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DIx jours à Ronchecourt - 4 giornata

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1DIx jours à Ronchecourt - 4 giornata Empty DIx jours à Ronchecourt - 4 giornata Dom Gen 24, 2021 4:20 pm

Petunia

Petunia
Padawan
Padawan
15 settembre 1954, mercoledì 

Petunia si alzò di buon’ora. Aprì l’armadio, indecisa se indossare l’abito scuro che aveva scelto per il funerale di sua madre e aderire alle richieste della superiora, o il suo amato abito a fiori. 
Del resto, quando era partita non aveva certo previsto di trattenersi a Ronchecourt tanto a lungo; dunque, non aveva molta scelta.
Le venne un’idea: una sorta di compromesso che le avrebbe consentito di venire incontro, almeno in parte, alle richieste della suora; non voleva certo rischiare di compromettere la sua partecipazione all’indagine, indisponendola per così poco. 
Rovistò nella borsa e ne estrasse un vecchio foulard a fiori che portava sempre con sé per ogni evenienza e, con quello, arricchì l’abito nero. Un lungo cappotto e un bizzarro cappellino completarono il suo abbigliamento da detective.
Mentre si vestiva, Petunia ripassava mentalmente tutto quello che le aveva raccomandato Gerard. 
Il commissario le aveva fornito una serie di domande che avrebbe dovuto imparare a memoria in modo da risultare più naturale possibile oltre a una infinita serie di raccomandazioni sui comportamenti da tenere per la propria sicurezza.
Appena uscita di casa,  si ritrovò faccia a faccia con Leroux.
«Gerard! Che ci fai qui a quest’ora?»
«Ho pensato che sarebbe stato meglio accompagnarti; almeno fino al portone.»
«Mi hai già fatto tutte le raccomandazioni del caso. Stai tranquillo. So come cavarmela.»
«Va bene, come vuoi. Andiamo a prendere un tè e poi andrò a parlare con il medico legale.»
Il grazioso locale vicino all’abitazione di Petunia serviva ottimi croissants caldi che, insieme al tè bollente, costituirono un buon modo per togliersi di dosso l’umidità del primo mattino. 
Quando Gerard sollevò il coperchio della teiera, si alzò una leggera nuvola di vapore che gli ricordò le curiose circostanze del suo primo incontro con Petunia.

Tutta colpa, o forse merito, di quei chili di troppo che aveva messo su negli ultimi mesi. 
Aveva deciso di riacquistare la forma provando gli effetti del bagno turco dell’hammam di Martignac. Dopo pochi minuti si era reso conto che quel trattamento salutare non faceva per lui. Odiava sia il caldo eccessivo che l’umidità e sarebbe stata una vera tortura. Stava per uscire quando una donna si era introdotta nella stanza, rigorosamente riservata agli uomini e si era seduta sulla panca di legno vicino a lui. La semioscurità e l’ambiente saturo di vapore non le avevano consentito di rendersi conto dell’errore commesso.
Quando Leroux, con un certo tatto, le aveva fatto notare che era entrata nella porta sbagliata, la donna era saltata in piedi di scatto e si era dileguata farfugliando confuse parole di scusa. Quello era bastato per capire che la donna aveva un accento che gli ricordava quello delle Ardenne, la sua stessa zona d’origine. Di sicuro, non era bretone.
Fu una sorpresa, quando nelle indagini sulla morte del noto stilista di moda Pierre Rivaux, si era ritrovato a interrogare anche la signorina Petunia Désétoiles, vicina di casa della vittima. Ma ancora più inatteso era stato il ruolo di Petunia nella soluzione di quel caso. Leroux era convinto che, senza le sue intuizioni, non sarebbe mai riuscito a venirne a capo. 
Quella conoscenza casuale si era trasformata in breve tempo in una vera amicizia e aveva dato vita al loro strano sodalizio per la soluzione di molti altri crimini.

Petunia arrivò davanti al grande portone, suonò il campanello e attese a lungo prima che una suora, fresca di preghiera mattutina, venisse ad aprirle.
Odiava il rumore dei passi che rimbombavano nel silenzio del corridoio e si chiedeva se, per caso, quella donna avesse le ali ai piedi tanto il suo incedere era silenzioso. 
Davanti alla stanza della madre superiora, la religiosa le fece cenno di aspettare. Bussò alla porta con tre colpetti delicati e attese che la donna la invitasse a entrare. 
Petunia si tolse il capello in segno di rispetto e aspettò con pazienza che la donna le rivolgesse la parola.
«Buongiorno, signorina Désétoiles. Immagino che la polizia l’abbia istruita a dovere sul da farsi. Suor Claire l’accompagnerà nelle stanze. Fra poco sarà ora di portare la colazione e lei l’ aiuterà in questo servizio.»
«D’accordo, madre.»
«Stia bene attenta. Non dovrà lasciarsi commuovere; qualcuna cercherà sicuramente di ottenere più marmellata o più burro. Non ceda. Se le chiederanno di portare lettere ai parenti, dica che questo non le è consentito.»
«Sì, madre. Lo terrò presente.»
«E, naturalmente, la invito a non prestare attenzione alle sciocchezze che le verranno riferite. Qui dentro sono tutte un po’...»
«... Fuori di testa?», finì la frase Petunia che si era già stufata di tutte quelle regole.
«Signorina, volevo dire che le nostre assistite si sentono tutte un po’ sole e cercano di attirare l’attenzione raccontando storie alle quali non si  deve dare troppo credito», la riprese con il solito tono acido.
Suor Claire notò una smorfia di disappunto nello sguardo di Petunia e, con dolcezza, la liberò dalla tentazione di rispondere a tono alla madre superiora. 
«Venga con me signorina, prima andremo in cucina a preparare le colazioni e poi le serviremo insieme.»
La prima stanza in cui entrarono aveva la porta socchiusa ed era semi buia. Dall’ampia finestra filtrava una lama di luce grigia come la pioggia che le persiane non riuscivano a trattenere e si scioglieva in rivoli sui vetri, come lacrime su un volto triste.
C’erano due letti in ferro di un colore bianco ingiallito dal tempo, ognuno col proprio comodino a fianco, come in un ospedale. Un armadietto in legno era la sola nota calda dell’arredo completato da un unico tavolino per entrambe le ospiti e da tre sedie.
Solo tre sedie... notò Petunia con un velo di tristezza; non dovevano essere molti i parenti che si recavano a trovare le loro congiunte. Una fitta allo stomaco, un morso dei sensi di colpa, la colse a tradimento; neppure lei aveva usato molto quella sedia.
Sotto le spesse coperte di lana, si intravedevano i corpi delle due anziane. Un letto sembrava quasi vuoto: la donna doveva essere uno scricciolo pelle e ossa; l’altro, al contrario, pareva accogliesse due persone.
La suora, senza troppi riguardi, accese la luce nella stanza. 
«Sveglia! State ancora dormendo? Su! È ora di lavarsi e di mettersi in piedi se volete mangiare.»
Petunia era ancora assorta nei ricordi e sobbalzò di fronte all’energia di suor Claire. 
Le due donne aprirono gli occhi all’istante. Di sicuro la suora non le aveva svegliate. Era probabile che si stessero godendo il calduccio delle coperte, ma si misero prontamente sedute per il timore di restare senza colazione.
«Oggi, con me, c’è la signorina Désétoiles. Ha fatto un voto di carità e ci aiuterà per qualche giorno, Dio sia lodato.» Si fece il segno della croce.
Le due ospiti si chiamavano Adeline, vedova Marceau, di Ronchecourt, e Linette Framboise, di Lille. 
Adeline era una vecchietta magra che pareva rischiasse di volare via con un alito di vento, ma aveva lo sguardo acuto e vispo. 
Linette, al contrario, era una donnona piuttosto scontrosa. Era visibilmente contrariata da quella intrusione inattesa.
Petunia pensò, ridacchiando fra sé e sé, che forse quel brutto carattere dipendesse dal fatto che le davano poco da mangiare.
La suora aiutò le due anziane a lavarsi con una brocca di acqua fredda che avrebbe svegliato anche un sasso, poi, porse loro vestaglie e pantofole e le fece accomodare a tavola.
«Signorina Désétoiles, sarebbe così gentile da apparecchiare con le tazze per le signore? Le troverà sopra i comodini. E non dimentichi tovaglioli e cucchiai. Nel frattempo, vado a svegliare le altre; continui pure da sola a servire la colazione.»
Le due anziane l’avevano osservata in silenzio fino a quel momento, ma non appena la suora uscì dalla stanza, Adeline si affrettò a dire: 
«Signorina,  può dare anche la mia fetta a Linette... a me basta solo un po’ di caffellatte caldo; lei invece ha molta più fame!»
Cominciò così il suo lavoro di detective: con una brocca di caffellatte fumante.
Linette continuava a restare in silenzio e Petunia contravvenne subito alla regola che la superiora le aveva comunicato, dandole una doppia dose di fette e marmellata. Questo contribuì a creare un’atmosfera complice tra le tre donne, facilitando il compito di Petunia.
  ***

Leroux, a bordo dell’odiata corriera traballante, stava raggiungendo lo studio del medico legale che si trovava un po’ fuori dal centro abitato di Ronchecourt. Osservava il paesaggio che scorreva davanti al finestrino. La campagna era sempre bella, la guerra non era riuscita a rovinarla, ma la mente era distratta dal pensiero di Petunia. Si sentiva colpevole di non aver impedito che si cacciasse in quel guaio. Confinata in quel luogo di per sé molto lugubre e con la possibilità, non molto remota, che proprio tra quelle mura si trovasse anche l’assassino del Dottor Delacourt. 
Il rischio era troppo alto e non si sarebbe mai perdonato se le fosse capitato qualcosa di brutto. Era deciso: al rientro le avrebbe imposto di abbandonare quell’incarico così pericoloso.
Lo studio del dottor Polignac non era molto distante dalla fermata della corriera. Meunier gli aveva già preannunciato la visita di Leroux. Lo aveva presentato come un proprio collaboratore incaricato di fargli alcune domande sui decessi al Notre-Dame du Mont. 
L’arredamento era piuttosto essenziale: un enorme armadio a vetri in cui facevano bella mostra grossi faldoni, ognuno dei quali conteneva i referti relativi all'anno scritto sulla costola in rigoroso ordine progressivo; Leroux intravide il primo in alto a sinistra: risaliva al 1902. 
Questo la diceva lunga sulla veneranda età del medico il quale, seduto dietro al tavolo, dimostrava tutti i suoi anni. 
Con un cenno della mano, il medico invitò Leroux a sedersi; gli dette una rapida occhiata da sopra gli occhiali e, con voce nasale, disse: 
«Dunque, giovanotto?» Erano anni che non lo chiamavano così.
Polignac aveva il viso scavato, del tutto simile allo scheletro alla sua destra. Si trattava di un vero scheletro, con il cranio rivolto proprio in direzione della sedia in cui il dottore lo aveva fatto accomodare. 
Un teschio sulla scrivania fungeva da fermacarte e su una mensola erano esposti alcuni barattoli di vetro dal contenuto inquietante: misteriosi oggetti immersi in un liquido, forse formalina, su cui evitò di farsi domande. 
Leroux capì ben presto che, se voleva farsi intendere, avrebbe dovuto alzare parecchio il tono di voce: l’uomo era sordo come una campana.
Gli spiegò, quasi gridando, la ragione dell’incontro e, senza indugiare, arrivò dritto alla domanda che più gli premeva.
«Dottor Polignac, negli ultimi mesi ha avuto dei sospetti sulle cause del decesso di qualche paziente ospite delle suore di Notre Dame du Mont?»
«Caro Ispettore Leboux» - non aveva capito il suo nome nonostante glielo avesse gridato più volte - «come può immaginare, quasi tutte le signore decedute nell’Istituto erano molto anziane e affette da un certo numero di disturbi, ognuno dei quali può aver contribuito, per la propria parte, alla morte. I decessi sono determinati in prevalenza da malattie incurabili, come nel caso dell’ultima signora che è deceduta pochi giorni fa, oppure da arresto cardiaco. In caso di sospetto avrei dovuto provvedere all’autopsia, ma niente mi ha fatto pensare, nei casi recenti, a possibilità diverse».
«Mi scusi, dottore», intervenne Leroux, «posso farle un’altra domanda?»
«Dica», rispose Polignac. Gerard notò che aveva rivolto verso di lui l’orecchio destro; forse, quello con cui sentiva meglio.
«Se la causa del decesso fosse stata una dose eccessiva di farmaci, se ne sarebbe accorto?» 
«La sua domanda è alquanto strana», rispose il dottore, con un’espressione di stupore, misto a curiosità.
«Dipende dal tipo di farmaco o di trattamento. Una dose di poco superiore alla norma, specie se somministrata a un soggetto già debilitato o cardiopatico, potrebbe essere la causa scatenante di un arresto cardiaco... ma è difficile, anche con un accurato esame autoptico, riuscire a stabilire se sia proprio quello il motivo del decesso piuttosto che le patologie già esistenti. Insomma, sarebbe un’indagine che si concluderebbe senza avere certezze.»
Leroux stava per chiedere ancora qualcosa, ma si trattenne. Polignac pareva assorto.
«Le dirò, ispettore Leboux …» riprese qualche attimo dopo.
«Leroux, dottore, Leroux!» tentò ancora Gerard.
«Come? Ah, sì. Adesso che mi ci fa pensare,  nel penultimo decesso che ho certificato, qualche dubbio ce l’ho avuto. Ne parlai col  povero dottor Delacourt e lui mi spiegò che la paziente era cardiopatica e che da molti anni  era sottoposta a opportune terapie. Ma la medicina, caro Leboux, non fa miracoli!» 
«Lei si riferisce alla Signora Laurent, vero?», chiese il commissario.
«Mi faccia controllare.»
Il faldone dell’anno 1954 era a portata di mano. Polignac lo aprì e scorse il contenuto con una lentezza che non mancò di acuire l’irritazione di Leroux. 
«Sì, Leboux, si tratta proprio di lei, la signora Sylvie Laurent.»
«Grazie, dottore. E invece, della morte del dottor Delacourt cosa mi può dire?»
«Non tutti i casi sono così semplici come quello della morte del mio collega. Proprio questa mattina ho eseguito l’autopsia. Questo è uno di quei casi che fanno dormire sonni tranquilli a un medico legale.» 
Il dottore disse queste parole con uno smagliante sorriso di soddisfazione che faceva pendant con quello dello scheletro che continuava a fissare Leroux. «Come scriverò nel verbale, in questo caso, non ci sono dubbi: il violento colpo subìto da Delacourt ha causato la frattura della scatola cranica con fuoriuscita di materia cerebrale. Il poveretto è deceduto all’istante.»
Leroux rimase seduto ancora un attimo. Avrebbe avuto altre domande da porre, ma parlare con quell’uomo era troppo faticoso. Già sentiva un certo mal di gola per lo sforzo di tenere la voce alta, quindi si accomiatò.
«Grazie dottore, le auguro una buona giornata».
Stava per uscire quando si sentì chiamare: «Leboux! ... Leboux! mi saluti Meunier».
«Sì, sì, grazie, riferirò» rispose rassegnato. E uscì.
***


Rassicurate dalla gentilezza di Petunia, le due anziane si sciolsero un po’. Non erano abituate a ricevere molte visite e quella signorina offriva loro la rara possibilità di parlare con qualcuno.
«Come ha detto che si chiama, signorina? Sa, sono un po’ sorda e non capisco bene», disse la vecchina gracile con voce squillante. 
«Petunia, Petunia Désétoiles, ma potete chiamarmi semplicemente Petunia.»
«Molto piacere di conoscerla signorina Petunia, io mi chiamo Adeline Marceau. Cioè, Marceau era il nome del mio defunto Armand, pace alla sua anima. Dio l’abbia in gloria e che il coro degli angeli e tutto il paradiso preghino per lui!» E così dicendo baciò a più riprese un ciondolo in oro che conteneva una piccola foto del fu Armand Marceau. 
Chissà se in vita aveva mai ricevuto tanta dimostrazione di affetto, pensò Petunia trattenendo a fatica una risata col rischio di soffocare: quella Adelina era troppo spassosa. Tuttavia, era fin troppo chiaro che da lei non avrebbe potuto ricavare niente di utile per la sua causa investigativa.
Linette, la donnona, la guardava in silenzio, ma era evidente che mal tollerava le manifestazioni mistiche della sua compagna di stanza. Forse, era interessata solo al cibo che avanzava sempre dal suo piatto.
«Siete in due in questa camera, almeno potete farvi compagnia», esordì Petunia.
«Compagnia? Quella lì apre la bocca solo per mangiare! Dio mi perdoni per queste parole.» Seguì una serie interminabile di segni della croce.
Petunia allora si avvicinò a Linette che nel frattempo aveva spazzolato la sua colazione e che, forse addolcita dalla marmellata, alzò la testa e rispose: 
«Mi sembra di stare in purgatorio. Quella sta sempre a pregare e io non sono mai andata d’accordo coi preti.»
Petunia, per smorzare quell’atmosfera elettrica, decise di affrontare subito l’argomento che le stava a cuore. 
«Immagino che abbiate saputo cosa è successo al Dottor Delacourt.»
Prima che Adeline cominciasse con le odiate litanie, Linette prese la parola: 
«Sì, ho sentito le suore che bisbigliavano mentre mi recavo alla toilette. Erano tutte in agitazione per la morte del dottore. Pare che non abbia fatto una buona fine, forse è caduto e si è rotto la testa.»
Petunia evitò accuratamente di parlare di omicidio.
«Non mi pare che lei sia tanto turbata da questa cosa.»
Adeline prese la parola: «Perché quella lì è una senza Dio e senza cuore! Il Signore in cielo avrà pietà per quel medico che era tanto buono con me! Di certo, gli angeli lo hanno voluto insieme a loro.»
Linette, insofferente, sbottò: «Sarà stato pure tanto buono, ma, ogni volta che tornavi da una visita, mi sembravi più stordita del solito. Non credo proprio  che quelle cure ti facessero bene.»
Petunia notò solo in quel momento che Adeline aveva due piccole cicatrici sulle tempie.
«Io non ho mai bevuto quegli intrugli pieni di gocce amare come il veleno.» Abbassato il tono di voce, aggiunse: «la vede, signorina, quella pianta laggiù? Una volta aveva foglie rigogliose e guardi come sono ora: secche e avvizzite come Adelina. Io, quelle porcherie del dottore, le ho date tutte alla pianta e non me ne pento!»
Petunia non poté fare a meno di pensare che lei riusciva a far seccare le piante  anche senza le gocce di Delacourt. A casa sua, a Martignac, il giardino era sempre spoglio come un albero in inverno. Il pollice verde, lei, proprio non ce l’aveva.
***

Gerard rientrò a casa a piedi. Aveva bisogno di farsi accarezzare dall’aria frizzante della sera per liberarsi di quella stantìa che aveva respirato nello studio di Polignac, con tutta quella inquietante esposizione di reperti umani, compresa la vecchia mummia del dottore. 
Cercò di fare un primo punto della situazione. Per il momento, aveva ottenuto la conferma che i metodi di Delacourt dovevano essere quanto meno discutibili e, sebbene non ci fossero prove certe, pareva chiaro che con la propria attività poteva essersi procurato molti nemici.
Altra questione importante da approfondire era la morte della signora Laurent: doveva cercare di saperne di più. Chi era quella donna e perché anche quella cariatide del dottor Polignac aveva avuto dubbi sulle cause del decesso.
Gli mancavano le costruzioni con gli stuzzicadenti, quel diversivo un po’ stupido che lo aiutava a concentrarsi e a cui era debitore delle intuizioni migliori.
Aveva iniziato con quel passatempo da quando era rimasto solo, dopo la morte di sua moglie e la “fuga” (lui l’aveva considerata tale per anni) di Hélène, sua figlia, che aveva preso i voti e si era trasferita in una missione in Africa.
Il destino aveva messo sulla sua strada quella strana donna. Il rapporto con Petunia era di pura amicizia, eppure, con il suo umore, le intuizioni, la capacità di comprendere e di saper ascoltare, lei aveva riempito molti spazi vuoti della sua vita e lui che aveva fatto? Aveva permesso che andasse allo sbaraglio, con il rischio di mettere a repentaglio la vita per svolgere un incarico che non le competeva. Che cretino era stato! Doveva fermarla.
Afflitto da questi pensieri, decise di cambiare direzione e s’incamminò a passo veloce verso l’Istituto.
Appena uscita dal portone, Petunia notò subito la ruga che segnava la fronte dell’ amico commissario: era preoccupato. Lo salutò col sorriso migliore di cui fosse capace.
«Mio caro Gerard, come vedi sono tutta intera, nessun assassino ha attentato alla mia vita, anche se, con quelle vecchiette, ho rischiato di morire dal ridere.»
Gerard, visibilmente rasserenato, le disse: «Ora, Petunia, andiamo a prenderci qualcosa in quel caffè vicino a casa tua. Voglio che tu mi racconti, per filo e per segno, quello che hai visto o sentito là dentro.»
C’erano alcuni tavolini all’aperto, ma l’aria era ancora umida per le piogge incessanti degli ultimi giorni e preferirono accomodarsi all’interno. Leroux fece l’ordinazione e poi disse: 
«Dunque?»
Petunia iniziò a parlare. Sembrava un fiume in piena: non sarebbe riuscito a infilare nel discorso neppure una domanda. Per questo, si armò di pazienza e di un taccuino per prendere nota delle cose più significative.
«Quel posto è così triste! Mi spiace così tanto di non essere andata a trovare mia madre più spesso. Anche se non era più in grado di rendersene conto, sapere che era in quelle mani mi fa stare male. Eppure, ti assicuro che avevo avuto ottime referenze e, tutto sommato, pensavo che la carità delle suore avrebbe compensato in parte la mia mancanza.»
«Come potevi immaginarlo? Non devi darti troppa pena per questo.»
Petunia sospirò e riprese il racconto.
«Oggi, ho interrogato le signore che occupano le camere doppie. Sono tutte donne molto sole e un po’ svanite, ma ho potuto avere la conferma che quel Delacourt non era molto apprezzato come medico. Ho scoperto che praticava anche l’elettroshock! Una vera barbarie per conto mio. Spero che non abbia mai fatto niente di simile a mia madre. Non lo avrei autorizzato per nulla al mondo. E poi, rintontiva quelle vecchiette riempiendole di tranquillanti.»
Mentre Petunia chiacchierava a ruota libera, Leroux si convinse una volta di più che farle correre dei rischi per ottenere informazioni di quel tipo non valeva proprio la pena. Era riuscito a scoprire molte più cose indagando da solo.
Petunia si accorse di quel disappunto, la fronte corrugata dell’amico raccontava molto di più delle parole. Ormai, era troppo coinvolta nelle indagini e non si sarebbe fatta fermare. Quindi, senza dargli il tempo di obiettare, proseguì: «Per domani sono già d’accordo con la superiora che mi farà visitare “le riccone” ospitate nelle camere singole. Già che ci sono, vorrei dare un’occhiata anche alla camera della signora Laurent, morta poco tempo prima di mia madre. L’avevo incontrata qualche volta e avevo scambiato qualche parola con lei; sono rimasta molto colpita dalla sua morte.»
Petunia colse al volo il lampo di interesse nello sguardo del commissario Leroux. Forse, aveva toccato il tasto giusto affinché lui le permettesse di proseguire con le indagini.
«Petunia», le sussurrò Gerard con tono rassegnato, «stai correndo un rischio troppo alto. Sei sicura di voler tornare in quel posto?»
«Sì, Gerard», rispose lei con tono pacato ma deciso.  



Ultima modifica di Petunia il Mar Gen 26, 2021 7:40 am, modificato 3 volte


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Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
D.Buzzati 

2DIx jours à Ronchecourt - 4 giornata Empty Re: DIx jours à Ronchecourt - 4 giornata Lun Gen 25, 2021 10:50 am

bucaneve88

bucaneve88
Younglings
Younglings
Bella puntata! Le acque si stanno agitando, i lettori rizzano le orecchie e fanno scommesse, ma è troppo presto...
PS: Odio la Superiora... La ammazzano?


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Mai innamorarsi di un fiocco di neve...  DIx jours à Ronchecourt - 4 giornata 3931930528

A Petunia e Danilo Nucci garba questo messaggio

3DIx jours à Ronchecourt - 4 giornata Empty Re: DIx jours à Ronchecourt - 4 giornata Lun Gen 25, 2021 10:03 pm

paluca66

paluca66
Younglings
Younglings
La tensione comincia a salire e ogni pausa in attesa della puntata successiva è un tortura per il lettore...
Anche se so che non potrete fare morire Petunia, lo stesso lettore della riga sopra non ve lo perdonerebbe mai!
Siccome dobbiamo fare anche i "critici" oltre che appassionarci al racconto segnalo tre cosucce:
1. 
L’arredamento dello studio era piuttosto essenziale: un enorme armadio a vetri in cui facevano bella mostra grossi faldoni, ognuno dei quali conteneva i referti relativi all'anno scritto sulla costola in rigoroso ordine progressivo; Leroux intravide il primo in alto a sinistra; risaliva al 1902.
in questa frase non mi piacciono i due punti e virgola quasi consecutivi alla fine
2. 
Dio l’abbia in gloria e che il coro degli angeli e tutto paradiso preghino per lui!
Può essere che manchi qualcosa tra "tutto" e "paradiso"
3. 
fresca di preghiera mattutina
questa espressione è spettacolo allo stato puro, da sola fa schizzare verso l'alto qualsiasi indice di gradimento su questa quarta giornata: strepitosa!

A Petunia e Danilo Nucci garba questo messaggio

Petunia

Petunia
Padawan
Padawan
Grazie Buc e Paluca del passaggio e delle correzioni!  Siete preziosi.🙏🙏

**il testo “vive” abbiamo preso nota dei i suggerimenti e apportato le correzioni, per cui, chi lo leggerà da ora in poi lo troverà diverso rispetto alla versione postata in origine.**


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Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
D.Buzzati 

Danilo Nucci

Danilo Nucci
Younglings
Younglings
Grazie mille per i suggerimenti che ci date. Vi siamo debitori! 🤗

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
I nostri eroi cominciano a indagare e si aprono altri scenari. Saà facile a Petunia nel ruolo di dama di carità carpire nuove notizie.  Il racconto è ben costruito e si legge con piacere. 
Vi seguo. study

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tontonlino

tontonlino
Viandante
Viandante
"Fresca di preghiere mattutine". Mica è passata osservata l'espressione!

Ma andiamo avanti col francese:
- croissant, anche al plurale, usato nella lingua italiana dovrebbe rimanere così, senza la s.
- Notre-Dame du Mont, col trattino

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bucaneve88

bucaneve88
Younglings
Younglings
Adesso ho da fare, ma tornerò senza fallo: la quinta puntata mi attende. Bravi, giallista.


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