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Racconti del vento

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1Racconti del vento  Empty Racconti del vento Ven Gen 22, 2021 5:44 pm

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
2- La strega
 
Dopo settimane che viveva nascosta nei boschi, cibandosi di bacche ed erbe, Menica si rese conto che non poteva rimanere a lungo lì dentro, cominciava a sentirsi debole, inoltre temeva per la sua incolumità, di notte sentiva degli ululati molto vicini, doveva esserci un branco di lupi nei dintorni.
Da giorni non sentiva più gli uomini del conte gironzolare nel bosco, forse avevano rinunciato o la stavano cercando altrove; era il momento di andar via di lì. Pioveva. Mise lo scialle sul capo e la bisaccia a tracolla e si avventurò verso casa lungo il sentiero che le era ben noto.
Arrivò al villaggio bagnata fradicia e, furtivamente, si avvicinò al suo casolare. La porta era stata scardinata e penzolava da un lato spalancata; le apparve subito distrutta. Non era servito averla fatta rinforzare.
Entrò come una furia. La cucina era sottosopra: piatti e bicchieri rotti a terra, i cocci confusi tra il pentolame ammaccato che era stato scaraventato da ogni parte. Disperata controllò le stanze: i materassi di paglia sventrati come spaventapasseri mutilati, i pochi abiti, logori, sparsi a terra, sia nella sua stanza che in quella dei genitori. Corse al capanno e trovò il vecchio ciuco giaceva a terra morto: Doveva essere morto per inedia, ma, come se non bastasse, gli avevano sparato. Si inginocchiò accanto all’animale e pianse. Gli uomini del conte erano delle bestie, dovevano averla cercata in ogni angolo e sarebbero tornati per ucciderla… doveva fare qualcosa.
Per fortuna era rimasta dell’acqua nel calderone coperto accanto al camino, Si lavò con l’acqua fredda, per paura che accendendo il fuoco si vedesse il fumo fuoruscire dal camino e indossò degli abiti asciutti. Nella credenza c’era il pane che lei aveva fatto con l’ultima infornata, era duro e ammuffito, ma non importava. Lo pulì come poté, lo bagnò, ci versò sopra un filo d’olio e ne fece piccoli bocconi da assaporare. Poi mise sulle spalle lo scialle nero, pieno di buchi, che era appartenuto a sua madre, accese una candela e scese in cantina.
 
Dietro le botti c’era un passaggio segreto. L’aveva scoperto da bambina vedendo suo padre spostare alcune damigiane appoggiate al muro e aprire una porticina… non si era accorto di lei. Si avventurò nel cunicolo pur non sapendo dove portasse. Camminò attraverso il passaggio facendosi luce con una candela, c’erano formiche, topi, scarafaggi, ma lei non aveva paura. I minuti passavano e la candela si stava consumando, quando arrivò nei pressi di una porta. La spinse e si ritrovò in una casa.
In un primo momento non la riconobbe, ma poi si rese conto di trovarsi nella casa della sua madrina, c’era stata tante volte… Perché era collegata con la cantina di casa sua? Possibile che suo padre venisse a trovare la donna attraverso quel cunicolo? Ricordò allora che a volte lui la notte non dormiva nel suo letto, se ne accorgeva perché sentiva la madre piangere dalla sua stanza e allora andava ad infilarsi nel letto accanto a lei stringendola con affetto, senza rendersi conto di cosa stesse accadendo.
 
Faustina che aveva sentito dei rumori dentro casa, entrò nella stanza e soffocò un grido quando la vide.
 – Menica! Per fortuna sei salva! Ti credevamo tutti morta, dove sei stata?
– Mi sono nascosta nel bosco, ma non potevo più restare lì. Puoi aiutarmi?
La donna fece di sì con la testa; e vedendo da dove la fanciulla era entrata capì che ormai era a conoscenza del suo segreto.
– Qui starai bene, se viene qualcuno ti nasconderai lì – le disse, indicandole la porticina dalla quale era entrata, senza scomporsi e con la benevolenza di sempre. Prese un piatto di minestra e lo poggiò sul tavolo accanto alla fanciulla che si era seduta sconvolta da troppe emozioni.
– Mangia! Avrai fame – aggiunse con gentilezza.
Menica avrebbe voluto scappare da quella donna che aveva fatto del male a sua madre. Come aveva potuto? Era la sua madrina. Rimase in silenzio davanti al piatto, quando qualcuno bussò alla porta.
– Vai a nasconderti presto! – e richiuso il passaggio, andò ad aprire la porta.
Era una vicina che tremante per il freddo era venuta a chiedere la carità di un po’ di brace, da mettere in un vecchio secchio di latta, per scaldarsi. Si sentiva la voce di Faustina che cortese e caritatevole l’accontentava. Com’era falsa quella donna, ma era l’unica al mondo che poteva darle una mano, non poteva scappare ancora.
Quando Faustina riaprì la porticina, Menica venne fuori con gli occhi rossi.
– Bella mia, basta piangere! – e le indicò la minestra, che intanto aveva riscaldato.
La fanciulla rimase da Faustina, nascosta in casa, e ogni volta che si sentivano voci o passi correva nel suo nascondiglio e aspettava che i visitatori andassero via.
Dopo alcuni giorni che era sua ospite, la madrina le fece una strana domanda.
–Ti vedo in carne… anche troppo, figliola cara, non è che sei incinta?
Menica scoppiò a ridere: – E di chi dovrei esserlo?
Poi il suo volto si rabbuiò. Aveva fatto di tutto per cancellare il ricordo di quella brutta sera, quando il vento aveva spalancato la sua porta di casa. Era stato un uomo a possederla? O doveva dar credito a quelle strane leggende sul demonio? Non era certo tipo da credere a certe cose… sicuramente qualcuno, di quelli che le sbavava dietro, aveva trovato il modo di approfittarne, ma, se proprio era incinta, il bambino sarebbe stato solo suo e lei l’avrebbe cresciuto, con o senza padre.
Nel villaggio si parlava ancora della la morte del figlio di don Emiliano e le malelingue che davano la colpa a lei non si erano spente, anzi pareva che la cattiveria covasse sotto la cenere mantenuta costantemente calda, come se qualcuno soffiasse continuamente sul fuoco dell’odio e non succedeva solo tra la gente nobile e sofisticata, ma anche tra la brava gente: quella massa di poveri disgraziati che da lei non avevano ricevuto altro che bene… non c’era nessuno che parlasse a suo favore.
 
Era mattina presto. Faustina era andata al mercato e nella calca tra le bancarelle sentiva mormorare continuamente dalle comari la parola “strega”. Si avvicinò per sentire meglio e da una di loro sentì che la duchessa Alberta, tramite un suo parente, vicario presso il Santo Uffizio, stava cercando il modo di indire un Tribunale dell’Inquisizione per giudicare Menica e farla condannare.
Un brivido la percorse. Erano anni, forse un secolo che non succedeva, ne aveva sentito parlare da sua nonna come un fatto lontano e terribilmente raccapricciante. Cominciò ad avere paura.
Menica era accanto alla finestra, oscurata da pesanti tende. Le disse di allontanarsi strattonandola per un braccio e la mise a conoscenza del pericolo che correva.
 — Vista la situazione, dovrai rimanere nascosta nel mio laboratorio.
 La condusse in uno stanzino che odorava di muffa e di erbe pestate in un mortaio. Sopra un tavolino provette e alambicchi e un caldaia annerita, un giaciglio disfatto in un angolo.

— Rimarrai qui! Sarai più al sicuro.
Chiuse la porta e andò via.
Menica si rannicchio sul materasso. Non aveva lacrime, non aveva paura, era triste. Sentiva però dentro sé la presenza di qualcosa che le dava forza. Ormai era certa: lei era incinta e sentirsi madre le dava coraggio, la confortava. Avrebbe lottato per suo figlio contro le cattiverie, lo avrebbero fatto insieme.
Faustina che vedeva la sua pancia crescere continuava a chiedere: – E allora? Ormai potresti dirlo chi è quel disgraziato che ti ha fatto questo – e non ottenendo risposta per l’ennesima volta, le propose di sbarazzarsi del bambino.
– Non ci vuole niente credimi, non è doloroso e io ho tutto l’occorrente per farlo come si deve.
Menica la guardò con gli occhi sbarrati: – No! Il bambino nascerà! Se tu non vuoi più tenermi qui a casa tua, sono pronta ad andare via.
– Brava, così vi ammazzano tutti e due. Tu resti qui! Sono pur sempre la tua madrina, in qualche modo faremo.
– Già! – mormorò la fanciulla tra i denti.


Adesso però la situazione per Faustina era diventa veramente difficile. La caccia a quella povera disgraziata, che lei proteggeva, continuava incessantemente. Fino a quando avrebbe potuto tenerla con sé? E poi il bambino… come avrebbe fatto a tenerlo nascosto visto che la ricerca della sua protetta continuava in ogni contrada. Prima o poi l’avrebbero scoperta. Che fare?
Immersa nei suoi pensieri girovagava per il mercato, quando incontrò una sua comare che viveva nel vicino villaggio di Fontanelle. Seppe così che Maria, una delle figlie della donna, piangeva notte e giorno perché non riusciva a rimanere incinta.
– Comare mia, non sappiamo più che fare… prego solo che accada un miracolo.
– Ascolta – disse Faustina, – io non esercito più da un po’ di tempo, ma conosco tanta gente e se capitasse una madre morta di parto o una donna che non avesse la possibilità di crescere il figlio te lo farò sapere.
– Ah, magari, bella mia. Sapremo ricompensarti a dovere – disse la vecchia comare e se andò tutta contenta.
Giunto il momento, Faustina fece partorire la ragazza nella sua camera da letto, dove aveva preparato tutto ciò che serviva. Qualche fascia e pannolini ricavati da vecchie lenzuola erano appoggiati su una vecchia sedia di paglia e l’acqua calda era pronta per lavare il neonato.
 
Menica che aveva fatto nascere tanti bambini seguì con lucidità le fasi del suo parto come se una parte di sé fosse dall’altra parte del suo corpo ad accogliere il figlio che nasceva. Essendo la prima volta, il travaglio fu doloroso e lungo, ma lei, attenta, cercava di captare il momento in cui il piccolo sarebbe venuto fuori.
– È un maschio! – esclamò trionfante Faustina.
Soltanto quando ne sentì il vagito la giovane mamma si rilassò, vide poi la madrina che le mise il bimbo accanto, infagottato nelle fasce e lei, dopo averlo covato con amore, si addormentò esausta per lo sforzo.
Faustina, impaziente, attese che lei dormisse profondamente, poi indossò il suo scialle e si recò alla locanda vicina. C’erano i soliti giovinastri vagabondi, ma lei si fidava di uno solo.
Piccolo, tarchiato, con il volto marchiato da un’ampia cicatrice, si offriva volentieri per piccoli lavoretti; sia leciti che illeciti.
La donna lo chiamò e gli propose di recarsi al vicino villaggio di Fontanelle, dalla sua comare, e di riferire che venisse subito qualcuno con un calesse, per il carico che lei sapeva.
– Queste saranno tue – disse mostrandogli le monete che aveva riposto in un piccolo sacchetto di stoffa logora.
– Volo – rispose il ragazzo.
Per far dormire profondamente la partoriente Faustina le aveva somministrato, a sua insaputa, una mistura di erbe soporifere in modo da poter agire liberamente, avrebbe dormito per qualche ora… il tempo necessario.
Dopo oltre mezz’ora la donna sentì bussare. Era la sua comare che insieme al genero erano venuti con un calesse a prelevare il bambino. Avvolse il piccolo in uno scialle e lo porse alla donna dandole anche una pezzuola bagnata con acqua e zucchero in un bicchiere e le istruzioni per l’uso.
– Su andate via, prima che qualcuno si metta a spiare da qualche finestra.
L’uomo le lasciò una borsa piena di monete e svelti risalirono sul calesse trottando per le strade sconnesse del paese.
Il neonato dormiva in braccio alla donna che sarebbe stata sua nonna e che ringraziò il cielo di aver compiuto quella specie di miracolo, ormai visto che la povera madre era morta, come aveva assicurato Faustina, quel piccolo avrebbe avuto a casa loro ogni attenzione possibile.
Sobbalzando per una buca in cui era finita una ruota il neonato cominciò a strillare e la nonna per farlo acquietare le diede da succhiare la pezzuola bagnata con acqua e zucchero, come le aveva consigliato la comare, presto si acquietò e riprese a dormire.
 
Quando Menica si svegliò e non trovò più il suo bambino pensò che fosse in braccio a Faustina, ma lei era lì che la guardava, immobile, con aria compunta.
– Mi dispiace, il piccolo si è sentito male, non respirava più, tu dormivi…
– Dov’ è il mio bambino? – cominciò a gridare disperata la giovane.
– Ho dovuto sotterrarlo…
– Dove? Voglio vederlo!
– In giardino sotto l’albero di melograno.
A piedi nudi Menica corse fuori e cominciò a scavare con le unghie piangendo, inginocchiata sotto l’albero.
– Vieni dentro, figlia, non serve a niente...
La fanciulla la guardò con odio e le gridò: – No, non ti credo! Tu menti, non può essere morto, l’hai nascosto, ma io lo troverò…
Si rivestì dei suoi poveri stracci e del suo scialle nero e, spinta da parte la madrina che cercava di fermarla, corse fuori per le strade del paese sconvolta a cercarlo senza sapere dove.
Nella piazza la gente non credette ai propri occhi vedendola vagare con gli occhi spiritati, ma senza paura.
– È lei!
– Eccola!
– Chiamate le guardie!


Venne catturata dalla gente armata di mazze, bastoni e forconi, che l’aveva rincorsa dando l’allarme. Lei si dibatteva come una indemoniata.
Don Emiliano, che in quel momento si trovava lì, chiese ai contadini che venisse consegnata nelle sue mani. L’avrebbe portata alla sua villa e avrebbe attuato la sua vendetta… ma, prima che potesse portarla via, arrivarono i gendarmi per condurla in prigione.
Fu caricata a bordo di un calesse che sobbalzava sulla strada sconnessa e piena di buche, coi polsi legati, il volto impenetrabile, i capelli scarmigliati. Non riusciva a pensare a nulla, sentiva un dolore sordo nel petto e un nodo che le stringeva la gola togliendo il fiato, mentre il dondolare sconnesso del carretto la sballottava. Dopo un lungo tragitto attraverso le campagne e i boschi arrivò alle carceri.
Attraversato l’enorme portone annerito dal tempo, la prigioniera scortata dai gendarmi venne condotta attraverso cunicoli bui, rischiarati appena dalla luce fioca delle fiaccole. Cominciò poi la discesa lungo una scalinata ripida fatta di gradini grigiastri, mezzo sgretolati. Era a piedi nudi e scivolava su quei gradini luridi, aveva la sensazione di avvicinarsi sempre più all’inferno.
La cella destinata a lei era un angusto stanzone spoglio, c’era una donna anziana in un angolo, seduta con la schiena contro la parete, pareva un fantasma... Menica venne incatenata al lato opposto. Fissata al muro c’era una grossa catena di ferro, fatta di maglie massicce, con un anello alla base che le fissarono alla caviglia. Poi la porta fu chiusa con un chiavistello, rafforzato da una sbarra di ferro. Nello stanzone fetido odore di muffa, di scarafaggi, e urina secca le strinsero lo stomaco.
Un'unica finestra, un buco quadrato nella pietra con grosse inferriate arrugginite, dal quale arrivava un’aria stagnante.
Nella cella scura Menica raccolse le ginocchia quel tanto che poteva e con gli occhi spalancati nel buio ripensò a quanto era accaduto.
Rivedeva il bambino che aveva avuto accanto, anche solo poco tempo; aveva ancora le guance rosse di neonato e gli occhi chiusi, ma era nato sano. No! Suo figlio non poteva essere morto e lei doveva lottare per rimanere viva, in modo da poterlo cercare, il suo istinto di madre l’avrebbe guidata, si diceva.
Non riusciva a perdonarsi di essersi addormentata e si colpiva con i pugni la testa per punirsi di essere stata così scellerata da cedere al sonno.
La donna che era con lei la guardava silenziosa, scrutandola, poi le chiese: – Perché sei qui?
– Non lo so, non ho fatto nulla.
L’altra la guardò con sospetto, per niente convinta. Non si finiva in quel lurido posto senza aver fatto niente. Quando venne l’inserviente a portare il pasto, in un piatto che depositò per terra accanto alle donne, la prigioniera ripeté la stessa domanda chiedendo chi fosse la nuova arrivata.
– Quella è una strega – disse l’uomo beffardo, al che la vecchia cominciò a gridare come una forsennata che non voleva rimanere lì dentro e che le cambiassero cella e non si arrese fino a che il suo desiderio venne esaudito.
– Brutta strega, volevi farmi uno dei tuoi sortilegi, ma non illuderti presto creperai – urlò mentre la portavano via.
Menica rimase da sola in compagnia di topi e scarafaggi che non disdegnavano di passeggiarle accanto e sopra i piedi nudi. Le spalle contro il muro, gli occhi chiusi, il suo bambino… dove l’avevano portato? Faustina le aveva fatto più male di tutta quella gente che l’aveva aggredita con le mazze e i forconi: l’aveva privata di suo figlio. Adesso il suo unico desiderio era sapere se era vivo e stava bene. Nell’oscurità della cella il sonno l’avvolse e sognò.
Una folla infuriata bussava alla porta di Faustina; doveva mettersi in salvo, ma invece di andare al nascondiglio segreto, uscì dalla porta che dava al giardino. Si ritrovò accanto all’albero di melograno e cominciò a scavare con una pala che era poggiata lì accanto, poi intravide un panno bianco e continuò a scavare con le mani. Aperto il fagotto di stracci in cui era avvolto, il bambino aprì gli occhi e le sorrise. Era vivo. Lo sollevò in aria felice e poi lo strinse al petto, ma la folla la raggiunse e glielo strappò di mano, scaraventandola a terra.
Si svegliò di soprassalto.
 
Il rumore della catena che veniva tolta dalla porta e lo scatto del catenaccio annunciò l’arrivo di qualcuno. L’apertura della porta portò una ventata di muffa, mista a odori maschili aspri di sudore e tabacco.
Le guardie fecero il loro ingresso accompagnando alcuni uomini: il Vicario del Santo Uffizio, due monaci domenicani col cappuccio in testa e le braccia infilate nella tonaca e un giudice inquisitore.
Prima di vedere il naso adunco del Vicario Pontificio, Menica, seduta per terra con il dorso appoggiato alla parete, vide le scarpe nere con la grossa fibbia d’argento che risuonando sul pavimento in terra battuta avanzavano verso di lei. Un inserviente porse all’uomo uno sgabello di legno, fu l’unico a rimanere seduto mentre gli altri, scortati dalle guardie e gli inservienti, la guardavano dall’alto in basso.
Il Vicario sedette davanti alla donna. Era imponente con la sua giacca scura rifinita di bottoni dorati, dalla quale spuntava una camicia bianca, ricca di pizzi e merletti, odorosa di bergamotto. L’uomo si schiarì la voce e con aria solenne lesse da un documento in suo possesso proclamando:
– Menica Remi, sei accusata dei seguenti misfatti: dopo esserti unta di grasso di avvoltoio, sangue di nottola e sangue di bambini lattanti, hai invocato il demonio, che ti è apparso sotto forma di caprone e ti ha presa in groppa per condurti al Sabba, sotto il noce di Benevento, al quale partecipavano moltissime streghe e demoni, con a capo Lucifero…
Menica lo guardava incredula. Dovevano essere tutti pazzi, il fiato dell’uomo le arrivava addosso, arido e stridente come le sue parole e il suo naso adunco, alla luce delle torce, pareva deformarsi in maniera spaventosa, e anche i monaci vestiti di bianco e i gendarmi presenti nella cella sembravano demoni, con gli occhi iniettati di sangue.
Quando l’uomo le intimò: – Confessa! Donna del diavolo!
Lei urlò il suo: –No! – con quanto fiato aveva in gola.


Non aveva fatto i conti con le torture che l’Inquisizione aveva a disposizione per estorcerle la confessione di essere una strega. Quando calò la sera due guardie, dopo averle liberata la caviglia, la scortarono attraverso una scala e ancora più lugubre di quella che l’aveva condotta alla cella. Erano le segrete, un luogo misterioso dove strani marchingegni erano stati collocati in modo da occupare una vasta stanza e persino dislocati lungo le pareti. Facevano paura solo a guardarli.
Un frate domenicano dava ordini ai carnefici e si lamentava di dover perdere del tempo prezioso, ne aveva visti tanti di prigionieri passare in quella stanza e c’era un gusto perverso e demoniaco che lo invadeva quando vedeva le carni straziate di quelle persone che in ogni caso erano destinate a morire.
– Se fosse per me, userei subito la Vergine di Norimberga e tutto sarebbe finito – confidò a uno dei giudici, ma il Vicario vuole che la strega confessi, ha detto di andarci cauti – borbottò.
Menica sapeva di dover affrontare un dolore indicibile, ma si preparò a farlo con la forza interiore che sempre l’aveva sorretta. Le attorcigliarono strettamente i capelli attorno a un lungo bastone. Uno dei suoi carnefici girava l’attrezzo in tondo, attorno alla sua testa, in modo da tirare con forza i capelli dalla base del cranio provocando un enorme dolore. Alla donna sembrava che le stessero strappando la cute del capo, ma sopportò il dolore.
E agli incitamenti a confessare rispondeva sempre: – No!
Il frate infuriato la fece portare di nuovo nella cella, ordinando che non le fosse dato nulla da mangiare o da bere. La notte Menica sentiva la testa in un infuocato dolore che le impediva di chiudere gli occhi e con gli occhi sbarrati pensava alla sua vita e all’unica fioca speranza di poter cercare il suo bambino, se non confessava, forse, sarebbe stata salva.
Il giorno dopo vennero di nuovo a prenderla per condurla di nuovo nelle segrete. Menica fu fatta sedere su una sedia, taceva ostinata, alle domande che le rivolgevano, fin quando vide i suoi giudici avvicinarsi a lei con uno strano strumento. Uno dei carnefici le teneva ferma la mano e l’altro con qualcosa simile a una tenaglia, le lacerava le unghie fino a strapparle, una dopo l’altra fino a che le sue mani furono solo degli ammassi informi. Infine poi le infilarono degli aghi nelle falangi, infierendo ulteriormente su di lei. Le sue grida acute, altissime, strazianti, risuonarono nella vasta sala, isolata da tutto e da tutti, solo una piccola eco giungeva attraverso gli stretti cunicoli alle celle dove erano rinchiusi gli altri prigionieri.
– Scommetto che adesso confesserai… – riprovò di nuovo a dirle l’inquisitore.
Al suo –No! – disperato, il frate, sempre più infuriato, disse alle guardie.
– Basta, per adesso, riportatela nella sua cella! –


Passò del tempo senza che nessuno venisse a prelevarla per le torture o a vedere se, dopo quello che le era stata inflitto, era viva o morta. Verso sera però il cigolio della cella che si apriva le annunciò che stava per affrontare un’ulteriore tortura. La legarono stretta e la immersero in un fossato pieno di acqua e fango. Aveva mani e piedi legati e con una corda fissata alla vita venne calata nel fossato compresa la testa e poi tirata fuori e i suoi aguzzini continuarono per tutta la notte quel gioco macabro e crudele. Poi prima che perdesse i sensi la riportarono in cella e un carceriere le diede qualcosa da bere.
–Bevi! La tua sporca anima si purificherà.
Le avevano dato da bere acqua calda, carbone e sapone.
Appena assaggiato con la forza della disperazione sputò quell’orrendo miscuglio in faccia al frate che scrutava ogni minima reazione per coglierla in fallo.
Il giorno dopo c’era di nuovo il gruppetto di giudici pronti a estorcerle la sua confessione. Nelle segrete la trascinarono che a stento si reggeva in piedi.
– Allora vediamo se questa megera vuole confessare o vuole sperimentare qualche nuova macchina– disse il Vicario.
Gli strumenti in quella stanza erano spaventosi e alcuni avrebbero decretato la sua morte certa. Menica stava diventando pazza, ormai non sapeva più chi fosse e all’ennesima richiesta dell’inquisitore: – Allora confessa, amica di satana…
Lei rispose beffarda: – Ti sbagli lurido cane, io non sono l’amica, io sono Satana!
Aveva confessato. La sua sorte era quindi decisa.
In una camera accanto a quella delle torture il carnefice le passò un laccio attorno al collo stringendo fino a lasciarla quasi tramortita, era necessario che fosse il meno lucida possibile, poi le fecero indossare un saio nero. Si preparavano a bruciarla sul rogo.
Con mani e piedi legati venne caricata a bordo di un carretto e fece il viaggio inverso dalla prigione al villaggio, attraverso i viottoli fangosi delle stradine che fiancheggiavano la boscaglia.
Era il suo ultimo viaggio, ma ormai il mondo le faceva orrore. Sentiva il profumo della campagna che il vento trasportava, chiuse gli occhi per portarlo con sé. Il suo bambino era da qualche parte ne era sicura. Ma lei l’avrebbe cercato e gli sarebbe rimasta accanto e se era una strega, come tutti dicevano, l’avrebbe fatto.
 
Una folla incredula e curiosa si era assiepata accalcandosi attorno alla piazza, tenuta a bada dai soldati che con le loro armi avevano il compito di contenerli. Sguardi attenti sbirciavano dietro le teste e i cappelli per non perdere l’arrivo della condannata. Ognuno spingeva per occupare la postazione migliore in modo da poter assistere al macabro spettacolo. Ministri di giustizia, guardie con le loro baionette in prima fila, e dietro il popolo che era spaventosamente eccitato, c’erano tutti: poveri e nobili, che con gli occhi avidi attendevano l’arrivo della condannata.
I loro bisbigli sommessi riempivano la piazza dove era stata allestita una pira con al centro un grosso palo. Rami e fascine ammucchiate tra ciocchi più massicci si ergevano verso l'alto, la catasta era come un grosso idolo che aspetta il fuoco del sacrificio.
Rami uncinati fremevano al vento, le foglie si sollevavano dal loro letto ai piedi degli alberi della piazza e rotolavano veloci verso la pira. Un gelo strano, proveniente dalla la foresta fitta di boschi di abeti e faggi che circondava il paese, calò all'improvviso su tutti i presenti; si respirava qualcosa di innaturale.
Ed ecco Menica con i polsi legati, un saio nero e i suoi capelli, unti e arruffati, ondeggianti al vento, venne condotta barcollante al centro del raduno con i polsi legati. C’era Nena e Anselmo, il fabbro, le stesse persone che aveva aiutato a far venire al mondo i propri figli, c’era Faustina con lo sguardo spento e accanto a lei un giovane con una cicatrice sul volto. Dal lato opposto si vedevano le autorità e i nobili del luogo, la duchessa Alberta col cappello piumato, il conte Emiliano, altero nella sua giamberga di raso e la camicia bianca ricamata, sua moglie altera in abito nero, coi capelli acconciati in boccoli, si stringeva vezzosa nel suo scialletto di pizzo incrociato sul petto.
Grida algide risuonarono nell’aria. Tutti erano lì per accusarla e vederla punita.
–Al rogo!
– Strega!
Il giudice annuì. Lei vacillante aveva gli occhi stravolti e con disprezzo guardò tutti.
– Tornerò! – disse.
L’inquisitore le si avvicinò e ordinò che le venisse scaricato addosso del catrame e fosse legata al palo posto in mezzo alla catasta di legno.
–Accendete il fuoco! – fu l’ultimo ordine.
 
Le fiamme si alzarono alte e in poco tempo svettarono nel cielo. E di nuovo si udì un grido che fece accapponare la pelle dei presenti: –Tornerò!
Improvviso un vento vorticoso alimentò le fiamme scintille e rami infuocati cominciarono a volare dappertutto, sotto gli occhi sbarrati della folla che arretrò impaurita.
Emiliano, lesto, ordinò alla moglie e alla marchesa Alberta di raggiungere la carrozza scortate dai servitori. Lui invece corse a recuperare il suo cavallo, che nitriva impaurito tra il fumo e il clamore che si è venuto a creare. Montò in sella e partì al galoppo cercando di mettersi in salvo.
Una scintilla infuocata raggiunse un lembo della sua camicia di seta che s’infiammò, provò a tirare le redini per fermarsi, ma il cavallo glielo impedì… era come se andasse per conto suo. Sospinto da una forza incontrollabile sollevava le zampe insieme a un turbinio di polvere.
Mentre sentiva la stoffa bruciata ardergli sulla pelle si rese conto di essere arrivato al fiume. Qui il cavallo si fermò e l’uomo cercò conforto bagnandosi nel fiume gelido. La mente ottenebrata, confusa, gli faceva fare gesti inconsulti, scivolava continuamente nell’acqua cercando appigli, continuava ad agitarsi e a dibattersi fino a che lo spadino al suo fianco si incastrò tra le pietre e il limo e lo spinse giù, poi le forze vennero meno e non si dibatté più.



Ultima modifica di gemma vitali il Sab Gen 23, 2021 5:31 pm, modificato 1 volta

2Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Sab Gen 23, 2021 7:47 am

Petunia

Petunia
Padawan
Padawan
Bella bella questa storia! Corposa dall’inizio alla fine, un finale che dà soddisfazione al lettore. 
Leggendo si provano tante emozioni e si riesce a empatizzare bene con la povera Menica. Una ragazza sfortunata, una breve vita carica di dolori. Ho sentito l’amore verso quel figlio strappatole via, il dramma delle torture subite, il fuoco sulla pelle e il senso di riscatto per la giusta fine riservata al suo aguzzino.
C’è del realismo magico in queste tue favole e devo dire che mi piacciono davvero tanto.


Tutto ciò premesso, devo dirti che questa stesura è da revisionare bene. 
In primis la punteggiatura. Ora, io non sono la più esperta sull’argomento, ma in questo testo ho trovato tante cose da rivedere. La punteggiatura errata fa inciampare nella lettura ed è un peccato. Ti faccio alcuni esempi, ma il testo ne contiene davvero tanti altri. 




si avventurò verso casa, lungo il sentiero che le era ben noto.
Virgola da togliere


fradicia e furtivamente si avvicinò a

fradicia e, furtivamente, si avvicinò


da un lato spalancata, le apparve subito distrutta, non era servito averla 
fatta rinforzare.
da un lato spalancata; le apparve subito distrutta. Non era servito averla fatta rinforzare.


ti a terra, i cocchi confusi tra il 

Refuso


Doveva essere morto per inedia ma come se non bastasse gli avevano sparato.

Doveva essere morto per inedia, ma, come se non bastasse, gli avevano sparato.


Lo pulì come poté, lo bagnò ci versò sopra un filo d’olio e ne fece piccoli bocconi da assaporare, poi mise sulle spalle lo scialle nero, pieno di buchi, che era appartenuto a sua madre, accese una candela e scese in cantina.



Lo pulì come poté, lo bagnò, ci versò sopra un filo d’olio e ne fece piccoli bocconi da assaporare. Poi, mise sullo spalle lo scialle nero pieno di buchi che era appartenuto a sua madre, accese una candela e scese in cantina.


Ti ho fatto alcuni esempi.


Aspetto di rileggere la terza storia:hibiscus::blossom:I love you


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Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d'aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po' il busto, si assesta con una mano il colletto dell'uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l'ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.
D.Buzzati 

3Racconti del vento  Empty Re: Racconti del vento Sab Gen 23, 2021 5:34 pm

gemma vitali

gemma vitali
Padawan
Padawan
Grazie cara Pet, per essere sempre attenta e disponibile. Un abbraccio. flower

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