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Messaggio Da Different Staff Lun Ott 03, 2022 11:41 am

«Ma tu chi sei?»
Era strettamente legato a una scomoda sedia in ferro arrugginito e tutto il suo corpo nudo pulsava di dolore. Colui che si trovava dall’altra parte di quella luce accecante sparatagli in faccia, gli aveva appena tolto dalla bocca l’orribile straccio puzzolente che lo stava soffocando, permettendogli finalmente di parlare.
Si ricordava di un giovane robusto che l’aveva avvicinato con una scusa all’uscita del suo appartamento, poi più nulla fino a quando si era risvegliato nel buio più completo e aveva perso la sensazione del tempo. Ora però aveva capito di trovarsi in una maledetta cantina, insozzato con la propria urina e i suoi stessi escrementi. La puzza però non gli dava fastidio. Forse per quella poca sensibilità d’olfatto che si trascinava fin dalla giovane età. Un problema che per lui era stato una fortuna ma non era il momento dei ricordi: ora era alla mercé di quello psicopatico.
«Ma tu chi sei?» Chiese nuovamente a fatica per la bocca riarsa dalla sete.
«Sono uno di quelli che tu hai ucciso ghignando.»
«Io non ho ucciso proprio nessuno!»
«Non credo che tu mi possa mentire Herr Hauptscharführer Lorenz Hackenholt o magari preferisci il tuo più affettuoso soprannome di Hacko?»
«Ti confondi con qualcun altro. Io sono Guillermo Gutiérrez e vivo qui a Salta sin dal ‘45. Sono nato nel ’14 a Buenos Aires. Lavoro come meccanico specializzato. Se vuoi puoi chiedere al garage dove presto servizio. Non parlo nemmeno tedesco. Non sono io quel tuo Lorenz e poi tu chi cazzo sei? Come fai a essere stato ucciso da me se…» s’interruppe per la terribile arsura che lo tormentava e allora aggiunse, senza grande speranza, «posso avere dell’acqua?»
«No! Ma visto che non ti ricordi, ti faccio fare io un passo indietro nel tempo. Agosto 1942. Io sono figlio di un ricco commerciante in stoffe a Lublino e ho quasi trent’anni. Mi chiamo Yehuda Pacanowski. Ho una moglie chiamata Agnés e un figlio di tre anni, Samuel. Siamo ebrei e fino a quel momento siamo sfuggiti alla cattura prevista dalla vostra “Aktion Reinhard” per la sterminazione delle razze inferiori. Fino alla denuncia di un vicino vigliacco, avevamo vissuto bene sotto false identità. Come vedi anch’io sono stato capace di cambiare nome.»
«Non conosco né te né la tua famiglia! Che cazzo c’entro io…» un colpo di bastone sui genitali lo fece ammutolire per il tremendo dolore.
«Taci o ti rimetto il bavaglio inzuppato nel tuo piscio…» non ci fu alcun suono intelligibile e allora continuò «Ci hanno divisi alla stazione ferroviaria della nostra città. Mia moglie, con Samuel, su di un carro bestiame con altre donne e bambini, io su uno per gli uomini. Eravamo stipati in moltissimi, in piedi, uno stretto contro l’altro, in quel vagone senza servizi igienici né alcuna forma di ristoro. Un viaggio tremendo che non sembrava terminare mai. Il treno aveva sostato a lungo anche in altre stazioni, di cui però non riuscii a scorgere il nome. I più deboli, in tutto il convoglio di quasi cinquanta vagoni, morirono soffocati ma, fino all’ultima fermata, allo scorrimento delle porte per farci scendere, nessuno se ne accorse. Senza più il sostegno dei sopravvissuti che scendevano, i corpi s’accasciarono sul pavimento dei carri. Quando smontai lessi il nome del villaggio d’arrivo: Bełżec. Fu proprio allora che ti notai. Ti ho visto benissimo e il tuo viso è rimasto per sempre stampato ben nitido nella mia memoria. Ci guardavi sogghignando seduto ai comandi di uno scavatore meccanico. Fosti tu stesso a ordinare di accatastare sulla sua pala i cadaveri del mio vagone, il primo dietro la locomotiva. Probabile non fossero proprio tutti morti ma tu te ne fregasti alla grande e ti spostasti verso il vagone seguente fino quando non completasti l’orrendo carico e partisti verso quella che, in seguito, fu scoperta essere una della trentatré fosse comuni del campo.»
Scrutò in viso la sua vittima. Gli era parso di vederle lo stesso sogghigno d’allora. Probabilmente gli aveva ricordato qualcosa di piacevole. Poi lo udì dire con voce sommessa: «Non ero io. Non so nemmeno dove sia quel Bełżec.»
«Eri proprio tu. Te l’ho detto che ho la tua brutta faccia stampata in memoria ed è la stessa di ora. Sei anche bravissimo. Bella pronuncia tedesca! Peccato che in polacco sia “Belzez”, come te l’ho detto io e non “Belzec” come l’hai pronunciato tu.»
Ruotò una manopola che, attraverso due cavi già collegati con delle pinze agli alluci di ogni piede dell’uomo, gli spedì una violenta scossa facendolo contorcere, per quello che poteva, tra le ruvide corde che lo trattenevano alla sedia.
Yehuda tolse corrente solo quando lo vide rovesciarsi al suolo, con tutta la sedia, nella propria pozza d’urina ed escrementi.
Il ghigno era sparito sostituito da una smorfia di dolore. Gli occhi erano rovesciati all’indietro ma il suo prigioniero respirava ancora.
Con veemenza lo sollevò da terra risistemando la sedia come prima della caduta e continuò.
«Ti si è rinfrescata la memoria? Maledetto assassino. Almeno ti ricorderai il “Campo I”? Sì vero? È proprio dove, una volta svuotati i vagoni, ci conduceste in un capannone invitandoci a spogliarci nudi, al fine d’eliminare i nostri sporchi indumenti. In seguito ci saremmo dovuti sottoporre a una tiepida doccia che ci avrebbe ripuliti, prima di farci rivestire con abiti nuovi. Infine saremmo stati accompagnati in mensa a ristorarci con una bella zuppa calda. Tutto ciò ben descritto da una voce suadente che scaturiva dagli altoparlanti, accompagnata da un sottofondo di musica da camera. Bastardi!»
«E cosa c’entro io in tutto questo?» Si lamentò sbavando l’uomo sulla sedia.
La risposta gli arrivò da una grossa tenaglia che improvvisamente gli strappò dalla carne l’unghia del mignolo della mano destra. Il dolore folgorante fu prolungato dall’estrazione violenta delle unghie di tutte le altre dita. Il sangue iniziò a colare andando a confondersi nella disgustosa pozza già formatasi sul pavimento.
Un continuo straziante gemito accompagnò tutto il tempo di quell’atroce operazione. Alla fine l’uomo reclinò il capo sul petto e il lamento cessò.
Quel suono penoso riprese quando una nuova leggera scossa lo riportò di colpo alla sua miseranda realtà e all’ascolto della voce del suo carnefice.
«Tu c’entri parecchio, sadico maiale. Mentre noi percorrevamo, correndo completamente nudi, quel corridoio, delimitato da grossi rotoli di filo spinato camuffati da siepi, che ci avrebbe portato, come diceva uno dei tanti cartelli, al “Campo II”, ti vidi intento a cercare di far partire un recalcitrante motore diesel montato su di una carcassa di carrarmato. Meccanico allora come adesso! Neanche il mestiere hai cambiato. Come non hai cambiato neppure il tuo anno di nascita! Sei proprio un cretino!»
Non ci fu risposta. Solo quel prolungato gemito che usciva bavoso da quella bocca che, malgrado l’acuta sofferenza, sembrava ancora sogghignare.
«Questo però te lo devi ricordare per forza.»
Prima d’iniziare con un nuovo tentativo di cavargli un’ammissione, gli staccò gli elettrodi dagli alluci e gli strinse le due pinze sui capezzoli. Lo voleva attento.
La manopola girata a metà fece sobbalzare il corpo senza però provocare la reazione eccessiva della prima scarica. Gli occhi si riaprirono e la bocca si richiuse cessando il lamento.
Ottenuta la voluta attenzione Yehuda continuò:
«Anche se camuffato con rami d’albero, l’enorme tubo di scarico del tuo diesel era collegato a un capannone identificato da un cartello con su scritto: “Hackenholt Stiftung”. Magari era solo il tuo orrendo senso dell’umore o forse il tuo immenso stupido ego, che ti aveva spinto a indicare col tuo stesso nome quella ingannevole fondazione. Sadico come sei, ti eri anche divertito a disegnare una rassicurante Stella di Davide al disopra di quel cartello. Era così che davi il tuo ripugnante beffardo benvenuto alla nostra sterminazione. Vediamo se ti viene ancora da ridere, brutto pezzo di merda?»
Gli occhi del prigioniero erano quasi fuori dalle orbite e roteavano in ogni direzione per sfuggire alla luce accecante della lampada o forse per guardarsi intorno in cerca di una probabile via di fuga.
«Son certo che non ti ricorderai neanche della squadra Sonderkommando. Vero?»
«Non…so…neppure…» le tre parole uscirono quasi intelligibili da quella bocca che finalmente sembrava aver perso il suo sorriso beffardo per ridursi a una sottile linea rossastra.
«Sei proprio un testardo di tedesco. Sotto il tuo comando, o quello dell’altro porco che comandava il campo, ordinavate agli ebrei componenti quella squadra di estrarre i denti d’oro dai cadaveri. Certo non ricordi nemmeno quando mostravi con orgoglio un grande vaso in vetro che li conteneva. Sorridevate, tu e l’altra bestia, al vostro macabro bottino. Ma ora…»
Yehuda uscì dal cono d’ombra e, avvicinandosi alla sua preda, con poco sforzo riuscì a ficcargli in bocca un divaricatore ma, quando s’apprestava a strappargli con una tenaglia qualche dente d’oro, si sentì defraudato da quell’uomo che li aveva tutti sani.
«Peggio per te povero idiota! Te li strappo tutti, uno a uno.» La sua voce non s’interruppe nemmeno durante tutto il tempo degli espianti che furono accompagnati da una specie di continuo uggiolio da parte del suo suppliziato.
«Avevi talmente tanto materiale umano che, dopo poco tempo, eliminavi, sostituendoli coi nuovi arrivi, anche tutti gli ebrei del Sonderkommando, gassificandoli nello stesso bus che li portava al loro macabro lavoro. La stessa sorte la subivano pure le donne che lavoravano nei vostri uffici o che servivano a soddisfare qualsiasi aberrazione sessuale di voi brutti spietati porci di SS. Son certo che così accadde anche per la mia Agnés. Gassificata nel bus che tu stesso avevi inventato apposta per chi avrebbe cooperato con voi. Lei era molto bella e voi... E che fine avete fatto fare a Samuel? Aveva solo tre anni. Gassificato con tutti gli altri bambini. Una “doccia” particolare solo per loro! Perché voi eravate specialisti anche in questo. Figli bastardi di gran puttana!» Yehuda gridò tutta la sua rabbia a quel pensiero, sulla fine della sua famiglia, che lo tormentava sin da quando aveva scoperto di essere ancora vivo.
«Io…» cercò di replicare l’uomo ma il solito straccio lo colpì in faccia con violenza mettendolo subito a tacere. Poi se lo sentì avviluppare stretto intorno al viso fin quasi a soffocarlo.
Fu liberato dopo un tempo che gli parve interminabile e iniziò a tossire dolorosamente fino a quando non riuscì a riprendere fiato quasi normalmente.
«Non riesci a respirare, brutto bastardo d’un tedesco! Pensa a quelle più di cinquecentomila persone che hai gassificato a Bełżec e che sono morte sotto atroci sofferenze. Inalavano il gas di scarico del tuo fottuto diesel mentre i loro polmoni cercavano disperatamente aria. Ogni respiro li portava alla morte. Vi bastavano trenta minuti per uccidere le oltre seimila persone portate da ogni treno. Tutte stipate in un capannone, nude, con le braccia alzate per occupare meno spazio possibile e permettere così a voi, implacabili iene, di completare il vostro piano di sterminio di massa. Trenta minuti normali e noiosi per voi ma lunghissimi e strazianti per loro. Ma tu te ne freghi! Non hai mai provato alcuna pietà!»
Gli riavvolse lo straccio intorno al viso ma non appena si accorse che l’uomo stava per svenire glielo tolse. Non voleva che morisse così! Desiderava solo fargli capire cosa significasse soffocare.
«Ancora non ti ho detto come sono fuggito dal tuo mattatoio.» Ora Yehuda parlava con molta calma.
L’uomo, persa ogni forza, teneva di nuovo il capo reclinato sul petto.
«Vorrei che tu mi ascoltassi.» E lo colpì in viso, usando come una frusta il puzzolente straccio. La reazione ci fu ma non quella che s’aspettava.
«Non…sono…tedesco.» Biascicò il prigioniero sputando sangue tra le poche parole.
«Certo, come no? Ma ascolta della mia fuga. Son sicuro che ti farà piacere sapere che non tutti sono morti…» chissà se quest’idiota riconosce il sarcasmo, pensò prima d’iniziare la sua storia «Sono uscito da quelle che voi chiamavate docce come se fossi in coma. Ero ancora vivo, anche se il mio respiro, a un occhio distratto, non si notava proprio. I “dentisti”, dopo un rapido sguardo nella mia bocca, non vedendo nulla di luccicante, mi scaraventarono sul mucchio di corpi già lì sul tuo scavatore. Fosti tu a trasportarci a una fossa piena quasi fino all’orlo di cadaveri già mezzo putrefatti. Ribaltato dalla pala, finii in un angolo dello scavo, proprio in cima a quella nauseabonda catasta. Fui ricoperto di terra ma il mio debole respiro trovò abbastanza aria che filtrava da un angolo quasi libero. Un lavoro maldestro dei Sonderkommando. Un’incredibile fortuna per me. Il gas della putrefazione già in atto, tentando di uscire dalla fossa, durante la notte, spinse verso l’alto la catasta dei cadaveri e così mi ritrovai libero.»
«Ver…vicsa»
A Yehuda sembrò che l’uomo avesse imprecato qualcosa in tedesco ma le parole erano talmente biascicate che avrebbe potuto essere anche spagnolo. Continuò con la sua storia.
«Era quasi l’alba e faceva freddo. Ero nudo come un verme e, come tale, strisciai per terra fino a trovarmi fuori dal campo di concentramento. Non c’era alcuna sentinella. Eravate talmente sicuri che nessuno potesse scappare! Ovvio! Buttati giù dai vagoni, tranne quei pochi che vi servivano per i vostri sporchi affari, venivamo immediatamente gassificati e sepolti! C’era solo quell’inconveniente che a me ha salvato la vita. Ma, quei corpi che tornavano in superficie, li seppellivate appena possibile in un’altra fossa. Problema risolto. Non c’erano baracche dove dormire, mense dove mangiare, lavori forzati da farci fare. Nulla di tutto ciò! Trasporto, gassificazione e immediata sepoltura. Il massimo dell’efficienza per la quale avete sempre goduto di un’ottima fama.»
L’uomo sulla sedia non ebbe nessuna reazione. Yehuda però non aveva finito. Voleva terminare la sua storia e alla sua maniera.
«Ho trovato dei vestiti in una casupola abbandonata poi mi son nascosto sullo stesso treno che m’aveva portato alle soglie dell’inferno e che questa volta, completamente vuoto, mi ha riportato a casa, a Lublino. Da lì, te la faccio breve, dopo il tempo necessario per recuperare tutti i miei averi, son riuscito a raggiungere Tel Aviv dove son rimasto tranquillo per tre anni. In quel periodo ho conosciuto Ben Gurion che stava organizzando il nuovo Stato d’Israele e che, conosciuta la mia storia, mi ha introdotto presso alcuni agenti segreti che mi hanno indirizzato sulle tue tracce. Ti conoscevano e sapevano che eri appena riuscito a fuggire dalla Polonia e che, tramite la vaticana “via dei conventi”, eri arrivato in Argentina. Mi hanno pure raccontato come abbiate cercato di nascondere le tracce del vostro operato, disseppellendo dalle fosse tutti i cadaveri per bruciarli su abominevoli roghi. Questa volta però avevate dovuto agire voi personalmente. Tutti i vostri forzati cooperanti li avevate già uccisi col gas. Ho seguito le tue tracce per quasi quattro anni fino a ritrovarti qui a Salta.»
«Io…» un terribile pugno guantato gli tolse ogni velleità di spiegazione.
«Tu. Niente! Sei anche stupido!» Gli buttò in viso un paio di fogli «Queste sono due lettere, da me intercettate, che avresti dovuto ricevere da tuoi commilitoni. Pensa che ti volevano come ospite d’onore a una vostra riunione di ex-gerarchi a Buenos Aires. Anche loro sono stupidi come te. Ti chiamano Hauptscharführer e fanno il tuo nome e cognome. Così mi hanno confermato ancor più la tua identità. Senza contare che, come ti ho detto, ti avevo visto di persona al mio arrivo al campo e che t’avevo pure riconosciuto in alcune foto mostratemi dai miei amici israeliani. Perciò non me ne frega proprio niente che tu ammetta il vero tuo essere. Fai pure lo sprezzante ma ti aspetta un’ultima sorpresa.»
Gli staccò gli elettrodi dai capezzoli, non senza prima avergli dato un’ultima scossa per farlo uscire da quella morte apparente poi, presa una piccola tanica di benzina, rovesciò tutto il liquido su quel corpo che, al contatto, cercò di divincolarsi dalle ruvide corde ormai penetrategli nella carne.
La cantina era piccola e senza finestre. Con la porta in ferro chiusa, il fuoco si sarebbe spento da solo per mancanza di materia prima e d’ossigeno.
Mise in un borsone di tela gli attrezzi e la batteria che aveva fornito corrente agli elettrodi e se lo mise a tracolla. Prima d’uscire, guardò il suo prigioniero per un’ultima volta. Con quella bocca raggrinzita priva di denti pareva invecchiato di colpo e tutta la spavalderia sembrava essersi dileguata. Avrebbe fatto pena a chiunque. Non a lui però! Accese un fiammifero gettandolo con tutta la scatola sul corpo di quello ch’era stato uno spietato boia.
L’urlo dell’uomo, causato dal dolore lancinante delle fiamme che gli penetravano le carni, lo seguì per qualche tempo anche al di là della porta chiusa.
Attese quasi mezz’ora prima di riaprirla.
Il freddo del corridoio si precipitò nella piccola cantina scacciando il torrido fumo puzzolente di carne bruciata.
Il corpo era consumato dal fuoco con qualche brandello di carne ancora attaccato alle ossa. Libero dalle corde giaceva a terra annerito e contorto.
Yehuda gli schiacciò il cranio con un grosso martello poi ridusse anche il resto delle ossa in piccoli pezzi. Li divise infine in quattro mucchi che mise in altrettanti borsoni di tela marrone.
Avrebbe preso il treno Transandino Argentino che però i primi viaggiatori avevano già soprannominato “Tren a la nubes” per il suo ardito percorso che sfiorava i quattromila metri. Da circa un anno partiva proprio da Salta inerpicandosi, fino ad Antofagasta, per viadotti e montagne. Da lassù, forse in un paio di viaggi, si sarebbe disfatto di quelle borse, scagliandole in qualche tratto di terreno brullo e deserto.
Sapeva che la vendetta non avrebbe chiuso le profonde ferite della sua anima ma si sentiva soddisfatto d’aver eliminato quell’ignobile essere che altrimenti sarebbe sfuggito per sempre alla giustizia terrena.
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Messaggio Da Byron.RN Mar Ott 04, 2022 2:53 pm

L'impostazione di questo racconto mi lascia piuttosto dubbioso.
Secondo me la scelta non è risultata vincente.
Ti dico questo perché durante la lettura ho avvertito una sorta di effetto recita.
Sì, il tuo protagonista non lo sentivo vero, mi ha dato l'idea di un attore che stesse recitando un dramma, rivolgendosi a una platea.
Questo continuo chiedere, volere rievocare, riassumere eventi tanto drammatici, depotenzia notevolmente la carica di quegli eventi.
Si crea quello schermo, quel filtro tra narratore e lettore che non è mai una cosa buona, perché quest'ultimo non riesce a provare quel pathos, quella partecipazione indispensabile per riuscire a vivere fatti e personaggi con trasporto assoluto.
Io avrei fatto scelte più funzionali, magari con degli stacchi, per farci vivere direttamente quei fatti che invece qui sono soltanto riportati a voce dal tuo protagonista.
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Messaggio Da ImaGiraffe Mer Ott 05, 2022 9:42 am

Mi dispiace ma questo racconto, per me, non ha fatto centro.
È troppo lungo, didascalico, spiegato e manca totalmente di energia cinetica.
I fatti che vengono rievocati lì conosciamo tutti molto bene. Sono stati raccontati dagli stessi protagonisti e in molte altre opere letterarie. Questo non lì rende meno atroci e d'impatto.
In questo racconto si da molto spazio alla rievocazione, quasi maniacale, dei fatti. Sembra una lunga pagina di storia, senza emozioni. Mi sono sentito totalmente scollato dal testo. 
Quello che di bello c'è viene soffocato da queste parti.
tutte le fasi della tortura se lette da sole (io l'ho fatto) hanno una potenza di fuoco ma purtroppo vengono disinnescate da tutto il resto. 
Se avessi sfrondato le parti raccontate concentrati sulla tortura sicuramente il testo avrebbe avuto un gradissimo impatto. 
Stilisticamente poi è veramente poco accattivante vai pochissimo a capo e il rischio "muro di parole" è altissimo.
Ultimissime considerazioni. 
Il treno. ecco, il treno non è che sia molto centrale mi piace come lo hai usato alla fine ma non mi sembra funzionale al racconto.
In conclusione, il racconto non mi ha convinto ma ci sono degli spunti importanti per migliorare. 
Grazie.

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Un caloroso benvenuto alle persone giunte fino a noi dal futuro. 

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Messaggio Da Petunia Mer Ott 05, 2022 6:47 pm

Un racconto per stomaci forti.
Al di là della tortura che sei riuscito, autor@, a farmi vivere sulla pelle attraverso le descrizioni raccapriccianti, il passaggio che mi ha colpito maggiormente è la modalità di fuga. Geniale e asfissiante…

Sono uscito da quelle che voi chiamavate docce come se fossi in coma. Ero ancora vivo, anche se il mio respiro, a un occhio distratto, non si notava proprio. I “dentisti”, dopo un rapido sguardo nella mia bocca, non vedendo nulla di luccicante, mi scaraventarono sul mucchio di corpi già lì sul tuo scavatore. Fosti tu a trasportarci a una fossa piena quasi fino all’orlo di cadaveri già mezzo putrefatti. Ribaltato dalla pala, finii in un angolo dello scavo, proprio in cima a quella nauseabonda catasta. Fui ricoperto di terra ma il mio debole respiro trovò abbastanza aria che filtrava da un angolo quasi libero. Un lavoro maldestro dei Sonderkommando. Un’incredibile fortuna per me. Il gas della putrefazione già in atto, tentando di uscire dalla fossa, durante la notte, spinse verso l’alto la catasta dei cadaveri e così mi ritrovai libero.»

Azzeccatissimo il titolo. La vittima sembra aver superato la crudeltà del boia nazista diventando a sua volta un boia.
Il racconto è denso di immagini ahimè note ma che è bene mantenere vive nella memoria di tutti in tutta la loro orrenda realtà.
Quello che racconti non è frutto di fantasia, è davvero accaduto e forse anche peggio di così.
Mi è piaciuta la scelta di disfarsi del cadavere gettandolo “a rate” da migliaia di metri di altezza. 
La cantina c’è eccome, il racconto più storico di così non si può, di boia ce ne sono due e il treno delle nubi appare proprio il mezzo più adatto per compiere la vendetta fino in fondo.
Brav@

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Messaggio Da Resdei Gio Ott 06, 2022 5:11 pm

ciao
Racconto raccapricciante, duro e crudo.
la vittima, assetata di vendetta, diventa a sua volta carnefice.
la narrazione è spietata, il linguaggio adeguato alla situazione. 
mi sembrano poco caratterizzati i personaggi, come se tu volessi occuparti più del "peccato" che del "peccatore".
buona l'atmosfera horror.
i paletti mi sembrano rispettati con naturalezza.
nel complesso un buon lavoro.
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Messaggio Da Antonio Borghesi Gio Ott 06, 2022 7:13 pm

Sei il mio quinto boia che viene ritrovato però questa volta ucciso dopo innumerevoli torture. Ha qualche pregio e qualche difetto. Il pregio te l'ho già detto. Il difetto è la sua lunghezza. Avresti potuto sfrondarlo di qualche notizia già risaputa. Letto comunque fino in fondo con interesse.
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Messaggio Da Danilo Nucci Ven Ott 07, 2022 3:17 pm

Lettura “piacevole”, vorrei dire, se l’aggettivo non stridesse con la componente horror-splatter che qui assume una funzione preponderante rispetto al genere storico che rimane un po’ in sottofondo. Ho trovato tutto il brano comunque molto coinvolgente, anche nelle scene più crude e per questo non posso che farti i complimenti.
L’elemento storico c’è, come gli anni ’40, la cantina e il Treno delle nuvole che hai saputo inserire all’ultimo tuffo come mezzo per sbarazzarsi dei frammenti del nemico.
Quanto al boia, in effetti come dice il titolo ce ne sono due. In questo ho intravisto anche un giudizio morale, una specie di condanna per chi persegue il cammino dell’occhio per occhio, trasformandosi da vittima in carnefice. Per fortuna, nella realtà delle cose, si è cercato soprattutto di portare davanti a un tribunale i criminali nazisti, senza vendette personali, spesso, come in questo caso, disumanizzanti.
A un certo punto mi ero fatto perfino l’idea di essere in presenza di un colossale errore e che non fosse lui il colpevole di tante nefandezze. In fondo sarebbe stata la giusta punizione per un comportamento così bestiale nel compimento della propria vendetta.
In conclusione, un brano che mi ha fatto riflettere e che terrò ben presente nel mio giudizio.

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Messaggio Da Arianna 2016 Lun Ott 10, 2022 12:26 am

Il racconto ha un contenuto crudo e violento, impressionante, a tinte forti.
Lo stile tenta quindi di adeguarsi al contenuto ma, in questo caso, spesso “il troppo stroppia”, nel senso che il linguaggio iperbolico, paradossalmente, abbassa la tensione, crea un effetto a tratti artificioso. L’iterazione di alcuni particolari (ad esempio lo straccio puzzolente di urina, la pozza di urina ed escrementi), che vorrebbe rafforzare l’emozione, suona eccessiva.
L’obiettivo, nell’utilizzare il discorso diretto, sarebbe quello di fare immergere il lettore nella situazione, ma l’intento viene spesso vanificato dal ricorso continuo a una narrazione che è una dettagliata spiegazione per il lettore.
 
Credo che questo racconto abbia ottime potenzialità e trarrebbe grande giovamento da una corposa sfoltitura.
Solo per farti un esempio di cosa intendo:

«posso avere dell’acqua?»
«No! Ma visto che non ti ricordi, ti faccio fare io un passo indietro nel tempo. Agosto 1942. Io sono figlio di un ricco commerciante in stoffe a Lublino e ho quasi trent’anni. Mi chiamo Yehuda Pacanowski. Ho una moglie chiamata Agnés e un figlio di tre anni, Samuel. Siamo ebrei e fino a quel momento siamo sfuggiti alla cattura prevista dalla vostra “Aktion Reinhard” per la sterminazione delle razze inferiori. Fino alla denuncia di un vicino vigliacco, avevamo vissuto bene sotto false identità. Come vedi anch’io sono stato capace di cambiare nome.»
«Non conosco né te né la tua famiglia! Che cazzo c’entro io…» un colpo di bastone sui genitali lo fece ammutolire per il tremendo dolore.
«Taci o ti rimetto il bavaglio inzuppato nel tuo piscio…» non ci fu alcun suono intelligibile e allora continuò «Ci hanno divisi alla stazione ferroviaria della nostra città. Mia moglie, con Samuel, su di un carro bestiame con altre donne e bambini, io su uno per gli uomini. Eravamo stipati in moltissimi, in piedi, uno stretto contro l’altro, in quel vagone senza servizi igienici né alcuna forma di ristoro. Un viaggio tremendo che non sembrava terminare mai. Il treno aveva sostato a lungo anche in altre stazioni, di cui però non riuscii a scorgere il nome. I più deboli, in tutto il convoglio di quasi cinquanta vagoni, morirono soffocati ma, fino all’ultima fermata, allo scorrimento delle porte per farci scendere, nessuno se ne accorse. Senza più il sostegno dei sopravvissuti che scendevano, i corpi s’accasciarono sul pavimento dei carri. Quando smontai lessi il nome del villaggio d’arrivo: Bełżec. Fu proprio allora che ti notai. 

«Agosto 1942. Ho una moglie, Agnés. Un figlio di tre anni, Samuel.»
«Non conosco né te né la tua famiglia! Che cazzo c’entro io…» un colpo di bastone sui genitali lo fece urlare.
«Ci divisero alla stazione. Agnes e Samuel, su di un carro bestiame con altre donne e bambini, io su uno per gli uomini. Stipati, in piedi, senza cibo, acqua. Lo sporco, il fetore. I morti stretti fra di noi. Un viaggio senza fine. Quando scesi, lessi il nome del villaggio: Bełżec. Fu allora che ti notai. 
 
- senza servizi igienici né alcuna forma di ristoro= è un linguaggio troppo burocratico, in questo contesto
- sterminazione= meglio “sterminio”
- Vi bastavano trenta minuti per uccidere le oltre seimila persone= non vorrei dire una cosa sbagliata, ma non credo che questo sia un dato attendibile, non credo che si possano uccidere 6000 persone in mezz’ora con i gas di scarico di un automezzo; credo che questi risultati al massimo si siano ottenuti con le camere a gas che utilizzavano lo Zyklon-B; mi sembra di ricordare che i gas di scarico siano stati utilizzati all’inizio ma poi abbandonati proprio perché si uccidevano troppe poche persone alla volta
 
È come se nella figura di questo tedesco fossero state assommate tutte quelle di tutti gli aguzzini dei campi di sterminio.
 
La fuga di Yehuda suona troppo irreale.
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Messaggio Da Molli Redigano Lun Ott 10, 2022 10:44 pm

La scrittura è buona, l'unica cosa che mi stonava è il termine "sterminazione", però qualcuno l'ha già segnalato, dunque come non detto.

Ho sicuramente letto un racconto della vendetta e fin qui direi che l'Autore ha ben reso l'idea e la volontà del suo protagonista. Anch'io vorrei concentrarmi sui passaggi riguardanti le torture: appaiono come intermezzi tra una narrazione e l'altra dell'accecato Yehuda. Dovrebbe essere il contrario poiché è la parte sadica quella che spacca, non il riepilogo della storia che, pur essendo parte della vita di Yehuda, sembra già sentito, il riassunto di qualcosa già visto, anzi, già letto, visto che siamo in mezzo alle parole. Insomma se il boia carnefice nazista diviene vittima e la vittima diventa carnefice, io penso a un passaggio netto che qui non c'è. Nel senso: l'ex deportato avrebbe potuto essere un po' più criptico, un pelo più avido di informazioni circa ciò che aveva passato, senza a mio parere sminuire la "motivazione" che lo ha portato a fare ciò che stava facendo. Credo, molto francamente, che il lettore generico medio avrebbe comunque capoto e il racconto ne avrebbe guadagnato in termini spiccioli, facendo pendere l'ago della bilancia verso un definitivo "mi piace".

Rocambolesca ma verosimile secondo me, la fuga di Yehuda dal campo di concentramento. Il tren c'è soltanto nel finale ma utilizzato in maniera funzionale alla storia raccontata.

Grazie

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Messaggio Da paluca66 Mar Ott 11, 2022 10:15 pm

Errori / refusi non ne ho trovati, ti segnalo solo un paio di punti:
avrei usato "sterminio" anziché "sterminazione"
Nella frase 
Fino alla denuncia di un vicino vigliacco, avevamo vissuto bene sotto false identità.
non avrei messo la virgola.
Scritto bene anche se i monologhi del neo carnefice sono risultati troppo lunghi e didascalici, probabilmente dettati dalla necessità di rientrare nel genere storico; fatto sta che alla fine mi sono risultati poco realistici, anche considerato la situazione che il protagonista sta vivendo.
I paletti ci sono e sono ben amalgamati e anche il treno, sebbene abbia una parte limitata a poche righe, secondo me è stato utilizzato in maniera funzionale e, mi sento di dire, anche abbastanza originale.
Il racconto, al di là dell'aspetto che ho già fatto notare sopra dell'eccessiva lunghezza dei monologhi di Yehuda al limite dell'innaturale, non è riuscito a conquistarmi risultando troppo scollegato tra la parte "narrata" e quella di azione delle torture.
Tra l'altro, ma qui entriamo nel gusto personale, l'idea che la vittima si trasformi a sua volta in carnefice scendendo agli stessi livelli del boia, non mi entusiasma affatto.

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Messaggio Da M. Mark o'Knee Mer Ott 12, 2022 4:21 pm

Un racconto di grande potenziale, appiattito da una narrazione poco adatta alla situazione.
Una vittima e un carnefice si trovano di fronte, ma in ruoli ribaltati rispetto al passato.
È chiaro che entrambi conoscono ogni particolare delle vicende che hanno vissuto.
Quindi, infarcire le battute della ex-vittima di informazioni di dubbia utilità non aiuta il lettore; anzi, serve solo a sgonfiare tutta la tensione che le scene di tortura - veramente ben fatte - riescono a evocare.
Chi più chi meno, tutti conoscono le persecuzioni subite da ebrei, zingari e omosessuali nei campi di prigionia nazisti. Non era dunque necessario farne una rievocazione così puntuale.
E snellire le battute di Yehuda, rendendole un botta-e-risposta incalzante, ossessivo, alternato alle torture inflitte al prigioniero, avrebbe dato tutto un altro spessore al racconto.
Poco da segnalare sul fronte imprecisioni. Solo uno "sterminazione" al posto di un più corrente "sterminio" e un'esagerazione sugli effetti del gas di scarico, che, ci viene detto, in "trenta minuti" potevano "uccidere [le] oltre seimila persone". Forse, con quel sistema, in mezz'ora le vittime potevano arrivare a sessanta, tant'è che in breve venne abbandonato e sostituito dal micidiale Zyklon-B.
Un po' fortunosa, ma abbastanza verosimile, la fuga di Yehuda dal campo.
In definitiva, una bella storia di persecuzione e vendetta (e con un titolo davvero azzeccato) "bruciata" da un eccessivo infodump.
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Messaggio Da FedericoChiesa Mer Ott 12, 2022 5:14 pm

Devo essere sincero, il racconto non mi ha conquistato.
In alcune parti ho ritrovato l'Enciclopedia dell'Olocausto che ho sfrugugliato si internet per cercare spunti su questo step.
L'effetto raccontato e recitato non trasmette la passione, il dolore, la rabbia che i personaggio stanno o hanno sperimentato.
Alla fine anche il treno mi sembra non troppo credibile: va su solo per eliminare quattro valige? 
A rileggerci.
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Messaggio Da CharAznable Gio Ott 13, 2022 1:45 pm

Mi sono accorto che il racconto è molto lungo solo leggendo i commenti degli amici prima di me. Questo perché ho trovato il tutto molto interessante e l'ho letto con piacere (sempre che si possa definire in questo modo).
Crudo e violento ma non in maniera gratuita. A volte nasce una compassione per la povera "vittima" ma le immagini rievocate dalla controparte bilanciano al meglio la situazione.
Piaciuto parecchio.
Complimenti
Grazie

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Messaggio Da SCM Gio Ott 13, 2022 2:53 pm

Ciao Autore/trice,
secondo il mio personalissimo gusto racconto troppo crudo, ma va da sé che hai solo descritto una parte di ciò che è stata una realtà ancora più dura.
Completamente inerente alle richieste ma ho fatto fatica a leggerlo.

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Messaggio Da Susanna Ven Ott 14, 2022 10:26 pm

Il titolo, in apparenza banale, l’ho trovato molto significativo.
Alla fine, entrambi i protagonisti, per le proprie convinzioni politiche o per un estremo bisogno di vendetta – che pure, come da sempre, non sanerà le ferite, ma concede forse un momentaneo sollievo al dolore – sono dei boia.
Entrambi crudeli fino al punto di non ritorno.
I paletti sono stati utilizzati bene, non c’è dubbio, la scrittura ha bisogno di qualche piccolo aggiustamento ma nel complesso regge bene la trama.
 
È un racconto per me a doppio binario, e l’ho letto tre volte per focalizzare perché, nonostante l’argomento, non mi abbia emozionato.
Nel testo sono state inserite tutte le brutture commesse dai nazisti verso” i non perfetti”: questo mi sta bene (per modo di dire ovviamente) ma con lo stile che hai scelto sembrano quasi replicate da qualche articolo o testo di storia, adattandole alla forma del racconto. Noi tutti sappiamo cosa è successo nei lager (anche quelli che lo negano) quindi anche dicendo meno, avresti rispettato il genere storico alla grande. Forse è proprio questa ridondanza che mi ha allontanato dalle emozioni.
Avrebbero coinvolto maggiormente poche righe ben studiate, frasi secche e crude ma che colpiscano nel profondo, - l’immagine di un bambino nella camera a gas, di una donna oggetto di violenze, il viaggio in carri bestiame…, collegate a qualche azione che dia enfasi a quello che Yehuda racconta.
Yehuda che si interrompe per camminare avanti e indietro, perso nei ricordi della moglie, con le mani in tasca per resistere alla tentazione di picchiare Guillermo: severo ma non ancora pericoloso. Oppure fissarlo per lunghi minuti, ripetendogli il nome e l’età del figlio come un mantra; anche andarsene e lasciarlo solo, che si riprendesse convinto di poter fuggire. Cose così. Questo, a mio parere, avrebbe giovato al ritmo e dato altro spessore al personaggio.
Anche il modo di esprimersi di Yehuda è poco naturale, per come ho vissuto questo racconto.
Tutti i discorsi che un uomo può preparare a lungo per questo momento, tante parole per non perdere neanche una briciola di ricordi e di dolore, penso che al momento in cui quanto sognato e progettato si sta avverando, finiscano per non essere dette, affidate al silenzio del disprezzo o annegate nella rabbia e ne uscirebbero affidate a poche frasi, come ti ho detto. Anche perché l’altro cosa è successo in quei campi lo sa benissimo.
Abbiamo letto tutti storie di Persone scampate ai lager che – con una forza che non possiamo neanche immaginare – hanno trovato modo di andare oltre il momento del desiderio di vendetta, senza chiamarlo perdono, ma provando a lasciare che la Vita loro concessa di poter ancora vivere in qualche modo li riappacificasse e non li abbassasse al livello dei loro aguzzini.
Tanto di cappello per aver avuto il coraggio “letterario” di lasciare che Yehuda portasse a compimento quanto progettato.
 
Le mie note, personali.
Hai usato un termine poco frequente: sterminazione. È corretto ma desueto. Però ci sta.
tu mi possa mentire, Herr – dopo mentire metterei una virgola
servizi igienici né alcuna forma di ristoro - hai già detto che era un carro bestiame, questa precisazione proprio non ci sta
spostasti verso il vagone seguente, fino quando - inserirei una virgola
 alluci di ogni piede - detto così sembra che uno abbia tanti piedi e comunque gli alluci solo ai piedi stanno
suolo, con tutta la sedia, - essendo legato non può cadere che con tutta la sedia
Il ghigno era sparito, sostituito da una smorfia
C’è qualche altra virgola mancante anche successivamente.
Con veemenza - più che con veemenza - di solito usato più per il modo di esprimersi - avrei usato violenza
 e all’ascolto della voce del suo carnefice - non ha altra scelta che ascoltarlo, quindi lo toglierei
orrendo senso dell’umore - penso intendessi umorismo
Vediamo se ti viene ancora da ridere, brutto pezzo di merda?
morte sotto atroci - meglio tra atroci
Da lì, te la faccio breve, dopo il - dopo tutto quanto gli hai fatto raccontare, adesso la faccio breve mi ha fatto un po’ sorridere, anche perché dopo il breve non c’è, più o meno hai utilizzato spazi equivalenti a prima. E poi è troppo moderno
su abominevoli roghi - abominevole sta per spregevole, odioso… un rogo è un rogo e basta. Bastava dire per bruciarli.
Il corpo era consumato dal fuoco era rimasto solo con qualche brandello di carne ancora attaccato alle ossa

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Messaggio Da Fante Scelto Lun Ott 17, 2022 11:32 am

C'era del potenziale, in questo racconto, un potenziale basato sulla tematica cruda e l'ancor più cruda serie di sevizie che toccano all'ex boia.
Un tema rischioso, nel senso che spesso taglia fuori una parte del pubblico leggente, però di sicuro effetto.
La realizzazione, tuttavia, non ha quella forza che avrebbe potuto. Le descrizioni delle torture sono efficaci, funzionano, ma si perdono nel mare di nozioni col quale il soliloquio di Yehuda inonda il lettore. Funzionali a far capire le motivazioni del protagonista, questo sì, ma secondo me troppo slegate dalla realtà, didascaliche.
Non so dirti se in quella peculiare situazione si possa davvero parlare a qualcuno con così tanta dovizia di particolari, come un libro stampato, ma so che molte delle scelte lessicali fatte per le battute di Yehuda sono improbabili: da alcuni aggettivi (mi è rimasto in testa abominevole su tutti) a quella sequenza di verbi al passato remoto, un sacco di scelte stilistiche e tecniche contribuiscono a rendere il tutto troppo inverosimile, scollato dalla realtà.
Ecco, faccio mia la similitudine di Byron: sembra di stare ascoltando un attore di teatro lirico su un palco.
E purtroppo il teatro lirico non è il massimo in quanto a rappresentazione della realtà, anzi, enfatizza l'opposto.
Tutto lo stile di scrittura risulta improntato in questa direzione, con l'effetto già menzionato.

Mi piace invece la riflessione che il lavoro suscita, pur sembrando propendere per una risposta affermativa: trasformare una vittima in boia a sua volta è giusto?
Difficile dirlo, per me, ma con questo pensiero la lettura assume un connotato più profondo.
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Messaggio Da tommybe Mar Ott 18, 2022 10:35 pm

Volevo solo dire che le immagini raccapriccianti ci stanno, pure Primo Levi le ha usate, pure Benigni nel suo film 'La vita è bella'. Ma devono essere supportate da messaggi emotivi importanti, devono attaccare il lettore alla pagina, o lo spettatore alla sedia. Nel tuo racconto autore, e non me ne volere, non arriva quel messaggio perché viene superato da quelle ossa spaccate e da un'inutile vendetta.
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Messaggio Da ceo Mer Ott 19, 2022 12:21 am

Molto molto molto crudo, violento e splatter, forse troppo (per i miei gusti, ovviamente). L'impatto è viscerale, e forse resta solo quello: la violenza e il sangue sono i soli ingredienti e tolgono la luce alla psicologia dei personaggi e alla trama, che è estremamente lineare e senza sobbalzi. La narrazione è didascalica e il risultato è un elenco di torture, colpe, motivazioni, ricordi, mutilazioni e schizzi di sangue dove i dialoghi sono solo accessori e un po' artefatti. C'è l'orrore, ma non l'avventura: per i fan dello splatter e dell'orrore va più che bene, è un racconto in quel senso riuscitissimo ed efficace.

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Messaggio Da Mac Mer Ott 19, 2022 9:11 am

Bello il titolo, molto significativo. Boia il nazista, boia l'ebreo.
Una scrittura che vuole dire troppo. Troppe scene crude, quasi da voltastomaco, e non mi riferisco alle scene della deportazione,  ma alle crudeltà perpetrate sul tedesco. Talmente tante e agghiaccianti che ho provato empatia verso di lui. Mi sono chiesta se era veramente il crudele nazista o solo un semplice meccanico argentino colpito dalla sventura di assomigliare a qualcun altro (mi sarebbe piaciuto saperne di più su questo personaggio).
Anche lo stile del racconto fa perdere un po' di pathos. Avrei usato frasi più breve, intervalli fra un racconto e l'altro, e soprattutto avrei inserito elementi sulle emozioni di Yehuda sia al momento della deportazione che durante la sua personale vendetta. 
IL racconto colpisce, questa è una pagina della storia che non può lasciare indifferenti, ma tu stai costruendo un racconto e non puoi tralasciare la parte emotiva.
I paletti sono presenti ma non sempre fondamentali (il treno in fondo è una bella chiusura ma non porta niente alla storia).
Il genere è sfiorato. Non lo considero storico, perché non vuole raccontare quel periodo, ma la vicenda personale dei due protagonisti. Rimane il genere azione, e qui per me è un ni. 
La tua scrittura è, a mio avviso, troppo tecnica per questo tipo di racconto, frasi troppe lunghe, ricche di incisi che tolgono ritmo.
Buona l'idea, da rivedere un po' la forma.
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Messaggio Da caipiroska Sab Ott 22, 2022 12:18 am

Ciao Autore,
leggendo il racconto ho provato una forte (forse insana?...) soddisfazione: hai descritto la tortura in maniera perfetta, con i ritmi giusti, le scene giuste e, almeno per me, hai regalato un ventaglio di emozioni non da poco: disgusto, raccapriccio, ma anche quella strisciante sensazione di appagamento immediato ma proibito che chiamiamo vendetta.
La scena mi ha un po' ricordato quella del film Le iene: diversissimi contesto, protagonisti e situazione, ma credo che nell'inquietante menage a due di una tortura possa scappare al torturatore il "monologo chiarificatore": totalmente immerso in ciò che sta facendo, con i sensi quasi storditi, posso concepire un boia che si lasci trasportare dai ricordi.
Anzi, sono convinta che se tu fossi riuscito a dosare bene struttura e tono (non dettagliato, ma incalzante!) dei monologhi, la lettura sarebbe stata più inquietante.
Forse Yehuda confeziona discorsi troppo forbiti e impostati: ha in circolo molta adrenalina, è comunque eccitato sopraffatto dalle emozioni e dubito che riesca a fare discorsi così lineari, senza balbettare o indugiare in qualche punto.
Anche perchè posso capire la dirompente voglia di vendetta, ma rimane comunque strano che una persona (che non l'ha mai fatto) riesca a uccidere qualcuno con questa freddezza, senza la minima incertezza fisica o morale.
Va bene che la rabbia rende ciechi e il rancore non permette di essere lucidi, però...
In base a questo posso dire che il resoconto dettagliato di ciò che accadde e il comportamento di Yehuda mi hanno lasciata perplessa.
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Messaggio Da Akimizu Sab Ott 22, 2022 11:48 am

Ciao autore, coraggioso tentativo di creare uno splatter/storico il tuo, ma purtroppo sono rimasto perplesso dal risultato. E questa mia perplessità, devo essere sincero, non riguarda la struttura del testo, la sua costruzione, ma le scelte stilistiche e lessicali. È difficile che venga colpito da queste cose, cioè, se ne vengo colpito rimango piuttosto esitante nel riferirlo, perché in definitiva, nel limite della correttezza formale, ognuno scrive come gli pare. Ma in questo testo ho trovato delle cose che mi piacerebbe segnalarti, poi fanne quello che vuoi. Partiamo dall'incipit:
"«Ma tu chi sei?»
Era strettamente legato a una scomoda sedia in ferro arrugginito e tutto il suo corpo nudo pulsava di dolore. Colui che si trovava dall’altra parte di quella luce accecante sparatagli in faccia, gli aveva appena tolto dalla bocca l’orribile straccio puzzolente che lo stava soffocando, permettendogli finalmente di parlare."
Sia inteso, questa è a parer mio la parte più importante del racconto, quella che te lo presenta, che ha il compito di farti la bocca. Va curata in maniera maniacale, pesata ogni parola. Invece qua mi spari due avverbi uno in fila all'altro e pure una parola - puzzolente - che ci fa rima, una virgola tra soggetto e complemento e una sovra aggettivazione davvero esagerata. Insomma, non è il massimo. In maniera chiara inoltre ci preannunci che il pdv sarà a penetrazione profonda sul prigioniero. Oh, una scelta difficile, ma che poteva essere premiante. Invece continuando a leggere, così, dal nulla, si passa al pdv del torturatore. Con annesso problema con i pronomi. Il tutto preceduto da uno spiegone prolisso e poco naturale.
Lungo tutta la lettura magari sono stato influenzato da questo inizio, lo ammetto, e quando parti così ciao, tanto è vero che ho notato di tutto, cosa che di solito non mi capita. Tipo: il senso dell'umore. Oppure: il vero tuo essere. E poi questa strana scelta di aggettivare prima dell'oggetto, che dà una patina antica, di una scrittura desueta, tipo: forzati cooperanti, nostri sporchi indumenti, puzzolente straccio, abominevoli roghi e così via, mentre questo testo avrebbe giovato di una scrittura fresca, dinamica, diretta, pulita.
Ripeto, la tua scelta è stata davvero coraggiosa, io non mi tiro indietro né dal leggere né dallo scrivere certe cose Pulp, ma avresti dovuto probabilmente cambiare modus scrivendi per essere davvero efficace.
A rileggerci!
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Messaggio Da Achillu Mar Ott 25, 2022 6:35 am

Ciao Aut-

Alla prima lettura l'impressione che ho avuto è stata la poca naturalezza dei dialoghi. Però, tornando indietro, i dialoghi sembrano avere senso, soprattutto Lorenz/Guillermo sembra recitare frasi che si è ripetuto più volte e, per questo motivo, poco naturali.
Alcune parti sono troppo spiegate, in particolare mi riferisco a "te la faccio breve", come se anche tu ti fossi accort- che quel pezzo forse andava scritto in modo diverso oppure addirittura espunto.
Mi è piaciuta l'idea di raccontare un personaggio che mette in pratica la vendetta. Anche l'invenzione di far sì che Lorenz continui a negare fa pensare/temere che si tratti davvero di Guillermo e ci sia uno scambio di persona, nonostante tutte le prove portate da Yehuda. Questo dubbio rende ancora più inquietante il racconto.
Il genere non so come si chiama, comunque è commisto con lo storico nell'interpretazione che mi piace di meno (gusto personale ininfluente per il giudizio finale). Di boia ce ne sono due. Gli anni 1940 ci sono. Il treno a nuvole pure, forse il paletto più marginale.

Grazie e alla prossima.


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Messaggio Da Asbottino Mar Ott 25, 2022 9:13 am

Esagero: alla fine non sono mica convinto su chi sia il boia dei due. Forse perché la tortura in diretta risulta molto più viva ed efficace rispetto a quella riportata nei dialoghi.
Che poi più che dialoghi qui abbiamo una specie di monologo un po' sopra le righe, con delle scelte lessicali strane (gli dai del cretino e del pezzo di merda allo stesso tempo, tanto per capirci). Quanto parla!, mi sono detto. Forse nelle sue condizioni mi sarei concentrato di più sul fare soffrire l'altro, sul farlo morire senza tante spiegazioni. Non credo che i nazisti ne dessero tante.
Ma il punto è questo: c'è una specie di trasferimento. La vendetta è qualcosa di più di una vendetta. La vittima diventa boia, anche se uccide una persona sola.
La cantina è uno sfondo, quasi un fondale in una scena un po' teatrale. Non posso dire che non ci sia e che non sia saggiamente utilizzata, ma di certo non è parte della storia.
Il treno invece compare solo alla fine. Rispetto a tanti altri racconti questo non lavora sul contrasto tra atrocità e bellezza del paesaggio, tra il chiuso di una cantina e le nuvole a quattromila metri di altezza. Non è che la storia di un esecuzione, dove azione e motivazione si alternano e ad ogni sofferenza inferta la "vittima-diventata-boia" spiega il perché dei suoi gesti.
Non so. Apprezzo il tentativo di fare qualcosa di diverso, di spingere sull'acceleratore della repulsione, del disgusto. Rispetto ad altri racconti segue delle linea guida meno classiche e prevedibili, ma quello che funziona poco è la voce del protagonista e l'aver lasciato tutto in mano al suo monologo. Rende la vendetta meno convincente e il dolore che l'alimenta meno vivo.

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Messaggio Da Midgardsormr Mar Ott 25, 2022 5:11 pm

Ciao autore.

Uno strano, ambizioso e particolare progetto il tuo. Sei partito da una stazione da cui nessuno è partito e hai viaggiato, noi con te, su binari paralleli.
Non è uguale a nessun racconto, non è canonico. C'è tutto e non c'è niente, insomma a me ha lasciato perplesso.
Mi è piaciuta l'idea di fare vedere le cose diverse, di fare assumere alla vendetta il ruolo di protagonista e l'idea che in fine dei conti, i boia siano due. O no?
I paletti ci sono, forse quello del treno è più ai margini ma con lo stile del testo ci sta anche così.
I refusi te li hanno segnalati e non mi dilungheró oltre.

Non ho idea se questo genere abbia una connotazione, ma sono quasi sicuro che ti sia divertito a scriverlo, a mettere problematiche sane nel lettore.
Complimenti per il lavoro e a rileggerci.

Ps: titolo a mio avviso troppo semplice per ciò che hai proposto, dovevi osare.
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Messaggio Da Marcog Ven Ott 28, 2022 6:22 pm

La tortura è descritta molto bene, tanto da provocare un pò di nausea. Ma ho letto fino in fondo, interessato al monologo del nuovo boia, che nessuno aveva più diritto di interrompere. A me il racconto è piaciuto, anche le descrizioni che fa Yehuda, chiariscono i motivi della sua vendetta, e servono a intervallare le scene di tortura e dargli forza/soddisfazione tra una tortura e l'altra. Complimenti e a rileggerti, grazie.
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