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Milos nelle braccia di Kronos e nelle spire di Kairos

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Messaggio Da Giancarlo Gravili Ven Giu 24, 2022 9:15 pm

https://www.differentales.org/t1435-marzia#19642:


Milos tra le braccia di Kronos tra le spire di Kairos


«Milos visse nella sua isola lontano dai tempi, vicino a ciò che amò, inseguendo i giardini dell'amore.
Ancora oggi il suo canto d'amore accompagna l'aria della sera e il vento lo trasporta dove dormono gli amori, ancor oggi il mare parla di lui nelle tempeste e nelle bianche onde che si infrangono sugli scogli.
Questo fu Milos poeta E questo il suo canto di lacrime…

Pianse il sentire nel cambiante suono di solitari passi esuli dall'essere, presenti nell'assenza, assenti nel presente e nella solitudine del poeta tutto cominciò a morire».


Io Milos


Morì la sensazione della sete,
perché da tempo non avevo più sete.
Morì la sensazione del caldo,
perché da tempo non avevo più caldo.
Morì la sensazione del freddo,
perché da tempo non avevo più freddo.
Quando non ebbi più tempo per le sensazioni,
nacque il tempo delle insoddisfazioni.
Perché tutto è relativo a esse.
La relativa percezione mutò nell'analisi interiore del tempo,
del proprio tempo vissuto.


«Quando il non tempo restituì al tempo me stesso e la porta dell'oscuro tornò a misurare l'umano agire passarono istanti o splendenti soli in cui l'agire avvenne senza avvenire in un reale che non fu reale.
Allora apparvero terre lontane e fuochi in quel che rimaneva dello scibile del pensare».



Il nulla


Terre vidi,
rosse come il fuoco.
Terre vidi ed esse furono incendiate da scrosci d'acqua.
Scrissi versi per te,
ti chiamai amore.
Nomi urlai al vento,
nulla servì a placare l'ira delle anfore di creta,
no, nulla servì.
Servì il nulla a dar tormento.
Il nulla tramutò l'essenza che, piegandosi alle ragioni, riscoprì il perso equilibrio.
Bilico.
Bilico tu sei per me,
pozzo senza fine.
Mare d'un tempo passato.
Bosco di stoppie.
Pane scialbo.
Bilico sei per me,
o dissipata tristezza
d'uno stupore ritirato.


«Apparve chiaro il legame con le terre e con l'amore che esse aveva irrigato,
mentre il tempo scompariva dal reale»

Bianchi Gelsi scrissi


Bianchi gelsi
d'adorne terre e cadenti foglie.
Nella casa dell'edera trovo voi,
da rincorsi sogni nell'anima flessi.
Vissi nel tempo del fu.
Fui tempo nel palmo di mano.
D'uno spento falò sfiorai lo scritto,
lasciando al tepore storie d'accesi deserti.
Vedo ancora i petali che ricoprivano i tuoi seni
sussultare nell'infinito scritto,
dall'impudico ghibli trasportati.
Or leggo il dorato profumo di Babilonia
tra pensili giardini e sussurri d'acque.


«Ecco che l'amore inondò le terre dello spirito e fiumi di esperienze
dettero linfa nuova all'amore vissuto».



Tempo


Tempo fu languida mia ricerca sul corpo tuo di giada,
immerso in rubini, fra cascate di smeraldi,
fontane d'ametiste e diamanti.
Sfregai lampade d'argento.
Divenni mito per assaporare i tuoi baci,
viaggiando sulle scie dei millenni.
Sì, fu tempo e ora che tempo non è più,
per te cucirò principeschi abiti con i versi delle fiabe.
Per te scriverò l'infinito libro dell'amore.
Per te imprigionerò l'essenza degli astri
e nell'estasi degli occhi tuoi,
finalmente vedrò le mille e una notte.


«Bianchi gelsi d'adorne terre,
son qui sdraiato a guardar di voi perdute guerre.

E dall'amore passò l'anima a volteggiare nel tempo in cui il tempo era tempo
senza tempo, tempo in cui contava la qualità del vissuto».



Kairos


«Nel tormento dell'incerto assoluto comparve l'estasi del dolore che trafisse l'anima con lunghe spine.
Rese viva l'esistenza, le concesse la forza del pensiero, indusse ogni singola emozione verso i “sentieri dell'anima” che portavano alla quiete dello spirito dopo un vagare triste e incerto.
In una notte, notte senza tempo, si materializzarono ancestrali vicissitudini, tra lampi e tuoni tremò l'intelletto e il verbo divenne amore.»



Se dovessi rincorre la solitudine d'una luce accesa,
spegnerei quella clessidra di vetro,
da troppo tempo logorata dalla polvere d'una stella cadente.
Se avessi la forza di graffiare le infinite trame tessute
dalla tristezza scolpirei sulla sabbia i tuoi occhi di cristallo.
Se la malinconia d'un vascello in fuga verso l'orizzonte,
ascoltasse i nostri lamenti, costruirei una piramide per racchiuderli dentro.
Se gli interminabili se che camminano insieme a noi,
rimanessero solo dei se, troverei il coraggio di sussurrare il tuo nome al vento.
Se un raggio di sole riflettesse nel tuo sguardo il labirinto che ci imprigiona,
vagherei per l'eternità alla ricerca del tuo amore.
Se ancora una volta potessi sfiorare con le mani il tuo viso,
resterei lì fermo a osservarti per ore nel silenzio d'una tempesta.
Se negli stralci di queste frasi potessi cancellare le incertezze,
forse mi ritroverei accanto a te.
Se d'un tratto scomparissero i vampiri che volano nelle stellate notti,
rimarrei ancora con te su quella panchina triste e fredda.
Nel calore d'un acceso fuoco annegherei il mio amore e con
infinita dolcezza cullerei i tuoi meravigliosi occhi di cristallo.


«Milos piange ciò che non si può piangere»


Gocce di rugiada lentamente scesero giù dalle foglie,
sguardi lontani s'intrecciarono, s'osservarono.
Piccole ombre nascosero il volto.
Lontano un bagliore scoprì gli occhi.
Immagini sbiadite, lassù vissero ancora.
Burattini come equilibristi corsero lungo il filo della vita.
Risero, piansero, poi in silenzio morirono.
Grida nel silenzio, qualcuno ascoltò.
Nell'oscurità occhi di cristallo brillarono, sorrisero.
Ancora una notte trascorse, una notte senza tempo.


«Continuò la tempesta s'aprirono porte e finestre, si chiuse l'anima in se stessa a cercar riparo dalle folgori. Il tempo si tramutò e nel passato annegò mentre fuori tutto era scuro. La notte urlò, il cuore sanguinò».

Ti cercai nei crepuscoli estivi, ti cercai sulle spiagge deserte.
Il vento spazzò via i tramonti lunari, piegò in due evanescenti realtà,
soffiò sul tuo viso di rugiada, dove eri?
E dove erano i tuoi occhi di cristallo?
Dirupi immensi intorno a me, scogliere di ghiaccio si sciolsero,
sussurrarono il tuo nome.
Eternità latenti dipinsero paesaggi lontani,
sprazzi d'azzurro cancellarono i solchi della vita,
piccoli ramoscelli s'intrecciarono.
Tenere foglie sorrisero alla terra.
Sensazioni fuggevoli piansero.
Echi dispersi nelle nebbie di tempeste stellari
ricordi velati da rigagnoli di sabbia,
fiumi di papaveri imbevuti di rosse emozioni ti invocarono.
Ti cercai sulle rocce dei sentieri, sulle ali delle statue,
ti cercai nelle maree scolorite della sera, ma invano gridai,
mi disperai.
Invano mi chiesi dove eri.
Fruscii d'un tempo immaginario soffiarono lontano.
Sprazzi d'azzurro scomparvero all'orizzonte.
Ricordi persi nelle notturne tenebre, ricordi sospesi, immagini stampate
sulle onde dei mari.
Pensieri... Solo delusioni dimenticate in un angolo
Guardai lontano nel tempo, rividi un volto, ricordai.
Poi chiusi gli occhi e sognai.


«Il sogno trasportò, ma quando la qualità lasciò tempo reale l'anima si chiuse e tutto divenne cupo vivere nello scorrere del tempo, un tempo vissuto...»


Kronos


L'alba della vita
porta in sé scritto il mesto tratto della morte.
Come in un viaggio inesistente scorrono immagini
vissute in altre vite.
Immagini spente
forse mai esistite.
Un evanescente fumo di candela accompagna
l'osservare stanco e vecchio della notte.
Un filtro magico che ridà esistenza
a cartoline sbiadite del passato
che bussano alla porta dell'anima
affrancandosi dal trascorso tempo
cercando un conto mai pagato alla nera falce dell'assurdo vivere.
Sfiorano spazi vuoti saturi di tristezze latenti i momenti
che tali non sono più.
Ti rivedo immersa nella nebbia,
tra righe tracciate e corde di canapa tese.
Rivedo percorsi mai vissuti,
assurdamente vivi che grondano sangue da dorate coppe,
irrigando strazianti ferite insonni.
Dormi accanto a me,
mentre le tempeste risuonano sulle rosse terre.
Dormi nel silenzio di questa scura ora,
ora che non conta
contando d'essere ora scandita dal tragico ballonzolare
d'una tremola luce.
Rendo indietro l'anima
correndo fra lontane grida e risa
che lente affiorano dal buio.
Rendo discorsi non fatti
appendo parole su panchine vuote,
appendo una goccia di rugiada
a un arrugginito lampione.
Come morsa che stringe il pensare
costringendolo in una lugubre prigione,
cosi il pensare attanaglia il vedere mesto d'un giorno di pioggia.
Dissi d'esser vento impetuoso
che dal mare dell'orgoglio venne.
Dissi d'esser polvere trasportata dalle mattutine brezze
nell'eden delle immortali passioni.
Dissi d'esser tutto non immaginando d'esser nulla.
Se il nulla fu nulla,
allora l'abbracciai in una vita non mia.
Se le nenie suonate da legni intrisi d'odio
bussarono alle porte del tempio dell'oblio.
Se tutto questo ebbe la sua ragione,
allora vissi morendo ogni piccolo istante,
senza aver mai compreso d'esser vivo.
Addio mio dolce sentire,
ti lascio solo in questa notte illuminata da una fioca luce.
Addio io torno ad addormentarmi nel sonno del non ritorno.


«Dormi poeta nel tuo sonno senza sonno, dormi nel tuo non tempo, l'unico che ti fece vivere nel tempo.»

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Le domande non sono mai invadenti, a volte lo sono le risposte...
Giancarlo Gravili
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