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'86

2 partecipanti

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1'86 Empty '86 Mar Giu 28, 2022 8:02 pm

Giancarlo Gravili

Giancarlo Gravili
Padawan
Padawan

https://www.differentales.org/t1648-so-dell-attesa#19682:

 ‘86


«Avevo te.
Sputavo formiche sui tavoli,
vestivo al buio con paillettes rosse
e del wiskey facevo un bicchiere vuoto di notte».


Avevo un cane bianco
e una coppa d'oro
colma di sangue coagulato
e righe di siringhe
riempite col veleno che cura.

La mia benzina era senza piombo
e dormivo di giorno nelle bettole
fra verdi biliardi
che puzzavano di porto.

«Avevo una Lancia marrone conficcata al centro dei ventricoli.
Era il tempo delle mele cotogne, i cinema si vestivano alla superman e i pidocchi rubavano i peli ai cani per rivenderli ai negozi dei parrucconi.
Nessuno parlava di cose buone o cattive abitudini, nessuno parlava di nessuno e tutti di qualcuno.
Le assemblee sociali si sciacquavano la bocca con le società dei bastardi benpensanti e mal pagant

ma alla fine nemmeno esse pagavano un cazzo»

Sul marciapiede posavo lo zaino vuoto dei colmi,
tagliavo il vento di grecale attraversando ponti e porti
e le mie lacrime gonfiavano le ruote degli autobus,
Paperino guidava ancora tenendo un litro di vino rosso
come tacca del sedile.
Le fermate erano a discrezione del conducente e se l’alcol
era finito non si fermava.
Nelle feste appendevo i muri di pietra sotto le scale
e le puntine dei giradischi suonavano solo Dylan.

Palazzi grigi e figli di puttana alti tre metri mi precedevano nel mio cammino,
vatussi del cazzo che mangiavano struffoli e piccioni nel sacchetto del panificio.
I gettoni telefonici erano per le porte del Paradiso, gli squilli erano uomini borderline che ti aprivano le porte delle cabine e io gettavo nei tombini le “gingomme del ponte”.
Avevo vestiti di paillettes e cappelli di paglia rossa e labbra colorate, tre soldi in tasca e Dante era morto prima d'esser condannato al rogo per aver condannato egli stesso.

«Ora non ho più nulla e faccio il vegetale da balcone nelle ore assolate, nella solitudine di città morte d’uomini e vive di morti.
Talvolta vivo pure nei bidoni della spazzatura e la gente mi digrigna la bava addosso quando scoperchia il vaso di Pandora per defecarci i propri egoismi.
Sono il piscio nero che scorre sotto un palazzo grigio e quando la luce della notte si fotte i lampioni un brivido mi prende e trascino le budella lasciando sull’asfalto sapore d’escremento».

Avevo un cane bianco,
tre soldi in tasca
E una busta di sogni
che nessuno imbucherà più nella cassetta postale.

«E spegni quel cazzo di climatizzatore che voglio sudarmi la pelle mentre mi fumo l’ultima cicoria di campagna che ho trovato al mercato»


Pubblicità regresso
«La carta igienica “Tallevio” non verrà fornita per il blocco delle piantagioni di cotone da parte dei bruchi avvelenati»


______________________________________________________
Le domande non sono mai invadenti, a volte lo sono le risposte...

2'86 Empty Re: '86 Mer Giu 29, 2022 1:34 pm

Petunia

Petunia
Moderatore
Moderatore

allora, caro  @Giancarlo Gravili.
c'è una certa evoluzione del tuo stile in questo pezzo così sensoriale. Non ti sto a segnalare le magagne (dalla punteggiatura alla formattazione) mi interessa concentrarmi sul contenuto.
Tutto il brano è un grido, una denuncia ad "alta musicalità". A tratti sembra un testo musicale molto attuale. Le immagini, gli odori i sapori, i ricordi si amalgamano in un impasto "indigesto" che pure ho apprezzato moltissimo. A parte la pubblicità regresso. Quella sì, che trovo sia un rigurgito di un Gravili distante dal tipo di scrittura che dimostra in questo brano e, per conto mio, toglie anziché aggiungere. 
Bravo, davvero bravo e coraggioso.


______________________________________________________
C’è qualcosa di delizioso nello scrivere le prime parole di una storia. Non sai mai dove ti porteranno.
(Beatrix Potter)

3'86 Empty Re: '86 Mer Giu 29, 2022 1:53 pm

Giancarlo Gravili

Giancarlo Gravili
Padawan
Padawan

Sì in questo testo non esiste nulla che riguardi formattazione e altro in quanto è venuto fuori un ibrido tra prosa poetica e racconto e forse sarebbe meglio trasformare il tutto in racconto breve. Il getto che deve avere un testo poetico a volte sorprende persino l'autore e di solito in poesia non uso nemmeno un punto o altro lasciando libere le parole ma in questo caso ero indeciso su come presentare il tutto che a dire il vero ho scritto di flash in due minuti sul telefono. O acchiappi il concetto o ti frega e lo perdi e allora paghi con la giusta esposizione. Ma in realtà sono tranquillo perché qui mi sento a casa e i giusti consigli mi consentono in seguito di riguardare con calma e curare il pensiero felino che ti graffia la mente quando non vuoi. D'accordissimo su quel regresso finale che provvedo a giustiziare senza indugio e senza attenuanti, brutto cattivone de mamma sua. Abbraccione!

Ecco il testo un po' edulcorato nella formattazione e reso in poesia non so se così rende meglio...

86


Avevo te.
Sputavo formiche sui tavoli,

vestivo al buio con paillettes rosse
e del wiskey facevo un bicchiere vuoto di notte.

Avevo un cane bianco
e una coppa d'oro
colma di sangue coagulato
e righe di siringhe
riempite col veleno che cura.
La mia benzina era senza piombo
e dormivo di giorno nelle bettole
fra verdi biliardi
che puzzavano di porto.
Avevo una Lancia marrone
conficcata al centro dei ventricoli.
Era il tempo delle mele cotogne,
i cinema si vestivano alla superman
e i pidocchi rubavano i peli ai cani
per rivenderli ai negozi dei parrucconi.
Nessuno parlava di cose buone o cattive abitudini,
nessuno parlava di nessuno e tutti di qualcuno.
Le assemblee sociali si sciacquavano la bocca

con le società dei bastardi ben pensanti e mal paganti
ma alla fine nemmeno esse pagavano un cazzo.
Sul marciapiede posavo lo zaino vuoto dei colmi
tagliando il vento di grecale,
attraversando ponti e porti
e le mie lacrime gonfiavano le ruote degli autobus.
Paperino guidava ancora tenendo un litro di vino rosso
come tacca del sedile anteriore.
Le fermate erano a discrezione del conducente
e se l’alcol era finito non si fermava.
Nelle feste appendevo i muri di pietra sotto le scale
e le puntine dei giradischi suonavano solo Dylan.
Palazzi grigi e figli di puttana alti tre metri
mi precedevano nel mio cammino.
Erano dei vatussi del cazzo
che mangiavano struffoli e piccioni nel sacchetto del panificio.
I gettoni telefonici erano per le porte del Paradiso,
gli squilli erano uomini borderline
che ti aprivano le porte delle cabine
e io gettavo nei tombini le “gingomme del ponte”.
Avevo vestiti di paillettes e cappelli di paglia rossa
e labbra colorate…
Tre soldi in tasca e Dante era morto
prima d'esser condannato al rogo
per aver condannato egli stesso.
Ora non ho più nulla
e faccio il vegetale da balcone
nelle ore assolate,
nella solitudine di città
morte d’uomini e vive di morti.
Talvolta vivo pure nei bidoni della spazzatura
e la gente mi digrigna la bava addosso
quando scoperchia il vaso di Pandora
per defecarci i propri egoismi.
Sono il piscio nero che scorre sotto un palazzo grigio
e un brivido mi prende,
quando la luce della notte si fotte i lampioni e…
Trascino le budella lasciando sull’asfalto sapore d’escremento.
Avevo un cane bianco,
tre soldi in tasca
e una busta di sogni
che nessuno imbucherà più nella cassetta postale.


«E spegni quel cazzo di climatizzatore che voglio sudarmi la pelle mentre mi fumo l’ultima cicoria di campagna che ho trovato al mercato.»


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4'86 Empty Re: '86 Gio Giu 30, 2022 9:18 am

Giancarlo Gravili

Giancarlo Gravili
Padawan
Padawan

Ci tenevo a precisare che nella poesia, pur prendendo spunto da alcune vicende, non mi riferisco a realtà strettamente riguardanti me, ho trasposto quella realtà in surreali situazioni e ho provato a immaginare come la "mia penna" le avrebbe descritte, in fondo quello era il "corollario" che in città, in quegli anni, al liceo mi circondava da ogni lato e che non poteva sfuggire all'immagazzinamento mentale, tanti ragazzi e ragazze che erano a scuola con me finiti male o morti per droga o per malavita. La vita spesso ci si presenta davanti e noi che scriviamo dobbiamo esser capaci di coglierla e di immedesimarci.
L'episodio delle paillettes è vero e si riferisce a una serata in una villa sperduta nella campagna in cui si dava una festa in maschera. Quella notte non sapendo come accidenti vestirmi fregai pantaloni e giacca tutta tigrata a mia sorella e mi feci truccare poi presi la mia Lancia Beta coupè e corsi come un pazzo nella notte (a fari accesi però) perdendomi nelle campagne e meno male che così conciato nun me fermò la buoncostume! A mia difesa avrei dichiarato di essere un "Cugino di campagna"
Però dai... ero assai caruccio conciato in quel modo e se fossi sceso dall'auto qualch'uno lo avrei rimorchiato!


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