareti della stanza c’erano tante piccole targhe, alcune quasi illeggibili, tutte con quella che somigliava a una data.


Con quella, cosa? Manca una parola?
e se stiamo attente, nessuno se ne accorgerà.
e, se stiamo attente, nessuno ecc. (manca la virgola nell’inciso)
doveva lasciarsi il passato alle spalle, doveva farlo, scegliendo le parole giuste e definitive,
Toglierei le virgole prima e dopo “doveva farlo”
si era rivolto al giudice per perorare la sua richiesta, che venne respinta: 
Consecutio: si era rivolta al giudice per perorare la sua richiesta che era stata respinta.
 

una volta sistemate le loro cose, 

Ma quel mondo che non mi apparteneva: tolti i begli abiti, la sporcizia non se andava con un bagno profumato.
Ma quel mondo non mi apparteneva: ecc. toglierei il “che” altrimenti la frase non gira bene.

Ciao autor@
Dove mi hai portato?  All’inizio mi hai presa per mano e condotta in una storia che mi appassionava. Poi tutto si è confuso.
La narrazione che lascia spazio al racconto in prima persona poi torna narrazione. La temporalità che non sono riuscita ad avere ben chiara nella mente. 
Non ci trovo azione, potrebbe essere un fantasy storico.
La lettura da un certo punto in poi è diventata faticosa. Numerosi errori di punteggiatura, di consecutio mi hanno distratta dal contenuto.
Il pdv mi è sembrato ballerino e non sono riuscita a entrare in sintonia coi personaggi. Eppure la parte iniziale è una bomba! 
Mi spiace non poter dare un giudizio complessivamente positivo a questo lavoro.
Sono certa che l’idea sia valida e che con un po’ di lavoro verrà fuori un testo davvero interessante. Ma non adesso.


Ultima modifica di Petunia il Gio Ott 06, 2022 6:07 pm - modificato 1 volta.
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Messaggio Da ImaGiraffe Gio Ott 06, 2022 10:51 am

Un racconto denso di cose ma molto confuso.
Faccio una prima domanda... che c'entrano i maghi? 
tralasciando questo tarlo che mi sono portato dietro per tutto il testo (all'inizio pensavo che fosse ambientato nel 4042) il racconto rimane molto confuso.
l'Idea di fondo è molto bella e la protagonista è molto centrata purtroppo l'esecuzione materiale del testo è molto frammentaria. 
Dopo qualche riga ci si perde nel tempo e i fatti salienti diventano un corollario.
Ma il difetto più grande di questo testo è il genere. Mi spiace dirlo ma troppo spesso a questo aspetto si da sempre poco peso. 
Questo non è un racconto storico perché ho cercato i protagonisti e non mi sono comparse da nessuna parte.
Non è neanche un racconto D'azione perché per me il racconto di questo degenere deve (come dice la parola) essere dinamico e le azioni devo essere più importanti della psicologia dei personaggi. 
In conclusone promuovo a pieni voti la trama che mi è sembrata buona ma purtroppo per il resto il racconto non è sufficiente.
Grazie.

______________________________________________________

Un caloroso benvenuto alle persone giunte fino a noi dal futuro. 

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Messaggio Da Antonio Borghesi Gio Ott 06, 2022 5:14 pm

Arrivato alla fine mi son posto molte domande. La prima sono quella sui maghi iniziali poi non ho capito se c'è stato amore tra il giudice e una delle due, quindi che c'entra l'isola dei Fagiani e infine quel giudice che non riesce a far giustizia in aula per troppi casi. Ecco cosa mi ha condotto alla conclusione che da un'ottima idea si possa creare una brutta storia. Peccato.
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Messaggio Da Byron.RN Gio Ott 06, 2022 5:21 pm

Ciò che mi ha ben impressionato di questo racconto è la prosa, l'ho trovata molto sciolta e armoniosa. Proprio per questo motivo la lettura è stata decisamente gradevole.
Il merito non è da poco perché il racconto presente una criticità importante, ovvero è strutturato con dei salti temporali che non sono stati realizzati a dovere, almeno secondo me. C'è un pò di confusione, nonostante il cambio del carattere, tra passato e presente, tra ciò che Colette vive e quello che ricorda mentre scrive.
Secondo me andava gestito meglio, anche se la tua abilità di scrittrice come ho detto riesce quantomeno a mitigarne l'effetto straniante.
Per quanto riguarda il genere mi pare che sia storico. È ambientato in Francia in tempo di guerra, nell'occupazione nazista. Poi non so se per reputarlo tale è necessario inserirvi dei personaggi importanti o ritenuti tali dalla storia. Il periodo comunque c'è, è quello, e se i protagonisti sono personaggi non famosi o anche inventati il contesto quello rimane, con usi, costumi, oggetti e comportamenti dell'epoca. E poi come diciamo sempre se il racconto è in gara è chiaro che i paletti abbiano soddisfatto il comitato organizzativo.
Complimenti all'autrice, lo reputo un buon testo, ma caratterizzato da quella confusione temporale che ne inficia inevitabilmente il valore assoluto.
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Messaggio Da Molli Redigano Ven Ott 07, 2022 2:27 pm

Tecnicamente il racconto è scritto bene secondo me. In realtà qualche aggiustamento da fare c'è, soprattutto sulla punteggiatura come già notato nei commenti precedenti. Per ora non ho null'altro da segnalare. Devo ammettere che la lettura mi ha così coinvolto da farmi "tenere da parte" la mia ricerca chirurgica di refusi, imprecisioni, ecc.

Ora, il racconto è molto bello. C'è un'idea di base molto forte, che parte da un disagio esistenziale come conseguenza di una violenza. Questo avvenimento, calato nel contesto storico particolare, non ha fatto che creare, almeno per ciò che ho capito io, altri disagi. Tuttavia, e questo mi sembra pacifico, la costruzione temporale del racconto genera confusione in chi legge. A mio parere non è un male, almeno non per giudicare il racconto in maniera positiva. Provo a sintetizzare così: Colette scrive (o ricorda) ciò che ha passato nelle sue "vite precedenti". Ritorna ai tempi della violenza subita, quando era a Bordeaux, alla vergogna provata in quel periodo fino all'incendio che ha ucciso i suoi genitori. Probabilmente anche quell'evento l'ha spinta a prostituirsi. Poi cambia vita insieme a Jolie, grazie all'aiuto del prete. Di male in peggio: diventa un'assassina che asseconda la frustrazione di un giudice che non è riuscito a far giustizia nelle aule di tribunale. I ricordi, proiettati nel passato, non seguono una linea temporale. Ballano. E ci sta anche se questo non aiuta la comprensione.

"Tolti di mezzo" Jolie e Gérard che erano amanti, io credo che Colette si sia rifatta per l'ennesima volta una vita, sicuramente migliore, e che scrivere o ricordare il passato l'aiuti a esorcizzarlo. Mettere mano per riordinare la confusione temporale, secondo me, migliorerebbe il racconto ma ne svilirebbe la sua essenza. Forse, andando oltre (intendo dire proseguendo la storia), tutto diventerebbe più chiaro.

Grazie

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Messaggio Da Danilo Nucci Ven Ott 07, 2022 4:22 pm

Nella valutazione nell’ottica dello step quello che pesa maggiormente è l’assenza del genere: non è certamente azione e i fatti storici, il periodo bellico, sono veramente un tenue richiamo in lontananza.
Per quanto riguarda la storia mi è parsa troppo complessa, densa di personaggi che potrebbero essere sfrondati. La stessa amica in fondo non mi pare essenziale nella vicenda della protagonista. Rendere lo svolgimento della trama più semplice e lineare porterebbe a mio avviso il racconto più godibile.
Sulla forma, mi soffermo un attimo sul diario della ragazza. Ho trovato stonato l’inserimento di molti dialoghi all’interno del diario che immagino debba essere più descrittivo di stati d’animo personali e di eventi narrati. Forse mi sbaglio, ma considero i dialoghi in un diario una vera eccezione.
Nonostante queste osservazioni e le altre che i commenti precedenti hanno espresso, la traccia del racconto resta comunque valida e meritevole di uno sforzo di aggiustamento.
Bello il titolo.
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Messaggio Da Arianna 2016 Dom Ott 09, 2022 10:47 pm

L’incipit è molto bello: il contrasto/parallelismo tra le righe fiabesche e l’arrivo di Colette è forte e acchiappa subito.
Mi è piaciuto leggere anche il resto della storia. Interessante l’idea delle due boia donne e il loro legame con il giudice. Il tutto ha un po’ la forma del “racconto raccontato”, ma rimane comunque interessante e si legge volentieri.
Un problema di leggibilità arriva ai primi asterischi. Il paragrafo precedente si era concluso con Colette e Jolie – arrivata da poco – che stanno, nel 1942, sistemando la casa.
Subito dopo gli asterischi, troviamo Colette che sta scrivendo il diario. Il lettore crea d’istinto una continuità temporale con il pezzo precedente, dato che nulla indica che siano passati degli anni. L’equivoco continua finché nel diario non si parla delle visite del giudice e delle lettere lasciate per lui. A questo punto, il lettore capisce di essersi perso qualcosa e deve tornare indietro. Rileggendo, infine si capisce che dall’arrivo alla stesura del diario sono passati sei anni; siamo nel 1948, dieci anni dopo il 1938. Ora tutto trova un suo senso.
L’equivoco temporale è favorito dal fatto che all’inizio viene detto che Colette arriva al villino a dicembre del 1942 e il pezzo dopo gli asterischi inizia con “mancavano poche ore alla fine dell’anno”, quindi indicando dicembre come mese.
Suona un po’ dissonante che la mamma di Colette prima arrivi a non guardarla nemmeno più per la vergogna, poi le dica che ha tra le gambe un’arma e la inviti ad usarla.
 
Un racconto triste, cupo e malinconico che, al netto della resa cronologica, si legge volentieri.
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Messaggio Da paluca66 Lun Ott 10, 2022 10:25 pm

Errori / refusi: c'è un'eccessiva libertà nell'uso della punteggiatura, soprattutto le virgole o mancano o sono di troppo.
Segnalo anche: 
Ma quel mondo che non mi apparteneva: tolti i begli abiti, la sporcizia non se andava con un bagno profumato.
A mio parere c'è un "che" di troppo e un "ne" che manca
Trovò loro un lavoro: Jolie aveva imparato a battere a macchina su una vecchia Olivetti, Jolie era una brava ricamatrice.
Una delle due deve essere Colette.
Nella stufa c’erano ora solo braci tiepide: Colette infilò nel quaderno un foglietto, scritto con una grafia incerta:
Mi chiamo Jolie Ferod,
Non amo particolarmente i periodi con i due punti ripetuti
la scrittura, comunque, mi è piaciuta, è un bell'italiano il tuo, usato con una notevole proprietà di linguaggio.
Paletti: 
se il racconto è qui vuol dire che sono stati rispettati direbbe Lapalisse; tuttavia il genere mi sembra il paletto più debole anche in rapporto agli altri racconti fin qui letti: sicuramente non è un racconto d'azione per cui resta lo storico anche se decisamente fragile.
Gli altri ci sono con una presenza della cantina decisamente preponderante.
La storia non è niente male, l'idea delle due donne che diventano il boia privato di un giudice (che, lasciamelo dire, non ci fa una gran bella figura) è originale e interessante così come interessante mi è sembrata l'impostazione del racconto con l'alternarsi del racconto scritto da Colette e il racconto del narratore esterno.
Il problema, a mio parere, è l'eccessiva fatica richiesta al lettore, soprattutto dopo il primo stacco quando il cambio di periodo temporale non è immediato e, a un certo punto, costringe a interrompere la lettura e a tornare indietro.
Peccato perché il potenziale di questo racconto era veramente molto alto.

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Messaggio Da Resdei Mar Ott 11, 2022 10:31 pm

ciao. A fine lettura mi rimane un forte senso di tristezza.
e lasciare qualcosa in chi legge, credo sia un grande merito.
Il racconto funziona, si legge bene.

I versi iniziali, un po' magici, mi hanno ricordato l’arrivo di Mary Poppins.
Il seguito, molto bello e suggestivo, introduce in un atmosfera da incubo. 
La giustizia, quella della legge universale, non può nulla e lascia il passo a quella personale.  


Sarà giustizia o vendetta? 
Si chiede Colette e, in questo caso, poco cambia.

Piaciuto molto il titolo, con quell’ultimo verso di speranza, a richiamare l’atmosfera dei versi iniziali.
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Messaggio Da M. Mark o'Knee Mer Ott 12, 2022 12:11 am

Sono arrivato a fine lettura con una gran confusione in testa, nonostante le varie letture. È certamente colpa mia, non ho difficoltà ad ammetterlo, ma con Colette che non è Colette, Jolie che non è Jolie, strani salti temporali e diari che sembrano tutt'altro, non posso fare a meno di rimarcare l'irrazionalità diffusa che ho percepito nel racconto.
La stessa idea di base (due ragazze che, in combutta con un giudice frustrato, si fanno boia ed eseguono sentenze di morte pronunciate dallo stesso, in barba a qualunque legge o tribunale), rasenta l'assurdo. Un assurdo appena mitigato dal periodo di guerra, nel quale spesso c'è chi scompare senza che vengano aperte indagini troppo approfondite.
Lo stile ha, a tratti, un che di fiabesco, accentuato anche dall'incipit con tanto di mago, re e bella fanciulla apparsa per incanto, ma la storia, nel suo svolgimento altalenante e nel suo tragico epilogo, ha connotati difficilmente definibili.
Non ho notato errori né refusi particolari, salvo una frase nella quale compare due volte il nome Jolie mentre uno (penso il primo) doveva essere Colette.
Decisamente ambigua la figura della madre di Colette, della quale sappiamo in un primo momento che si vergognava della figlia ("persino i miei genitori non mi guardavano più negli occhi") e poi invece non esita a spingerla su una certa strada ("Hai tra le gambe un’arma. Usala se devi sopravvivere").
E tutto questo per arrivare alle rivelazioni finali: Jolie è morta a causa di una non precisata malattia e il giudice si è impiccato, probabilmente perché incapace di vivere senza di lei. Be', in effetti, i due "Si erano amati profondamente"; peccato che il lettore lo venga a scoprire giusto poche righe prima della fine e comunque solo dopo la loro morte.
Che fatica!
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Messaggio Da Susanna Gio Ott 13, 2022 12:26 am

Il titolo: mi ha fatto pensare a quei sogni che si hanno da bambini, ad es. diventare astronauta, che – se non realizzati - rimangono comunque sempre accanto a noi, restando appunto bambini. Un toccasana, qualche volta, farci una chiacchierata. I sogni di Colette, quali che siano stati, purtroppo si infrangono nella violenza subita.
È un racconto “velato”, in cui quasi si vuol mitigare la crudeltà e la crudezza sia delle vicende di Colette e Jolie, che la Storia di una parte del decennio in cui si dispiega la vicenda, “un decennio pieno di dolori e lutti si stava concludendo”.
Il racconto ha uno schema un po’ particolare, ma non inusuale.
Si esce dalla comfort zone di un testo lineare, classicamente cronologico, ma nulla vieta di “sperimentare”, anche con un racconto breve. Al pari di alcuni romanzi e film, l’avvio della trama è un evento/momento della vita del protagonista, per passare all’epilogo, ripercorrendo a ritroso quello che è accaduto nel mezzo, attraverso frammenti di ricordi che sono più che altro una visione di insieme di quello che è stato vivere e sopravvivere nel periodo dellaa guerra.

Per Colette la frase durissima della madre sarà premonitrice.
Un finale che arriva nell’ultimo giorno del ’49, dove i ricordi si intrecciano con piccoli momenti di una rinnovata normalità e con quasi un rituale (lo scrivere, la scatola con piccoli oggetti, gettare la chiave della cantina) per lasciarsi quella parte di vita alle spalle, assieme ai nomi che le due donne si erano date. Il tutto affidato a un diario che probabilmente, per l’ubicazione della cantina, nessuno troverà.
Il boia: una figura così oscura, declinata al femminile… anche qui una scelta molto forte, visto che è sempre stata una professione maschile. Anche la figura del boia appare velata: niente scene cruente (a parte i maiali…), il vero boia è Jolie – istruita dal padre – ma rimane nell’ombra, lasciando che sia Colette (fino a ora assistente) a prendersi l’ultima scena, quasi donandole il momento di giustizia mancata, forse con la speranza che l’amica trovi finalmente un po’ di pace.
Un’amicizia delicata: e per la prima volta qualcuno, Babette, pianse per me e con me.
Una giustizia che alla fine è quella vendetta che nel tempo è diventata ”giustizia” affidando IL momento ai boia, disposti per danaro a sporcarsi le mani.
Il personaggio del giudice è funzionale a quella delle protagoniste: forse eccessivo ma penso che in ogni tempo ci siano stati colpevoli  che l’hanno fatta franca e giudici che si sono dovuti piegare all’ingiustizia.
L'isola dei fagiani si è prestata bene a questa storia.
Diciamo che ce ne sono parecchie di cantine sotto quell'isolotto.


Le mie note:
Ho trovato qualche refuso, qualche verbo da aggiustare. Anche qualche virgola ballerina.
Jolie Colette aveva imparato a battere… Jolie era una brava ricamatrice. Un nome scambiato.
 
p.s. I nomi mi incuriosiscono sempre, per cui Google…:i boia richiamati dalla Penna sono esistiti davvero, proprio negli anni ’40, e la Penna ha regalato loro un momento di uscita dall’anonimato. Ma niente royalties.

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Messaggio Da ceo Gio Ott 13, 2022 7:59 am

Una bella prosa, con qualche errore di troppo nella punteggiatura. Comunque una lettura gradevole e coinvolgente. Non sono d'accordo con chi dice che non rispetti il mandato del genere: anche se non sono esplicitati personaggi o fatti realmente avvenuti, il contesto storico c'è ed è la Storia, con le sue conseguenze, a creare le motivazioni che muovono i personaggi. La Storia, con la esse maiuscola, è fatta di una rete di storie più marginali: ciò che conta è il rispetto della plausibilità. La guerra fuori dalla cantina crea i presupposti per quello che accade in cantina, ed è lecito pensare che ci fossero parecchi giustizieri in quel periodo.
Come lettore sono stato coinvolto fin dall'inizio, poi la vicenda diventa un po' confusa, ma la buona scorrevolezza e qualità della prosa compensano le mancanze. Per me è un lavoro nel complesso positivo.

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Messaggio Da SCM Gio Ott 13, 2022 3:00 pm

Ciao autore/trice,
il racconto si legge bene ma forse l'idea era più adatta a un romanzo o comunque a un racconto più lungo. I salti temporali non mi hanno aiutato a capire l'evolversi della situazione.
IL contrasto tra fiabesco e la realtà è stato un ottimo espediente per iniziare.
La fine, come ha già scritto qualcuno lascia in sospeso e aiuta a voler leggere un altro capitolo della storia.

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Messaggio Da Marcog Gio Ott 13, 2022 5:17 pm

Il racconto mi ha colpito all'inizio per lo stile, non moderno, ma adeguato al periodo storico, elegante, nonostante il tema trattato. Poi, magari per miei limiti, il diario, i salti temporali, i nomi e le vite delle protagoniste intrecciate, mi hanno confuso e complicato un pò la lettura. Tante apprezzabili idee, che forse meritano un romanzo più che un racconto. Una scrittura così elegante per me guadagna comunque punti nella classifica. Grazie.
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Messaggio Da tommybe Gio Ott 13, 2022 8:25 pm

Un racconto che accetto così com'è.
C'è bravura e genialità in alcune frasi e mi basta sommarle per dare un giudizio positivo.
Se si mostra l'anima non mi importa contare gli sbagli.
Poco fa stavo mangiando un'arancia e a ottobre non capivo se fosse una primizia o un frutto tardivo. Perché ti racconto questo autore? Perché pure la tua opera è così. Qualcosa non si capisce, ma il sapore è buono come l'arancia che ho appena mangiato. E ti abbraccio.
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Messaggio Da caipiroska Sab Ott 15, 2022 12:08 am

Ciao Autore,
di questo racconto ci sono cose che mi sono piaciute molto e altre meno: peccato davvero perchè mi piace come scrivi e le parole che scegli per raccontare la storia.
Posso dire dunque che mi è piaciuta molto la trama, ma trovo che la struttura del testo non riesca a supportarla a sufficienza: di solito apprezzo i salti temporali e le incursioni diaristiche (aiutano a far trapelare il dentro del personaggio), ma trovo che in questo racconto non siano stati inseriti bene, con il risultato di creare molta confusione in chi legge.
Mi piacciono molto le cene forti e d'impatto (e qui ce ne sono di molto interessanti), ma l'uso della punteggiatura lascia un pò a desiderare, tanto da sminuire il senso di molte frasi.
Queste virgole, per esempio, sono sbagliate:
Trovai ben poco da lavorare, dopo, e c’era sempre qualcuno che raccontava 


Mi è sembrato di capire che il diario venga scritto in una ipotetica sera dell'ultimo dell'anno, ma senza specificare l'anno. In questo frangente non è ben chiaro cosa succeda intorno a Colette quando scrive, poichè in alcuni momenti la troviamo in attesa del capodanno, in altri compie azioni diverse in periodi diversi (non so se mi sono spiegata...). Questo frangente mi ha creato confusione.
Un racconto che ha quindi un buon contenuto, ma forma e struttura non lo supportano a dovere.
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Messaggio Da Midgardsormr Mar Ott 18, 2022 5:19 pm

Ciao autore.

Parto con il dire che, dove altri nostri colleghi hanno trovato fatica a leggere, io ci ho sguazzato. Sarà che abbiamo la stessa testa piena zeppa di cose e quando scriviamo ci viene la graforrea ( che non esiste come parola credo, ma l'ha coniata il nostro pres quando aveva visto quanto scrivevo )
Va da sé che il racconto a me piace e non poco, mi è andato via bello liscio già dalla prima lettura, ma alla seconda ho trovato dei particolari che mi erano sfuggiti e mi sono piaciuti.
Il titolo è azzeccato, così come il finale. Scopriamo solo alla fine che si erano tanto amati? Bene.
I refusi già te li hanno segnalati e, come per me, vale la regola del rileggerlo mille e una volta.

Grazie della prova, a rileggerci.

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A Susanna garba questo messaggio

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Messaggio Da Akimizu Mer Ott 19, 2022 12:47 pm

Ciao autore. Innanzitutto complimenti, davvero, per il bellissimo stile che hai e per come sai scegliere le parole e metterle una in fila all'altra. La lettura del tuo racconto è stata un'esperienza bellissima. Devo riconoscere comunque che ci sono diverse imperfezioni, non formali (a parte qualche punteggiatura), ma strutturali sì. Ti hanno già fatto notare il tutto, ma sono sicuro che molta della "confusione" e la scelta di saltare gli anni a piè pari e di alternare la forma diario al racconto sia dovuta all'aver dovuto comprimere il testo. Insomma, è un lavoro che ha bisogno di molta molta molta più aria. Sono sicuro ad esempio che il personaggio di Colette avesse tanto altro da dire, la sua psicologia, per lo spessore della sua storia, avrebbe bisogno di essere scandagliata e spiegata meglio. Certo, quando leggo di boia, ho il cattivo vizio di pensare sempre all'opera di Mo Yan, al Supplizio del legno di sandalo, e quindi capire i motivi, i perché, spiare nel cervello del carnefice, diventa una necessità. Senza, si perde un po', ecco, tutto rimane sul filo, poco comprensibile da parte di chi è così lontano da certe idee di "giustizia". Comunque ripeto, per me è un lavoro splendido, che va dritto nella cinquina.
A rileggerci!
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Messaggio Da Asbottino Gio Ott 20, 2022 11:19 am

Niente da dire sulla scrittura. Potente, evocativa, ispirata. Credo di intravedere una mano femminile, ma potrei sbagliarmi. Ma qualunque sia la mano è davvero delicata, poetica, ma anche realista. A livello microscopico il racconto è davvero splendido. Ovviamente i suoi problemi, e non sono l'ultimo a farli notare, sono a livello macroscopico. La gestione della trama non è all'altezza della scrittura. E così se il racconto guardato da molto vicino è perfetto, quando ci si allontana e si cerca di guardarlo nella sua interezza diventa un po' una macchia confusa: tempi, personaggi, nomi, situazioni. Deve essere tutto chiaro nella tua testa, ne sono certo, ma non basta. Deve essere chiaro nella nostra.
Poi non voglio e non credo sia giusto penalizzarlo troppo con questo giudizio, però non credo sia nemmeno una questione di lettura più o meno attenta, di scrittura che chiede molto al lettore. La scrittura in sé da molto e non chiede nulla in cambio, ma la frammentazione è innegabile ed è sicuramente un ostacolo per godere della qualità del brano.
Altro punto su cui è comunque vincente sono i paletti. Va detto che rispetto ad altri step la cantina non è sfuggita quasi a nessuno, per quello che ho letto fin ora. Forse più che stanza di una casa è quasi un luogo a parte. Un posto dove nascondere verità, passati più o meno da dimenticare. Nascosto alla vista. Oltretutto è collocato in basso, quindi c'è sempre un movimento di discesa, anche nelle storie, un inabissarsi dei personaggi in una parte di loro fatta di segreti da custodire, ricordi da difendere, colpe da espiare.
Tutto questo ha sicuramente ispirato molto. E questo racconto vive di ispirazione, al punto tale che resta un'esperienza di lettura davvero soddisfacente anche se confusa. Una colpa che gli si può perdonare.

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Messaggio Da Mac Gio Ott 20, 2022 2:18 pm

Una scrittura che trascina, un linguaggio potente, ogni parola studiata per dare enfasi al momento.
Ho letto il tuo racconto tutto di un fiato, incespicandomi solo in un paio di punti che poi ti dirò, ma la storia mi aveva preso e ho proseguito.
Sono una fan del "deve piacermi alla prima lettura" e il tuo racconto lo ha fatto.
Tuttavia alcuni punti mi sono risultati ostici. 
Babette che diventa Jolie che non capisco (se non alla fine) chi è per Gerard.
Anche l'uso della lettura del diario come mezzo per i flashback, non è stata automatica.
Sicuramente un racconto che va aggiustato in alcuni punti e nella punteggiatura, ma la trama è belle e poi finalmente un BOIA al femminile (ti confido che nel racconto che avevo iniziato, ma che non avevo finito ero proprio partita da qua).
I paletti ci sono: cantina, boia e periodo calzano a pennello. Sul genere, anche io trovo delle fragilità.
In sostanza un buon racconto.
grazie
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Messaggio Da Fante Scelto Lun Ott 24, 2022 10:23 am

Ciao autore, il tuo racconto mi ha colpito per la sua forza espressiva ma tanto confuso per tutta una serie di motivi già ampiamente espressi dai commentatori precedenti: tempi storici che ballano, nomi che cambiano, scene e dettagli che poco aggiungono al senso della storia (come la prima scena dell'arrivo di Colette e il suo giro al negozio: è scritta in un modo narrativo diverso da quello raccontato del resto della narrazione).
In più ci sono almeno un paio di frasi, in momenti cruciali, che, per come sono scritte, mi hanno ingenerato dei quiproquo.
Ad esempio: "Quel giorno nacquero Colette e Jolie, con le loro false vite passate.
Quel giorno io e Jolie diventammo i boia segreti del giudice."
Io ho capito che avessero assassinato il giudice. Non si sa perché né per come. 
Poi, continuando a leggere, si capisce che il senso è un altro, ma lì per lì è spiazzante.



Al di là di tutto, è proprio l'impianto narrativo a non avermi convinto, e qui mi riaggancio al discorso del paletto di genere.
Un racconto storico non è tale perché include personalità storiche o perché è ambientato in un contesto diverso dalla contemporaneità.
L'elemento portante dovrebbe essere il ricreare fedelmente atmosfere, modi e contesti relativi a un periodo storico ben definito.
Qui questo elemento manca.
Siamo negli anni '40 solo per via dei cenni che vengono fatti alla situazione politica, ma il tutto non ha grande peso nell'economia del racconto.
Non c'è nulla che faccia vivere l'atmosfera di quegli anni, a parte la povertà diffusa che però non è certo un elemento specifico e inequivocabile. Anzi, il focus della storia è incentrato su un tema marginalissimo e persino poco realistico.
Questo mi ha sicuramente influenzato nel giudizio complessivo.



Poi c'è il discorso del titolo. Questi sogni d'infanzia cui il titolo riferisce, menzionati con forza anche nel finale, non trovano un vero riscontro nella storia stessa, a parte forse l'equivoca frase iniziale.
Immagino che siano una sorta di riferimento all'innocenza perduta di Colette a causa delle violenze sessuali, ma mi aspettavo che fossero un tema ricorrente nella narrazione. 
Invece non ce n'è quasi traccia.

Sullo stile invece nulla da dire. Scrivi bene e si vede, anzi si legge.
Al di là della confusione formale e di alcuni refusi spiacevoli, il resto funziona. Funziona e colpisce.
Peccato la tanta confusione e la poca aderenza storico/realistica, che purtroppo abbassano, per il mio sentire, la valutazione finale.
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Messaggio Da CharAznable Lun Ott 24, 2022 3:01 pm

Il racconto mi è piaciuto molto, anche se necessita di diverse letture per capire i vari passaggi. Interessanti i personaggi e la vicenda narrata, il tutto condito con quella patina agrodolce che racchiude il tutto come in una nebbiolina che ti lascia intravedere solo qualcosa di tutta la vicenda.
Forse non è storico al 100%, anche se l'ambientazione c'è ed è portante.
Un buon lavoro.
Complimenti
Grazie

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Messaggio Da Achillu Mar Ott 25, 2022 4:21 pm

Ciao Aut-

Il racconto inizia molto bene. Dialoghi, scene ben mostrate. Mi ha incuriosito molto. Poi però inizia la parte narrata, il diario di Colette e (mi dispiace) purtroppo è caduta tutta l'impalcatura.
Il racconto fuori dalla stesura del diario purtroppo non decolla; resta vago e si racconta che... ma non vedo le due boia in azione se non in piccole scenette di contorno.
Ti posso assicurare che sotto un'isola fluviale di tipo sedimentale a pochi passi dall'oceano non puoi scavare una cantina, comunque concedo il dubbio.
Ti segnalo "Jolie aveva imparato a battere a macchina su una vecchia Olivetti, Jolie era una brava ricamatrice" la prima Jolie dovrebbe essere Colette, perché qualche riga prima era Jolie che dettava e Colette che batteva a macchina.
Per quanto riguarda il tema di fondo, ossia che la guerra si combatte sul corpo delle donne, dieci e lode; sono un femminista (poco praticante, in realtà) e sono molto sensibile a questi argomenti.
Non riesco a inquadrare il genere. Azione non è, quindi è stato classificato come storico ma di storico secondo i miei gusti c'è molto poco. Benissimo gli anni 1940, bene la boia (addirittura due), marginale l'Isola dei Fagiani.

Grazie e alla prossima.


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