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Messaggio Da Different Staff Lun Ott 03, 2022 11:16 am

L’uomo col panama bianco percorse per intero il corridoio e si accomodò nell’ultimo posto sulla destra. Non c’era nessun altro lì, fatta eccezione per un signore in abito scuro, seduto sempre nel fondo del vagone, sull’altro lato.
La carrozza era sporca e puzzava di fumo e alcool.
Il tizio col cappello lo fissò, poi guardò fuori dal finestrino. Il convoglio sferragliava paurosamente a svariati metri d’altezza, i tralicci del ponte che vibravano senza sosta, unici baluardi tra loro, il burrone e la morte.
All’esterno il vapore emesso dalla locomotiva si addensò in morbidi pennacchi, sbuffi biancastri che andarono a confondersi con le nuvole.
L’uomo col vestito scuro si accese una sigaretta e ruppe il silenzio.
«Mi fa piacere che abbia accettato il mio invito, capitano.»
«Potevo forse rifiutare, dottore?» Un sorriso gelido gli increspò le labbra sottili. «Il telegramma parlava di cose importanti di cui discutere. Vedo che hai preso a fumare.»
Il dottore sorrise e scrollò la cenere per terra. «Quando non si ha nulla d’interessante da fare, bisogna ingegnarsi per ingannare il tempo.» Fece un gesto con le mani e indicò il finestrino. «La Cordigliera delle Ande! Che spettacolo imponente.»
Il capitano annuì, perplesso. «Già, gran bello spettacolo, anche se io preferisco le Alpi.» Si guardò attorno con sospetto, come se qualcuno potesse sgusciare fuori da un sedile da un momento all’altro e mettergli un paio di manette ai polsi. «Ti stanno bene i baffi.»
«Anche a te, Erich.»
Il capitano sgranò gli occhi e si portò l’indice alla bocca.
«Tranquillo, di che hai paura? Nessuno sa che siamo fuggiti in Sud America.»
Erich non riuscì a nascondere un gesto d’insofferenza. «Ho fatto più di duemila chilometri per raggiungerti. Cosa devi dirmi di tanto importante?» Si sentiva a disagio: quell’uomo, il suo viso, la sua espressione, avevano il potere di renderlo inquieto.
«Rilassati Erich, c’è tempo. Il tragitto è lungo. Goditi il panorama.»
L’uomo si alzò e andò a sedersi vicino al capitano. «Guarda, ti sembra di toccare il cielo, di poter ancora dominare il mondo. Questo viaggio dà una sensazione di potenza indescrivibile.»
Erich guardò fuori, poi gli occhi del dottore: brillavano di una sorta di lucida follia.
All’improvviso il dottore scoppiò a ridere e tornò ad accomodarsi al vecchio posto.
«Ascolta questa storiella, Erich, è davvero spassosa. Allora, una signora è incinta e si reca in ospedale per partorire. Inizia il travaglio, spinge ed esce il bambino. Il dottore gli dà uno schiaffo sul culetto e il bimbo si mette a piangere. La donna però non ha ancora finito: urla, spinge e dopo un po' esce fuori un altro neonato. Il dottore lo prende, gli dà il solito schiaffetto e anche quello comincia a piangere. La donna però sta ancora male, sbuffa, spinge, ma non riesce più a liberarsi. Viene portata in una stanza per accertamenti e una volta che viene lasciata da sola il terzo gemello esce fuori, dà un’occhiata in giro e dice: mamma, se n’è andato il mostro che ha preso a schiaffi i miei fratelli?»
Il dottore rise ancora ed Erich si unì a lui. Sì, la storiella era divertente, pensò il capitano. Le cose che invece amava fare lo erano un po' meno.
«Sei ancora ossessionato dai gemelli?»
Il dottore accese un’altra sigaretta e fece un gesto che Erich non riuscì a interpretare.
«Vado a pisciare, Josef. Quando torno mi dici cos’è che ti passa per la testa.»

A San Carlos de Bariloche si trovava bene. Cominciare una nuova vita in una città sconosciuta ai piedi delle Ande, all’inizio gli era sembrato piuttosto complicato. Sì, c’era stato il problema della lingua e anche reinventarsi in una nuova occupazione alla soglia dei quarant’anni non era risultato affatto semplice. Eppure, col passare delle settimane e dei mesi, era riuscito a trovare una propria dimensione. Gestire un piccolo negozio di alimentari non era lo stesso che comandare una compagnia di soldati, ma se la vita gli aveva insegnato una cosa era che l’essere umano possedeva grandi capacità di resistenza e adattamento.
Così si era creato la sua piccola routine: sveglia alle cinque, doccia, colazione con caffè e toast al prosciutto, pedalata di tre chilometri sino alla bottega, contrattazione coi fornitori, accoglienza e servizio clienti sino alle sei della sera. Non che si fosse fatto degli amici, non proprio, però era entrato abbastanza in confidenza con gli avventori abituali come la signora Diaz e Patricio, l’anziano custode del campetto da calcio del quartiere.
Quando la sera rientrava a casa per cena, accolto dalla moglie Alicia, si sedeva a tavola e parlava della sua giornata di lavoro. Raccontava di quanto il prezzo di uova e formaggi fosse aumentato, degli sfoghi della signora Diaz circa l’alcolismo del marito, oppure delle invettive del vecchio Patricio contro l’operato di Peron.
La maggior parte delle volte tutto procedeva serenamente e la serata si concludeva con una birra e l’ascolto della radio, oppure in camera con Alicia a fare l’amore, finché non cadeva stremato in uno stato semi letargico. In quelle occasioni Erich aveva l’illusione di essere riuscito a mettere a tacere per sempre il passato, di averlo cancellato con una passata di straccio. Talvolta invece una strana malinconia, un misto di rimpianto e rimorso, s’impadroniva di lui. In quelle sere “particolari” non scambiava neppure una parola con Alicia, non mangiava neanche e si andava a rifugiare in cantina, affamato di ricordi e solitudine.

Erich bevve mezzo bicchiere di vino, poi scostò il piatto con le costolette d’agnello.
«Che c’è? Non stai bene?» chiese Alicia.
«È solo che non ho fame» rispose Erich, abbandonando il tovagliolo sulla tavola. Poi si alzò e scese le scale che portavano in cantina, seguito dai mugugni della moglie. Chiuse la porta a chiave e s’incamminò verso l’armadietto che occupava la parete in fondo. Si piegò sulle ginocchia e lo spostò in avanti, liberando la nicchia che era stata scavata nel muro.
Prese il baule, lo poggiò a terra e l’aprì.
Cominciò dagli stivali. Vi applicò sopra una punta di lucido nero e iniziò a spalmarlo con l’ausilio di una spazzola dalle setole morbide. Prima lo stivale sinistro, poi quello destro, sempre in quell’ordine. Quando ebbe finito, afferrò uno straccio di lana e lo fece scorrere sulla superficie con movimenti rapidi e decisi.
«Stavo eseguendo gli ordini del colonnello Kappler. Dovevo solo controllare una lista.»
Posizionò gli stivali di fianco al baule e tirò fuori la divisa. Fece scorrere le dita nervose sui bottoni argentei, sulle mostrine, sulla fascia rossa con al centro la svastica nera.
«Ho sparato, dovevo sparare, erano gli ordini. Non potevo dire di no.»
Accarezzò il tessuto dei pantaloni, morbido e fresco al tatto. L’odore stantio della cantina gli riportò alla mente l’olezzo di morte che aveva percepito nelle fosse. Guardò dentro al baule, dove faceva capolino il suo berretto. Fissò la testa di morto in argento che risaltava come una sentenza sulla banda nera sopra la visiera.
Scrollò la testa, provò a resistere, ma si perse nel suo passato di sangue e orrore.

Gli uomini camminano dentro le gallerie a passo lento.
Hanno le mani legate dietro la schiena e hanno paura.
Percepisco il loro terrore e la loro sconfitta.
Le torce elettriche dei soldati fendono il buio, rischiarando quel luogo sporco e desolato.
Io chiedo i nomi e controllo la lista.
Gli uomini vengono fatti inginocchiare, poi gli spari riecheggiano nella galleria. La fiammata del fucile dura l’attimo sufficiente per portarsi via una vita. La scena si ripete, una, due volte.
Poi ancora e ancora.
Dieci uomini per ogni tedesco ucciso nell’agguato.
Così hanno deciso i vertici.
La lista è lunga. Più di trecento nomi.
Trecentotrenta per la precisione.
Carlo, Aldo, Vito, Paolo.
I nomi scorrono nella lista, poi gli spari li trasferiscono nell’oblio.
Ora tocca anche a me sparare. Il colonnello ha dato l’ordine, non mi posso rifiutare. Bisogna dare l’esempio ai soldati, bisogna fare quello che va fatto.
Non ci penso, spingo il dito sul grilletto e lo sparo rimbalza sui muri in pietra della cava.
Giordano, Mario, Gastone, Domenico, Sebastiano, Romolo.
Dieci uomini per ogni tedesco.
I prigionieri stanno impazzendo per la paura, tentano di ribellarsi.
Bisogna fare presto.
Bisogna finire il lavoro.
Il pavimento è pieno di cadaveri.
I soldati li accatastano in modo disordinato.
Pile e pile di corpi inanimati.
I più inesperti non riescono a giustiziare i prigionieri al primo colpo. Per alcuni è necessario un secondo o un terzo proiettile.
Tocca ancora a me sparare.
Sono gli ufficiali che devono dare il buon esempio ai soldati.
Sparo e spunto nomi sulla lista.
Spunto e sparo.
Sparo e spunto.
Edoardo, Giuseppe, Mariano, Renzo, Cosimo, Luigi, Cesare, Filippo, Bruno, Alfredo.
Dieci italiani per ogni tedesco.
È già buio quando gli ultimi prigionieri vengono giustiziati.
La galleria è piena di cadaveri.
Un massacro.
Trecentotrentacinque nomi sulla lista, trecentotrentacinque corpi ammassati a terra.
Le cataste dei morti, ammassati uno sull’altro, superano di molto il metro di altezza.
Nella lista c’erano cinque nomi in più. Cinque sfortunati.
È stato un errore. Dovevamo ucciderne solo trecentotrenta.
Il colonnello ha detto di uccidere anche quei cinque, non si potevano lasciare vivere dei testimoni.
Mentre guardo il terreno imbevuto di sangue mi dico che ho fatto quello che andava fatto.
Sono un soldato e ho solo eseguito gli ordini.
Non ho mai tentennato, neppure un istante.
Non ho avuto dubbi. Mai.
Un soldato non può averne.

Erich Priebke ritornò da quel viaggio della memoria col solito carico di nostalgia. Erano passati già più di cinque anni dal massacro, eppure lui ricordava tutto nei minimi dettagli: il tanfo della cava, l’afrore di paura che emanava la pelle dei prigionieri, l’odore pungente e metallico del sangue misto al piscio.
E poi i nomi della lista.
Tanti nomi.
In una parte nascosta dentro di lui, quasi irraggiungibile, sapeva che c’era qualcosa di profondamente sbagliato in tutta quella faccenda.
Eppure giocare a fare Dio, potere disporre a proprio piacimento della vita di altri esseri umani, era stimolante. Anzi, eccitante.
Di certo molto più che passare tutto il giorno ad affettare formaggi e salumi dietro il bancone di una botteguccia di periferia.
Diede un’occhiata all’orologio e lasciò andare un sospiro.
Decise che per quel giorno la giostra dei ricordi poteva essere fermata.
Ripose il baule nella nicchia, spinse il piccolo armadio davanti all’apertura e raggiunse Alicia in camera da letto.
Passò la notte in bianco.
Gli occhi spalancati a puntare il soffitto, a scrutare le tenebre, il respiro regolare della moglie al suo fianco a tenerlo vigile, invece di accompagnarlo dolcemente nei meandri del sogno.
All’inizio ipotizzò fosse colpa della rievocazione del massacro avvenuto a Roma nel 1943, ma non poteva essere quello.
Non solo, almeno.
Si ritrovò a pensare alle parole che Josef aveva proferito un paio di mesi prima, dentro il vagone di quello strano treno che sferragliava nel cielo, accarezzando i rilievi andini. Erano stati discorsi strani, strampalati, che ancora non era riuscito a metabolizzare del tutto. Pensandoci però aveva capito perché il dottore avesse voluto incontrarlo proprio lì: non sul tetto del mondo, non sull’Himalaya, troppo lontana, ma in un luogo che ci poteva andare vicino.
Le grandi altezze spingono gli uomini a grandi imprese” aveva affermato Josef con un’espressione tremendamente seria.
Forse era vero, perché in quel contesto, in quella sorta di folle ubriacatura che faceva sembrare possibile toccare il cielo con un dito, anche il delirio più assurdo assumeva contorni verosimili.

Priebke tornò dal bagno, la vescia rilassata e l’animo inquieto.
Sapeva che se Josef Mengele lo aveva fatto venire lì era per discutere di qualcosa di assurdo. Si sistemò sul sedile e guardò fuori. Un grosso condor volteggiava nel blu, solitario, in cerca di prede. O di pace.
In quell’istante rimpianse di non essere un uccello, un rapace libero di librarsi in aria per toccare le vette delle montagne. Un predatore alato, un semidio intoccabile, padrone incontrastato del cielo e dello spazio.
«Allora, Josef, di cosa volevi parlarmi?» disse Priebke dopo aver perso di vista il condor.
Mengele si accese un’altra sigaretta e sorrise, poi raccattò dal pavimento una bottiglia di brandy e la porse al capitano.
Priebke fece cenno di no con la testa e Mengele bevve da solo.
«Erich, cosa vuoi fare della tua vita? Vuoi davvero cancellare ogni cosa e marcire dietro il bancone di una squallida botteguccia? Non vuoi tornare a essere un padrone del mondo?»
Erich lo guardò senza dire nulla.
«Possiamo ricostruire ogni cosa, credimi. Tanti di noi stanno trovando rifugio qui in America. Magari non subito, ma con le nostre conoscenze, la nostra intelligenza superiore, in poco tempo potremmo controllare i gangli del potere di Argentina, Cile, Brasile. Di tutta l’America del Sud.
Possiamo tornare a dominare il mondo. È così.»
«L’impero è morto, Josef. Hitler è morto. Quei giorni non torneranno mai più.» Allungò una mano e si fece consegnare la bottiglia. Ingollò un sorso, poi un secondo, più deciso. «Non torneranno più quei giorni» ripeté in tono piatto.
Mengele rise.
«Hitler è morto, ma l’impero non morirà mai. L’ideologia non morirà.
Gli uomini hanno bisogno di essere comandati, necessitano di guide forti che li sappiano condurre per mano dentro le tempeste della storia. E noi sappiamo come fare per aiutarli.»
Erich scrutò gli occhi del dottore: erano brillanti, spiritati.
Mengele sembrava in preda a una follia inestinguibile.
«Lo sai anche tu, Erich. L’ideologia può sbiadire, si può appannare, ma non muore. L’uomo si può nascondere, ma lei è sempre in caccia, pronta a scovarlo e prendere il sopravvento su di lui e noi dobbiamo farci trovare pronti.»
Erich scosse la testa e tornò a guardare fuori dal finestrino. Guardare quell’uomo lo metteva a disagio.
«Non lo so, Josef, vorrei avere le tue certezze. Tu sei sempre stato sicuro di tutto, io mi sono limitato a eseguire gli ordini che mi venivano impartiti. Davvero, non so che dirti.»
«È giusto, pensaci un po' su» rispose il dottor Mengele. «Hai tutto il tempo per riflettere su quanto ti ho detto. Starò in Brasile per qualche mese. Ti ricontatterò al mio ritorno.»
«Brasile?»
«Già, devo prendere contatto con altri fuoriusciti. E poi ci sono anche
ragioni di carattere scientifico. L’Amazzonia è un’ottima riserva di materiale umano per portare avanti i miei studi.»

Alicia si mosse nel sonno, cambiando posizione. Era ancora presto per alzarsi, ma lo fece lo stesso.
Tanto quella notte era scontato che non sarebbe riuscito a dormire.
Rimase qualche minuto sulla porta a osservare sua moglie, un fagotto senza lineamenti nascosto dall’oscurità.
L’ultima frase che aveva detto Josef Mengele continuava ad attorcigliarglisi nella mente con tutte le implicazioni del caso.
L’Amazzonia è un’ottima riserva di materiale umano per portare avanti i miei studi.” Sapeva in cosa consistevano gli studi, gli esperimenti del dottore.
Un brivido gelato gli corse su per la spina dorsale, sino al centro del cervello. C’era qualcosa di sbagliato nel modo di pensare di quell’uomo, qualcosa d’inconcepibile, al di là del concetto stesso di male. Aveva sempre avuto delle riserve verso il dottor Mengele, ma non aveva mai affrontato il discorso con nessuno. Lui e il dottore avevano lo stesso grado militare, ma non era quello il punto.
Sulla soglia della camera da letto, mentre cercava di mettere a fuoco il viso in bianco e nero della moglie, capì quale era la verità, al di là di qualsiasi dubbio o ipocrisia.
Aveva paura di quell’uomo. Della sua mente.
Di ciò che aveva fatto ed era capace di fare.
Andò in bagno e cominciò a radersi.
Lo specchio gli rimandò l’immagine di un uomo spaventato.
Non per ciò che era stato.
Non per quello che aveva fatto.
Lui aveva solo eseguito degli ordini.
No. Era terrorizzato per quello che sarebbe potuto accadere.
«È da pazzi assecondare un folle» disse alla sua immagine riflessa.
Quante possibilità c’erano per ricostituire così in fretta un nuovo impero germanico?
Poche. Quasi nulle.
Una missione impossibile, se non nella mente di uno squilibrato.
Quando quella mattina uscì di casa per andare a lavorare, gli occhi gonfi e la testa pesante per il non riposo, pensò con assoluta certezza che la sua nuova vita non fosse poi così disprezzabile.





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Messaggio Da ImaGiraffe Mar Ott 04, 2022 3:50 pm

Un racconto che non mi ha convinto del tutto.
È senz'altro un racconto storico ma sono stati inseriti troppi personaggi storici. Soprattutto se si parla di personaggi di tale portata.
Questa cosa ha reso il testo confuso, per la maggior parte del racconto mi sono chiesto dove volesse andare a parare il racconto. 
SE ti fossi concentrato solo sul personaggio di Erich Priebke scandagliando fino in fondo la vicenda e raccontando al meglio l'episodio terribile delle "fosse Ardeatine" avresti reso più centrato il testo.
Così mi è sembrato sbilanciato e confuso. anche perché quando entra in campo Josef Mengele si mangia l'intera attenzione.
Aprendo così tante pagine di storia non sei riuscito a focalizzare l'attenzione su nessuna e questo ha fatto perdere potenza all'intero racconto.
Io lettore sono rimasto frastornato ma non coinvolto.
Anche per quanto riguarda lo stile ho qualche perplessità, specialmente nella rievocazione dell'eccidio. Quelle frasi brevi non mi hanno convinto.
In conclusione il testo ha un suo valore e quello che porta alla luce destabilizza ancora adesso ma necessitava di una maggiore concentrazione.
Grazie.

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Un caloroso benvenuto alle persone giunte fino a noi dal futuro. 

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Messaggio Da Danilo Nucci Mar Ott 04, 2022 5:00 pm

La cantina c’è, così come il boia (anzi due). Anche il genere è indiscutibilmente storico e che storia… Anni ’40 e il treno andino presente. Tutti i vincoli sono rigorosamente rispettati.
Il racconto poi mi è parso molto bello e profondo anche dal punto di vista psicologico. Ho trovato estremamente efficace questo incontro, molto teatrale, che credo del tutto plausibile con la realtà storica. Entrambi i soggetti erano in effetti presenti in sud America nello stesso periodo.
Abbiamo di fronte due criminali di guerra che hanno vissuto e vivono le loro esistenze in modo diverso: Mengele, un folle esaltato che non rinnega niente del passato, di cui va addirittura fiero, tant’è che non esita a reiterare anche nel presente le proprie oscenità, oltre che sognare il ritorno ai bei tempi andati. Dall’altro lato Priebke che è espressione della maggioranza dei criminali nazisti e delle loro assurde giustificazioni morali: esecuzione di ordini ricevuti a cui non avevano potuto sottrarsi. Questa sorta di autoassoluzione non è sufficiente però a consentirgli di fare sonni tranquilli. Così, per assurdo, la figura di Priebke ne viene fuori quasi più umanizzata, ma non fino al punto di ammorbidire una giudizio storico che, almeno dal mio punto di vista, è senza appello. Credo che lo stesso valga per l’autore (o autrice).  
Per finire, la scrittura mi è parsa molto valida, senza incertezze. Ho trovato solo un piccolo refuso: “Priebke tornò dal bagno, la vescia rilassata e l’animo inquieto”
Insomma, per me un’ottima valutazione.     
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Messaggio Da SCM Mar Ott 04, 2022 6:23 pm

Ciao autore/autrice, 
Rivisitazione psicologica di due personaggi che hanno svolto ruoli determinanti durante la Guerra.
Ho trovato molto incisiva la frase: "L’uomo si può nascondere, ma lei è sempre in caccia, pronta a scovarlo e prendere il sopravvento". Un concetto su cui si dovrebbe ragionare a lungo.
Lettura scorrevole e terminologia adatt al contesto del racconto.

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Messaggio Da Petunia Mer Ott 05, 2022 12:44 pm

Bello, crudo, a tratti distopico. Mi è davvero piaciuto.
La psicologia dei personaggi è ben indagata le descrizioni si intersecano nel testo impreziosendolo e conferendogli atmosfera.
Fino alla descrizione della cantina l’ho trovato perfetto. Prima della rivelazione di chi fossero i due criminali. Uno redento se così si può dire e l’altro marcio di follia. Sei riuscito a farmi vedere il bene in un ex criminale nazista. Una seconda possibilità di certo immeritata ma che ha saputo giocarsi bene. 
Dal punto di vista della formattazione trovo che sarebbe stato meglio utilizzare il corsivo nella parte dei pensieri e dei ricordi. Avrebbe agevolato la lettura. Ma per il resto lo trovo un ottimo lavoro che integra e valorizza bene i paletti e mette al centro la cantina. Cosa che trovo particolarmente importante. Le scene che descrivi all’interno proprio della cantina sono bellissime.
Complimenti

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Messaggio Da ceo Mer Ott 05, 2022 4:06 pm

Gli elementi vincolanti ci sono tutti (boia, cantina, anni 40, eccetera...); la trama e la storia hanno una loro pertinenza. La struttura e lo stile sono coerenti. Quello che non mi convince è il comportamento dei personaggi: le due figure storiche, non le avrei fatte "agire" così come fanno nel testo. Mi sembra una ricostruzione forzata di quello che avrebbero potuto dirsi Priebke e Mengele, dei loro comportamenti. Mengele entra ed esce dal racconto in modo disarmonico col resto della storia. Nel complesso non mi ha convinto del tutto. C'è indubbiamente la stoffa, ma l'autore o autrice deve lavorare di più sui dettagli dell'abito.

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Messaggio Da Resdei Gio Ott 06, 2022 10:14 pm

ciao.
a me è piaciuto.
non metto in discussione i contenuti e come hai trattato un tema davvero terribile e inquietante.
assecondare i folli è una pazzia ancora più grande.
ma di questo tuo racconto mi è piaciuto il respiro, la lucidità alternata alla follia, il rimorso alla convinzione di essere nel giusto.
particolare la figura di Alicia, moglie che vive accanto a un criminale e non sospetta nulla.
nel complesso, un buon lavoro. 
piaciuto anche il titolo
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Messaggio Da FedericoChiesa Sab Ott 08, 2022 12:19 am

A mio  parere, due personaggi storici così ingombranti, riempiono troppo il racconto.
Il dialogo sul treno l'ho trovato fin  troppo distaccato, la conversione di Priebke poco credibile.
Mi è invece piaciuta molto la descrizione dell'eccidio, incalzante, secca, scioccante. I nomi scanditi, come i colpi delle pistole mi hanno messo i brividi. Ma alla fine è troppo diversa dall'impostazione del resto del racconto.
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Messaggio Da Byron.RN Sab Ott 08, 2022 12:32 pm

Di questo racconto mi sono piaciute in particolare due cose.
La prima è la contrapposizione tra due personalità diverse, forse la sintesi di due diversi modi di vivere quegli eventi. Priebke non mostra pentimento, ma come tanti altri gerarchi nazisti utilizza la scusa dell'aver solo eseguito degli ordini. Mengele invece risulta un invasato, una personalità folle, che crede con tutto sé stesso in ciò che è stato fatto.
L'altra cosa che ho apprezzato è il tentativo di farci vedere una personalità particolare, ingombrante, alle prese con un'esistenza normale e ordinaria. È stato interessante leggere di Priebke come garzone di una bottega, i suoi rapporti con la moglie, i fantasmi del passato che ritornano.
Buona la scrittura e la leggibilità, anche se sulla parte dei ricordi mi trovo in accordo con Petunia, mettere quella parte in corsivo, evidenziarla dal resto, avrebbe semplificato la collocazione temporale.
Ti segnalo questa ripetizione nell'utilizzo del termine ammassati
Trecentotrentacinque nomi sulla lista, trecentotrentacinque corpi ammassati a terra.
Le cataste dei morti, ammassati uno sull’altro, superano di molto il metro di altezza
Molto calzante il titolo.
Concludendo un racconto interessante e ben scritto.
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Messaggio Da Antonio Borghesi Lun Ott 10, 2022 4:22 pm

Racconto perfetto per la sua scrittura di notevole fluidità. Un po' meno per quanto riguarda i dialoghi, alquanto innaturali e quel pensiero di Priebke che mi sembra assurdo che, a ogni volta che scende in cantina per dedicarsi al mantenimento della propria divisa, pensa a quei trecentotrentacinque che ha fatto uccidere. Certo hai voluto raccontare, anche in forma molto realistica, quei fatti però li hai sistemati in un momento troppo ripetitivo. Non mi hai nemmeno convinto del "pentimento" del boia delle Ardeatine mentre invece quella "pazzia" del dottore l'hai mantenuta con molta logica. Lavoro comunque eccellente.


Ultima modifica di Antonio Borghesi il Lun Ott 10, 2022 4:26 pm - modificato 1 volta. (Motivazione : refuso)
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Messaggio Da Molli Redigano Mer Ott 12, 2022 1:36 pm

La scrittura è di livello, l'unico refuso te l'hanno già segnalato. A livello lessicale ti segnalo il termine "gangli" che non avevo mai sentito. Complimenti per averlo utilizzato e grazie per avermi fatto imparare qualcosa di nuovo.

Quanto al racconto, l'ho trovato ben costruito. Sia praticamente, come sviluppo della trama, sia psicologicamente, analizzando i due personaggi principali. Ritengo che il fulcro sia proprio analizzare il loro comportamento. Su Mengele c'è poco da dire, pazzo prima e pazzo per sempre. Su Priebke invece dico anzitutto che l'ho trovato verosimile in tutti i suoi aspetti psicologici. Si è adattato alla nuova vita ma non può far a meno di pensare al passato. Credo si percepisca il suo pentimento, autentico, ma la continua giustificazione che adduce "ho eseguito gli ordini", probabilmente lo salva dal suicidio, proprio perché pentito. Ora, nella finzione narrativa io penso questo, nella realtà, per vera convinzione o definitivo lavaggio del cervello, non so se c'è stato un criminale nazista che s'è pentito dei crimini di cui s'è macchiato. 
Un ex ufficiale nazista che fugge braccato dall'Europa, mi fa strano che riesca a portarsi dietro la sua divisa, ma se c'è riuscito posso affermare che comprendo, e ritengo verosimile, che ogni tanto vada a riesumarla per guardarla, per "mantenerla". Non frega a nessuno, ma anch'io, ogni volta che torno a casa dei miei genitori, apro l'armadio dove conservo la mia divisa del militare.

Grazie

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Messaggio Da CharAznable Ven Ott 14, 2022 1:49 pm

Interessante. Molto. Si legge con fluidità e prende il lettore da subito. Quindi il giudizio è globlamente positivo. I paletti ci sono e ci stanno bene. Però c'è qualcosa che non gira bene, qualche ingranaggio che non funziona.
Mi piace molto l'intimo Erich, la scena nella cantina è bellissima, un po' meno il passaggio sui due livelli treno/cantina. Questo funziona meno. (lo so che era un paletto obbligatorio e non so neppure se sono riuscito a spiegare al meglio la sensazione...)
Altra cosa che mi piace poco è il nome dei personaggi. Finchè rimangono Erich e Josef il tutto ha un suo equilibrio e scorre bene, nel momento in cui i nomi diventano Priebke e Mengele, allora diventano ingombranti e il meccanismo si inceppa. Attenzione, sto parlando di nomi, non di personaggi, perchè quelli rimangono. Il lettore aveva capito benissimo di chi stavamo parlando.
Nel complesso il lavoro è molto buono.
Complimenti.
Grazie.

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Messaggio Da paluca66 Dom Ott 16, 2022 5:39 pm

Errori / refusi, niente da segnalare a parte un "vescia" al posto di "vescica".
Ottima scrittura, scorrevole, fluida, senza inciampi, si legge davvero con piacere.
Paletti: ben presenti, inseriti con naturalezza, non ho trovato forzature di nessun tipo.
Storia ben scritta e credibile, anche i due personaggi sono ben inquadrati dal punto di vista storico: trovo credibile che in Priebke possa esserci stata una sorta di revisione del suo operato, cosa che altrettanto credibilmente ritengo non possibile in un personaggio come Mengele.
Mi è piaciuta tantissimo la modalità con cui hai rievocato l'episodio della Ardeatine: le frasi brevi, secche, continuamente interrotte dai punti danno l'idea dei continui spari che vengono raccontati.
Se posso muovere un piccolo appunto, io avrei continuato a chiamare i due protagonisti solo per nome, non c'era bisogno dal mio punto di vista di identificarli ulteriormente con i cognomi.
Titolo perfetto nel suo agghiacciante realismo.
Sei nella mia cinquina.

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Messaggio Da Arianna 2016 Dom Ott 16, 2022 5:50 pm

La parte più bella, meglio scritta e più emozionante di questo racconto è quella centrale, la rievocazione della strage. Quella è veramente forte. Rappresenta, sia emotivamente che strutturalmente (è come se fosse il punto di impatto di un sasso in uno specchio d’acqua, le altre parti si sviluppano attorno in modo simmetrico), il centro narrativo del racconto.
Il resto del racconto è più piano, non nel senso che sia brutto, ma che è emotivamente meno pregnante, è più riflessivo.
Nel complesso, mi sembra un buon racconto storico. Si legge bene, la forma è corretta.
Ci sono alcune riflessioni di Priebke che mi sembrano un po’ un azzardo (in particolare, i giudizi su Mengele), messe nella testa di uno che ha fatto quel che ha fatto, ma siamo nel campo dell’invenzione narrativa, quindi possono andare.
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Messaggio Da M. Mark o'Knee Lun Ott 17, 2022 11:46 am

Il racconto è molto buono, scritto benissimo (ho notato un solo refuso: "vescia" al posto di vescica) e plausibile storicamente, dato che entrambi i nazisti si trovavano in Sud America in quegli anni.
La lettura è scorrevole, nonostante i salti temporali, e devo dire che la ricostruzione dell'eccidio è davvero magistrale: frasi brevi e ritmo incalzante; spari e nomi, solo nomi da spuntare e ordini da eseguire, poiché un soldato, un ufficiale, non può e non deve avere dubbi. Mai.
Molto buona anche la resa psicologica dei due personaggi, uno roso da dubbi tardivi e labili giustificazioni; l'altro ancora pieno di folle ideologia su imperi e razze inferiori buone solo come "materiale umano", cavie da esperimenti.
Due personaggi potenti, quasi ingombranti nel loro peso storico, tanto che - ed è l'unica critica che mi sento di muovere - forse sarebbero bastati i nomi propri, e le vicende narrate, per evocarli nella mente del lettore.
Nient'altro da aggiungere, se non i complimenti all'autore.
M.
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Messaggio Da Mac Lun Ott 17, 2022 12:33 pm

Perché i protagonisti si mettono sempre nell'ultima fila e nell'ultimo posto del vagone?
Scusa autore tu non c'entri, ma credo che sia almeno il terzo racconto che lo specifica.
Detto questo che non è inerente al racconto in sé, parto con il commento.

Mi è piaciuto. I dialoghi (di solito una bestia nera per molti) li hai gestiti bene (solo nelle prime battute mi sono un po' impicciata tra chi diceva cosa, ma mi sono ripresa velocemente), i paletti sono inseriti in maniera fluida.
Hai una bella scrittura, non ho trovato refusi o errori di nessun genere.
I personaggi sono descritti con precisione, terrificanti anche nella loro normalità.

Ho avuto qualche difficoltà nei salti temporali, ho dovuto rileggere alcuni paragrafi un paio di volte perché non riuscivo a collocarli rispetto all'incontro in treno, arrivata alla fine però tutto tornava.
Racconto molto interessante
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Messaggio Da tommybe Lun Ott 17, 2022 6:31 pm

La lentezza del racconto rende la storia ancora più crudele e vera. Il peccatuccio di farcirla con troppi nomi importanti, nomi storici, affievolisce la creatività dell'autore che inventa poco e niente e si affida alla storia e a quei personaggi raccapriccianti.
Ma a chi sa raccontare in questo modo si perdona tutto, pure la poca fantasia.
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Messaggio Da Fante Scelto Mer Ott 19, 2022 12:00 pm

Mi è piaciuto quasi tutto di questo racconto, in primis la staticità e l'originale scelta tematica. Non c'è un tentativo di vendetta, a buon fine o meno, solo un'indagine, anche abbastanza ben riuscita, della psicologia dei due personaggi.
A proposito di costoro, li trovo abbastanza ben resi, forse più Priebke che Mengele: quest'ultimo è uno dei pochi esseri umani davvero perfetti per incarnare il "cattivo totale" e quindi forse meritava un più ampio respiro.
Mi chiedo se valesse la pena, a questo punto, usare un gerarca nazista inventato al posto di Priebke, in modo da non mettere nello stesso racconto due nomi così noti.
Questo ti avrebbe lasciato mano anche più libera in fatto di psicologia del personaggio, senza il problema di confrontarsi col Priebke reale.

Ben riuscita la scena del massacro delle Fosse.

Se manca qualcosa a questo pezzo è forse solo una potenza espressiva maggiore.
Un qualcosa che davvero faccia venire i brividi, vista la presenza di due personaggi così ingombranti nell'immaginario comune, Mengele su tutti.
Invece ho trovato tutto molto ovattato, molto naturale, anche la scena dell'eccidio, come se la narrazione fosse in qualche modo filtrata dagli occhi di Priebke nonostante il narratore onnisciente.

Al di là di questo, però, ho apprezzato molto il tuo lavoro e ne terrò conto in sede di votazione.

PS - Ti segnalo, nella primissima frase, che sedersi "nel fondo del vagone" mi sembra errato, direi "al fondo".
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Messaggio Da Susanna Mer Ott 19, 2022 11:42 pm

Questo è l’ultimo racconto ed è proprio per il titolo che l’ho lasciato come tale, premonitore di un contenuto difficile, foriero di immagini che si pensava consegnate ala Storia ma che quotidianamente ci vengono riproposte.
Lo trovo un racconto scritto con molta cura, a parte alcuni piccolissimi refusi; la lettura è scorrevole e, tralasciando un momento l’argomento tratto, godibile proprio per l’equilibrio con cui i paletti sono stati amalgamati.
Hai scelto di mettere a confronto due personaggi che l’Umanità non potrà mai assolvere e che penso, nella realtà, non abbiano mai messo in discussione nulla di quello che hanno fatto.
L’uno per il trito e ritrito “aver obbedito agli ordini”, l’altro per aver trovato tutti gli strumenti e le risorse per i folli esperimenti scientifici che continueranno a ossessionarlo.
Il tutto con il beneplacito di folli ideali che hanno plasmato menti e coscienze nel profondo.
Il baule nascosto in cantina non consentirà mai a Priebke di liberarsi dei ricordi, di quel momento in cui si è sentito immortale: menti manipolate così in profondità hanno bisogno di quei ricordi per sentirsi vivi e per assolversi.
La parte che più mi ha colpito e che considero molto ben strutturata, è la sequenza di azioni al momento dell’eccidio: frasi secche, corte che racchiudono momenti che noi non possiamo neanche lontanamente immaginare, sprofondati nella comodità di poltroncine: proviamo a farlo mettendo in gioco solo parole.
I dialoghi tra i due protagonisti; chiacchiere, alla fine, “superficiali”, sterili, asettiche, i due quasi noncuranti, come si stessero confrontando su una qualsiasi notizia di poco conto; visivamente c’è un’alzata di spalle quando si considera l’Amazzonia come riserva di caccia.
Hai saputo inserire tante considerazioni etiche e morali che sono tornate di prepotente attualità, così come il concetto che “dalla Storia i popoli non hanno ancora imparato ad imparare”.
Mi è piaciuto il passaggio dalla terza persona alla prima persona: forse avrei messo questa parte in corsivo, per dare immediatezza alla cosa, ma bastano due righe per comprendere.
Sinceramente mi immaginavo un finale più sorprendente: ad es. che Priebke, proprio per quell’ultima frase che racchiudeva il desiderio di un futuro più limpido anche se modesto, prendesse l’altro e lo scaraventasse giù dal treno.
Imprudenze ce ne sono sempre…
 
 
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Messaggio Da Midgardsormr Sab Ott 22, 2022 9:38 am

Ciao autore.

Un buon racconto, qualcosa di diverso. Mi è piaciuta la pesante lentezza con cui hai portato avanti tutti gli avvenimenti. Per la tematica trattata, credo sia stata la scelta giusta.
Bellissima ( in senso lato ) la scena delle fosse, una immagine ben descritta, potente.
Non ho trovato refusi da segnalarti, se non quelli già riportati.
Il titolo mi è piaciuto molto, funzionale al testo.

L'unica cosa che non mi è piaciuta ( ma è un cruccio mio ) è l'inserimento di personaggi così ingombranti e reali.
Rende tutto quasi una cronistoria di eventi, avrei preferito personaggi inventati paralleli a una storia reale.
Ma è solo un parere personale, quindi opinabile.
In finale, le mie personali opinioni non inficiano il risultato finale del racconto, che è davvero di ottima fattura.

Complimenti e a rileggerci.

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Messaggio Da Akimizu Sab Ott 22, 2022 12:46 pm

Ciao autore, hai scritto un buon racconto, coerente, ben studiato dal punto di vista della struttura e ben scritto, a parte una cosuccia che ti dirò poi, ma non so bene perché mi ha un po' respinto. Sarà forse perché in fin dei conti (escluso il ricordo dell'eccidio delle fosse Ardeatine) è piuttosto asettico. Anche la ricostruzione psicologica di Priebke rimane ferma al "erano ordini", nonostante tu ci abbia provato si capisce, non sono riuscito a vederlo bene a fuoco. Mengele invece disattende le mie idee su di lui, nel senso, ho sempre avuto l'idea che questi criminali fossero molto lucidi, che non fossero pazzi o folli, nel senso che intendiamo comunemente, non erano serial killer. Era una concezione malata che avevano del mondo e dell'umanità, tutto qua. Il tuo Mengele invece mi risulta poco lucido, obnubilato da questa missione che lo perseguita e dal voler per forza continuare i suoi studi. Boh, poi magari hai ragione tu, si capisce, ma io l'ho sentito un poco alieno.
Detto questo ti segnalo l'unica inezia che ho trovato: l'incipit: "L’uomo col panama bianco percorse per intero il corridoio e si accomodò nell’ultimo posto sulla destra. Non c’era nessun altro lì, fatta eccezione per un signore in abito scuro, seduto sempre nel fondo del vagone, sull’altro lato.
La carrozza era sporca e puzzava di fumo e alcool.
Il tizio col cappello lo fissò..."
Sarebbe stato più opportuno scriverlo così:
La carrozza era sporca e puzzava di fumo e alcool.
L’uomo col panama bianco percorse per intero il corridoio e si accomodò nell’ultimo posto sulla destra. Non c’era nessun altro lì, fatta eccezione per un signore in abito scuro, seduto sempre nel fondo del vagone, sull’altro lato.
Il tizio col cappello lo fissò...
Questo perché contestualizzi subito il luogo dove ci troviamo (un treno), infatti "corridoio" è troppo generico, l'uomo col panama bianco potrebbe essere ovunque, ma soprattutto perché il pronome "lo", senza l'inciso sulla carrozza, viene riferito direttamente al signore in abito scuro, altrimenti diventa un errore.
Inezie si capisce, la scrittura, a parte qualche involuzione e qualche avverbio di troppo, è davvero ottima.
A rileggerci!
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Messaggio Da Asbottino Sab Ott 22, 2022 7:25 pm

Non mi esprimo su verosimiglianza storica, sulla portata dei personaggi, su quanto siano ingombranti o usati a proposito. Non sono un esperto.
Ma quanto a scrittura il racconto è davvero gestito bene. Psicologicamente è quello che mi ha convinto di più. i personaggi, al di là della Storia di cui fanno parte, sono perfetti.
Forse solo la storiella dei tre gemelli, al di là del fatto di essere divertente, è un po' disallineata con il resto del tono del racconto.
La cantina è di nuovo un luogo dove nascondere i propri ricordi, ma rispetto ad altri boia, e nonostante quella che sembra una vera conversione finale, Erich è molto ambiguo nella sua fuga dal passato, per gran parte del racconto. Ne sembra attratto e disgustato allo stesso tempo, così come ci sono sere che ha fame e altre no. Questa duplicità è resa molto bene, con uno stile asciutto, senza eccessi, soprattutto nella lunga sezione sul massacro dei prigionieri.
Gli altri paletti sono tutti assolutamente funzionali. Direi che questo step, rispetto ad altri, sta producendo racconti forse meno originali, ma i paletti si armonizzano perfettamente tra loro, più che in altre circostanze. Questo ci permette di leggere storie che forse hanno il difetto di essere molti simili una all'altra, ma allo stesso tempo è come ascoltare diversi pianisti affrontare la medesima partitura. L'interpretazione fa la differenza. I dettagli.
E qui siamo di fronte a un'ottima interpretazione.

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Messaggio Da Achillu Mar Ott 25, 2022 6:37 am

Ciao Aut-

Un racconto strutturato in modo particolare, con flashback e flashforward su vari livelli temporali, non solo su due. Non so dirti se la cosa mi è piaciuta, però penso che sia una costruzione abbastanza rischiosa; non so se è riuscita, di sicuro non è venuta male. Sufficienza piena, come minimo.
Uno dei flashback è in prima persona; anche qui non so come giudicare la cosa. Letto da solo è scritto bene. Nell'insieme non saprei dirti.
Di solito non leggo i commenti che mi precedono, ma il caso ha voluto che mi cadesse l'occhio su una frase che mi trova d'accordo: hai fatto un gran lavoro nel costruire/inventare la psicologia di Erich e poi sul finale tiri fuori Joseph che gli ruba la scena.
Molto bene il lessico e la sintassi, non ho trovato inceppamenti.
Il genere è storico, il flashback in prima persona secondo me è il punto più azzeccato. Il boia c'è anche se non viene nominato come tale. Il treno a nuvole viene descritto e correttamente non viene nominato. Gli anni 1940 ci sono.

Grazie e alla prossima.


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Messaggio Da caipiroska Mar Ott 25, 2022 11:20 am

Ciao Autore,
ho trovato questo racconto davvero potente e allo stesso tempo particolare, perchè invece di esplodere implode all'improvviso.
Cerco di spiegarmi: il testo è davvero ben scritto e molto curato, la scena dell'eccidio mette i brividi e convince, il calcolato distacco del loro incontro è ben ponderato e interessante.
Ho notato nei commenti che qualcuno sostiene che nel testo ci siano troppi personaggi: questa osservazione è molto interessante perchè, a mio avviso, i personaggi sono solo due, ma il loro pesoli ha fatti percepire come molti di più.
Mi sono chiesta il perchè di questa sensazione, che poi forse è quella timida nota stonata che ho percepito nella lettura: nel testo c'è un'accurata indagine psicologica dei personaggi (che ho molto apprezzato) che ne fa crescere peso e percezione all'interno della storia. Ma credo che questa indagine si sia spinta oltre, appesantendo il testo di un conflitto strano, inaspettato: uno è troppo folle e l'altro troppo dispiaciuto.
In realtà credo che entrambi avessero lo stesso pensiero, fossero convinti dalle stesse idee e, probabilmente, provassero piacere dalle loro efferate azioni.
Ora, senz'altro non era nelle tue intenzioni, ma il pazzo e il pentito suonano un po' come giustificazioni per il passato dei due.
E questa sensazione, che con ogni probabilità ho avuto solo io, appesantisce il testo perchè inaspettata e inopportuna.
"Ho eseguito solo gli ordini" è una scusa plausibile e logica, ma dietro la facciata ci dovrebbe essere qualcos'altro di più profondo e radicato.
La distanza che hai inserito tra i due personaggi toglie qualcosa al testo, crea un conflitto in chi legge, perchè sembra quasi che ci siano un buono e un cattivo ad interagire, quando in realtà non è così.
Ma credo che sia solo un mio modo d'interpretare un certo tipo di conflitti, poiché credo che a certi livelli il pentimento non abbia molto senso.
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Messaggio Da Marcog Sab Ott 29, 2022 5:17 pm

Bellissimo ultimo racconto letto, scritto con una penna attenta e precisa, praticamente priva di errori. La lettura è scorrevole e si è coinvolti. Mi ha colpito il racconto dell'eccidio, secco, brutale, ma con quel dubbio di fondo che la cosa non fosse giusta. Belli i personaggi, renderli reali è stato un pò un azzardo, ha appesantito il racconto e costretto il lettore a dei paragoni. 
Tra i miei preferiti, complimenti e grazie.
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