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Messaggio Da Hellionor Mar Mag 24, 2022 9:04 pm

Car Autor
mi trovo concorde con Viv, dopo aver letto il tuo racconto almeno tre volte. 
Il registro narrativo risulta ostico a una prima lettura. L'ho trovato comunque affascinante, non si può smettere di leggere, ma con quella smorfia un po' contratta di quando non si comprendono le cose al cento per cento. 
Ci sono passaggi e ripetizioni che ho accolto con meraviglia, altri punti che ho affrontato con difficoltà, e sono davvero certa della qualità di questo scritto, al quale darei un respiro più ampio, un contesto più comprensibile. Penso, ma questa non è verità ma solo il mio davvero umile parere, che aggiungendo qualcosa, la chiave di lettura diventerebbe più accessibile. E se il lettore accede più facilmente alla tua storia, può credere a qualsiasi cosa.
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Messaggio Da caipiroska Mer Mag 25, 2022 1:08 am

Di solito ci sono due strade per raggiugere la meta: la direttissima e la panoramica.
Qui non è dato scegliere al lettore quale percorso prendere, perchè si viene presi e portati senza indugio lungo un percorso tortuoso, dove a ogni curva (e sono molte!) mostri cose nuove e diverse tra loro. Alla fine da qualche parte si arriva, ma che fatica però!
Credo che un testo che abbia bisogno di più letture per essere compreso fino in fondo non raggiunga il suo scopo principale che è quello di far vivere un'emozione al lettore: qui l'attenzione (ma anche l'intento) viene interrotta, spezzettata, frammentata in un gioco di specchi e di rimandi che concorre a creare il caos. Certamente, visto l'indubbia abilità di questa penna, ciò è voluto, ma mi sfugge il perchè di questa scelta...
Credo che la cosa che piaccia di più a noi scrittori sia quella di essere letti, arrivare con le nostre parole a smuovere qualcosa dentro chi legge le nostre storie, regalare emozioni. Perchè dunque complicare questo processo delicatissimo? 
L'idea di questo racconto è potente, piena di potenziale e molto intrigante: credo però che il modo in cui sia stata scritta non sia dei più felici: sembra quasi che a spiccare non sia la storia, ma l'autore stesso, che ho percepito come troppo ingombrante.
L'impressione è stata quella di aver completato un lungo giro sulle montagne russe, purtroppo nemmeno sapevo di trovarmi in un Luna Park.
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Messaggio Da Molli Redigano Lun Mag 30, 2022 11:08 am

Ma allora questo racconto come si chiama? Voglio dire che se la tua protagonista ha mille volti e una sola maschera, vive in mille luoghi e in mille pianeti, qual è il vero senso di questo testo?

Io direi solitudine. Questo è ciò che evinco da questa difficile lettura. Sì perché secondo me l'unico difetto di questo racconto è la sua fruibilità in termini pratici, ovvero che il registro utilizzato, sebbene molto ricercato e quasi aulico oserei dire, non avvicina il lettore generico medio. 

Tornando alla solitudine. Giocastra "vive" molte vite, compresa quella che l'ha portata alla punizione che ancora sta scontando, ma nessuna di queste la soddisfa al punto tale da farla dimenticare le altre. Proprio qui sta la sua solitudine, che è interiore, poiché i fantasmi la tormentano dall'esterno, sono tutti intorno a lei.

Non ho ben capito una cosa, o meglio, fatico a collegarla al testo nel suo insieme: perché il primo (e unico) amore di Giocastra si rivela un incesto? Cioè, tentando di seguire lo stesso filo: anche lui sta scontando una punizione che lo ha allontanato dalla sua "terra d'origine"?

Questo è un racconto che sfianca ma non per questo non merita attenzione, anzi. Mi pare che in generale abbia sollevato non pochi dubbi e domande.
Autore, ti aspettiamo. Grazie.

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Messaggio Da tommybe Ven Giu 03, 2022 7:08 pm

Facile dirlo adesso, ma eri al primo posto.
Poi la sfida con me stesso di riuscire a non votare, e ho perso di vista te e il tuo racconto.
Schiaffeggiami pure.


Ultima modifica di tommybe il Ven Giu 03, 2022 7:35 pm - modificato 1 volta.
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Messaggio Da digitoergosum Ven Giu 03, 2022 7:34 pm

tommybe ha scritto:Facile dirlo adesso, ma eri al primo posto.
Poi la sfida con me stesso di riuscire a non votare, e ho perso di vista, te e il tuo racconto.
Schiaffeggiami pure.

Caro amico di Penna @tommybe , come siete amici tutti qui. Non guardo molto la votazione, anche se gratifica. Osservo i commenti. Tu sei sempre garbato (come vorrei essere come te, sono un impiastro) e il tuo commento mi ha consolato. Grazie.
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Messaggio Da digitoergosum Dom Giu 05, 2022 6:19 pm

Ciao e grazie a tutti i lettori del mio racconto. Un lavoro che, come consueto da quando frequento questo bel posto, divide. Nel tempo, ho partecipato a cinque dei sette step e a Natale Bifronte, ho realizzato che la mia collocazione nei gradimenti di classifica è medio. Da alcuni lettori sarò premiato e da altri non scelto. Stavolta “Come ti chiami?” è arrivato decimo, ma anche nei concorsi precedenti quella è sempre stata, all’incirca, la collocazione in classifica. Non lo ritengo un pessimo risultato, anzi. E nemmeno sto a pormi tante domande, perché me le ponevo già prima di entrare in questo bel consesso e già mi sono dato una risposta: non so scrivere per tutti. Forse non so scrivere. Scrivere non vuol dire solamente cercare la bella forma, ricercare l’eleganza e la genialità, affrontare argomenti adulti, provocare anche con concetti “forti”. Scrivere vuol dire “giungere”, farsi leggere volentieri. Mi chiedo quanti di noi avrebbero letto volentieri questo racconto, se non obbligati dal contest. Probabilmente in pochissimi. Quindi, me ne faccio una ragione, non so “giungere”. Preciso: quando ho voluto sono giunto, nel mio piccolo, anche con la scrittura, e i riconoscimenti ricevuti mi hanno gratificato. Ma non mi sono “divertito” a scriverli. Qui con voi, essendo fondamentalmente pigro e pertanto non conoscendo altro modo di impegnarmi dovendo seguire dei paletti, ho scelto di divertirmi proponendomi così come natura mi ha partorito e mi vuole.
Come ho anticipato sopra, nel mio divertimento a scrivere ci sta la ricerca della forma (che spesso risulta ai più arcaica), l’eleganza e la poesia, assieme a una storia che ai miei occhi possa risultare importante. Ma mai mi sognerei di non rispettare l’utente “medio”. Cosa significa “lettore medio”? Chi ascolta musica classica è un ascoltatore “elevato”? Chi ascolta il jazz se la tira da fighetto? Chi ascolta la canzone melodrammatica napoletana è un “popolano”? Ascoltando la musica pop sei nella medi (o) criticità? Non credo che tutto ciò abbia a che fare con utenti medi, meno medi o elevati. Credo che sia una questione di gusti insindacabili. I libri che amo sono lavori complessi, ne cito alcuni: “Dialoghi con Leucò” di Pavese, “I Fiori Blu” di Quenau, “Che tu sia per me il coltello” di Grossmann, “Le Confessioni” di Rousseau, “Il Nuovo Mondo” di Huxley. Quando scrivo cerco di rifarmi a questi esempi illustri, provo a scimmiottarli, così mi diverto e mi analizzo.
Ma passiamo al racconto vero e proprio, cercando di ricordare alcuni commenti ricevuti. Innanzitutto, ci tengo a dirlo, ero convinto (a torto, e ciò dimostra che non so scrivere) che il mio racconto fosse assolutamente “leggibile”, chiaro. Non volevo “allontanare” nessuno. Questo racconto nasce dalla mia congenita pigrizia e dalla voglia di partecipare al nostro contest. Volendo partecipare a un concorso basato sulla maschera, in un altro contest letterario, e volendo partecipare anche qui, ho scelto di fare un tutt’uno perché, appunto, sono pigro e non avevo voglia di scrivere due racconti. Certamente, è un racconto di rimandi. L’iniziale porzione di autobiografia di Giocasta è una citazione del geniale film “Cloud Atlas”, che pressappoco comincia in quel modo. Ciò per non scoraggiare i “rimandi” che avevo in mente per il racconto. Rimandi, peraltro, già usati da tantissimi autori. Mi vengono in mente i best sellers di Tom Clancy, dove vengono raccontati fatti che inizialmente appaiono completamente scollegati tra loro e che, nel proseguo delle storie, assumono una precisa collocazione. L’unico paletto dove credo di aver compiuto “frode” nei confronti del meraviglioso team che ci segue è stato quello temporale. Lo statuta (nel 1600 gli statuti si chiamavano così) che cito è tratto dagli statuta del Comune di Bagolino, del 1614. Averla riportata su un testo di un fantomatico Comune di Giuvenasca scritto nel 1600 (preciso) è stata un’invenzione. Sono statuta, quelli di Bagolino, sui quali ho svolto la mia tesi di laurea in età “attempata”. Proprio quella norma civica non l’avevo presa in considerazione nella tesi, mi ero concentrato (vista la mia attività professionale) sulle norme civiche che avevano riflessi penali in un’altra giurisdizione della Serenissima: omicidi, furti, stupri, il clero non sempre esemplare, il concetto di donna rispettata unicamente come veicolo di dote, tradimento e spionaggio a favore di intelligenze straniere. Nella mente, ciò che mi premeva far emergere era la relatività delle leggi. Una polizia interspaziale che si ritrova a far rispettare miliardi di leggi create da “settemiladuecento schiatte cosmiche”. Nel mio caso, una norma tutto sommato irrisoria (ma a quel tempo aveva un senso)  provocherà una reazione fortissima nei confronti di una bambina di quattro anni e le condizionerà tutta la sua esistenza. La stessa polizia intercosmica si pone dei dubbi, quando proprio all’inizio l’infermiere dice che “può essere che questo ufficio abbia commesso un errore”. Ma in ciò sta anche una mia biografia di pensiero. Nello svolgere il mio lavoro mi sono sempre chiesto quanto sia giusta la cosiddetta Legge. Impossibile farne a meno, le norme occorrono. E’ sempre stata la forma “punizione” che mi ha creato dubbi. Martin Lutero diceva che nasciamo predestinati, che non ci è concesso di vivere nello stesso modo. Il ladro nasce “ladro” per indole. L’assassino nasce così per indole collerica. Ecco, questi miei dubbi ho provato a metterli in un racconto. L’indole di una bambina è di giocare, e certamente c’erano dei genitori che le hanno spiegato che non si gioca in un luogo di culto. Ma i bambini sono avvezzi alle marachelle. Sono “predestinati” a seguire il loro istinto. La maschera, unica vestigia dei suoi natali, andrà a “coprire” tutti i sensi di colpa che nasceranno nella Giocasta del racconto. E’ il suo rifugio, e quando per la prima volta la toglierà, quando per la prima volta si “denuderà”, compirà il suo “errore” più drammatico. E anche qui c’è molto della mia parziale biografia. Per anni ho indossato la maschera che il mio ruolo imponeva, nascondendo chi sono veramente, e una volta andato in pensione ho provato a staccarmene. Non ero preparato. Svestendomi ho commesso molti errori di “entusiasmo”, di “sincerità”, di “rapporti”. Ancora adesso, quando mi smaschero faccio delle gaffe o creo dolore, perdo anche degli amici. No…non ammazzo nessuno quando mi svesto, non rubo e non vado in chiesa a giocare, vorrei tranquillizzarvi, penso di essere una buona e sgraziata persona. Tutto qui.
Per quanto concerne le citazioni, parto dalla più riportata nei commenti che mi è stata attribuita: Il ristorante al termine del mondo di Douglas Adam. Non ho mai letto quel romanzo, nemmeno conoscevo l’esistenza di questo scrittore. Ma evidentemente l’autore del fumetto “John Doe” l’aveva letto e l’ha inserito nella sua stupenda raccolta di comics. La citazione l’ho presa da quel fumetto. Ci sono altre due citazioni, questa volta musicali, all’interno del lavoro: l’occhio azzurro e l’occhio blu vengono dalla incredibile canzone di Vecchioni “L’ultimo spettacolo”, il piccolo terremoto a est del cuore viene da un monologo di Giorgio Gaber di cui non ricordo il titolo. L’infermiere Rigelliano, lo giuro, non ricordavo che provenisse da Star Trek (che adoro), semplicemente cercavo un nome a una razza aliena e mi è arrivato quello. E l’influenza di Asimov, quella sì, pervade il racconto. Adoro Asimov e soprattutto la quadrilogia della Fondazione e quella che a torto viene considerata una sua opera minore, ma non la cito perché certamente la userò per uno dei mie prossimi lavori e rischierei di giocarmi l’anonimità richiesta.
Chiedo scusa se non sono riuscito a giungere a tutti. Soprattutto chiedo scusa se nell’affrontare i racconti degli altri autori sono stato frettoloso o offensivo. Rimetterò la maschera e tutto tornerà a posto.
Aggiungo che alcuni autori / commentatori hanno esaminato il mio racconto così approfonditamente che mi hanno veramente colpito. Non li cito, per correttezza, ma le e li ringrazio.
A ritrovarci nei prossimi contest.
Marcello.
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Messaggio Da Arianna 2016 Dom Giu 05, 2022 7:37 pm

Anche io ho letto la serie di John Doe! Sì, la citazione che il fumetto fa è del ristorante al termine dell'universo dei romanzi di Douglas Adams.

Però devi iniziare a leggerli dal primo, "Guida galattica per gli autostoppisti". Ho il sospetto che ti piacerà.
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Messaggio Da tommybe Dom Giu 05, 2022 8:16 pm

Come dice l'immenso Ruben Viola, starei le ore a ascoltarvi.
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Messaggio Da Susanna Dom Giu 05, 2022 10:27 pm

Arianna 2016 ha scritto:Anche io ho letto la serie di John Doe! Sì, la citazione che il fumetto fa è del ristorante al termine dell'universo dei romanzi di Douglas Adams.

Però devi iniziare a leggerli dal primo, "Guida galattica per gli autostoppisti". Ho il sospetto che ti piacerà.
Ho ripreso proprio in questi giorni la Guida Galattica, giusta compagnia per la colazione. Va letta con calma per gustarla al meglio, ci sono battute che vorresti avere a portata di mano ed è anche molto facile immaginarsi nelle scene. La versione che ho sottomano comprende anche gli altri romanzi della serie, leggibilissimi anche singolarmente.
Ricordarsi sempre di portare con sè un asciugamano.

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Messaggio Da Fante Scelto Lun Giu 06, 2022 1:18 am

digitoergosum ha scritto:L’iniziale porzione di autobiografia di Giocasta è una citazione del geniale film “Cloud Atlas”, che pressappoco comincia in quel modo.

Adoro Cloud Atlas, è uno di quei film che riesce a commuovermi.
La melodia che ne è il main theme, anche.
Però non avevo colto la citazione, lo riguarderò.
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Messaggio Da digitoergosum Lun Giu 06, 2022 1:39 pm

Uno dei dubbi che mi preme, e pertanto mi preme chiedere a voi, se avrete piacere di aiutarmi. Quando dite che il linguaggio di questo mio racconto è arcaico, intendete perché ho trascritto fedelmente la norma del 1600 o proprio il testo vero e proprio? Ringrazio già chi avrà piacere di darmi consigli.
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Messaggio Da digitoergosum Lun Giu 06, 2022 2:02 pm

Arianna 2016 ha scritto:Anche io ho letto la serie di John Doe! Sì, la citazione che il fumetto fa è del ristorante al termine dell'universo dei romanzi di Douglas Adams.

Però devi iniziare a leggerli dal primo, "Guida galattica per gli autostoppisti". Ho il sospetto che ti piacerà.

L'ho appena ordinato in biblioteca. Grazie del consiglio.
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Messaggio Da Mac Lun Giu 06, 2022 2:51 pm

digitoergosum ha scritto:Uno dei dubbi che mi preme, e pertanto mi preme chiedere a voi, se avrete piacere di aiutarmi. Quando dite che il linguaggio di questo mio racconto è arcaico, intendete perché ho trascritto fedelmente la norma del 1600 o proprio il testo vero e proprio? Ringrazio già chi avrà piacere di darmi consigli.
ciao digito, 
nel mio caso intendevo il testo vero e proprio. Hai una bella proprietà di linguaggio, ricercata e corretta, ma non sempre funziona.
Ogni racconto ha una sua lingua. 
Semplificando, se tu scrivi una storia dove il protagonista principale è un bambino, il tuo registro dovrà essere tarato su di lui, che non vuol dire scrivere sgrammaticato o usando solo 20 vocaboli, ma dovrà essere in linea con il personaggio. Se scrivi di un drogato che vive ai margini della società non gli puoi far dire "Oh poffarbacco che incantevole signora".
IL tuo racconto ambientato nel futuro utilizza vocaboli antichi. Ed é un peccato perché toglie vitalità ad un testo interessante. Se mi permetti un'altra osservazione: lascia galoppare la fantasia del lettore, non spiegare tutto, togli ritmo e non incuriosisci.
spero di rileggerti presto
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P.s.: poi non so quanto possano servirti le mie osservazioni, visto che mi piazzo sempre in fondo alle classifiche  Come ti chiami? - Pagina 2 636947383
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Messaggio Da Susanna Lun Giu 06, 2022 5:28 pm

digitoergosum ha scritto:Uno dei dubbi che mi preme, e pertanto mi preme chiedere a voi, se avrete piacere di aiutarmi. Quando dite che il linguaggio di questo mio racconto è arcaico, intendete perché ho trascritto fedelmente la norma del 1600 o proprio il testo vero e proprio? Ringrazio già chi avrà piacere di darmi consigli.
Ho trovato l'intero racconto scritto con un linguaggio arcaico, che per me significa aver riproposto un tipo di linguaggio usato in tempi addietro. Al contempo l'avevo definito moderno: una commistione, come se il tuo personaggio, nel futuro, volesse "imitare", il nostro stile attuale, ma riportandolo ad un passato ancora più passato, alle sue origini e oltre. Non so se si è capito. Una sorta di capriola doppia all'indietro. E' un linguaggio ricco, che sa di erudizione, ma la lettura è molto impegnativa: il racconto, personalmente, l'ho suddiviso in diversi spezzoni, per non perdermi nulla, o per cercare di non perdermi nulla. Poi magari ci ho visto cose che proprio non c'entrano nulla, magari me lo dirai.
Tornando al linguaggio, quando lo stesso mette troppo in difficoltà il lettore con un racconto, finisce per far perdere il filo del racconto stesso, incastrato nella complessità della scrittura. E' sia un pregio che un difetto, come avevo scritto nel commento: da lettrice ho cercato di andare oltre, di lasciarmi "cullare" dallo stile, uno stimolo per una lettura più attenta. Come sempre, non si può piacere a tutti e questo lo tocchiamo con mano ad ogni step. Non si dovrebbe adattare il proprio stile allo step, ma forse renderlo un attimo più duttile, per far apprezzare a pieno il contenuto del racconto stesso.

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Messaggio Da digitoergosum Mar Giu 07, 2022 1:31 am

Sto leggendo un articolo su Musica Jazz. Leggo e riporto questo pensiero di Vijay Iver che rappresenta molto il mio concetto di scrivere. "Quando faccio un album c'è sempre una componente assai intuitiva; prima registro la musica, e solo dopo provo a immaginarmi di cosa parli, quali sentimenti porti, che tipo di racconto si svolga"
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