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Una maratona regale

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1Una maratona regale Empty Una maratona regale Ven Gen 15, 2021 11:53 am

Ospite


Ospite
Una maratona regale. (Olimpiadi di Londra, Luglio 1908.)
 
L’ha conosciuto presto quel mondo ingrato, glielo ha presentato suo padre, il lavoro nei campi, e Dorando proprio non lo sopporta. Non è colpa sua essere nato in  una modesta famiglia di zappaterra in un paese piccolo, sconosciuto e triste. Non è colpa sua.
«Tu chiedi aiuto allo sport, alla tua passione, tutti i giorni, correndo pure al buio, pensi che non me ne sia accorta?» Gli dice la madre.
«Quando corro nessuno mi insegue, sono io che inseguo, e questo mi fa stare bene, non ho bisogno di altro.»
 «Dicevo così per dire, di cosa hai paura? Fa ritirare l’oscurità dai tuoi allenamenti, fa tornare la luce. Ti vogliamo tutti bene, non ti basta?»
Dorando ha ansia, tanta ansia, quella è diventata la sua  avversaria da battere, specialmente dopo la convocazione per le Olimpiadi di Londra. Per lui resta un miracolo addormentarsi  presto la sera, e se non ci riesce ricomincia la giornata da capo, mette le scarpe per correre custodite con gelosia, e esce nella notte senza farsi sentire da nessuno. Vince chi corre più chilometri, non chi ha più talento, e con questo pensiero fisso  riesce a percorrere trenta, quaranta chilometri per notte, sulle strade che conosce, sventrate dal buio.
Le strade di campagna non sono pericolose, al massimo può prendersi un po’ di fango, una storta.  Un piccolo cane bianco, carico di pulci, lo accompagna  negli allenamenti, e pure nelle brevi passeggiate pomeridiane  sotto le occhiaie vuote dei portici di Carpi. Fa suo ogni saluto, il cagnetto, scodinzolando felice, dolce e primitivo. Dorando, insieme a lui, è tenero come un pastorello del presepe che non ha dimenticato a casa l’agnellino.
 Dorando viene assunto come garzone del forno centrale, più per meriti sportivi che per competenza. Ha vinto le gare più importanti della regione e un diecimila in pista, quelli di Carpi lo chiamano ‘Il campione’.
 In famiglia lavorano tutti, ma nessuno ha ancora una busta paga seria e Dorando è contentissimo.
 Teresa, la commessa con più esperienza, quella che comanda come il padrone, si presenta subito quando Dorando entra nel negozio a studiare incuriosito quello che sta per diventare il suo primo posto di lavoro.
«Mi chiamo Teresa, gli dice osservandolo in ogni piccolo dettaglio.»
«Io sono Dorando, e qui fuori c’è il mio cane, che non è proprio il mio cane, ma mi vuole bene e sta sempre con me.»
«Se ti ha scelto significa che non sei uno scapestrato, come si chiama?»
«Non ho pensato di dargli un nome, lui corre con me e basta.»
«Be’, comincia a pensarci al nome, ne ha diritto. Tutti sanno che correrai alle Olimpiadi, e in quella foresta di  gambe le tue andranno più veloci di quelle degli avversari, anche grazie al tuo cagnetto.»
«Proverò solo a non fare brutta figura.» Dice Dorando smanacciando il pantaloncino impolverato.
«Ti terrai i baffi e correrai con quel  fazzoletto annodato in testa?»
«Con loro mi sento  protetto, almeno prima che gli avversari comincino a bastonarmi.»
«Pensi di non farcela?»
Teresa ogni volta sembra fare una domanda, invece ripete a voce alta i suoi pensieri. Uno però lo tiene nascosto: Cosa sa fare questo ragazzo oltre che correre e consegnare il pane in bicicletta?
Il crepuscolo serale è così bello, ma non se ne accorge nessuno dei due, tanto è fitto il dialogo, anzi il monologo, perché esiste solo la voce di Teresa. Con l’indice sinistro preme le dita sul labbro inferiore mentre parla, per raggiungere un aspetto più confidenziale possibile, per avvicinare il volto opaco di sudore del suo Dorando. ‘Suo’, quel ragazzo strano e poco intraprendente già le appartiene, è facile leggerglielo negli occhi. Ogni ragazza che viene conquistata dalla luce di  Dorando si sente in diritto di tenere il comando e di accelerare le manovre sentimentali, le emozioni,  prima che lui prenda il largo.
«Conserva il tuo ardore per quando saremo soli, e vieni dentro a sciacquarti il viso e a bere, i campioni devono essere ben idratati, o sbaglio?» Dice con tono canzonatorio.
«Giusto.»
«Vedi che sono riuscita a farti dire qualcosa? Ti faranno sindaco di questo posto se vincerai la maratona.»
«Mi basterà poter comprare un forno, sono stufo di fare il garzone già prima di cominciare, e assumerò te, se resti così bella.»
«Come mai non ti credo?»
«Il dubbio e l’amore sono due cose inseparabili.»
«E se diventerò grassa, mi licenzierai?»
«Ti sposerò, le mogli non hanno bisogno di essere tanto belle. »
Teresa, stupidamente, prima ride, poi capisce la forza di quella frase e con l’incavo del gomito si asciuga una lacrima, mentre all’interno del forno uomini discutono di sport che non conoscono, solo per alzare la voce e dare una prova di amicizia e solidarietà con Dorando.
 Lui prova a allontanarsi. Teresa  lo blocca. A vederla piangere ha i lucciconi. L’elenco di parole dolci continua. L’amore gli appare lucido e improvviso  come il portoncino scorrevole a scomparsa del negozio. Purtroppo quello si vede solo quando è chiuso e per  vederlo meglio Dorando parte per Londra.
 
Londra, 22 Luglio 1908.
Ore 14. Maratona Olimpica.
La partenza della Maratona Olimpica è un’occasione speciale, tutti gli occhi del mondo sono puntati sull’avvenimento. A Carpi hanno fatto una bella colletta per sostenere il viaggio e il soggiorno a Londra di Dorando. «Quel ragazzo se lo merita.» Dicono.
 Sul percorso londinese ci sono duecentocinquantamila inglesi, altri ottantamila aspettano l’arrivo nello stadio. Dorando non è un gigante e cerca di mettersi nelle prime posizioni per farsi notare.
Al colpo di pistola si infila nel cunicolo d’aria che formano le due motociclette che fanno da staffetta alla gara, poi rallenta per distribuire meglio lo sforzo, proprio come ha fatto tante volte nella campagna di Carpi.
 Non ha mai avuto tanta paura, non ha mai avuto tanto coraggio. Qui ogni gesto è importante.
Dopo una rimonta lunghissima sorpassa tutti gli avversari e pure l’atleta in testa, a due chilometri dall’arrivo. Entra in perfetta solitudine nello stadio di Wembley.
Il pubblico è in delirio per quel ragazzo bello e buffo con un fazzoletto annodato in testa. Ancora non conosce il suo dramma.
 Dorando deve affrontare gli ultimi quattrocento metri, il giro di pista in terra battuta.
 Non esistono uomini in buono stato dopo quarantadue chilometri di gara, e Dorando è talmente malconcio da poterli rappresentare tutti.  La gente che urla e lo applaude non la sente. La pesante disidratazione ha cancellato ogni punto di riferimento. Sbaglia direzione. Barcolla, cade.
Conan Doyle, il popolare scrittore in veste di giornalista, fa ampi gesti per indirizzarlo, per aiutarlo.
Impiega dieci lunghissimi minuti per percorrere quel giro di pista. Solitamente in dieci minuti copre tre chilometri, non quattrocento metri.  Il pubblico ha comunque il suo eroe e una vasta gamma di spavento, una collezione indimenticabile.
 Dorando cade di nuovo, resta nella terra fradicia di pioggia improvvisa. Si rialza dopo un bel po’, aiutato da un giudice di gara pietoso. Ricade e si rialza ancora, sembra una marionetta, non ha più flessibilità articolare e lo sguardo fisso. Taglia comunque per primo il filo di lana. Non riesce a sollevare le braccia al cielo. Nulla gli appartiene più del suo corpo, non comanda neppure un sorriso.
La Regina  Alessandra dall’alto ha seguito tutta la scena con partecipazione, quel ragazzo sconosciuto lo trova commovente con il suo desiderio forsennato di voler vincere anche a costo della vita.
 La Regina abbandona il palco reale, la sua ombra cola sulle gradinate mentre sostiene l’abito bianco elegantissimo con tutt’e due le mani, quasi potesse sfuggirle di dosso.
 Sulla pista, prima di riuscire a raggiungere Dorando, inciampa, batte la testa sul cordolo, sviene.
A Dorando, intontito dalla stricnina e dalla disidratazione, la scena sembra un quadro del Caravaggio: la morte della Vergine che non va in Cielo, ma appare terrena e vulnerabile come un qualunque corpo femminile.
 Sporchi e malconci vengono caricati tutt’e due in barella e portati nel vicino ospedale. La Regina sembra sbucata da una grondaia, il suo abito bianco è solo un ricordo.
Dorando sta meglio, il St. Thomas Hospital è bello e accogliente. Lui ha una camera tutta sua con un bel  letto, un tavolo di legno e una sedia. Sul tavolo c’è un bicchiere e una brocca con lo stesso mazzo di fiori dipinto sul pavimento del corridoio che porta alle docce e ai bagni.
Dal finestrone della stanza, nel tardo pomeriggio, osserva a fondo un tramonto nuovo. Appanna il vetro in un punto , sopra la maniglia, mentre fuori dal cancello due uomini in tuta con dei grossi borsoni sportivi  seppelliscono qualcosa di ingombrante in una buca. Una riserva naturale di inferriate circonda tutto l’ospedale e non è facile accedere dentro. Dorando ha lo stomaco sottosopra, e non ha abbastanza voglia di  continuare a guardare la scena.
« Hai trovato quello che stai cercando? Sei ancora vivo?» Dice la Regina Alessandra entrando all’improvviso,  senza bussare, accompagnata dal suo fatale processo di invecchiamento e da una risatina ironica.
« Ho una certa confusione in testa, sono un po’ a corto di sonno, Maestà, e guardavo il tramonto.»
« Non sembri  felice di vedermi.»
Ora è lei la sua principale forma di informazione, anche se il modo più giusto di rispettare i ricordi è di non ricordarli. Con voce scoraggiata, Dorando dice:  «Sì sono felice. E voi come state?  Ho visto la brutta caduta.»
«Oh, be’, sei carino a chiederlo, ho solo una caviglia gonfia e un bernoccolo in testa, ma sono rimasta in ospedale perché ero  preoccupata, sei così giovane, e non hai nessuno che si prenda cura di te.»
Da una borsa di stoffa estrae la coppa d’oro olimpica, e una somma in sterline il doppio di quella in palio. 
«Hai vinto tu, il premio ti appartiene, il reclamo degli americani è stato annullato.»
 «La somma è doppia  perché voglio un lieto fine, non posso cambiare tutto nel mondo, ma qualcosa sì, e mi sono opposta con tutte le mie forze agli americani, mentre la tua federazione se la dava a gambe. Quei mascalzoni  le hanno provate tutte. Ho detto  restituite la vittoria a Dorando o mando tutti gli olimpionici a casa!»
Il letto ha un’altezza scomoda, lei si siede con disinvoltura sugli abiti sportivi appoggiati con disordine. Dorando si sfoga e racconta, gli piace aver conquistato l’attenzione di un personaggio così importante, ha la faccia rossa come un fanale per la bella notizia e per i premi.
«Avevo la sensazione che mi stavano rubando un momento bellissimo della mia vita, ed è molto triste, questo.»
La Regina scuote la testa.« Hai ancora tante possibilità per continuare a dimostrare che sei il più forte, ricomincia a correre, e sbrigati a farlo. Soffrire è come svalutare tutto, la tua è stata un’impresa sportiva che resterà nella storia dello sport mondiale.»
Ha una vestaglia grigia, larga, frastagliata di merletto. Gli occhi che usa per fissarlo, sono blu.
«Le  Regine passano porta a porta per portare altre belle notizie? » Chiede Dorando, finalmente spiritoso.
«Per ora accontentati dei biscotti al burro, fatti dalla mia cuoca, ma ti anticipo che in Italia e nel mondo sono tutti pazzi di te, io per prima.»
«Sono due giorni che non mangio in questo maledetto ospedale, grazie Maestà.»
«E dovrai starci a lungo, caro mio.»
«Perché, cos’ho?»
«Non sono un dottore, ma ha sofferto troppo il tuo cuore, non ti piace la zuppa dell’ospedale?»
«Più facile mangiare un verme crudo che quello schifo. Mi sono accorto che ogni tanto venivate a sbirciare, mentre facevo finta di dormire.»
«Finta? Hai dormito quasi tre giorni, Dorando, come un bimbo.»
Probabilmente quello che le interessa veramente è cosa si nasconde nel corpo di un uomo così temerario e forte.  Dorando non ha mai avuto una vita intellettiva di grande portata, ma sulla passione per le donne nessuno può testimoniare il contrario. Anche se non ci sta a essere troppo esplorato le stringe le mani con foga. Pur non concedendole l’avvenenza che non ha, la bacia dappertutto,  pensando che è regina perché ha tanti sudditi, ma in definitiva è una donna come le altre.
La Regina lo lascia fare, fino in fondo. Insegue da tempo una consolazione per lenire la sua solitudine. Vuole sentirsi ancora attraente e desiderabile. Forse se avesse riconosciuto prima l’incrinatura, la crepa nel cuore di Dorando, sarebbe stata più accorta. Oppure a lei sta bene così.
Dopo essersi passata una mano tremante sulla fronte, trova il tempo per dedicarsi a una morale materna.  «Non credere che io abbia qualcosa in contrario a vederti divertire con il mio corpo, in fondo hai ventidue anni, e te lo meriti il divertimento, ma tu pensi che la gente muoia perché è ridotta male? No, caro mio, la gente muore perché si maltratta, come hai fatto tu con la stricnina in quella meravigliosa e maledetta  maratona.»
« Non sei mia madre!»
Dorando si alza, si siede sul freddo del davanzale in mutande, spalanca la finestra. Appare l’immenso prato dove non c’è nemmeno una mucca, nemmeno un cavallo. Una  folata di vento mischia l’odore del fiume, dell’erba tagliata, al profumo della donna e al sigaro che Dorando, per calmarsi, si accende.
« Bel giovanotto, io sono ruggine e tu un fiore selvatico, non andrai a raccontare in giro che hai fatto l’amore con la Regina, vero?»
 Dorando resta con la bocca inceppata da cinque minuti di silenzio.
« Che poi non ci faresti una gran figura, sono vecchia e in sovrappeso.» Scoppia in una risata involontaria.
« Invece siete bellissima, Regina.»
« Sei proprio un caro ragazzo, Dorando, bravo, gentile e bugiardo. Ti aspetta qualcuna a Carpi?»
Lei  lo guarda con occhi dolci insopportabili, è apparso un piacere nuovo di nome Dorando e non vuole farselo sfuggire. lo vede migliore di quello che è.
Dorando, in una tempestiva e falsa autobiografia, dice:  Nessuno, non mi aspetta nessuno.
Il volto della Regina si Illumina.
« Mi piacerebbe visitarla, le cose che raccontano di te mi hanno incuriosita, è vero che corri pure di notte?»
« Mi sono abituato a correre al buio, per avere più tempo da dedicare ai lavori con mio padre.
« Che stupidità sminuire così le ambizioni di un ragazzo con il tuo talento. Vuoi bene lo stesso a tuo padre?»
« Non lo amo tanto proprio per questo. Lo rispetto e basta, quando sono stato in ospedale non è venuto nemmeno a trovarmi.»
«Per andare in ospedale dovevi avere qualcosa di brutto»
« Avevo qualcosa di brutto.»
«E sei guarito?»
«E sono guarito.»
La Regina si alza dal letto seminuda, accompagnata dalla sinfonia dei suoi bracciali, non ha il corpo esile, ma è comunque molto attraente.
« Maestà, se entra qualcuno?»
« Ho chiuso a chiave, giovanotto, e fuori ci sono le mie guardie, non entrano dottori e nemmeno un granello di pulviscolo.»
Dorando pensa che è un’adorabile carogna perché lì non esistono chiavi.
Le cose potrebbero mettersi male, molto male. Un pallore sinistro si rapprende sul suo volto.
« Cosa ti succede?» Chiede con voce melodiosa la Regina.
« Niente, non succede niente, sono solo stanco.»
Continua a tenere al centro del suo sguardo il cancello e l’argine del fiume, ora l’erba ha cambiato colore e sembra sabbia umida. Non ha ancora raccontato nulla di se, solo qualche accenno, e la Regina conosce tutto. Lui le deve molto, ma non c’è nulla di regale in quell’insinuarsi  esageratamente nella sua vita.
Dorando sente la pressione della regina Alessandra, e si rende conto che tutte quelle domande rappresentano semplicemente un potente e immediato esempio di gelosia.
Dorando sfodera inutili dettagli sui suoi allenamenti per riportare la conversazione su un campo neutro, una seccatura che lei asseconda senza fare drammi. Lo ascolta con rispetto, controvoglia.
«Quando sarai dimesso dall’ospedale  metterai  su una squadra di corridori tra le guardie reali.» 
«Non è così semplice, voi già avete una squadra di maratoneti, pure importante.» Dice Dorando meravigliandosi del suo tono professionale e dell’entusiasmo della Regina per quello sport.
«Sarà un pretesto per rimanere accanto a me, non lo capisci?»
 Sperando che tutto passi inosservato, Dorando comincia a pensare alla reazione del Re e dei  suoi sudditi. Per continuare quella storia avrebbe bisogno di una tana dove nascondersi, e lei, furba, gliela sta offrendo.
«Lo so a cosa stai pensando, il Re è abituato ai miei colpi di testa, alle mie passioni, e poi pian piano lo elimineremo se non si eliminerà da solo, non ha una grande salute.»
«Vuole farmi diventare complice in un omicidio così importante? Io sono abituato a piccoli omicidi: conigli, lucertole, zanzare.  Una volta con la fionda ho ucciso un pettirosso per sbaglio, e non ci ho dormito tutta la notte.»
«Boom!  Ma sei matto? E poi… dopo che sei morto resusciti, questo so.»
Quanto fascino deve avere una regina cinquantenne in carne su un ragazzo poco più che ventenne, forte e scellerato, ma con nessuna dimestichezza con la violenza, per poterlo convincere a uccidere un Re?
 Non sono un buon amante, dice Dorando, anche se non c’entra niente dirlo.»
« Mi hai quasi uccisa, mi fanno male tutte le ossa.» Ride.
Nulla appare normale a Dorando. Quel regalo inatteso, esagerato, del suo corpo. Poi essere malvagia con il Re, e quella frase terribile che lo impaurisce: Dopo che sei morto resusciti.
Non corrisponde del tutto al suo ideale di donna, la Regina, ma è imbattibile nel fornirgli quell’ammirazione spropositata, che a lui, almeno in questo momento, fa comodo.  Dopo averlo abbracciato, con un uomo della sua scorta ritorna nella stanza.
La vita felice di Dorando ora somiglia sempre più a una vita infelice. Per sollevarsi il morale ogni tanto apre la valigia e guarda la coppa e conta le sterline, mentre le foglie di un platano in giardino, sbattute dal vento, applaudono. Gli resta qualche ora per riflettere su tutto, qualche giorno, non sa ancora con precisione quanto.
L’esplosione avviene improvvisa con una grande fiammata. I vetri delle due finestre della sua camera vanno in pezzi. Non è il modo giusto di semplificarsi la vita, ma adesso non ha a disposizione altro che spalancare la porta e correre in mutande verso quella che crede sia la stanza della Regina.
Non gli riesce di uscire troppo presto dalla figura dell’eroe, e continua a farlo, pure con maggiore impegno. Lei gli ha ottenere quello che gli spettava e qualcuno l’avrà presa a male. Questo è il suo immediato pensiero.
Una decina di guardie reali e un nugolo di infermiere con il camice celeste stazionano fuori di una stanza del padiglione femminile, neppure troppo lontana dalla sua.
Una guardia sleale gli dà una spallata improvvisa e cattiva che lo fa cadere a terra. 
Dorando resta stupefatto, è di nuovo solo e sta male, come nella maratona.
Meno della metà delle guardie si scansa quando la porta della camera si apre, appare la Regina avvolta in un paio di pantaloni e giacca di flanella, lontanissimi dal nascondere la sua abbondanza fisica.
«Che gli avete fatto? Siete delle bestie.»
A vederla intatta Dorando si rasserena, anche se non è facile farlo, deve essersi  rotto un polso nella caduta.
«Andiamo via da questo stupido ospedale e in fretta, quello che vogliono quei criminali è solo la prima pagina e una orribile rivincita.»
La Regina che chiede collaborazione a un garzone di pasticceria in mutande è uno spettacolo a dir poco surreale. E comunque fossero andate le cose, erano le cinque del mattino, e la Regina, senza nessuna cautela, stava ricambiando le attenzioni del campione Dorando Pietri.
Tutto zanne, mutande, e ossa rotte.

2Una maratona regale Empty Re: Una maratona regale Mer Gen 20, 2021 10:01 am

Molli Redigano

Molli Redigano
Padawan
Padawan
Ah, questo me lo ricordo! Il tuo convincente esordio su TAS con la storia di Dorando Pietri. Il protagonista, come te, come le tue storie, corre. Un sorta di legame tra l'autore e il suo protagonista.

Il ritmo narrativo è blando, ma incisivo nella narrazione poiché trasmette emozioni reali. Insomma, il tuo stile, che da sempre respiro al lettore pur tenendolo incollato allo schermo.

Grazie per aver "recuperato" questo racconto e offerto al neonato DT un testo che merita. Dovresti postare anche il seguito. Anzi, magari potrebbe essere un romanzo breve per la Biblioteca di DT.


______________________________________________________
Branzagot senz'onma.

Gaute da suta Cool!

Una maratona regale Senza_12

3Una maratona regale Empty Re: Una maratona regale Mer Gen 20, 2021 10:27 am

Ospite


Ospite
Grazie, Molli. Dorando è un eroe fin troppo umano. La sua storia l'ho dipinta a modo mio, l'operazione mi ha divertito molto. Ho catturato l'istante, ho inventato i luoghi e la luce data a quei luoghi, come uno sgangherato impressionista.

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